La formula della disuguaglianza

Articolo di Moisé Naim (Repubblica 10.7.14)

“”Di chi è la colpa dell’eccezionale crescita della disuguaglianza negli ultimi anni?

Dei banchieri, sostengono in tanti. Secondo questa visione, il settore finanziario è colpevole di aver innescato la crisi economica globale che è cominciata nel 2008 e ancora fa sentire i suoi effetti su milioni di famiglie di classe media in Europa e negli Stati Uniti, che hanno visto diminuire il potere d’acquisto e assottigliarsi le prospettive di impiego. Lo sdegno è amplificato dal fatto che non solo i banchieri e gli speculatori finanziari non hanno pagato il prezzo dei loro clamorosi errori, ma in molti casi sono addirittura più ricchi rispetto a prima del disastro.

Altri danno la colpa alla crescente disuguaglianza salariale in Paesi come la Cina e l’India, che con i loro salari bassi deprimono il reddito dei lavoratori nel resto del mondo. La manodopera a buon mercato dell’Asia aggrava il problema, perché crea disoccupazione in quei Paesi dove le aziende chiudono le fabbriche ed “esportano” i posti di lavoro in nazioni estere con un più basso costo del lavoro.

Altri ancora vedono il colpevole nella tecnologia: robot, computer, internet e l’incremento dell’automazione delle fabbriche, a detta di costoro, sostituiscono i lavoratori e di conseguenza incrementano la disuguaglianza.

La vera spiegazione è molto più complicata, dice Thomas Piketty, l’economista francese che con il suo saggio Capital in the Twenty First Century si è trasformato in un fenomeno mondiale. In molti Paesi, sostiene Piketty, il capitale (che lui equipara alla ricchezza sotto forma di proprietà immobiliari, attività finanziarie ecc.) sta crescendo a un ritmo più sostenuto dell’economia. Il reddito prodotto dal capitale tende a concentrarsi nelle mani di un gruppo ristretto di persone, mentre il reddito da lavoro è disperso attraverso l’intera popolazione. Pertanto, quando i redditi da capitale crescono più rapidamente dei salari, la disuguaglianza aumenta perché coloro che possiedono il capitale accumulano una quota più alta di reddito. E considerando che la crescita dei salari è direttamente legata alla crescita dell’economia nel suo insieme, la disuguaglianza economica è destinata a peggiorare se l’economia si espande più lentamente dei redditi da capitale.


Piketty riassume questa complicata teoria con la formula “r > g”, dove “r” è il tasso di rendimento del capitale e “g” il tasso di crescita dell’economia. Il futuro è poco incoraggiante, è la sua conclusione, perché prevede che le economie dei Paesi presi in esame cresceranno a un ritmo dell’1-1,5 per cento annuo, mentre il rendimento medio del capitale aumenterà al ritmo del 4-5 per cento annuo. La disuguaglianza, in altre parole, è destinata a crescere.

Per evitare questo scenario, Piketty invoca una tassa progressiva sulla ricchezza nei grandi Paesi, una proposta che lui stesso considera utopistica, essendo consapevole degli enormi ostacoli politici che dovrebbe superare e delle colossali difficoltà pratiche che accompagnerebbero una sua attuazione

. Di recente, il Financial Times ha sostenuto di aver trovato difetti gravi nell’analisi di Piketty, scatenando un dibattito ancora in corso. In ogni caso, la maggior parte degli osservatori è del parere che i limiti nei dati di Piketty non siano sufficientemente rilevanti da togliere credibilità alle sue conclusioni generali.


L’impatto profondo del libro di Piketty è dovuto in buona parte al fatto di essere uscito in un momento in cui la crescita della disuguaglianza economica è motivo di preoccupazione in America. E dato che gli Stati Uniti si dimostrano molto bravi a globalizzare le loro ansie ed esportare i loro dibattiti politici, il fenomeno Piketty si sta estendendo a posti dove la disuguaglianza è così diffusa, e da così tanto tempo, che l’opinione pubblica sembrava assuefatta e rassegnata ad accettarla passivamente. In molte di queste società ora si discute vivacemente dei metodi per porre un freno a questo fenomeno. Affinché questo dibattito possa rivelarsi utile, tuttavia, è necessario giungere a una diagnosi più accurata del problema.

Non è accurato affermare che in Paesi come Russia, Nigeria, Brasile e Cina il motore principale della disuguaglianza economica sia un tasso di rendimento del capitale maggiore del tasso di crescita dell’economia. Per poter dare una spiegazione più esaustiva è necessario includere nell’equazione le imponenti fortune create regolarmente attraverso corruzione e attività illecite di ogni genere. In molti Paesi, la ricchezza aumenta più per effetto di ruberie e condotte illegali che come conseguenza del rendimento dei capitali investiti dalle classi ricche (un fattore che sicuramente ha il suo peso).


Per ricalcare Piketty, la disuguaglianza continuerà a crescere in quelle società dove “c > h”. In questo caso, “c” sta per la capacità di politici e funzionari pubblici corrotti, insieme ai loro compari del settore privato, di infrangere le leggi per profitto personale, e “h” sta per la capacità di politici e funzionari pubblici onesti di far rispettare le prassi amministrative corrette. La disuguaglianza alimentata dalla corruzione prospera in quelle società dove non ci sono incentivi, regole o istituzioni che ostacolino la corruzione. E che al governo ci siano persone oneste è bene, ma non è abbastanza. Sgraffignare soldi pubblici o vendere appalti pubblici al miglior offerente sono pratiche che devono essere viste come rischiose, facilmente individuabili e sistematicamente punite. Della ventina di nazioni su cui Piketty ha fondato la sua analisi, la maggior parte è classificabile tra i Paesi ad alto reddito e fra i meno corrotti del mondo, secondo Transparency International. Sfortunatamente, gran parte dell’umanità vive in Paesi dove “c > h” e la disonestà è il principale motore della disuguaglianza. Questo punto non ha attirato altrettanta attenzione della tesi di Piketty. Ma avrebbe dovuto. (Traduzione di Fabio Galimberti)

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