Il carbone surclassa oro e diamanti

crbIl 2017 inizia (finanziariamente parlando) con una pessima notizia per la Befana: le consegne di carbone, quest’anno rischiano di costarle un occhio della testa. La colpa è dei mercati delle materie prime che – dopo quattro anni di crisi – le hanno giocato un brutto scherzo: i prezzi sono tornati a salire. Non solo. Invece di correre dietro ai classici metalli preziosi, il mondo – scommettendo sulla ripresa della Cina e sul piano di investimenti infrastrutturali di Donald Trump– ha riscoperto all’improvviso i prodotti industriali meno nobili e più bistrattati. È decollato lo zinco (+60% in dodici mesi), balzato del 30% l’umilissimo stagno, sono cresciuti rame (+16%), alluminio e nickel. Ma la superstar assoluta del 2016 è stato proprio il carbone da coke, quello usato per la siderurgia e per i regali ai monelli del 6 gennaio, che ha surclassato oro e diamanti chiudendo il 2016 con un rialzo delle quotazioni del 300%.
Gli ultimi dodici mesi andranno comunque agli annali come l’anno della riscossa di quasi tutte le materie prime.

Il petrolio è il simbolo della svolta. A febbraio scorso galleggiava attorno ai 26 dollari al barile, il minimo dal 2003. Poi è successo il miracolo. I litigiosissimi paesi dell’Opec– dopo otto anni di discussioni inconcludenti – si sono accordati per un taglio alla produzione di 1,7 milioni di barili al giorno. E sono riusciti (altro mezzo miracolo) a convincere la Russia e i produttori fuori dal patto ad adeguarsi alla scelta. Appena il mercato ha fiutato l’intesa, l’oro nero ha invertito la rotta, chiudendo il 2016 in rialzo del 57%, la miglior performance dal 2009.
L’esempio del greggio è stato contagioso. E ha trascinato in netto rialzo anche i metalli industriali. Il meccanismo, in fondo, è lo stesso. La domanda – in particolare della Cina – è stata superiore alle previsioni. Mentre i tagli a miniere e impianti estrattivi varati negli ultimi anni di crisi hanno ridotto all’osso l’offerta. Risultato: i prezzi sono schizzati al rialzo e le compagnie minerarie stanno facendo gli straordinari per tener dietro alle richieste. Pechino, per dire, è stata costretta a riaprire a ciclo continuo gli impianti estrattivi di carbone che solo un anno fa funzionavano per legge ad orario ridotto. Chi ha azzeccato la scommessa scommettendo al momento giusto sul settore ha fatto jackpot: la Stanmore, per dire, ha acquistato nel luglio 2015 la miniera di carbone di Isaac Plain, in Australia, per la cifra simbolica di un dollaro dalla brasiliana Vale e dalla giapponese Sumitomo che da mesi cercavano di liberarsi dell’impianto considerato ormai un peso morto. Oggi si mordono le dita, visto che il valore del sito viaggia sui 700 milioni.
L’oro dopo una partenza sprint (+16% tra gennaio e marzo 2016) ha tirato i remi in barca chiudendo l’anno con un +8%, pagando un pedaggio salato al rialzo del dollaro e a quello dei tassi Usa, fattori che tendono a ridurre il suo appeal come bene rifugio.

Il mercato delle materie prime alimentari invece ha viaggiato a due velocità: il grano resta ancora in difficoltà e ha chiuso gli ultimi dodici mesi con un calo dei prezzi del 13%. Male anche il riso ( – 20%) e il cacao, che a causa della sovrapproduzione ha visto le sue quotazioni crollare del 33%, con grande sollievo per il portafoglio dei consumatori seriali di cioccolato. Il 2016, tuttavia, è stato un anno d’oro per le materie prime meno amate dai salutisti: lo zucchero ha rialzato la testa (+ 24%) dopo lunghi anni di crisi in cui ha pagato caro la sua fama di nemico pubblico numero uno del girovita e le tasse sulle bevande gassate. A sorpresa è balzato del 30% pure il prezzo di un altro dei “Most wanted” dai profeti dell’alimentazione corretta: l’olio di palma. Il motivo? La siccità in molte zone produttive che ha penalizzato i raccolti. Ma il suo futuro, con un tempo più clemente e i consumatori che l’hanno messo nel mirino, resta comunque grigio.

Ettore Livini
La Repubblica 3 gennaio 2017

Tagli al petrolio

images3Dopo grandi incertezze, i Paesi produttori riuniti nel cartello Opec hanno trovato l’accordo per un taglio alla produzione di greggio: la sovrabbondanza di oro nero è stata una delle cause del tracollo dei prezzi, che hanno più che dimezzato i loro valori dall’estate del 2014 e stanno faticosamente provando a riprendersi. Dopo le indiscrezioni delle agenzie internazionali, è stato ufficialmente annunciato l’accordo per ridurre di 1,2 milioni di barili al giorno (a quota 32,5 milioni) il quantitativo estratto dai Paesi del cartello, riuniti a Vienna come di consueto. Una notizia che ha messo le ali al greggio, schizzato fino al +8% con il Brent di nuovo in area 50 dollari.

Il patto include la possibilità di aggiungere altri 600mila barili quotidiani di tagli, includendo i Paesi formalmenti esterni all’Opec come la Russia. Metà di questa fetta sarà a carico della Russia, che ha quindi accettato di tagliare l’output di 300 mila barili al giorno, come ha spiegato il presidente dell’Opec, Mohammed Bin Saleh Al-Sada, al termine della riunione. Tra le more, ci sarebbe l’accettazione da parte dell’Arabia Saudita di concedere all’Iran – che dopo l’embargo sta correndo per recuperare il suo ruolo nello scacchiere internazionale – in via eccezionale psosa far salire la sua produzione a circa 3,9 milioni di barili al giorno…..

La Repubblica, 30 novembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/11/30/news/accordo_opec_per_il_taglio_alla_produzione_il_petrolio_vola-153168479/

 

Raggiunto al vertice di Vienna l’accordo tra Paesi Opec e non-Opec sui tagli alla produzione di petrolio per riequilibrare il mercato. La riduzione sarà di 558.000 barili al giorno ha detto il ministro del petrolio dell’Iraq, Jabbar Ali Hussein al Luaibi, un livello leggermente inferiore al taglio di 600.000 barili giornalieri previsto in origine.

Mosca, pronti a taglio produzione 300.000 barili – Il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha confermato che Mosca taglierà la propria produzione di petrolio di 300.000 barili al giorno. “Noi abbiamo annunciato i nostri impegni e li confermeremo”, ha detto. ….

Ansa.it 12 dicembre 2016

http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2016/12/10/-petrolioiraqda-paesi-non-opec-taglio-558.000-barili-_ccb2ab9f-92b7-4562-950c-06bac12ff7dd.html

 

Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

Tempesta perfetta sulle commodities

commodity 15La generalizzata debolezza dei prezzi delle materie prime è destinata a estendersi al 2015″, scrive la Banca Mondiale [World Bank] nel suo ultimo bollettino trimestrale “Commodity Markets Outlook”. Proseguirà, dunque, il calo dei prezzi che ha caratterizzato il 2014. A colpire maggiormente è stato il crollo del prezzo del petrolio, precipitato dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai 47 dollari di gennaio 2015, la terza più ampia flessione del dopoguerra. A determinare il crollo, quella che gli estensori del rapporto definiscono una “tempesta perfetta” di condizioni: crescita della produzione non convenzionale di petrolio, calo della domanda, apprezzamento del dollaro, il venir meno di alcuni rischi geo-politici e il cambiamento di approccio dell’Opec, ora propenso a mantenere le quote di mercato piuttosto che a porsi obiettivi di prezzo.

Ma a calare non è stato solo il prezzo dell’oro nero. Tutti e tre gli indici dei prezzi delle materie prime industriali (energia, metalli e materie prime agricole) elaborati dalla Banca Mondiale hanno registrato la stessa flessione: -37%, -36% e -35%, rispettivamente, dal picco del primo trimestre del 2011 alla fine del 2014.  E continueranno a calare nel 2015. “Le condizioni della domanda e dell’offerta a livello mondiale hanno contribuito a creare aspettative di un ribasso dei prezzi per tutti e nove gli indici delle materie prime elaborati dalla Banca Mondiale, un evento estremamente raro”, ha detto Ayhan Kose, direttore del Development Prospects Group della World Bank. Per quanto riguarda il petrolio, nello scenario base che non prevede peggioramenti della situazione economica internazionale o interventi da parte dell’OPEC, il suo prezzo medio è stimato sui 53 dollari al barile nel 2015, il 45% in meno rispetto al 2014, con un modesto recupero, circa 4 dollari, nel prossimo anno. La debolezza del petrolio influirà sugli altri mercati dell’energia, il gas naturale in Europa è previsto in calo del 15%. I prezzi delle materie prime alimentari sono previsti in calo di un ulteriore 4%, viste le favorevoli prospettive di raccolto nella stagione 2014/15 per cereali, oli alimentari e farine per alimenti; flessione più pronunciata, -5,6%, per le bevande, caffè in testa, grazie al recupero degli approvvigionamenti persi a causa dei mancati raccolti in Brasile a inizio 2014. In tema di produzioni agricole, va anche notato che, con il crollo del petrolio, vengono meno alcuni dei fattori che hanno spinto la produzione di bio-carburante negli ultimi anni, ovvero i timori relativi alla scarsità di fonti energetiche e alla sicurezza.

E’ prevista, infine, una diminuzione di oltre il 5% per i prezzi dei metalli, più contenuta per i fertilizzanti, traggono vantaggio del minor costo del gas naturale, e per i metalli preziosi, il cui previsto arretramento del 3% è essenzialmente legato a un minore interesse da parte degli investitori istituzionali.

http://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2015/02/20/news/materie_prime_calo_continuo_sar_un_anno_al_ribasso-107760559/

Banca Mondiale

http://www.worldbank.org/

La guerra del petrolio

frakÉ una partita durissima, giocata a colpi di bluff sui mercati, da cui dipende l’assetto che il mondo del petrolio avrà nei prossimi anni. Gli schieramenti si intersecano e si incrociano, fra vecchi e nuovi protagonisti, con sintonie e scontri inattesi, dove, più che le alleanze di sempre, pesa il diverso impatto, su ognuno degli attori, della guerra dei prezzi in corso. A trarne vantaggio, finora, chi delle guerre del petrolio è stato sempre spettatore impotente: i consumatori, almeno nei paesi in cui — diversamente dall’Italia — il crollo delle quotazioni del greggio si traduce in risparmi alla pompa. Ma le incognite della geopolitica sono un rischio per tutti. E alcune di queste incognite dovrebbero sciogliersi già questa settimana, in un vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, che, dopo parecchio tempo, ritrova il ruolo di snodo decisivo.

L’innesco è il crollo del prezzo del greggio, colato a picco in meno di sei mesi, da 110 dollari al barile a 80 in Europa e 75 dollari in America, con una decurtazione del 30 per cento. Il motivo è noto: il boom del petrolio da fracking dei pozzi americani, che ormai vale oltre 3 milioni di barili di greggio al giorno, quasi il 3 per cento della produzione mondiale, ha saturato l’offerta mondiale di petrolio, a cominciare da quella americana. Grazie al fracking, gli Usa, storicamente i maggiori acquirenti di greggio sul mercato mondiale, hanno visto le loro importazioni crollare. Quelle dai paesi dell’Opec sono al livello più basso degli ultimi 30 anni. E’ un fenomeno in corso da qualche anno, ma, finora, il suo impatto era stato mascherato dalle difficoltà di altri produttori, come Libia e Nigeria. Negli ultimi mesi, però, i due paesi africani sono tornati a produrre normalmente, mentre le difficoltà dell’economia mondiale hanno tenuto bassa la domanda di petrolio. Il risultato è un surplus di greggio sui mercati e un crollo dei prezzi.
Niente di nuovo. E’ già capitato spesso in questi anni. Quello che pochi si aspettavano è che l’Arabia saudita, la mano decisiva del petrolio mondiale, non facesse quello che ha sempre fatto: tagliare la propria produzione, in modo da ridurre l’offerta e far risalire i prezzi. Riad, invece, non ha battuto ciglio, accettando le quotazioni più basse. Anche qui, nonostante le smentite ufficiali, il motivo è chiaro: mettere fuori mercato il petrolio americano da fracking, che ha costi di produzione alti. Naturalmente, ogni pozzo Usa ha i suoi costi di estrazione: si va da 47 dollari a barile fino a 137, a secondo delle condizioni. Tuttavia, le grandi banche di investimento calcolano un costo medio di estrazione di 75 dollari, che è il prezzo attuale. A queste quotazioni, il 15-20 per cento di quei 3 milioni di barili da fracking è destinato a rimanere nel sottosuolo. In realtà, molti analisti americani sono convinti che i protagonisti del fracking siano in grado di ridurre i propri costi e reggere meglio l’offensiva di Riad. Ma potrebbe non bastare. Il fracking richiede interventi continui sui pozzi, che si esauriscono rapidamente e comportano un ritmo alto di nuove trivellazioni. In una parola, investimenti che, in questo clima di prezzi, potrebbe essere più difficile finanziare. In buona misura, sta già avvenendo.
La scommessa dei sauditi, dunque, è vincente? Non è detto. Gli alfieri americani del fracking non sono i soli ad avere bisogno di quotazioni alte del greggio per far quadrare i conti. I petrolieri di Houston si ritrovano — presumibilmente con qualche disagio — spalla a spalla con gli ayatollah di Teheran, i chavisti di Caracas e gli oligarchi di Mosca. Nella stessa situazione, in realtà, sono quasi tutti i paesi esportatori, dentro e fuori l’Opec, in qualche misura sauditi compresi. Nel caso dei produttori tradizionali, il problema non è il costo di estrazione del greggio, normalmente assai basso. È che i soldi del petrolio servono a far quadrare i bilanci pubblici. Due terzi degli incassi dello Stato nigeriano vengono dal petrolio e, per far quadrare il bilancio pubblico, il grande paese africano avrebbe bisogno di una quotazione del greggio a 128 dollari al barile, altro che 80. Per colmare la differenza, nelle casse pubbliche ci sono solo 40 miliardi di dollari. In una situazione analoga ci sono Libia, Iran, Venezuela. Solo gli emirati del Golfo non hanno queste apprensioni. Gli stessi sauditi avrebbero bisogno di un prezzo più alto dell’attuale, ma hanno i forzieri abbastanza pieni da poter reggere ancora a lungo la guerra dei prezzi. Ma possono reggere anche l’assedio politico che li aspetta, nei prossimi giorni, nelle riunioni di Vienna? Il pallino è nelle loro mani. Nessun altro paese può ridurre in misura significativa la produzione per rianimare i prezzi, perché significherebbe veder affondare la propria spesa pubblica. Solo i sauditi hanno i polmoni finanziari per farlo. Ben sapendo che far risalire i prezzi significherebbe ridare fiato ai concorrenti americani, ma anche i nemici storici dell’Iran sciita e l’assai poco amata Russia di Putin. La geopolitica è materia complessa e nel petrolio non c’è mai solo il petrolio
25 novembre 2014 di MAURIZIO RICCI / La Repubblica