Supereuro, chi guadagna e chi perde

L’euro continua a correre, ma potrebbe crescere ancora di più. Da inizio anno la nostra valuta ha guadagnato il 13% sul dollaro: mercoledì sera ha infatti chiuso a quota 1,19. Un livello che non toccava dal 2015. Ieri c’è stato un piccolo calo a 1,1878, ma poco cambia.
Chi sta per partire per le vacanze negli Stati Uniti, ovviamente si frega le mani. Per la nostra economia invece il supereuro inizia a rappresentare un problema, soprattutto per le imprese che esportano. Ed in prospettiva potrebbe esserlo per l’intera economia dell’Eurozona come segnala anche al Bce, che proprio ieri ha indicato i «fattori globali» come uno dei rischi che tengono in bilico la possibilità che le nostre economie continuino a crescere in maniera più robusta di quando non stia già avvenendo.
«Sicuramente se il cambio si rafforza troppo può rappresentare un problema, perché fa perdere competitività alle nostre aziende – spiega Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione -. Però non farei allarmismo: ci troviamo di fronte alle tipiche fluttuazioni dei mercati e non dimentico che l’anno scorso Goldman Sachs prevedeva un cambio bassissimo della nostra valuta. Per dirla all’americana siamo in una situazione unpredictable. Sicuramente se restassimo agli attuali livelli la forza dell’euro ci potrebbe mettere in difficoltà, ma non sono ancora sicura che la tendenza venga confermata: ci sono ancora tante fluttuazioni, c’è molta volatilità».
L’incognita Trump
Secondo Andrea Goldestein, chief economist di Nomisma, è difficile fissare una soglia del cambio euro/dollaro oltre il quale far scattare l’allarme. I movimenti dei mercati valutari – spiega – sono abbastanza imperscrutabili: le teorie sono tante e nessuna è valida. Ancora uno o due mesi fa si parlava di parità, mentre ora l’euro è esploso. Le ragioni? Sta crescendo la preoccupazione per la situazione politica americana: cose che anche solo sei mesi fa erano inimmaginabili stanno entrando nel campo degli eventi che si possono verificare, penso ad esempio al rischio di impeachment di Trump. La situazione è sotto gli occhi di tutti e mette fortemente in dubbio la capacità del presidente americano di affrontare una crisi internazionale, come ad esempio potrebbe essere quella con la Corea». Tra i motivi di questo rialzo, l’economista del think thank emiliano segnala anche i forti segnali che arrivano dall’economia europea, che sta registrando una velocità di crescita abbastanza inusuale rispetto agli ultimi anni, e quindi la possibilità che la Bce possa anticipare prima del previsto la riduzione del programma di acquisti di titoli messo in campo col quantitative easing.
Made in Italy in affanno
Contraccolpi sulle nostre industrie? Chiaramente per le nostre imprese esportatrici il supereuro è un fattore di preoccupazione – risponde Goldstein – in alcuni settori più che in altri. Quelli che competono coi tedeschi, o con altri produttori europei o svizzeri, hanno poco da temere perché per loro cambia poco. Quelli che invece se la devono vedere con cinesi, giapponesi e coreani, penso innanzitutto al comparto della meccanica strumentale, sono più a rischio. A soffrire di più potrebbero essere però le esportazioni di vino: in questo campo i nostri concorrenti sono sempre di più i paesi emergenti, Cile, Argentina e Sudafrica, ed in questa fase le loro esportazioni diventano certamente più competitive. È chiaro però che per l’Italia anche cambiamenti minimi rappresentano un problema – conclude l’economista – perché o il nostro di gran lunga il paese più fragile tra i grandi paesi europei è quello che ha più da perdere da un rafforzamento ulteriore dell’euro».
Oltre quota 1,20
Chi azzarda invece una previsione è Alberto Gallo, che a Londra è capo strategie macro di Algebris Investments e gestore del fondo Algebris Macro Credit. «L’euro sale – sostiene – ma rimane sottovalutato nei mercati. Per due motivi: primo, gli investitori ancora non hanno ben prezzato il miglioramento politico nell’Eurozona e la maggior integrazione che Merkel e Macron pianificano. Inoltre, i mercati mantengono ancora la speranza che l’amministrazione Trump implementi delle riforme fiscali anche se questo appare sempre meno realizzabile date le divisioni all’interno della Casa Bianca. Il risultato è un capovolgimento dello scenario che i mercati vedevano a inizio anno: l’Europa è passata dall’essere la più fragile ad una delle economie più forti, dove i leader hanno ancora la testa sulle spalle». Risultato? Secondo Gallo «c’è ancora spazio per l’euro, anche oltre 1,20 contro il dollaro».

Paolo Baroni

La Stampa, 4 agosto 2017

http://www.lastampa.it/2017/08/04/economia/supereuro-chi-guadagna-e-chi-perde-j0alrS9CwlhjpQI6wkNLsL/pagina.html

Cina: l’economia che rallenta non fa paura

dracusPer tutti i Paesi avanzati, alle prese con una congiuntura insoddisfacente, il rallentamento della crescita cinese è uno splendido alibi: se frenano addirittura i campioni della crescita che cosa possiamo fare noi europei, fanalini di coda? Per il rallentamento dell’economia globale, che si profila sempre più chiaramente all’orizzonte, abbiamo già trovato un capro espiatorio. Uno sguardo più attento induce a ridefinire il problema. Nel terzo trimestre di quest’anno, la Cina ha realizzato una crescita pari al 6,9% annuale, dopo il 7% dei 6 mesi precedenti, mentre i mercati si aspettavano solo il 6,7%. Un rallentamento dello 0,1% è di scarsa entità ed era più che previsto. L’espansione economica cinese prosegue a una velocità tripla di quella degli Usa. Un trimestre di crescita cinese equivale, in termini percentuali, ad almeno 7-8 trimestri della nascente ripresa italiana. 

La crescita cinese sta rallentando per motivi strutturali e, per il momento, si tratta di una frenata del tutto fisiologica, come aveva già scritto, su queste colonne, Bill Emmott due anni fa: dopo aver realizzato investimenti eccessivi nell’industria dell’acciaio e del cemento, sotto la spinta di nuovi bisogni, Pechino sta ora investendo nei settori dei servizi, nei quali la produttività è minore ma probabilmente rendono la crescita stessa più sostenibile.

I cinesi chiedono più sanità, istruzione, tempo libero, disinquinamento, una migliore qualità di vita, come pressoché tutti i Paesi quando raggiungono il livello di sviluppo della Cina attuale. Qualcosa di analogo si verificò nell’Italia del 1963 quando finì la fase più dinamica del miracolo economico e l’Italia «cambiò marcia»: anche con una marcia diversa, l’Italia fu ancora capace di una lunga crescita.

Anche Pechino sta «cambiando marcia» e siamo ben lontani da una caduta rovinosa. Per Pechino si tratta di lasciare alle spalle un modello di crescita «di rottura» che ha determinato, oltre a uno straordinario salto all’insù della ricchezza media, una lunga lista di nuovi problemi, dalla crescente disparità sociale alla decrescente qualità dell’aria.

I problemi della Cina, prima di tutto sociali e politici, si traducono però in problemi congiunturali molto seri per molti Paesi non ricchi. La minor crescita cinese provoca un rallentamento della domanda di prodotti minerari, di cui la Cina è il miglior cliente, in molti Paesi africani e asiatici, i quali, a loro volta, possono vedersi costretti a rallentare l’acquisto dall’estero di un ampio ventaglio di beni. Ci sono poi i casi particolari dell’Australia e del Brasile (per entrambi la Cina è un cliente privilegiato). Si tratta di un problema che un mondo bene organizzato avrebbe dovuto anticipare; è stato invece trascurato per la crescente inefficacia delle istituzioni economiche internazionali e per il clima di generale non collaborazione tra le banche centrali.

Per quanto detto sopra, l’Europa e l’Italia non devono aspettarsi, per il momento, una «gelata» del mercato cinese (non è pensabile, a esempio che i cinesi cancellino senza motivi specifici contratti già in essere) e bisogna anche avere il senso delle proporzioni: l’ultimo dato disponibile sull’entità delle esportazioni italiane è relativo all’agosto scorso e mostra chiaramente che la Cina assorbe il 2,6 per cento di tutte le esportazioni italiane mentre verso la Svizzera si dirige il 4,8 per cento dei nostri prodotti destinati all’estero. Le esportazioni italiane verso le cosiddette «economie dinamiche asiatiche», con in testa la Corea del Sud e la Thailandia, pesano per il 3,6 per cento, quasi una volta e mezza quelle verso la Cina.

Tutto ciò induce alla conclusione che gli effetti immediati di un rallentamento della crescita cinese che continuasse a questo ritmo non sarebbero certo terrificanti. Dovrebbero invece indurci a maggiore cautela per quanto riguarda gli effetti indiretti, anziché quelli diretti, sullo stato dell’economia globale: non tanto nei prossimi 2-3 trimestri bensì nei prossimi 2-3 anni. La lezione che dal piccolo rallentamento della Cina devono trarre l’Europa e l’Italia è che non ci si può aspettare che il Drago Cinese risolva i problemi degli altri, come ha fatto dopo le cadute produttive del 2008 e degli anni successivi. A cominciare da un’Europa che appare ancora dominata dalla paura di far crescere la propria domanda interna; e forse, più in generale, dalla paura di crescere. 

Mario Deaglio

La Stampa

20 ottobre 2015

http://www.lastampa.it/2015/10/20/cultura/opinioni/editoriali/cina-leconomia-che-rallenta-non-fa-paura-2ckZhmxYDXqjfBGv9En89O/pagina.html

 

L’età dell’abbondanza

 

auttoooPotete chiamarla indifferentemente “L’Età dell’Abbondanza” o “Il Grande Freddo”. Sembra una contraddizione, ma, in realtà, l’uno spiega l’altra. Sulla scia della Grande Crisi del 2008, nuotiamo in un mare di petrolio, cotone, acciaio, automobili. Risparmi e capitale si ammucchiano, i lavoratori abili e disponibili sono decine di milioni. Insomma, tutti gli ingredienti di un’economia rombante sono sul tavolo, ma l’economia mondiale, invece, tossicchia e inciampa: dalla Cina agli Usa. E anche la ripresa europea appare assai pallida. Il risultato è che magazzini, depositi, casseforti scoppiano, in attesa di una domanda che non arriva. A Cushing, in Oklahoma, dove confluisce il grosso del petrolio estratto negli Stati Uniti, le cisterne, sono piene fino all’orlo: settimana dopo settimana, l’inventario delle scorte batte il record precedente e, ormai, sfiora i 500 milioni di barili. Sui mercati mondiali, del resto, ogni giorno arrivano 2 milioni di barili di greggio che faticano a trovare un compratore. Il surplus lo scontano i prezzi: dalla scorsa estate si sono dimezzati. Ma tutto il mondo delle materie prime si muove nella stessa direzione: 110 milioni di balle di cotone, nel mondo, restano nei depositi in attesa di essere venduti. Di conseguenza, il prezzo del cotone, rispetto ad un anno fa, è sceso di quasi il 30 per cento. E così per le altre derrate. Il Baltic Dry Index, che misura il traffico delle merci non liquide come il petrolio, è crollato, da ottobre, circa del 60 per cento. Per i prodotti agricoli, fermi nei silos e nei frigoriferi, il calo dei prezzi va dall’11 al 20 per cento. I metalli, dal ferro al rame, sono crollati di oltre il 18 per cento.
Eppure, di lavoratori per trasformare tutte quelle materie prime ce ne sono fin troppi. Eurolandia, con il suo tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, è la pecora nera, ma, nel mondo, una disoccupazione al 6 per cento significa che ci sono oltre 200 milioni di persone in cerca di un lavoro che non trovano. Nessuno si aspetta che diminuiscano presto: l’Onu prevede anzi che, nel 2019, saranno 212 milioni. Il problema è che anche del terzo elemento del triangolo dell’economia, quello cruciale perché mette in movimento gli altri due, materiali e lavoro, ce n’è troppo: c’è un surplus anche di capitale, fermo nei portafogli e nelle casseforti. Crédit Suisse censisce la ricchezza globale a circa 263 mila miliardi di dollari, più del doppio, rispetto ai 117 mila miliardi di appena 15 anni fa. Niente male, considerando che, nel frattempo, c’è stata la più grave crisi finanziaria da quasi un secolo. Ma il problema è che questi soldi sono incagliati, lamenta Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Il mondo affoga in risparmi che ristagnano, invece di tradursi in investimenti. Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi. E anche la Cina, tradizionalmente risparmiatrice, si è fatta ancora più avara: fatti gli investimenti, le restavano in cassa solo 20 miliardi di dollari nel 2000. Adesso, il divario fra risparmi e investimenti interni è arrivato a 182 miliardi di dollari.
«Abbiamo di fronte uno scenario di bassa crescita, bassa inflazione, bassi tassi d’interesse» ha detto al Wall Street Journal Megan Greene, capo economista di John Hancock, un colosso della gestione finanziaria, e instancabile twittatrice. «E, dunque, dovremo forse impiegare tutti i prossimi dieci anni per smaltire questo ingorgo». Gli economisti avevano avvertito che, quando una crisi scoppia per un crack finanziario, che azzoppa i meccanismi del credito, la ripresa è lenta e stentata. L’ingorgo di risorse inutilizzate, fra capitale, lavoro, materie prime che preoccupa la Greene ne è la conferma ed è lo specchio del ritmo asfittico dell’economia mondiale, Il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo globale continui a crescere, da qui al 2016, fra il 3,4 e il 3,8 per cento, un ritmo da lumaca, rispetto al decennio passato. Quello che preoccupa è la paralisi dei paesi emergenti, il motore dello sviluppo mondiale degli ultimi anni. Il Fmi prevede che il pil dei paesi emergenti, cresciuto del 4,6 per cento nel 2014, mantenga lo stesso ritmo di crescita – e niente più – nei prossimi due anni. Stentano il Brasile, la Russia, i paesi arabi. Il dato cruciale è il brusco rallentamento cinese. Già nel 2014, la surriscaldata macchina economica di Pechino era passata ad un tasso di sviluppo del 7,4 per cento, ma la frenata è solo cominciata: 6,8 per cento in più nel 2015, 6,3 per cento nel 2016, ben lontano dal 10 per cento degli anni scorsi. La tanto sospirata e, oggi, celebrata ripresa europea rischia di sbocciare nel vuoto e di dover trovare dentro la stessa Europa, anziché nelle esportazioni, il combustibile che la alimenti.
Finirà presto? Dobbiamo solo aspettare di smaltire l’ingorgo? O c’è qualcosa che non va con i tubi? Così la pensa Daniel Alpert, che, all’attuale sovrabbondanza ha dedicato un libro, “The Age of Oversupply”: il mondo – dice – ha attraversato, negli ultimi 30 anni, una rivoluzione epocale: la globalizzazione ha inserito nel mercato mondiale due miliardi di nuovi lavoratori, mentre il boom dell’informatica faceva esplodere la produttività. Il risultato è una caduta verticale della forza contrattuale dei lavoratori, tradotta in una diminuzione dei salari e del potere d’acquisto. Meno salari, meno consumi. È questa la benzina che manca all’economia mondiale. Negli Stati Uniti, a febbraio, le scorte di beni durevoli (frigoriferi, tv ecc.) sono arrivate al livello più alto degli ultimi trent’anni. E, in Cina, la mecca del mercato automobilistico, da due anni e mezzo i concessionari non avevano i piazzali così pieni di macchine da vendere: sul totale dell’economia, l’incidenza dei consumi delle famiglie cinesi, in questi anni, è diminuita.
In realtà, in questi anni il reddito globale è aumentato. Ma è un aumento zoppo. Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale sequestra il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento. I ricchi, però, consumano, rispetto ai poveri, poco e i loro soldi finiscono nei risparmi incagliati di Bernanke. L’ineguaglianza, hanno scoperto recentemente sia il Fmi che l’Ocse, non paga: una società diseguale ha una economia poco efficiente. Ma è qui che, alle tendenze di fondo, si sovrappone la situazione post-crisi finanziaria. Mentre reddito e risparmi si concentrano in poche mani, la massa dei consumatori è schiacciata dai debiti. La somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina. I venti della deflazione trovano qui il loro alimento. Gli economisti la chiamano “deflazione da debito”: tutti si preoccupano di ridurre i debiti e non consumano.
Inutile chiedere ai governi di mettersi loro a pedalare per tutti, con programmi di stimolo economico: l’ideologia dell’austerità lo impedisce. A spingere sono rimaste solo le banche centrali, come il programma appena lanciato dalla Bce. Ma, da sole, le iniezioni di denaro facile di Francoforte – Draghi lo ha detto più volte – rischiano di girare a vuoto.

Maurizio Ricci
Repubblica 4 maggio 2015
The Age of Oversupply

LE IMPRESE SALMONE CHE TORNANO A CASA

salmA fine settembre erano 4, l’anno scorso sono arrivate a 11, due anni fa a 12, nel 2009 erano 17. Sono ormai un centinaio le imprese italiane che nell’ultimo decennio, con alcuni impianti, hanno risalito la corrente come salmoni. La loro è una silenziosa ondata di rimpatrio delle produzioni dai Paesi emergenti a basso costo verso Paesi avanzati, Italia inclusa, dal costo del lavoro più alto ma con competenze e talenti difficili da imitare.

Fra i protagonisti del controesodo si contano marchi di moda e design come Tod’s, Prada, Piquadro, Ferragamo, Nannini, Natuzzi. Ma non ci sono solo quelli. Prysmian, leader mondiale nel settore dei cavi, sta decidendo di rafforzare gli investimenti in Europa e anche in Italia. Interpump nella meccanica ha ormai depotenziato l’attività nei suoi impianti cinesi per rafforzare proprio l’Italia.

È un movimento in direzione inversa rispetto a quello dell’epopea della globalizzazione, e in qualche modo ne contraddice la retorica segnando una seconda fase. L’erosione dei costi della manodopera per alcuni non ha mantenuto tutte le promesse di redditività. Le imprese-salmone, quelle che risalgono la corrente da Est verso Ovest e da Sud verso Nord del mondo, vogliono essere più vicine ai mercati, dipendere meno dall’imprevedibilità di sistemi politici opachi e lontani, pagare meno in assicurazione e trasporto.

A questo punto costituiscono un fenomeno così diffuso da guadagnarsi un neologismo: “re-shoring” al posto dell’off-shoring verso l’Asia di vent’anni fa. ……. Secondo uno studio di Uni-Club, un gruppo di quattro atenei, il made in Italy è secondo dopo il sistema d’impresa americano per intensità del “re-shoring”. La Cina è il Paese dal quale rimpatriano più spesso; la moda è il settore più interessato dalla nuova tendenza: vi appartengono circa 40 del centinaio di imprese che negli ultimi dieci anni hanno deciso di rimpatriare. Ma anche meccanica e elettrotecnica sono presenti. Fra le motivazioni portate dai manager, spiccano quelle che ricordano che anche un’economia matura ha un posto nella globalizzazione 2.0. Il costo del lavoro in Italia è sì elevato, ma non nella manifattura di alta qualità o nelle funzioni ad alto contenuto di competenza e cultura. Che il costo del cuneo fiscale è eccessivo, ma mai come l’imprevedibilità della Cina dove i salari sono ormai triplicati. E il messaggio delle imprese-salmone è che l’Italia ha sì molti problemi, ma non ci sono scuse: prendersela con l’euro o Angela Merkel, per loro, è come andare alla carica contro i mulini a vento.

Crescita debole e ineguale

fm1La crescita dell’economia mondiale resta «debole» e «diseguale». Il giudizio è del Fondo monetario internazionale che definisce il quadro «mediocre» e taglia ancora le previsioni per il 2014 e il 2015. Quest’anno, si legge nel Rapporto economico autunnale, l’incremento del Pil globale si fermerà al 3,3%, lo 0,1% in meno rispetto a quanto previsto a luglio, mentre l’anno prossimo salirà del 3,8% contro il 4% stimato in estate. A fare da traino saranno gli Stati Uniti, il cui prodotto è stato rivisto in rialzo dello 0,5% al 2,2% nel 2014 e lasciato invariato in crescita del 3,1% nel 2015. A rimanere in piena stagnazione è invece la zona dell’euro, che si vede sforbiciare le stime dello 0,3% quest’anno e dello 0,2% il prossimo, per un incremento del Pil limitato rispettivamente allo 0,8 e all’1,3%.

Ma anche in Eurolandia la situazione non è uguale per tutti. E se Germania e Spagna possono puntare a una crescita superiore all’1% sia quest’anno che il prossimo, Francia e Italia continuano a languire ben sotto il loro potenziale. Anzi, l’Italia resta l’unica grande economia, tra avanzate ed emergenti, a chiudere in negativo il 2014, prima di tornare a crescere sotto l’1% nel 2015. In particolare, il taglio del Fondo raggiunge lo 0,5% quest’anno per un decremento del Pil dello 0,2% e lo 0,3% il prossimo per un rimbalzo di appena lo 0,8%.  ……..

http://www.lastampa.it/2014/10/07/economia/fmi-tagliate-le-stime-di-crescita-per-litalia-rallentano-anche-la-germania-e-la-francia-gqW2yq9LuJOult1xuWDvtN/pagina.html

 

FMI

http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/index.htm

World Economic Outlook (WEO) October 2014

Despite setbacks, an uneven global recovery continues. In advanced economies, the legacies of the precrisis boom and the subsequent crisis, including high private and public debt, still cast a shadow on the recovery. Emerging markets are adjusting to rates of economic growth lower than those reached in the precrisis boom and the postcrisis recovery. Overall, the pace of recovery is becoming more country specific…

After a slowdown in the first half of 2014, global growth is forecast to strengthen to 3.5 percent in the second half of 2014 and 3.8 percent in 2015. But growth is uneven and still weak overall and remains susceptible to many downside risks. Production disruptions or sharply higher global oil prices—due to geopolitical tensions—would reduce global growth, as would an unexpected tightening in financial conditions owing to higher-than-expected U.S. long-term interest rates or increased risk aversion. Over the medium term, protracted weak demand in advanced economies could result in lower growth everywhere, including, in part, through negative supply-side effects. …..

……. in countries with infrastructure needs, the time is right for an infrastructure push: borrowing costs are low and demand is weak in advanced economies, and there are infrastructure bottlenecks in many emerging market and developing economies. Debt-financed projects could have large output effects without increasing the debt-to-GDP ratio, if clearly identified infrastructure needs are met through efficient investment.

http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/images/WEOinfo_1099.pdf

 

Una vittoria dell’educazione finanziaria

John Templeton, grande finanziere e figura sacra dell’industria americana del risparmio gestito, aveva una risposta molto efficace per chi gli chiedeva di tracciare il futuro della Borsa: «L’investitore che ha tutte le risposte, non ha capito la domanda». Ebbene, almeno a giudicare dall’andamento dei mercati, i cui indici sono globalmente in zone record, gli investitori della generazione post-Lehman sembrano aver maturato per proprio conto tutte le risposte alle domande che assillano da mesi i professionisti della finanza: mentre le banche e le assicurazioni continuano a reagire d’istinto alle variabili macroeconomiche, finanziarie e geopolitiche che da quasi un decennio hanno reso le Borse un campo minato, gli investitori individuali, risparmiatori e famiglie, hanno cominciato a muoversi sul mercato in modo più ordinato, non più isterico, sicuramente più ragionato che impulsivo. In parole povere, sembra quasi che l’esercito dei «Bot People» si stia evolvendo in un’armata organizzata, forte abbastanza da costringere i generali della finanza a brusche sterzate nelle strategie di investimento.

I primi segnali di questa tendenza, a cui molti già riconoscono un ruolo nell’attuale performance dei mercati, sono emersi durante la crisi dei titoli di Stato: vuoi per patriottismo vuoi per opportunismo, gli investitori individuali hanno comprato Bonos e BTp proprio mentre le grandi istituzioni finanziarie vendevano i propri titoli in portafoglio. In quel primo round, la vittoria è andata ai risparmiatori: grazie alla ripresa dei prezzi avviata nel 2013, i bond periferici dell’eurozona stanno ora garantendo un buon guadagno a chi non si è fatto spaventare dalle analisi catastrofiche dei «grandi analisti» sulle prospettive dell’euro e sul futuro dell’Unione…..

Dopo i salvataggi bancari e gli interventi d’urgenza a protezione degli Stati, nessuno crede più ai vecchi dogmi dei mercati: le crisi sono diventate passeggere, i default degli Stati ipotesi remote. Conseguenza: nessuno vuole più vendere sull’onda della paura.  C’è logica in tutto ciò? E soprattutto: esiste il rischio che i titoli e le Borse siano stati gonfiati troppo dalla fiducia di grandi e piccoli investitori? Nessuno ha la sfera magica e il rischio è una variabile sempre presente sui mercati: così come salgono, i titoli possono scendere all’improvviso……

Anni fa, queste cifre, dati e valutazioni restavano confinate nell’ambito dei professionisti. Oggi sono alla portata di qualsiasi investitore, che può così scegliere con più elementi di valutazione il modo di impiegare il denaro. È la prima vittoria dell’educazione finanziaria. Non sarà quotata in Borsa, ma non c’è dubbio che l’informazione vale sempre più di una commodity.
di Alessandro Plateroti – Il Sole 24 Ore

http://www.ilsole24ore.com/art//2014-02-19/volti-nuovi-corsa-borse-064134.shtml?uuid=ABzM0Xx

E dopo i BRIC, arrivano i MINT

MINT è un acronimo che individua i nuovi mercati emergenti. La sigla, coniata dall’economista britannico Jim O’Neill, è formata dalle iniziali di Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia. Paesi che secondo l’esperto (che già aveva forgiato una decina di anni fa l’acronomio BRIC – Brasile, Russia, India .

Certe volte, un nome è miracoloso. Successe con i Bric, a cominciare dal 2001: non solo, appena riassunte dall?acronimo, Brasile, Russia, India e Cina furono identificate sui mercati come i «veri» Paesi emergenti; l’essere state elette al top delle beneficiarie della globalizzazione galvanizzò quelle economie, i governi si sentirono responsabili di accudire al nuovo status; e sul piano istituzionale, Brasilia, Mosca, Delhi e Pechino hanno addirittura formato un club di coordinamento, prima a quattro, poi ampliato al Sudafrica.

Ora, si direbbe che l’economia del mondo è entrata nella fase post Bric. Nel senso che altri gruppi di Paesi sono identificati come le stelle future della globalizzazione: è il caso dei Mint :Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia. E anche nel senso che, 12 anni dopo la nascita, lo stesso Bric va sottoposto a check-up.L’idea dei Mint è lanciata in questi giorni con una serie di trasmissioni della Bbc   da Jim O’Neill, l’economista che inventò e propagandò il concetto di Bric quando era capo del dipartimento economico della banca Goldman Sachs. In realtà, l’acronimo ha più di due anni: lo usava già nel 2011 il gruppo finanziario Fidelity. Con il marchio di O’Neill è ora destinato a entrare nella quasi ufficialità. Ciò che unisce Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia sono prima di tutto la popolazione e la demografia: grandi numeri (l’Indonesia è il quarto Paese al mondo per abitanti) e enormi masse i giovani che garantiscono manodopera attiva per i decenni a venire. Ma non solo questo, secondo ONeill. ….

http://archiviostorico.corriere.it/2014/gennaio/07/Bric_Sorpassati_partita_carica_dei_co_0_20140107_d7547cce-7772-11e3-9815-deaa70f70521.shtml