IMBALLARE UN UOVO IN EUROPA

imagesmf4ts9imPersino oggi, con un’Unione Europea a rischio di disgregazione, non si è placata la «furia regolamentatrice» con cui i preposti organi della Ue (Parlamento europeo incluso) da sempre si occupano di «perfezionare» — in realtà, di ingabbiare — il mercato unico europeo, continuando ad accumulare, dissennatamente, norme su norme: si tratti delle recenti disposizioni che riguardano l’imballaggio delle uova commerciabili all’interno della Ue oppure dei regolamenti — giustamente celebri, in quanto oggetti di feroci ironie — sulle dimensioni obbligatorie di certi prodotti agricoli. È falso che quella furia regolamentatrice non abbia alcun rapporto con la crisi europea. Non si tratta di folklore. Non c’è soltanto un’idea malata su cosa sia un mercato, l’incapacità di vedere la differenza fra un libero mercato (retto da poche norme generali) e un mercato nonlibero, «amministrato», di stampo corporativo. Non c’è soltanto l’abuso (una cospirazione ai danni dei consumatori, avrebbe detto Adam Smith) rappresentato dalla sorda lotta che avviene dietro le quinte — nei comitati in cui si sviluppa il lavoro quotidiano dell’Unione — fra gruppi di produttori in competizione fra loro, tesi a scaricare sui concorrenti i maggiori costi che derivano dalla necessità di adeguarsi alle norme europee (costi che, ovviamente, finiscono poi per gravare sui consumatori). C’è anche un’idea sbagliata sul rapporto fra Unione e democrazia. Talché, qualunque intrusione nella vita degli europei diventa lecita, dotata del necessario pedigree democratico, se porta il timbro del Parlamento europeo.

È in omaggio a questa idea che il Trattato di Lisbona ne ampliò le competenze. Peccato che il Parlamento europeo resti un’istituzione assai carente (per usare un eufemismo) sotto il profilo democratico. Forse i parlamentari europei credono sinceramente di avere avuto un «mandato» da parte degli elettori per impicciarsi, insieme al Consiglio e alla Commissione, delle loro vite. Formalmente è così ma nella sostanza no. La schiacciante maggioranza di coloro che li hanno votati lo ha fatto senza neppure sapere che cosa, una volta eletti, sarebbero andati a fare. Le scelte di voto dei pochi elettori che partecipano alle elezioni europee sono sempre motivate dalla volontà di manifestare ostilità oppure appoggio per il governo nazionale in carica nel Paese di ciascuno di loro. Il rapporto elettori-eletti del Parlamento europeo è viziato da questa circostanza. Da sola questa è un’ottima ragione per consentire con chi (come Antonio Armellini e Gerardo Mombelli in Né Centauro né Chimera, un recente, ottimo libro sull’Unione) pensa che sia giusto affiancare all’attuale Camera dei deputati europei, una seconda Camera che comprenda rappresentanti, essi stessi parlamentari, designati dai Parlamenti nazionali. Sarebbe una mossa condivisa tanto dai federalisti (come Armellini e Mombelli) che immaginano due Europe a diversi livelli di integrazione, quanto da coloro che auspicano, per l’Unione nel suo complesso, un futuro confederale. Non sarebbe, inoltre, solo un modo per conferire più equilibrio all’attività del Parlamento europeo. Una seconda Camera, non elettiva, aumenterebbe, paradossalmente, il tassodi rappresentatività di quel Parlamento: perché i Parlamenti nazionali, quelli sì, sono in regola (nella sostanza, non solo formalmente) sotto il profilo della rappresentanza democratica.

Per decenni la vulgata europea si è nutrita di idee poco verosimili. La principale era che l’integrazione europea avrebbe dovuto ripercorrere, e riprodurre, i processi mediante i quali, nei secoli passati, erano sorti dapprima gli Stati e le nazioni europee e poi si erano affermate le democrazie. A parte il fatto che i percorsi di formazione di Stati, nazioni e democrazie in Europa furono molteplici e assai diversi fra loro, quella vulgata mancava di fantasia. L’idea che quei processi e percorsi fossero replicabili su scala europea era inverosimile. Non solo non sorgerà alcuno Stato europeo, non solo la «nazione europea» non c’è e probabilmente non ci sarà in futuro, ma anche il progetto di una democrazia continentale appare irrealizzabile. Ideale da sempre accarezzato da ristrette élite cosmopolite (o sedicenti tali), non può essere fatto proprio dal grosso degli elettorati. Non è lecito equivocare sul sostegno che (per fortuna), e nonostante la crescita dei movimenti contrari all’Unione, la maggioranza degli europei continua a manifestare per l’Europa. Quel sostegno non va scambiato per una sorta di via libera a una integrazione politica che implichi un drastico depotenziamento delle democrazie nazionali a favore di una (immaginaria) democrazia sovranazionale. Nessuno, in realtà, vuole essere governato da persone che parlano una lingua che egli non conosce, per capire le quali ha bisogno dell’interprete.

Se non si vuole che i sovranisti vincano, sfasciando tutto, lasciandoci con tanti staterelli impotenti, e pronti, come nei secoli passati, ad azzuffarsi, staterelli che sarebbero in balia dei grandi Stati che oggi dominano il mondo, occorre cambiare registro, sbarazzarsi di diverse idee ricevute. Non abbiamo più bisogno di un’Europa impicciona, malata di dirigismo, né di un’Europa che scimmiotta la democrazia rappresentativa. Abbiamo invece bisogno di ridefinire il perimetro e i confini di ciò che spetta all’Europa e di ciò che spetta alle democrazie nazionali, dobbiamo mettere paletti, distinguere fra le poche — ma essenziali — cose di cui deve occuparsi l’Unione, e le tante da lasciare all’esclusiva competenza delle comunità locali e nazionali.

Angelo Panebianco

Corriere della Sera 19 febbraio 2017

http://www.corriere.it/cultura/17_febbraio_19/imballare-uovo-europa-ee6f3d8e-f606-11e6-a891-35892eecc6d0.shtml

Cresce (ma a rilento) l’occupazione in Europa

JOPPPL’occupazione in Europa cresce ma lentamente mentre l’Italia si piazza sopra la media Ue.

L’Eurostat certifica che continua la lenta ripresa dei posti di lavoro: nel terzo trimestre di quest’anno è aumentata nell’Eurozona dello 0,3% rispetto al periodo immediatamente precedente, mentre il progresso registrato nell’Ue a 28 paesi è pari allo 0,4%. In entrambi i casi, il numero di occupati (229,8 milioni di persone di cui 151,5 nei paesi con la moneta unica) è cresciuto rispetto allo stesso trimestre del 2014 dell’1,1%. Aumento trimestrale sopra la media per l’Italia (+0,4%) che arriva così a una crescita degli occupati dello 0,9% in un anno. 

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker avverte che la crisi non è finita. «Dal mio punto di vista, la crisi non è finita», afferma davanti al parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo per ascoltare le sue considerazioni sul futuro dell’Eurozona. «Bisogna andare avanti con la nostra agenda di riforme e investimenti» e «dare più legittimità e forza alle istituzioni comuni», aggiunge. Infatti, osserva durante il suo intervento, «molte persone restano senza lavoro e la ripresa è ancora fragile». Secondo Juncker, «il parlamento europeo è il parlamento dell’Euro, che è un progetto politico e ha bisogno di una vigilanza politica di responsabilità politica».

La Stampa

15 dicembre 2015

 

https://www.lastampa.it/2015/12/15/economia/cresce-loccupazione-in-europa-a-novembre-77dQu7dEarkKUcpkT2fFnJ/pagina.html

 

L’Europa salvata dai ragazzi di Erasmus

Let the next generation speak up for Europe

erasmus“I was mad at you,” says Mario, an Italian student. He was angry about a column I wrote just after the European elections in May arguing that to choose Jean-Claude Juncker as president of the European commission was the wrong answer to the continent-wide discontent those elections revealed.

Well, as the commission president, Juncker, proposes a prestidigitated investment package to boost the European economy, and the former Polish prime minister Donald Tusk prepares to chair his first summit of EU heads of government, it’s worth asking again who is going to save the European project. My answer: it will not be saved without the more active engagement of Mario and his contemporaries – the Erasmus and easyJet generation.

Of course, the rescue also requires good policies from above. But Super Mario – that’s Draghi, chairman of the European Central Bank, not Balotelli, the Instagram footballer – can’t do it on his own, even with another €1tn on his balance sheet. It needs young Mario too.

I have never known a time when there was so much intellectual pessimism about the future of the EU among those (including myself) who have been its ardent supporters. Here are three big reasons for this pessimism. First, the eurozone. Loukas Tsoukalis, a pro-European expert, notes that “the design was wrong, and so was membership”. Too many, too diverse economies were hitched together in a common currency without a common treasury. These fundamental design flaws have been exacerbated by German-led austerity policies, which underestimate the differences between national economic cultures, and the need for more investment and demand.

Second, the politics. Election after election, opinion poll after opinion poll, has revealed that European voters are deeply disillusioned with their current politics and political elites. That expresses itself both in more apathy and in more votes for anti-establishment, anti-system parties of every colour – from Hungary’s Jobbik and France’s Front National, through Britain’s Ukip, and Germany’s Alternative for Germany, all the way to Italy’s Five Star Movement, Spain’s Podemos and Greece’s Syriza.

If this is so within the member states of the EU, how much more is it true of the European institutions? Planet Brussels has become the showcase example of remote elites. The television shots from European summits show endless middle-aged men in suits getting in and out of large black cars.

Despite direct elections to, and enhanced powers for, the European parliament, there is scant sense of popular representation. And there is no pan-European political theatre. Fewer than 500,000 Europeans watched any of this spring’s three pan-European televised debates between the main party groupings’ Spitzenkandidaten (lead candidates) for the post of European commission president, whereas more than 67 million Americans watched the first US presidential debate between Barack Obama and Mitt Romney in 2012.

This brings me to a third ground for gloom: there is no shortage of manifestos, plans and books dedicated to saving the European Union, but most of them are written by people the wrong side of 50. Appeals for more “leadership” pour from retired leaders, who imply that everything was better in their day.

I see few proposals coming from the generation of young Mario. On the face of it, this is odd, because his is the first generation to have enjoyed Europe as a single space of freedom, from Lisbon to Tallin and Athens to Edinburgh. When I invited suggestions for this column on Twitter, Dan Nolan replied: “Compulsory Erasmus for all”.

He linked to an interview with Umberto Eco in which that great sage argued that the university exchange programme Erasmus “has created the first generation of young Europeans. I call it a sexual revolution: a young Catalan man meets a Flemish girl – they fall in love, they get married and they become European, as do their children. The Erasmus idea should be compulsory – not just for students, but also for taxi drivers, plumbers and other workers.”

Quite what the priest Desiderius Erasmus of Rotterdam would make of becoming a synonym for sexual revolution I’m not sure, but there is something in this. There is a lived, everyday Europe of transnational intermingling. In the EU-wide Eurobarometer opinion polls, the most popular answer to the question “What does the EU mean to you personally?” is “freedom to travel, study and work anywhere in the EU”.

Although those who “tend to distrust” the EU outnumber those who “tend to trust” it by nearly two to one, the younger the respondents, the more likely they are to express trust – though that’s still only 46% of 15- to 24-year-olds. One in two young people in Greece and Spain are unemployed, and they can reasonably ask: “What has Europe done for me lately?”

Nonetheless, there are many young Europeans – including a whole post-1989 cohort of central and east Europeans – who have been great beneficiaries of the European project. Yet we hardly hear their voices on Europe. In part, I think this is precisely because they already have the Europe that earlier generations aspired to.

They like Europe, but it is not their great cause or dream. Instead, they become passionate about other issues and places: the environment, sexual equality, global poverty, animal rights, online freedom, climate change, China, Africa. If the basic freedoms they value in the EU were suddenly revoked, they would surely mobilise to defend them – but Europe’s decline, if it happens, is probably not going to be like that. The institutions will remain, but gradually be hollowed out, like those of the Holy Roman Empire. There may be no sufficiently dramatic wake-up call until it is too late. (For some east Europeans, Vladimir Putin is that wake-up call, but apparently not for most west Europeans.)

Yet I also think we older Europeans don’t ask them often enough what kind of Europe they want. I was recently asked by a European academic institution to participate in formulating a new version of the Schuman declaration, the seminal 1950 proposal for the first steps to today’s EU. I replied that I thought we would do better to ask the post-89er, Erasmus generation. The last I heard, this institution was planning to approach a clutch of former European heads of state to draft such a declaration.

Well, good luck with that. Another one of those is just what we need.

So I’m really grateful to young Mario for caring enough to be mad at me. Go on, be angry. Be mad at us. But change Europe. It needs it.

Timothy Garton As The Guardian, Sunday 7 December 2014

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/dec/07/europe-brussels-european-eu?CMP=share_btn_tw

“L’Europa salvata dai ragazzi di Erasmus”,

di Timothy Garton Ash
Mario, studente italiano, mi dice che ce l’aveva con me. Si era arrabbiato per l’articolo che scrissi dopo le europee di maggio, in cui criticavo la candidatura di JeanClaude Juncker alla presidenza della Commissione europea definendola la risposta più sbagliata al diffuso scontento emerso da quell’elezione. Ora che Juncker tira fuori dal cilindro un pacchetto di investimenti a sostegno della traballante economia europea e l’ex primo ministro polacco Donald Tusk si prepara a presiedere il primo vertice dei capi di governo dell’Ue, vale la pena di tornare a chiedersi chi salverà il progetto Europa. La mia risposta è che non si può salvare senza un più attivo coinvolgimento di Mario e dei suoi contemporanei, la generazione Erasmus e Eeasyjet. Ovviamente il salvataggio esige anche valide politiche dall’alto. Ma Super Mario cioè Draghi, il presidente della Bce, non può farcela da solo, neppure con un altro migliaio di miliardi di dollari in bilancio. Serve anche il giovane Mario. Non ho mai visto tanto pessimismo intellettuale riguardo al futuro dell’Ue tra chi (come me) ne è stato appassionato sostenitore. Le cause sono principalmente tre. Innanzitutto l’Eurozona. Loukas Tsoukalis, autorità in materia, nonché filoeuropeo, osserva che «il progetto era sbagliato tanto quanto le adesioni».
Troppe economie, troppo eterogenee, legate da una valuta comune senza fondi comuni. Questi fondamentali difetti di fabbrica sono stati aggravati dalla politica di austerità a guida tedesca che sottovaluta le differenze tra le culture economiche nazionali e la necessità di maggiori investimenti e di aggregazione della domanda all’interno dell’Ue. La seconda causa di pessimismo è la politica. Elezione dopo elezione, sondaggio dopo sondaggio, è emersa la profonda delusione degli elettori. Essa trova espressione sia in una maggiore apatia che nel successo elettorale dei partiti anti-sistema di ogni colore – dallo Jobbik in Ungheria al Fronte Nazionale francese passando per l’Ukip britannico e il tedesco Alternativa per la Germania fino al Movimento 5Stelle italiano al Podemos spagnolo e al Syriza greco.
Lo scontento nei confronti delle istituzioni europee supera quello a livello nazionale. Il pianeta Bruxelles è diventato simbolo della distanza tra élite politiche e cittadinanza. Benché il Parlamento europeo sia a elezione diretta e gli siano stati attribuiti maggiori poteri, l’impressione è di una rappresentanza popolare scarsa. E non esiste un’arena politica pan europea. I tre dibattiti televisivi tra gli Spitzenkandidaten, i principali candidati dei raggruppamenti partitici europei per il seggio di presidente della Commissione, sono stati seguiti da meno di 500.000 spettatori, mentre l’audience del primo dibattito tra i candidati alla presidenza Usa Barack Obama e Mitt Romney nel 2012 era sopra i 67 milioni.
Questo mi porta alla terza triste considerazione. Non mancano i manifesti, i progetti e i libri mirati al salvataggio dell’Unione Europea, ma in massima parte sono scritti da persone che si collocano dalla parte sbagliata dello spartiacque anagrafico dei 50 anni. Un valanga di appelli a rafforzare la “leadership” vengono da leader in pensione con l’idea che ai loro tempi le cose andassero meglio.
Vedo poche proposte da parte della generazione del giovane Mario. È strano, perché la sua è la prima generazione che ha vissuto l’Europa come unico spazio di libertà da Lisbona a Tallin, ad Atene, a Edimburgo. Ho chiesto su Twitter dei suggerimenti per questo articolo e qualcuno ha risposto «parla dei bambini nati da Erasmus ». Dan Nolan ha aggiunto «Erasmus obbligatorio per tutti», facendo riferimento all’intervista in cui Umberto Eco, il grande saggio, sostiene che «l’Erasmus ha dato vita alla prima generazione di giovani europei ed ha segnato una rivoluzione sessuale: un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga; i due si innamorano, si sposano e diventano europei, come pure i loro figli. L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i tassisti, gli idraulici e i lavoratori».
Non sono proprio certo che il religioso Desiderius Erasmus da Rotterdam apprezzerebbe il fatto di essere sinonimo di rivoluzione sessuale, ma davvero esiste una realtà quotidiana vissuta così, un amalgama transnazionale. Nei sondaggi Eurobarometer condotti in tutta l’Ue la risposta più comune al quesito «che cosa significa per te l’Ue?» è «libertà di viaggiare, studiare e lavorare in tutti i Paesi dell’Unione». Anche se coloro che tendenzialmente non hanno fiducia nell’Ue sono quasi il doppio rispetto a quelli che tendono a riporvi fiducia, quest’ultima cresce col diminuire dell’età degli intervistati. Ad essere fiduciosi sono solo il 46% dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Un giovane su due in Grecia e in Spagna è disoccupato e può a buona ragione domandarsi «cosa ha fatto per me l’Europa ultimamente? ».
Ciò nonostante sono numerosi i giovani — incluso un intero esercito di cittadini dell’est e del centro Europa post-1989 — ad aver tratto grande beneficio dal progetto europeo. Ma la loro voce in Europa si sente poco. In parte, credo, è proprio perché hanno già a disposizione l’Europa cui aspiravano le generazioni precedenti. Amano l’Europa ma essa non è la loro causa, il loro sogno. Ad appassionarli sono altre tematiche, altri luoghi: l’ambiente, la parità sessuale, la povertà globale, i diritti degli animali, la libertà di Internet, il cambiamento climatico, la Cina, l’Africa. Se le libertà fondamentali che apprezzano nell’Ue venissero improvvisamente revocate, senza dubbio si mobiliterebbero per difenderle — ma il declino dell’Europa, se ci sarà, probabilmente non porterà a questo. Le istituzioni resteranno, ma gradualmente si svuoteranno, come quelle del Sacro Romano Impero. Forse non sarà lanciato un allarme serio finché non sarà troppo tardi. (Per alcuni est europei il campanello d’allarme è Vladimir Putin, ma a quanto sembra non per la maggior parte degli europei dell’Ovest).
Però io sono anche del parere che noi europei più anziani non chiediamo ai giovani con frequenza e insistenza sufficiente che tipo di Europa essi vogliano. Qualche tempo fa sono stato contattato da un’istituzione europea che voleva verificare la mia disponibilità a partecipare alla formulazione di una nuova versione della dichiarazione di Schuman, che nel 1950 pose le basi di quelli che sarebbero stati i primi passi del cammino verso l’Ue odierna. Ho risposto che era meglio chiedere alla generazione post ‘89, alla generazione Erasmus. A quanto ne so l’istituzione ha in programma di contattare un gruppo di capi di Stato per redigere questa nuova dichiarazione. Buona fortuna. Abbiamo giusto bisogno di un’altra cosa del genere.
Sono quindi davvero grato al giovane Mario che si è dato la pena di arrabbiarsi con me. Forza, arrabbiatevi. Prendetevela con noi. Ma cambiatel’Europa. Bisogna farlo. ( Traduzione di Emilia Benghi)
la Repubblica 9 dicembre 2014
Timothy Garton Ash is a historian, political writer and Guardian columnist. His personal website is http://www.timothygartonash.com

http://www.theguardian.com/profile/timothygartonash

 

Stiamo tornando all’ 800?

pikkLa barba non ce l’ha e il soprannome di novello Marx affibbiatogli dall’Economist se lo è aggiudicato con il titolo del suo libro “Il capitale del XXI secolo” (Bompiani) e con il merito di aver riportato il dibattito economico sulle disparità tra ricchi e poveri. Un divario che l’economista francese giudica incolmabile perché chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco perché il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale (Pil) e del reddito, con buona pace di chi vive di solo stipendio. Per di più, in uno scenario come quello europeo, in cui l’economia non cresce, sarà facilissimo per chi vive di rendita mantenere la propria posizione di preminenza. La via d’uscita suggerita da Thomas Piketty è la tassazione progressiva dei grandi patrimoni accompagnata da una politica almeno europea, se non mondiale, capace di smascherare chi vuole celare la propria ricchezza. Come? Con una lotta senza quartieri ai paradisi fiscali e con norme severissime sull’evasione.
Per lei la crescita della ricchezza di pochi a danni di molti è inarrestabile perché il capitale cresce sempre più in fretta dell’economia reale. “Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio”. Come si potrebbe ridistribuire la ricchezza?
“Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita. Il paradosso del matrimonio rappresenta una visione cinica della vita, ma per quanto uno studente possa investire sul suo futuro non potrà mai raggiungere la ricchezza di chi ha ereditato un patrimonio. E così se la sua ambizione è diventare ricco, farà meglio a sposare una ragazza senza qualità, né bella né intelligente, ma molto ricca. L’unica soluzione è quella di ripristinare la meritocrazia, altrimenti nei Paesi a crescita demografica vicina allo zero o negativa le eredità avranno un peso sempre maggiore”.
Una forma di ridistribuzione potrebbe essere il salario minimo: è davvero utile o è solo una battaglia d’immagine che rischia di livellare gli stipendi verso il basso?
“Il salario minimo serve davvero. È un ottimo strumento per avviare la ridistribuzione del reddito, ma da solo non basta. Resto convinto che servano soprattutto investimenti nella formazione dei lavoratori, altrimenti il provvedimento resterebbe lettera morta e si avrebbe un livellamento verso il basso. Di certo bisogna trovare nuove formule di negoziazione contrattuale. E anche il ruolo dei sindacati è destinato a cambiare.”
I rappresentanti dei lavoratori sono ancora importanti? In Italia sono spesso all’angolo.
“Io credo siano molto importanti, basterebbe guardare al ruolo che hanno in Germania con la cogestione e la presenza all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Servono leggi che aumentino le responsabilità dei rappresentati dei lavoratori, in modo da renderli anche più consapevoli. In Francia è stata approvata una legge in questo senso, ma gli imprenditori si sono ribellati e così ai rappresentati dei lavoratori nei consigli di amministrazione spetta solo un posto ogni venti consiglieri: una legge così non serve a molto”.

Dal salario minimo, al tetto di 240mila euro agli stipendi per i manager pubblici. Può servire?
“Certo, ma non solo nel settore pubblico. Un provvedimento del genere, però, ancora una volta, andrebbe coordinato a livello europeo. Oltre certo soglie alcuni stipendi non hanno proprio senso. E poi non si può valutare un manager solo sulla base dei risultati in Borsa e sull’utile. Andrebbe valutato anche per il numero di posti di lavoro che crea per esempio”.
Per Adriano Olivetti “nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Lei ha mai pensato quale dovrebbe essere il giusto rapporto?
“No, ma penso che l’intervento migliore sarebbe sul livello di tassazione. Negli Stati Uniti, tra il 1930 e il 1980, il tasso marginale d’imposta sui redditi più elevati è stato in media all’82% con punte superiori al 90% e di certo non ha ucciso il capitalismo americano, anzi la crescita economica di quegli anni è stata molto più forte che dal 1980 a oggi. Quando è arrivato Ronald Reagan e il tasso marginale è passato dal 1980 al 1988 dal 70% al 27%”.
…..
Nella Legge di Stabilità italiana ci saranno due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola. Sarà inserita pure una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali. E’ la strada giusta?
“Di certo è meglio dell’austerity. E’ un segnale importante, perché si torna a spendere e la crescita si fa con gli investimenti, ma purtroppo la soluzione non può arrivare solo dall’Italia perché questo non è un tema solo italiano. La crescita della Germania sta rallentando e l’Europa è ferma, c’è stata troppa austerity. Serve un cambio di regole a livello europeo: tutto è incentrato sui parametri di Maastricht che sono stati decisi a priori senza un voto del Parlamento. All’Eurozona serve fiducia e senza democrazia non ci può essere fiducia”.
Sta dicendo che i parametri di Maastricht su debito e deficit sono sbagliati?
“Sto dicendo che sono stati fissati in modo sbagliato, senza un intervento del Parlamento europeo. E poi sono convinto che l’Eurozona vada ripensata. Come possiamo avere una moneta unica e poi 18 deficit diversi, 18 debiti pubblici diversi? Come è possibile creare fiducia quando ci sono Paesi che pagano meno dell’1% di interessi sul loro debito pubblico e altri che ne pagano il 4 o 5%? A questi livelli di debito l’uno percento in più o in meno equivale a un punto in più o meno di Pil: stiamo parlando di più dell’intero budget destinato alle scuole e alle università francesi. Gli Stati devono capire che se vogliono creare fiducia non possono più fissare paletti in anticipo senza che ci un voto del Parlamento europeo”.
Nel suo libro, lei chiede più trasparenza sui redditi e sulla ricchezza privata, in modo da mettere i governi in grado di contrastare la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Come si potrebbe ottenerla in un’Europa i cui principali Stati hanno tutti un piccolo paradiso fiscale a disposizione?
“Ancora una volta la risposta è la stessa: serve un’azione coordinata di tutti i Paesi per ridurre questa patina di opacità. Eppure qualcosa sta cambiando. In Svizzera è caduto il segreto bancario e la Ue sta attuando una stretta sull’elusione fiscale. Mi spiace solo che per arrivare a questo punto si siano dovute aspettare le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti delle banche svizzere, altrimenti, probabilmente non sarebbe successo nulla. Bisognerebbe istituire della sanzioni commerciali sia per i Paesi che per i soggetti che sfruttano queste falle nel sistema”.
Davvero solo una guerra potrebbe allentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri?

“No, una guerra no, ma delle pesanti sanzioni commerciali sì”.
Per molti il suo libro è un manifesto politico. Ha ambizioni di questo tipo?
“No, assolutamente. La mia ambizione è studiare e scrivere. Ho il massimo rispetto per chi fa politica, ma non è il mio mestiere. Voglio cercare di far circolare le idee: credo che sia il miglior modo in cui posso aiutare la democrazia”.
Lei però è diventato il simbolo del movimento 99% e di Occupy
“Non so se sono un simbolo, mi fa piacere però pensare di aver contribuito a creare coscienza e conoscenza. Il mio intento era quello di scrivere un libro accessibile a tutti, un libro democratico che raccontasse la verità”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/10/08/news/la_rivoluzione_di_piketty_s_al_salario_minimo_un_tetto_europeo_e_supertasse_per_gli_stipendi_dei_manager_sanzioni_commerc-97663942/?ref=HREC1-21

Thomas Piketty

http://piketty.pse.ens.fr/fr/

 

Europa: lo spread generazionale

giovvvC’è uno spread, un altro, che si aggira per l’Europa: lo spread generazionale. È quello che unisce Italia, Grecia e Cipro da una parte; e Paesi come la Francia, la Germania, il Regno Unito e la gran parte delle nazioni del centro-nord Europa (ma anche Spagna e Portogallo) dall’altra. I primi impongono un limite di 25 anni di età per la candidatura al Parlamento Europeo; i secondi stabiliscono che un cittadino che ha raggiunto la maggiore età può tranquillamente essere elettore ed eletto. Poi ci sono alcune vie di mezzo: un drappello di Stati dell’ex blocco orientale e le Repubbliche Baltiche che prevedono per l’elezione età differenziate fra i 21 e i 23 anni. Va infine segnalata una felice eccezione: l’Austria, che stabilisce i canonici 18 anni per essere eletti ma consente anche ail 16enni di esprimere il proprio voto.

I sistemi elettorali sono stabiliti autonomamente dai singoli Paesi e devono solo rispondere a due criteri generali comuni a tutta l’Unione: che il suffragio sia universale, ovvero che tutti i cittadini maggiorenni possano votare senza restrizioni; e che la ripartizione dei seggi sia su base proporzionale. Ogni nazione ha scelto se definire una soglia di sbarramento (l’Italia ce l’ha) e ha stabilito le date del voto, variabili tra il 22 e il 25 maggio (da noi, come nella maggior parte delle nazioni, si vota nell’unica giornata di domenica 25). E, appunto, ha previsto eventuali limitazioni anagrafiche sull’eleggibilità.

Ma c’è un ragionevole motivo per stabilire che sotto i 25 anni non si possa rappresentare degnamente il proprio Paese? Basterebbe scorrere l’elenco di tutti gli eurodeputati che hanno rappresentato l’Italia fino ad oggi per rendersi conto che non è l’età a fare la differenza e che di impresentabili over 25 ne abbiamo mandati parecchi dalle parti di Strasburgo e Bruxelles. È allora una questione di esperienza? Anche questo è discutibile. Sono le storie individuali a fare il valore di un deputato, non la sua carta di identità (meglio un giovane volenteroso e incensurato o un navigato politico con carichi pendenti?). Mark Zuckerberg, Larry Page, Sergey Brin e prima di loro Bill Gates o Steve Jobs hanno dato vita a società come Facebook, Google, Microsoft e Apple quando erano rigorosamente under 25. Hanno creato impresa e posti di lavoro e hanno messo la loro creatività al servizio dello sviluppo. Se fossero stati italiani avremmo dovuto dire loro: sì, va bene, hai messo in piedi una società che fattura milioni, ma per noi sei troppo immaturo per rappresentarci in Europa.

Del resto, in casa nostra facciamo anche di peggio: abbiamo un Senato dove si può essere eletti solo a 40 anni, e dove di conseguenza anche il nostro attuale presidente del Consiglio sarebbe immaturo per entrare, e per cui addirittura si può votare solo a 25 anni compiuti. A 18 anni puoi aprire una società, mettere su casa e famiglia, se hai un reddito sei chiamato giustamente a pagare le tasse. Puoi arruolarti nell’esercito, partire per una missione all’estero e magari lasciarci la pelle, che poi al rientro la salma viene accolta in forma solenne a Ciampino con il tricolore e la banda militare e diventi pure un eroe della Patria. Ma non puoi votare per il Senato, perché quella stessa Patria non ti ritiene sufficientemente maturo per farlo.

……

“Andare a votare merita il nostro tempo ed il nostro sforzo”

gneuCari cittadini, ci accingiamo ad eleggere il nuovo Parlamento dell’Unione europea. Quest’anno la nostra voce conterà più che in passato: per la prima volta la potremo impiegare per influire significativamente sulla scelta di chi guiderà la Commissione europea verso il futuro – si legge nell’appello al voto dei Presidenti della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, della Repubblica Federale Tedesca Joachim Gauck e della Repubblica di Polonia Bronislaw Komorowski – Allo stesso tempo, i nuovi membri del Parlamento Europeo avranno una responsabilità crescente nell’ambito del processo di formazione delle leggi. Ciò che faranno sarà importante per tutti noi e per ciascuno di noi europei”….

Siamo in larga maggioranza consapevoli dei vantaggi, concreti e quotidiani, che ci vengono dall’appartenenza all’Unione Europea. Oggi sono dati per scontati le libertà e i diritti fondamentali. Non dovrebbero essere considerati come acquisiti una volta per tutte. Essi devono essere invece costantemente riaffermati e difesi” – hanno proseguito i tre Presidenti – per questo “andare a votare merita il nostro tempo ed il nostro sforzo“. –

“Ormai da tempo si è affermato uno stile di vita europeo al quale la maggior parte di noi non intende rinunciare. Essere cittadini europei significa oggi poter vivere, lavorare ed esercitare un’attività imprenditoriale dovunque, all’interno dei confini dell’Unione – si legge sempre nell’appello – Significa poter viaggiare senza controlli alle frontiere e, spesso, senza neppure la necessità di dover cambiar moneta. Significa poter studiare a Varsavia, Roma, Berlino ed in qualsiasi altra città in Europa. Significa poter esprimere il proprio punto di vista liberamente, sempre e dovunque. Essere europei significa, in definitiva, essere liberi”.

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Appello-al-voto-dei-presidenti-Napolitano-Gauck-e-Komorowski-9847aa6a-39d2-40a4-913f-bc1dcd6b7256.html

“L’Europa che vogliamo”

eleurop14Domenica si vota per il “Parlamento europeo”. Rigorosamente tra virgolette. Infatti non è un vero parlamento e non è davvero europeo. Vediamo. Nessuno Stato che esibisse come parlamento l’assemblea di Strasburgo, con i suoi limiti di autorità e potestà legislativa, senza un governo da votare, controllare e sfiduciare, potrebbe infatti passare il test preliminare di democrazia. Sicché, una volta insediato, i media di tutto il mondo si disinteressano quasi totalmente di ciò che accade in quell’esoterico emiciclo. Né si tratta di un’elezione europea in cui ognuno di noi sceglie i suoi deputati a prescindere dallo Stato di origine. Semmai, di 28 scrutini nazionali. Su liste composte in base a logiche domestiche nei diversi paesi dell’Ue, cui seguono molto virtuali campagne elettorali, centrate sui temi che interessano le opinioni pubbliche locali. Le quali lo considerano un voto nazionale di serie B, un test in vista del vero voto politico, quello interno.
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È moda prendersela con i “populisti”. …..

Se vogliamo dare un senso a queste elezioni, anche se queste elezioni un senso non ce l’hanno, è d’obbligo azzardare una risposta.
Il problema dell’Europa sta nell’offerta non nella domanda. Non serve sdegnarsi per il senso di noia o financo di deprecazione di cui la sfera semantica di questo termine si è sovraccaricata. Nessuno pare in grado di determinare in modo univoco che cosa significhi Europa, quale spazio geografico designi, di quali istituzioni debba dotarsi, quali obiettivi debba perseguire per i suoi cittadini e quale funzione possa svolgere nel mondo. Ciascuno ne coltiva idee diverse, più spesso nessuna idea. Perché nessun leader europeo pensa che questo esercizio possa portargli vantaggio. Anzi, a mostrarsi pro-europei i voti si perdono — giurano tutti (in privato).
È davvero così? Lo è senz’altro, se si scambia per pro-europeo il vuoto europeismo retorico, con i suoi discorsi della domenica recitati al modo ottativo intorno agli Stati Uniti d’Europa e ad altri magnifici ideali mai definiti, senza una road map verificabile. Ma non si può solo moralizzare intorno al “dover essere”, magari non credendo nemmeno alle proprie parole. Come si può chiedere a un cittadino elettore di entusiasmarsi per qualcosa che non siamo nemmeno in grado di definire?
In che senso possiamo considerare democratico un insieme in cui le decisioni che contano vengono prese non dal Parlamento o dalla Commissione, ma nelle sedute segrete notturne dei capi di governo che si aprono al tramonto con l’aperitivo, si concludono con il cappuccino dell’alba, alle quali seguono 28 conferenze stampa parallele in cui ogni leader si rivolge al suo elettorato per raccontare la sua verità sugli esiti di un negoziato di cui nemmeno gli storici futuri potranno scandagliare i percorsi, visto che non ne esiste uno straccio di verbale? In questo modo non si costruisce una democrazia
europea. In compenso, si delegittimano quelle nazionali — anche di qui il rifiorire dei secessionismi in Spagna, in Gran Bretagna, in Italia e altrove — e si attacca alla radice l’albero della politica.
A Bruxelles e dintorni resta in auge il precetto del grande europeista Jacques Delors, per cui «l’Europa avanza mascherata ». Forse, ai suoi tempi. Ma oggi il velo del pudore europeista contribuisce a farci arretrare verso inconfessabili — o invece agognati? — fortilizi feudali e corporativi, verso sempre disastrosi nazionalismi. Il “populismo” riflette la sfiducia dei leader europei nei loro elettori: perché dovrei fidarmi di chi non si fida di me?
Si può sperare in non troppo future elezioni per il Parlamento europeo, senza virgolette? Si deve. La deriva antipolitica non si ferma da sola. Per invertire la rotta, orientandola verso una democrazia europea, dunque verso uno Stato europeo a tutto tondo, prodotto da chi lo vuole e lo può erigere, occorre che ciò che resta delle democrazie e dei parlamenti nazionali produca un disegno possibile, non per aggirare il consenso, ma per coagularlo. Scopriremmo forse che, coinvolti in un progetto d’Europa, noi europei ne premieremmo gli artefici con il nostro voto. L’alternativa non è lo status quo, che non esiste. Galleggiare a lungo nel mare dell’antipolitica è illusione. E naufragarvi non sarebbe dolce.

Lucio Caracciolo

La Repubblica 22.05.14

http://www.manuelaghizzoni.it/2014/05/22/leuropa-che-vogliamo-di-lucio-caracciolo/

 Se i cittadini contano di più nella scelta del Presidente

Il nuovo Trattato di Lisbona, infatti, prevede che il presidente della Commissione venga scelto dai capi di Stato e di governo ma, aggiunge,«tenendo conto» dei risultati delle elezioni europee. Sono stati i partiti politici europei e gli eurodeputati uscenti a forzare l’interpretazione del Trattato, dichiarando che toccherà al Parlamentoesprimere il candidato alla presidenza della Commissione. E poiché hanno in mano l’ arma del voto di fiducia, la loro scelta difficilmente potrà essere disattesa dai capi di governo….

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Se i cittadini contano di più nella scelta del presidente