I RISCHI DI CHI DECIDE SENZA DELIBERARE

 

demdirLa crisi economica ha cambiato il carattere e lo stile delle democrazie europee. Ha messo in discussione il rapporto tra deliberare e decidere facendo pendere il piatto della bilancia dalla parte degli esecutivi, come ha ricordato Marc Lazar su questo giornale. L’amichevole inimicizia tra deliberazione e decisione è proverbiale nella democrazia, che i detrattori hanno per secoli identificato con la perdita di tempo in chiacchiere, il troppo deliberare e poco decidere. Queste sono le opinioni ingenerose e non provate dei suoi detrattori. La decisione nelle democrazie è un momento finale, mai ultimo, di un processo deliberativo al quale partecipa, direttamente e indirettamente, un numero ampio di soggetti, singoli e collettivi. Nei governi rappresentativi la deliberazione è un gioco complesso che si avvale sia della selezione dei rappresentanti sia di un rapporto permanente del Parlamento con la molteplicità delle opinioni che animano la società. Se le elezioni concludono temporaneamente il flusso deliberativo, la discussione non è tuttavia mai interrotta né lo sono la riflessione ragionata del pubblico e l’influenza che i cittadini cercano di esercitare sulle istituzioni. La deliberazione non ostacola o ritarda la decisione, quindi, ma la incalza, la prepara e la cambia.

I pensatori democratici si trovano in disaccordo sull’intensità di questa tensione e sull’ampiezza dell’apporto deliberativo a elezioni concluse. Quarant’anni fa, nel 1975, la Commissione Trilaterale (ispirata da Samuel Huntington) pubblicava il suo primo rapporto sulla “governabilità” nei Paesi occidentali dal titolo eloquente, “La crisi della democrazia”. Il rapporto diceva, in sostanza, che la governabilità è messa a rischio dalla troppo ampia deliberazione, dai movimenti per i diritti civili e sociali e dalle richieste che questi rivolgono ai governi, i quali per mantenere il consenso dei cittadini sono indotti ad ampliare il loro intervento sociale così da generare una spirale di nuove richieste. Secondo Huntington, gli Stati democratici stavano perdendo autorità a causa del peso troppo forte rivendicato dal pluralismo sociale: era questa la crisi di governabilità decretata dalla Trilaterale, che suggeriva agli Stati occidentali (soprattutto quelli a democrazia parlamentare) di rafforzare gli esecutivi, deprimere lo stato sociale, contenere la contestazione e i movimenti. “Eccesso di democrazia” era il problema: come nel mercato così anche nella politica, un’alta partecipazione era indice di un forte bisogno; ma contrariamente al mercato, in politica questo attivismo era segno di instabilità. All’opposto stava l’apatia, indice di soddisfazione.

La concezione deliberativa della democrazia, associata a Jürgen Habermas e alla teoria critica francofortese, prese corpo proprio in quegli anni, discutendo sul significato della “crisi” e della governabilità, e contestando la visione minimalista del processo decisionale. Deliberare era più che votare; aveva un significato ampio, proprio come i critici della Trilaterale avevano temuto: la decisione per Habermas è una conclusione temporanea di un processo al quale in modo diretto e indiretto partecipa una pluralità di attori sociali e politici. Una società civile vibrante e non apatica è il segno non di una crisi di governabilità ma di una forte legittimità del sistema perché la decisione, ottenuta comunque a maggioranza, viene percepita da tutti non come un esito divisivo di una parte contro l’altra.

In Europa, la visione deliberativa ha caratterizzato la natura della democrazia nei decenni a partire dagli anni Settanta, mettendo a segno importanti risultati in termini di politiche sociali nazionali e di impulso alla costruzione dei trattati costituzionali dell’Unione Europea. Il suo declino, che la crisi economica ha accelerato, corrisponde oggi a un’impennata della volontà decisionale degli esecutivi sia nazionali che comunitari, e a un desiderio di allentare i lacci imposti dalla deliberazione, parlamentare e sociale, e di alleggerire l’impegno dei governi nelle politiche sociali. A livello europeo, questo cambio di passo è stato impresso dalla pratica dei trattati inter-governativi che hanno depresso la consuetudine comunitaria e, nello stesso tempo, esaltato il ruolo degli esecutivi degli Stati. La sterzata verso un federalismo di e tra esecutivi, con credenziali democratiche deboli, ha avuto un effetto a valanga negli Stati membri. La crisi sembra rilanciare il progetto della Trilaterale, dunque. Mette al tappeto la democrazia deliberativa decretando la centralità del potere di decisione dei governi centrali. Si tratta di vedere se la democrazia decisionista ci darà più efficienza nel rispetto dei fondamenti democratici, meno sprechi e meno corruzione, come promette di fare.

Nadia Urbinati

I RISCHI DI CHI DECIDE SENZA DELIBERARE
Repubblica 22 maggio 2015

La Trilaterale

http://trilateral.org/

J.Habermas

http://www.habermasforum.dk/

Democrazia? Non mi interessa…

 

Ecco un estratto dell’articolo di Eugenio Scalfari  pubblicato su Repubblica il 22 febbraio 2015

 

…. l’andamento nel mondo del concetto e della prassi della democrazia. C’è un sondaggio internazionale che ne parla ed è assai istruttivo e al tempo stesso molto preoccupante.

La democrazia partecipata, cioè col consenso del popolo e l’esercizio dei suoi diritti, è in forte declino. Questo fenomeno varia da paese a paese sia nelle forme sia nelle date in cui quel fenomeno ebbe inizio, ma il processo di decadimento è generale in tutti i continenti che compongono il nostro pianeta. Per noi il decadimento cominciò una trentina d’anni fa ed è andato aumentando nel ventennio berlusconiano ma, continua ad aumentare sempre di più. Il fenomeno si manifesta soprattutto in Occidente dove le democrazie partecipate sono nate e si sono sviluppate. Il sondaggio accenna anche alle cause che fanno da sottofondo al fenomeno ma in questo caso non si tratta più di sondaggio bensì di interpretazione dei sondaggisti. La causa si chiama indifferenza, soprattutto da parte dei giovani. O addirittura lo si può chiamare nichilismo. I giovani non si interessano alla politica né alla storia e al lascito di esperienze che il passato consegna al presente e si disinteressano anche del futuro.

Ovviamente non tutti i giovani sono indifferenti e nichilisti e non tutti gli indifferenti e nichilisti sono giovani, ma le dimensioni del fenomeno sono quelle già dette. Attenzione: non sono dei bamboccioni che vivono nelle braccia protettive di mamma e papà; sono giovani fattivi, arditi, creativi. Ma la democrazia partecipata non rientra nei loro interessi. A questo si deve aggiungere che alcuni (molti) governi approfittano di quest’indifferenza e addirittura la anticipano sottraendo diritti politici al tessuto costituzionale sicché, quand’anche la maggioranza dei giovani cambiasse atteggiamento, i diritti concernenti la democrazia partecipata non ci sarebbero più o sarebbero stati fortemente ridotti Consegno ai nostri lettori queste considerazioni. Se mi leggono questo è un segno che vedranno questo fenomeno con analoghe preoccupazioni. Quei diritti mi riguardano anche personalmente perché, pur essendo vecchio, ne usufruisco e vedendoli ridotti o aboliti anche io protesto e me ne dolgo.

La personalizzazione della politica

Un estratto dall’articolo di Ilvo Diamanti. “La democrazia per caso” – Repubblica 4 agosto 2014

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lesdLa personalizzazione della politica e dei partiti. È in atto dagli anni Ottanta. Interpretata da Craxi. E, in modo diverso, anche da Berlinguer. Ma ha conosciuto una forte accentuazione negli anni Novanta. Assieme alla fine della Prima Repubblica, fondata sui partiti (di massa). Allora si è sviluppato il rapporto diretto fra cittadini e leader. Soprattutto dopo la “discesa in campo” di Berlusconi. Che ha usato le (proprie) televisioni come canale di partecipazione e di consenso. Gli altri partiti si sono adeguati. O hanno cercato di farlo. Con maggiore o minore successo. Si è aperta così l’era dei “partiti personali”, la cui identità ed esistenza coincidono con quella del Capo. Sorti e scomparsi, oppure ridimensionati, insieme ai loro leader. Senza un leader capace di comunicare con gli elettori in modo “diretto”, è divenuto pressoché impossibile vincere le elezioni. Per questo il Centrosinistra, da ultimo il Pd, erede dei partiti di massa, ha sempre stentato ad affermarsi. E, ancor più, a durare. Fino all’arrivo di Renzi, appunto.

La stessa – contestata – mutazione “genetica” delle istituzioni democratiche ha origini lontane. Anche in questo caso, è dagli anni Novanta che si assiste alla progressiva presidenzializzazione dei governi, peraltro coerente con quanto avviene altrove in Europa (come ha sottolineato una ricerca di Poguntke e Webb). Da allora, infatti, tutti i capi dei governi territoriali sono eletti “direttamente”. Non solo i Sindaci, ma anche i Presidenti di Provincia e di Regione, rispondono direttamente ai cittadini. Allo stesso tempo, il peso politico dei Presidenti del Consiglio è aumentato, coerentemente con il loro legame “diretto” con i cittadini. Sottolineato dalla tendenza, consolidata, ad associare le coalizioni al candidato premier. Il cui nome è accostato al simbolo del partito, nelle stesse schede elettorali. Una consuetudine denunciata, da anni, da Giovanni Sartori come incostituzionale. Perché aggira le logiche della nostra democrazia. Parlamentare. Peraltro, anche il Presidente della Repubblica ha assunto un ruolo ben diverso da quel che eravamo abituati. Da Cossiga a Scalfaro, da Ciampi a Napolitano è divenuto un protagonista delle vicende politiche e istituzionali.

Infine, la concertazione. Il ridimensionamento del negoziato con i gruppi di interesse. Si era affermata negli anni Novanta, non a caso, nel vuoto politico e di governo lasciato dal crollo della Prima Repubblica. Ma, al tempo stesso, ha sottratto competenze e responsabilità alla politica e ai suoi attori. Oggi, però, i sindacati e le stesse associazioni imprenditoriali rappresentano sempre meno il mercato del lavoro. I sindacati: hanno una base composta perlopiù da pensionati e da impiegati pubblici. Mentre molti imprenditori si rappresentano da soli. E le loro organizzazioni si sono frammentate. Come il mercato.

Così, nel corso degli anni, l’Italia ha cambiato forma istituzionale e costituzionale. A metà fra presidenzialismo e premierato. Fra accentramento e federalismo. Senza disegni né riforme di sistema. Di fatto. Inseguendo emergenze continue e in-finite. Reagendo a spinte particolari e faziose. Chi accusa Renzi, oggi, di stravolgere la Costituzione dimentica, dunque, che ciò è già avvenuto. Da tempo. Almeno da vent’anni. E da vent’anni siamo divenuti una Repubblica “preterintenzionale”. Dove vige una democrazia ibrida, a metà fra personalizzazione ultrà e partecipazione diretta. Fra leaderismo e rete. Fra Tv e Web…….

http://www.repubblica.it/politica/2014/08/04/news/mappe_democrazia_per_caso-93071281/

 

La democrazia come bene pubblico

Abbiamo notato come sia molto difficile attribuire un valore preciso a un bene o un servizio pubblico e come esista il rischio che i suoi fruitori cerchino di non pagarlo. Quest’ultimo problema è noto in economia come free riding: approfittare di un servizio pubblico disponibile senza contribuire al suo pagamento (ad esempio, viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto). Se provassimo a traslare il ragionamento alla società italiana, ai problemi di disgregazione sociale, al disinteresse verso la cosa pubblica e le istituzioni, potremmo notare che in un certo senso anche la democrazia, la società, le istituzioni sono beni pubblici.

Tutti possiamo trarre beneficio da una società coesa, civile, rispettosa delle norme e delle persone. Non vi è rivalità nel suo consumo e nessuno può esserne escluso: addirittura si entra a farne parte per nascita, non occorre neppure una scelta. Basta essere vivi.

Ma proprio perché tutti possiamo beneficiare da una società e da una democrazia che funzionano bene, tutti rischiamo di darle per scontate, di essere incentivati a investire meno del necessario nel loro mantenimento, nella preservazione e nel miglioramento dei meccanismi che ne assicurano un buon funzionamento. O possiamo essere addirittura tentati di non parteciparvi.
Ma la decisione di non partecipare, presto o tardi, toglie a una società le risorse materiali e culturali essenziali per sopravvivere bene e crescere. Esattamente nello stesso modo in cui approfittare del trasporto pubblico senza contribuire al suo mantenimento con il pagamento del biglietto finisce per portare il servizio pubblico al collasso economico e costringe gli utenti a pagare un biglietto molto più caro per avere un servizio peggiore, con mezzi vecchi e mal tenuti………….

La nostra democrazia funziona, ma è indebolita dalla sfiducia e dal disinteresse. Non è il caso di rischiare di rimpiangerla come le cose di cui si riconosce il valore solo quando le si è perdute.


http://scelteconomiche.corriere.it/2014/02/10/democrazia-bene-pubblico/

La lezione di Pericle

ateneEcco una parte del celebre discorso di Pericle agli Ateniesi (461 a.C.): “Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi e per questo viene chiamato democrazia. Qui noi ad Atene facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia uguale per tutti […]; non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza […] e la povertà non costituisce un impedimento. Qui noi ad Atene facciamo così. […]; Un cittadino Ateniese non trascura i pubblici affari […]; ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato anche di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi […].  Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo ma inutile […]; e noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così…”

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/22/elezioni-2013-se-pericle-tornasse-prepotentemente-di-moda/508370/

La Costituzione, grande sconosciuta

costitLa Costituzione non è un codice di condotta, del tipo d’un codice penale, che mira a reprimere comportamenti difformi dalla norma. È invece la proposta d’un tipo di convivenza, secondo i principi ispiratori che essa proclama. Il rispetto della Costituzione non si riduce quindi alla semplice non-violazione, ma richiede attuazione delle sue norme, da assumersi come programmi d’azione politica conforme. L’Italia, o la Repubblica, “riconosce”, “garantisce”, “rimuove”, “promuove”, “favorisce”, “tutela”: tutte formule che indicano obiettivi per l’avvenire, per raggiungere i quali occorre mobilitazione di forze. La Costituzione guarda avanti e richiede partecipazione attiva alla costruzione del tipo di società ch’essa propone. Vuole suscitare energie, non spegnerle. Vuole coscienze vive, non morte. Queste energie si riassumono in una parola: politica, cioè costruzione della pòlis.

A differenza d’ogni altra legge, la cui efficacia è garantita da giudici e apparati repressivi, la Costituzione è, per così dire, inerme: la sua efficacia non dipende da sanzioni, ma dal sostegno diffuso da cui è circondata. La Costituzione è una proposta, non un’imposizione. Anche gli organi cosiddetti “di garanzia costituzionale” – il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale – nulla potrebbero se la Costituzione non fosse già di per sé efficace. La loro è una garanzia secondaria che non potrebbe, da sola, supplire all’assenza della garanzia primaria, che sta presso i cittadini che la sostengono col loro consenso. Così si comprende quanto sia importante la diffusione di una cultura costituzionale. L’efficacia del codice civile o del codice penale non presuppone affatto che si sia tutti “civilisti” o “penalisti”. L’efficacia della Costituzione, invece, comporta che in molti, in qualche misura, si sia “costituzionalisti”. Non è un’affermazione paradossale. Significa solo che, senza conoscenza non ci può essere adesione, e che, senza adesione, la Costituzione si trasforma in un pezzo di carta senza valore che chiunque può piegare o stracciare a suo piacimento.

Così, comprendiamo che la prima insidia da cui la Costituzione deve guardarsi è l’ignoranza. Una costituzione ignorata equivale a una Costituzione abrogata.……. È lecito il sospetto che sia ignota non solo a gran parte dei cittadini, ma anche a molti di coloro che, ricoprendo cariche pubbliche, spensieratamente le giurano fedeltà, probabilmente senza avere la minima idea di quello che fanno. La Costituzione, è stato detto, è in Italia “la grande sconosciuta”. Ma c’è una differenza tra l’ignoranza dei governanti e quella dei governati: i primi, ignoranti, credono di poter fare quello che vogliono ai secondi; i secondi, ignoranti, si lasciano fare dai primi quello che questi vogliono. Così, l’ignoranza in questo campo può diventare instrumentum regni nelle mani dei potenti contro gli impoten

 

http://www.repubblica.it/politica/2012/12/22/news/amare_costituzione-49258800/?ref=HREC1-1

Sicilia: più della metà degli elettori non ha votato

Fa una certa impressione vedere la partecipazione elettorale scendere sotto il 50%. Anche in una Regione, come la Sicilia, dove l’affluenza non è mai stata molto elevata, neppure in passato: 5-10 punti percentuali in meno rispetto alla media nazionale (e a volte anche oltre), a seconda del tipo di consultazione.

Però neppure in Sicilia, in passato, l’astensione era stata così alta. Da ciò la tentazione di decretare, in modo sommario, la crisi della democrazia e il distacco dei cittadini dalla politica. Valutazioni, peraltro, non del tutto ingiustificate. A condizione di chiarire il significato di questo comportamento. Perché l’astensione può avere ragioni diverse e perfino opposte. Alle elezioni presidenziali americane, ad esempio, l’affluenza alle urne, da oltre quarant’anni, non raggiunge il 60%. Ma è, anzi, più vicina al 50%. Senza che nessuno si sogni di parlare di democrazia in crisi e di crisi della democrazia. Al contrario. Un basso livello di partecipazione (non solo elettorale), secondo alcuni studiosi influenti (per tutti: Samuel Huntington), può venire letto come un atto di “fiducia” verso il sistema. Disponibilità ad “affidarsi” a chi è scelto dai cittadini. Mentre una partecipazione “troppo” elevata e accesa potrebbe complicare la “governabilità”.

Non è lo stesso in Italia, ovviamente. …

E il non-voto riflette indifferenza politica. Tuttavia, mai come in questa occasione, a mio avviso, l’astensione ha assunto un significato “politico”. Esplicito e preciso. Perché raccoglie, certamente, una componente “patologica” di disaffezione. Ma questa volta si associa alla  –  e sottolinea la  –  delegittimazione dei principali partiti, a livello regionale e nazionale. Per capirci: Pd, Pdl e Udc, insieme, superano di poco il 36% dei voti. Validi. Cioè: “rappresentano” meno di un elettore su cinque. (Pur tenendo conto del voto e di liste “personali” ai candidati presidenti).
Quel 52% di elettori che non si sono recati alle urne assume, per questo, un significato politico. Non va considerato, cioè, un non-voto. Ma un “voto”. È “il voto di chi non vota” (per citare il titolo di un volume del 1983, pubblicato dalle Ed. Comunità, a cura di Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino). Segnala la frattura nei confronti del sistema partitico della Seconda Repubblica. Questo

http://www.repubblica.it/politica/2012/10/30/news/mappe_maggioranza_non_elettori-45552661/