Se l’amore è un fattore geopolitico

geopolllIl mondo non risponde più ai comandi. Mai come oggi il potere è disperso in un pianeta senza centro, sovraffollato e turbolento. Certo, l’America resta il Numero Uno per la strapotenza militare,”l’esorbitante privilegio” del dollaro, l’innovazione tecnologica. Ma più che a un sovrano universale, somiglia a un primo della classe annoiato e irritato, preoccupato che meno dotati compagni gli copino il compito e gli rubino il voto. Dopo due decenni di retorica americana della globalizzazione, Donald Trump è più preoccupato di costruire muri e tagliare ponti per difendersi dal mondo che di consolidarvi ed estendervi l’impero americano. Perché «non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». Con ciò il presidente esprime un sentimento diffuso nell’America profonda. Quanto all’altro, originario ceppo dell’Occidente: l’Europa rischia la disgregazione, avviata dal voto britannico sul Brexit. Eppure solo un secolo fa era il centro del potere planetario. Nove decimi delle terre abitate erano rette da europei o loro discendenti. E l’umanità era segmentata in gerarchie razziali, con i bianchi europei in vetta e i neri (allora negri) in fondo all’abisso. Sulla competizione per il potere in questo mondo da sette miliardi e mezzo di anime si concentra a Genova, da domani a domenica, il quarto Festival di Limes. Titolo: “Chi comanda il mondo”. In altre parole: quale potenza dominerà questo secolo – ancora l’America? O toccherà alla Cina? O semplicemente a nessuno?
Vent’anni fa ci veniva spiegato che la storia è finita. Tipica espressione della vichiana «boria dei dotti». Oggi scopriamo che non solo non è finita, ma corre al galoppo. Proprio perché il mondo attuale è fuori sesto, ingovernabile da un solo centro di potere, vale la pena concentrarsi anche sulle passioni che lo agitano. A muovere attori e decisori non è solo né sempre il calcolo dell’utile. Le teorie della scelta razionale, per cui a motivarci è la valutazione dei costi e dei benefici che ci attendiamo dalle nostre azioni, non sono sufficienti a dar conto delle dinamiche geopolitiche che mettono in crisi paradigmi consolidati. Il segnale che ci viene dal Brexit e da Trump, dalle mischie etniche e dalle guerre a sfondo religioso, è che posta geopolitica decisiva è oggi l’identità. E non c’è identità senza amore di sé e della propria comunità: la patria. Altrimenti perché dovremmo distinguerci dagli altri?
Popoli e nazioni, o aspiranti tali, si battono per il diritto a preservare o affermare le rispettive idee di sé. Entriamo nel campo del sentimento. È l’amore per il proprio insieme – e/o l’odio per l’altrui – a motivare gruppi, comunità e nazioni nelle loro battaglie geopolitiche. Quando Trump proclama «Io amo l’America» o Putin si lascia andare alla commossa rievocazione delle glorie russe, in nome delle quali qualsiasi sacrificio è dovere, non è solo propaganda. Senza la sincera adesione a un sentimento patriottico è impossibile mobilitare il consenso necessario a qualsiasi potere, persino – o tanto più – se autoritario.
Ne sappiamo qualcosa noi italiani, usi a relegare l’amor di patria fra le retoriche del passato, con il risultato di renderci istintivamente disponibili alla guida altrui. Espressione di quella «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi» contro cui si scagliava Carlo Emilio Gadda nel suo Giornale di guerra e di prigionia. Non si intende la teoria e la prassi italiana del “vincolo esterno” – ovvero lasciamo che siano i virtuosi europei a imporci le giuste regole da cui spontaneamente scarteremmo – senza considerare questa anti- passione nostrana. Non stupisce che un paese indisponibile a rispettarsi sia poco rispettato. Proprio perché le passioni contano, pesano più che mai nelle opinioni pubbliche e orientano le scelte dei decisori più di quanto essi siano disposti ad ammettere, ne consegue che il mondo attuale è sempre meno prevedibile. Imbracarlo nelle teorie preconfezionate, nei modelli universali significa perderne di vista alcune tendenze di lungo periodo, espresse ad esempio nella letteratura. Si può intendere l’impero russo senza leggere Puškin, quello britannico scartando Conrad o quello americano trascurando il Fitzgerald del Grande Gatsby?
Nella geopolitica delle nazioni contemporanee la potenza dell’amore si rivela, fra l’altro, nel culto del proprio passato. Passione collettiva, non solo individuale. Per cui si riscoprono o si inventano antichissime, epiche genealogie, che confermerebbero il diritto di una comunità a questo o quello spazio. Sono simili passioni a muovere “il desiderio di territorio”, titolo dell’opera pionieristica di uno studioso francese delle identità, François Thual. Quindi anche la volontà di impero, che secondo lo storico americano William Langer – in polemica con le interpretazioni economiciste dell’espansionismo Usa – dimostra «la sopravvivenza nella società moderna di un’esausta mentalità feudal-militaristica, votata alla conquista per la conquista, senza specifico obiettivo o limite».
Questi sentimenti atavici contribuiscono a spiegare lo scarso fascino del cosmopolitismo e delle grandi utopie universali. Difficile amare tutti. Quando il patriottismo va fuori controllo, come capita nelle età di crisi, ne scaturisce il perfetto opposto: il nazionalismo esclusivo, xenofobo, talvolta razzista, che trasforma l’amore di sé in odio dell’altro. Le tracce di questa perversione sono oggi fin troppo visibili. Al potere dell’amore il Festival dedica la serata di sabato. A trattarne, la storica dell’antichità Eva Cantarella, la scrittrice Michela Murgia, il filosofo Umberto Galimberti, l’artista e cartografa di Limes Laura Canali, che insieme a un’antologia di carte geopolitiche espone la sua opera Le ali della farfalla. Per mostrare come «nel minestrone di questo nostro mondo, dove la geografia è il nastro trasportatore, esiste qualcosa di immutato»: i sentimenti che restano, come scriveva Marina Cvetaeva, «sempre uguali a se stessi», perché «ci sono stati ficcati dentro il petto come fiamme di una torcia».

LUCIO CARACCIOLO

la Repubblica 2 MARZO 2017

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LIMESFESTIVAL

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L’inno bistrattato di Mameli «provvisorio» da 70 anni

 
innoOmbretta Colli e il complesso jè-jè «Gli Ambulanti», una sera stramba di tanto tempo fa in una discoteca di Como, ne fecero una canzonetta e invitarono tutti a ballarla. L’orchestra chiamata a suonare gli inni a Wembley per Inghilterra-Italia sbagliò tutto e intonò la Marcia Reale dei Savoia in esilio. Michael Schumacher ci giocò come fosse una marcetta mandando in bestia Francesco Cossiga. E in un sondaggio tivù del 1986 gli italiani riconobbero di amarlo «pur apprezzando» anche «Fin che la barca va» e «Il materasso».
Il povero Goffredo Mameli, però, tornasse in vita masticherebbe amaro per qualcosa di più offensivo verso il suo inno: da settant’anni esatti il «Canto degli italiani», noto come «Fratelli d’Italia», è provvisorio. Irrimediabilmente provvisorio. Giusto simbolo, se mai ce ne fosse bisogno, di un Paese che, oltre a San Francesco, riconosce come patrono San Precario. Da quel 12 ottobre 1946 in cui il Consiglio dei ministri decise che alla celebrazione del 4 novembre si adottasse «provvisoriamente» quell’inno che già era «provvisorio» dall’8 settembre 1943, il «Canto» musicato da Michele Novaro e scritto da Goffredo Mameli (anche se c’è chi, alzando un polverone, ne ha attribuito la «brutta copia» al padre scolopio Atanasio Canata) non è ancora riuscito a ottenere il marchio di definitivo.
Quattro legislature e 16 proposte di legge, infatti, come spiegava mesi fa Ferdinando Regis, non sono bastate ancora a portare al traguardo l’idea rilanciata quando stava al Quirinale da Carlo Azeglio Ciampi, il più deciso a impugnare il vessillo della canzone risorgimentale, soprattutto dopo le figuracce della Nazionale di calcio che in varie occasioni aveva fatto scena muta. Per non dire degli insulti leghisti e di strampalate iniziative come quella di don Gianni Baget Bozzo, il cappellano di Berlusconi, autore di un estasiato remake: «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è destra / Segni e Pannella han perso la testa / Dov’è la sinistra, ci porga la chioma / che schiava di Silvio Iddio la creò».
Esaltato da Giosue Carducci più per patriottismo che per ammirazione letteraria (parlava delle poesie del giovane irredentista come di «rigatteria romantica» ma spiegò che quel canto «gli era balzato fuori dal cuore ardente, nella primavera della sua vita e della nostra rivoluzione») l’inno di Mameli non ha mai goduto, in effetti, nella sua storia, di una considerazione artistica pari all’amore dei patrioti. E ha sofferto più volte l’umiliazione di chi suggeriva di sostituirlo via via con «Addio, mia bella addio», «La canzone del Piave», «La canzone del Grappa», «La campana di San Giusto», il «Va, pensiero» dal Nabucco o altro ancora. Senza dar peso alla popolarità conquistata subito dall’inno.
È gonfio di retorica e trabocca di parole obsolete? Sì, quelli erano i tempi. «Datemi ancor l’eburnea mano, vo’ fare ammenda / Vi credea (perdonate se il mio pensiero è fello) / quella vil cortigiana che è la sposa d’Otello», dice il libretto di Arrigo Boito. Eppure nessuno ride dell’Otello e di Giuseppe Verdi. Ma a Goffredo Mameli poco è stato perdonato. Spiegò anni fa a Jacopo Jacoboni Goffredo Fofi, che pure portava il nome dell’autore: «Noi dei gruppi extraparlamentari ci sentivamo una retorica patriottarda, era usato nei film militareschi e parafascisti del dopoguerra… Cantavamo altro». E Marco Revelli: «Se ce l’avessero chiesto a scuola, Mameli non l’avremmo cantato. In piazza lo contestavamo in nome dell’internazionalismo. Non sapevamo neanche che era stato un eroe, e pure radicale, della Repubblica romana…».
Ha scritto Luigi Pintor nel libro«La Signora Kirchgessner»: «Goffredo Mameli ha scritto un inno che dura da centocinquant’anni e non è poco. Aveva un viso triste e una grande barba, per sua fortuna non ha avuto biografi». Eppure il ritratto che ne fanno gli storici, per quanto lontani dall’agiografia, ricostruiscono la vita di un ragazzo che non merita certe ironie feroci o peggio certi titoli come quello del quotidiano leghista («Mameli, primo ladro della storia d’Italia») di qualche anno fa. Figlio di un tenente di vascello della marina sarda e di una signora genovese coltissima con un paio di dogi in famiglia, ammiratore di Giovanni Prati che rideva degli austriaci giocando sull’anagramma di Italia («Oh, Atilia! Noi ti torrem la veste dolorosa. / Sarà il tuo crin de’ più bei fiori adorno / e tu risplenderai novella sposa»), irredentista e mazziniano, il giovane Goffredo cominciò a scagliare i versi del suo entusiasmo patriottico prima ancora d’avere vent’anni e scrisse il «Canto degli italiani» due mesi dopo averli compiuti. Forse, se la sorte gli avesse concesso più tempo, anche la sua arte si sarebbe affinata.
Alla prima guerra d’indipendenza, nel 1848, lui c’era. Con una colonna di mezzo migliaio di ragazzi genovesi. L’anno dopo era a Roma, a difendere la Repubblica romana al fianco di Giuseppe Garibaldi. Ferito a una gamba nella difesa della Villa del Vascello sul Gianicolo, forse da una pallottola «amica», venne in pochi giorni assalito da violentissime febbri. L’amputazione della gamba, per contenere la cancrena, non servì a niente. Durò oltre un mese, il calvario di quel ragazzo. Se ne andò il 6 luglio 1849. Non aveva ancora ventidue anni. E forse perfino chi non crede nei suoi ideali di allora o irride a quelle parole gonfie di passione guerresca (che solo Roberto Benigni tentò qualche anno fa di spiegare con parole d’oggi in una straordinaria serata a Sanremo) dovrebbe avere un po’ di rispetto.

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 12 ottobre 2016

I figli degli immigrati italiani per nascita, stranieri per legge

pnatLe prime notizie del 2016 hanno, secondo tradizione, ricordato gli incidenti da petardi, i veglioni più curiosi e la corsa al record del primo nato.

I cronisti raccontano ora se il primo bebè, o la prima bebè, siano nati o no da genitori italiani, ma, nel mondo globale queste distinzioni hanno poco senso. I dati della natalità nel nostro Paese sono sconfortanti, e la crisi economica che ci affligge da una generazione mette in fuga le cicogne tricolori. Il Sud ha solo 1,32 nascite per donna, peggio di Centro 1,36 e Nord 1,46 (la popolazione non cresce se la natalità per donna non è almeno di 2,1). La regione più prolifica è il Trentino-Alto Adige, 1,65 figli per donna, davanti la Valle d’Aosta 1,55, e con l’eccezione della Liguria, il Nord affluente fa più bimbi del Mezzogiorno impoverito.

I bambini nati da genitori arrivati in Italia alleviano il nostro deficit di natalità che, assicura l’Istat, tocca nel 2014 solo 509 mila nastri rosa o azzurri, 5.000 in meno del 2013, record negativo dall’Unità d’Italia. I nostri antenati, malgrado fame, emigrazione, guerre ed epidemie facevano bambini con coraggio e fede. Noi li consideriamo antiquati, o legati all’economia agricola, ma siamo qui grazie alla loro forza.

Sarebbe dunque un bene che anche in Italia, azzittite le petulanti polemiche di una politica dimentica di valori e numeri, si ragionasse di ius soli, la concessione della cittadinanza ai nati nel Paese, senza penose lungaggini che aumentano il risentimento tra gli immigrati.

Negli Stati Uniti, secondo il Census Bureau, sotto i 18 anni un cittadino su 4 ha almeno un genitore nato all’estero. Anche gli Usa hanno un saldo di natalità negativo, 1,86 per donna per un totale di 4 milioni di nascite nel 2013, ma le autorità non se ne preoccupano «le emigrazioni legali possono pareggiare i conti». L’obiezione centrale allo ius soli cita la necessità di non diluire il nostro patrimonio culturale, antropologico, religioso davanti a troppe identità straniere. Con grande acume politico la leader del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen, ricorda che «Destra e sinistra non esistono più e la frontiera della politica del XXI secolo è globalizzatori contro patrioti». Le Pen ha ragione su destra-sinistra, ma la vera, radicale, divisione è tra chi accetta di vivere nel mondo globale – «Global» si chiamava un fortunato supplemento di questo giornale, fondato in collaborazione con la rivista americana Foreign-Policy – e chi invece vuol rinchiudersi nel protezionismo economico, nell’intolleranza razziale e religiosa, uno strapaese bigotto che il mercato mondiale presto costringerebbe all’isolamento e all’irrilevanza.

Tocca quindi a chi ha davvero a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa, impossessarsi dell’analisi di Le Pen, rovesciandola. Morta la dialettica destra-sinistra, il duello è tra nazionalisti e internazionalisti, e tocca a questi ultimi spiegare all’opinione pubblica, senza snobismi saccenti, che il vero patriota, italiano, europeo, americano del presente, sa guardare al mondo senza paura. Il nostro inno nazionale ricorda nei suoi versi popoli lontani che ci furono fratelli nel Risorgimento, quando Garibaldi combatteva in Sicilia con gli ungheresi Tukory e Turr.

Festeggiamo serenamente i bimbi nati a Capodanno in Italia da genitori stranieri. Averli tra di noi, ragionare di come renderli cittadini non significa perdere la nostra identità nazionale. Al contrario, tutto ciò che di prezioso ha l’essere «italiani», lingua, tradizioni religiose cattolica, protestante, ebraica, la cultura, lo sport, la cucina, la famiglia, il saper essere eleganti con poco, l’adattarsi alle difficoltà, l’allegria spavalda, tutto può essere, e deve essere, insegnato, preservato e tramandato a nuovi cittadini. Si ha invece l’impressione che proprio i più stentorei nemici dell’accoglienza siano in verità pessimisti sui nostri profondi valori. Vogliono chiuderli nei confini angusti dell’intolleranza perché non credono più, spaventati, che libertà, democrazia, uguaglianza, fratellanza, cultura occidentale siano in grado di farsi amare nel mondo e conquistare, alla fine, anche i nostri nemici, sconfiggendone l’avanguardia fondamentalista armata. Sbagliano e i bambini nati in libertà a Capodanno ne sono la prova. Auguri.

Gianni Riotta

La Stampa 3 gennaio 2015

 

http://www.lastampa.it/2016/01/03/cultura/opinioni/editoriali/i-figli-degli-immigrati-italiani-per-nascita-stranieri-per-legge-s2BLStIV6FztESM003sa6L/pagina.html

 

http://riotta.it/

 

Dalla Corsica alla Baviera l’Europa si spacca nelle piccole patrie

 cataloooooTante sono le “ piccole patrie ” di cui l’Europa si scopre casa comune, quante sono le sfumature dei movimenti indipendentisti, separatisti, federalisti e autonomisti che percorrono il Vecchio continente. Si va da chi, in passato, non ha esitato a imbracciare il fucile, come gli irlandesi del Nord, i baschi, i corsi, i sudtirolesi, a chi rivendica il diritto al recupero di una identità culturale perduta, come gli occitani in Provenza e nel Sud della Francia. Fuori dalla casa comune europea, l’indipendentismo è ancora bagnato di sangue, come dimostrano la guerra in Ucraina, l’occupazione della Crimea o i massacri dell’ex Jugoslavia. Sotto il cielo a dodici stelle dell’Unione, le rivendicazioni indipendentiste tendono invece a incanalarsi in processi democratici.
L’Europa ha avuto un ruolo nel favorire il dialogo, dall’Ulster all’Alto Adige, all’indipendentismo basco, o agevolando processi di federalizzazione, come in Belgio. Ma il crescente potere di Bruxelles a danno degli stati-nazione ha favorito il proliferare di rivendicazioni autonomiste. Non è un caso che, dalla Catalogna alla Scozia alle Fiandre, le regioni che ambiscono a lasciare lo stato nazionale in cui sono inserite vogliano comunque restare in Europa.
L’idea di una «Europa delle regioni » che progressivamente soppiantasse l’ «Europa delle nazioni » era uno dei cardini del pensiero federalista dei padri fondatori. Questi si sono poi adattati a far legittimare il progetto europeo dagli stati nazionali, ma sempre nella speranza che l’integrazione portasse al loro disfacimento e all’affermarsi di una comunità di popoli e di autonomie.
Non è un caso che questa volta il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, di fronte alle elezioni catalane abbia evitato di ripetere la dura presa di posizione del suo predecessore. Barroso, in occasione del referendum scozzese, minacciò gli elettori di tenere fuori una Scozia indipendente dall’Unione europea. Juncker, in questa occasione, ha assunto un atteggiamento molto più prudente. Tra gli esperti di affari europei c’è infatti anche chi sostiene che i Trattati hanno conferito a tutti i popoli dell’Unione lo status di cittadini europei. E che questa condizione, a meno di una esplicita rinuncia, sopravvive anche alla scelta di una nuova appartenenza nazionale.
Ma quali e quante sono le «piccole patrie» che cercano di affermarsi sotto l’ombrello europeo?
Ecco un elenco, Paese per Paese, peraltro probabilmente incompleto.
GRAN BRETAGNA
SCOZIA. Gli indipendentisti scozzesi dello Scottish National Party sono i più agguerriti e dispongono di una maggioranza nel parlamento nazionale. Dopo la sconfitta di misura al referendum, la loro leader Nicola Sturgeon non ha rinunciato al progetto secessionista. Un distacco della Catalogna dalla Spagna, o un voto britannico per uscire dall’Ue, riaprirebbero la questione.
GALLES. Gli indipendentisti si riconoscono nel partito Plaid. Sono meno numerosi e meno radicali che in Scozia. Ma se Edimburgo dovesse lasciare il Regno Unito, anche Cardiff potrebbe essere tentata.
CORNOVAGLIA. Il partito indipendentista, Mebyon Kernow, si rifà alle radici celtiche della regione. Ma il fenomeno ha più il carattere di una rivendicazione culturale che politica.
SPAGNA
I catalani sono la regione più avanzata sulla via dell’indipendenza. Ma altrettanto determinati sono i baschi, le cui rivendicazioni sono danneggiate dai crimini compiuti in passato dai terroristi dell’Eta. Movimenti indipendentisti sono attivi anche in Galizia e in Aragona.
FRANCIA
La nazione che ha inventato lo stato unitario e lo ha imposto nel corso dei secoli è percorsa da numerose rivendicazioni indipendentiste. I più determinati sono i corsi, che però hanno perso un referendum nel 2003. Indipendentisti sono presenti in Bretagna, Alsazia e nella Francia del sud dove rivendicano l’autonomia dell’antica Occitania.
BELGIO
Gli indipendentisti fiamminghi dell’ N-VA sono il partito di maggioranza nel Nord del Paese. A differenza dell’estrema destra del Vlaams Blok, sono convinti filo- europei. Sotto la spinta dell’autonomismo fiammingo, il Belgio si è trasformato da Stato unitario in monarchia confederale e, infine, in Stato federale.
GERMANIA
La Germania è uno stato federale, con larghissimi margini di autonomia dei vari Lander. Questo ha mitigato le spinte indipendentiste. Tuttavia in Baviera c’è una piccolo partito, il Bayern Partei, che dal ‘46 chiede l’indipendenza, che ha una maggioranza cattolica e un’antica tradizione di sovranità.
POLONIA
Anche in Slesia esiste un partito, autonomista più che indipendentista, che ha raccolto quasi il nove per cento dei consensi nella regione. La Slesia, annessa alla Polonia dopo la guerra, faceva parte della Germania e l’influenza tedesca è ancora fortemente sentita, nonostante la pulizia etnica che ha costretto milioni di tedeschi a lasciare le loro terre nell’immediato dopoguerra.
FINLANDIA
Le isole Aaland, sotto sovranità finlandese, sono abitate da una popolazione di lingua svedese. Hanno ottenuto uno statuto di speciale autonomia nel 1991. Ma da sempre gli abitanti coltivano il sogno di una piena indipendenza, sia pure sotto l’ombrello europeo.
Andrea Bonanni
Repubblica 29 settembre 2015

Sarajevo, i ragazzi che scatenarono la Grande Guerra

FU IL pretesto, la miccia che incendiò la secca prateria europea. L’inizio simbolico, la scusa: non c’è libro di scuola che non ricordi così l’attentato a Sarajevo del 1914. Quel giorno è diventato l’archetipo dei pretesti. A considerarlo così, un pretesto, ci si dimentica di come andarono le cose. Pochi ricordano il nome dell’uomo che sparò, né come andò quell’attentato perpetrato tra errori ridicoli, scene persino comiche e coincidenze inaspettate. L’attentato fu opera di un ragazzino di vent’anni, fanatico, pieno di letture e di sogni nazionalisti.

Dai suoi due spari, come conseguenza, discesero trenta milioni di morti macellati nel più grande conflitto armato cui il mondo avesse mai assistito. E tutto nacque in serate passate in stanza tra amici, in pomeriggi pigri con mani dietro la nuca e occhi a fissare il soffitto, senza nemmeno i soldi per il tabacco e il vino. La storia è raccontata in Una mattina a Sarajevo di David James Smith, appena pubblicato dalla LEG, piccola, coraggiosa casa editrice goriziana. Smith racconta che negli anni precedenti all’attentato nacque un’organizzazione politico-rivoluzionaria denominata Mlada Bosna (Giovane Bosnia), che aveva come obiettivo la liberazione dall’Impero austro-ungarico. Uno dei suoi membri, il carpentiere musulmano Mehmed Mehmedbasic, aveva progettato di uccidere il generale Oskar Potiorek, governatore di Bosnia ed Erzegovina, ma quando fu annunciata l’imminente visita a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, il suo compagno Danilo Ilic lo convinse a cambiare bersaglio: Francesco Ferdinando sarebbe stato una vittima di maggior valore. Per raggiungere un obiettivo così alto però bisognava trovare armi e uomini. Ilic reclutò allora il suo compagno quasi ventenne di stanza, Gavrilo “Gavro” Princip, che a sua volta chiamò Nedeljko (Nedjo) Cabrinovic, operaio anarchico 19enne, e un altro amico di letture, Trifko Grabez, studente diciottenne con il sogno ossessivo di vivere in una nazione slava a cui avrebbe immolato il suo sangue.

Il legame tra loro? I libri che si scambiavano, l’odio per l’aquila asburgica, la voglia di vedere uno stato slavo indipendente e un generica inquietudine al pantano politico sociale che vedevano. Le bombe e le pistole vennero fornite da varie società segrete che, come la Mlada Bosna, covavano odio nei confronti degli Asburgo ma non avevano alcun progetto vero di riforma sociale né di insurrezione: volevano sostituire gli uomini voluti dagli Asburgo ai vertici delle istituzioni con i loro. Seppero quindi sfruttare la vampata di rabbia e temerarietà di questi studentelli e operai.

Il 28 maggio, Gavro, Nedjo e Trifko partirono da Belgrado con le loro armi per Sarajevo, dove, dopo un viaggio difficile e rischioso, trovarono ad aspettarli altri compagni che nel frattempo si erano uniti al gruppo complottista: Vaso e Cvjetko, studenti rispettivamente di diciassette e sedici anni. Il 27 giugno, fu Danilo a dare disposizioni: consegnò una bomba e una pistola ciascuno a Vaso e Cvjetko e, basandosi sull’itinerario previsto per la sfilata imperiale, assegnò a entrambi una postazione sul lungofiume. Verso sera incontrò Mehmedbasic al caffè Mostar: diede anche a lui una bomba e le istruzioni necessarie. Quella
stessa sera Gavrilo era a una festa di studenti ma non si divertì, raccontarono i testimoni, assorto nei suoi pensieri. Non dava confidenza a nessuno, si isolava.

La mattina del 28 giugno Nedjo, Trifko e Gavrilo si incontrarono con Danilo alla pasticceria Vlajnic, all’angolo del lungofiume Appel, come da programma. Qui i ragazzi ricevettero il cianuro: dal principio, infatti, era stato chiaro che, attentato riuscito o meno, il suicidio sarebbe stato l’ultimo gesto dei congiurati, in modo da proteggere tutti i complici e le organizzazioni coinvolte. Nedjo, con la sua bomba in tasca, fece un gesto tenero, a dimostrazione di come fossero tutti dei ragazzini, andò in uno studio fotografico e si assicurò che gli scatti realizzati fossero poi spediti alla nonna, alla sorella e agli amici di Belgrado, Zagabria e Trieste. Si diresse subito dopo verso la postazione assegnatagli, tra la sponda austroungherese del fiume e il ponte, in un punto dove sperava di poter uccidere l’arciduca senza ferire nessuno tra la folla. Alle 10.15 circa il corteo di automobili imperiale passò davanti a Mehmedbasic ma questi, bloccato dal panico, nemmeno provò a fare qualcosa. A quel punto fu Nedjo a lanciare una bomba, che però mancò la vettura dell’arciduca ferendo gli occupanti di quella successiva.

Subito dopo aver lanciato, Nedjo ingoiò il cianuro e si gettò nel fiume, ma il veleno si era deteriorato e gli avrebbe causato in seguito solo qualche scarica di diarrea, ed essendo in quel punto l’acqua del fiume bassissima, si bagnò solo fino al ginocchio, sopravvisse comicamente a entrambi i tentativi di suicidio e fu arrestato. Incredibilmente la cerimonia non fu annullata, le misure di sicurezza dell’epoca erano l’esatto contrario di quelle di oggi.

Dopo la bomba, l’arciduca mantenne i suoi impegni, l’auto degli eredi al trono proseguì quindi verso il Municipio per un incontro con il sindaco di Sarajevo. L’unica precauzione che la polizia asburgica e la scorta dell’arciduca presero fu di deviare il percorso del corteo. E fu proprio questa decisione ad essere fatale. Gavrilo, dopo aver inizialmente pensato che Nedjo avesse avuto successo, comprese invece che l’arciduca era ancora vivo e si portò nei pressi del Ponte Latino, dove stava per passare la vettura imperiale. Qui avvenne però qualcosa di imprevisto: il generale Potiorek capì che il corteo stava erroneamente percorrendo l’itinerario originario e quindi fermò l’auto e chiese all’autista di manovrare per continuare attraverso il lungofiume. Per compiere questa manovra, la vettura si fermò proprio davanti a Gavrilo che incredulo di avere dinanzi a sé gli eredi Asburgo estrasse subito la Browning di fabbricazione belga che aveva in tasca e sparò due colpì: il primo su Francesco Ferdinando, centrato alla spina dorsale; il secondo (destinato a Potiorek, secondo quanto disse poi Gavrilo al processo) sull’arciduchessa Sofia.

Subito dopo aver sparato ingurgitò il cianuro, ma anche la sua dose era deteriorata. Così cercò di spararsi con la pistola, ma fu bloccato dai presenti, che lo tennero fermo a calci e pugni fino all’arrivo della polizia.
L’assassinio, tutt’altro che inevitabile, era riuscito: alle 11.30 le campane di tutte le confessioni religiose di Sarajevo suonavano all’unisono annunciando la morte di Francesco Ferdinando e di Sofia, eredi al trono austroungarico. L’Austria presenterà un mese esatto dopo l’attentato dichiarazione di guerra alla Serbia. Al termine del processo, Gavrilo non chiese perdono, ma concluse il suo intervento con queste parole: “Noi amavamo il nostro popolo”. Gli fu risparmiata la pena capitale per via della giovane età, così come prevedeva la legge. Venne condannato a vent’anni di lavori forzati, con la pena suppletiva di un giorno di isolamento in una cella buia ogni 28 giugno e un giorno di digiuno al mese. Fu rinchiuso nel carcere ceco di Terezín, dove visse in condizioni pessime fino alla sua morte, sopraggiunta per tubercolosi ossea il 28 aprile 1918. Pochi mesi dopo la sua morte si concluse anche il grande conflitto mondiale scatenato dal suo gesto, che aveva messo in ginocchio e ridisegnato l’Europa. Gavrilo Princip fu considerato un eroe da alcuni, un fanatico sbandato da altri, un ingenuo perché aveva ucciso proprio Francesco Ferdinando che, a differenza di suo zio Francesco Giuseppe, aveva in programma di concedere maggiore autonomia alla Serbia e ai popoli slavi in genere.

È strano scoprire che tutto nacque dall’inadeguatezza di ragazzi poco più che adolescenti, che amavano la lettura e sognavano una società più giusta. Dopo quell’attentato molti giovani si arruolarono per andare a combattere in trincea, a cercare la fine gloriosa, in nome delle rispettive patrie. In realtà trovarono solo orrore, pidocchi, fango e crudeltà. Nessuna redenzione dal male, nessuna vita vera. Princip non generò nessun mondo migliore.

di ROBERTO SAVIANO

Repubblica 27 giugno 2014

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