350mila euro e una casa di lusso in eredità all’amica: “Ma devi accudire la mia gatta”

BOLOGNA – Lunga vita al gatto, anzi alla gatta. E’ proprio il caso di dirlo vista la “fortuna” che una gatta ha rappresentato per un’anziana signora cha ha beneficiato di un’eredità niente male – 350 mila euro -, più un appartamento in pieno centro a Bologna in comodato d’uso gratuito, proprio con il compito di accudire la gatta della proprietaria dell’immobile.

L’IMMOBILE DI LUSSO
La storia è ricostruita nella sentenza del tribunale civile del capoluogo emiliano cha ha dovuto dirimere una controversia tra gli eredi naturali della donna deceduta e la beneficiaria del testamento. In via Farini, pieno centro storico di Bologna e a pochi passi da piazza Maggiore, c’è un immobile di lusso nel quale fino al giugno del 2013 vivevano la proprietaria dell’appartamento, una sua amica e la gatta della prima. Due signore di una certe età, entrambe vedove, che si facevano compagnia e con le quali conviveva anche una bella gatta. Nel 2013 la padrona di casa viene meno lasciando una sorpresa agli eredi.

LA SORPRESA NEL TESTAMENTO
All’apertura del testamento il notaio legge ai congiunti gli ultimi desideri della defunta: “Desidero, inoltre, che la Signora M. rimanga di diritto, per tutta la vita, nell’abitazione di via Farini, Bologna, I e II piano, che già condivide con me a titolo di comodato gratuito. Per le spese condominiali, di manutenzione, le utenze e il mantenimento della mia gatta (se mi sopravvive) desidero sia fissato un deposito di 350.000 (trecentocinquantamila) euro, a questo scopo, presso la Banca Popolare di Milano, a disposizione della Signora M. Alla quale chiedo di predisporre una persona che, in caso di sua morte, le succeda nei diritti e doveri di comodato fino alla morte della suddetta gatta”.

I PARENTI FANNO CAUSA
In altri termini all’amica viente garantito l’uso dell’appartamento vita natural durate, i soldi per ogni necessità e persino l’incarico di individuare un’altra persona che si prenda cura della gatta qualora il felino dovesse sopravviverle. Inutile dire la grande sorpresa e, forse, anche la delusione, degli eredi che, magari sperano di poter godere della proprietà dell’immobile e del patrimonio economico della signora. Non a caso, pochi mesi dopo arriva il ricorso al tribunale civile di una cugina dell’anziana che chiede al giudice del tribunale di Bologna (che ironia della sorte è di fronte all’appartamento) di mettere mano a quella che le appare come un’ingiustizia.

MA IL GIUDICE DA’ RAGIONE ALL’AMICA
Vada per l’appartamento nel quale l’amica della defunta può rimanere fin che vuole, ma che almeno sia lei a metterci i soldi per le spese e per il mantenimento della gatta. Così l’erede, con tanto di certificato di famiglia, che ne attesta il grado di parentela, chiede alla giustizia il sequestro delle 350 mila euro e la consegna del denaro che ritiene le spetti. Di altra opinione la giudice Matilde Betti che, codice alla mano, ha ritenuto non sufficienti le ragioni dalla cugina condannandola persino alle  pese di lite, circa 6 mila euro. Dunque lunga vita alla gatta.

GIUSEPPE BALDESSARRO

La Repubblica, 5 novembre 2017

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/05/news/lascia_in_eredita_350mila_euro_all_amica_con_quei_soldi_devi_accudire_la_mia_gatta_-180312619/

Cambiano i criteri del divorzio Il tenore di vita non conta più

Una rivoluzione dopo un lungo invariato stallo di trentanni. Dagli anni 70, da quando cioè è nata la legge sul divorzio. Allora si pensò giustamente di tutelare le donne, la parte più debole. Oggi si vuole cambiare corso.

Gli anni del matrimonio, il tenore di vita si archiviano così come l’amore. Si va punto e a capo.

La svolta epocale, giunta dopo ventisette anni, è arrivata con la sentenza n. 11504 di ieri della prima sezione civile della Cassazione secondo la quale «il parametro del tenore di vita collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici». Infatti, spiega il collegio, con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale, a differenza di quanto avviene con la separazione personale che lascia ancora in vigore gli obblighi coniugali anche se attenuati. Ne consegue che ogni riferimento a tale rapporto «finisce illegittimamente con il ripristinarlo – sia pure limitatamente alla dimensione economica – in una indebita prospettiva, per così dire, di ultrattività del vincolo matrimoniale». E così il matrimonio, non è più la «sistemazione definitiva»: sposarsi, scrive la Corte, è un «atto di libertà e autoresponsabilità». Con la sentenza 11504, depositata oggi dalla Cassazione e relativa al divorzio tra l’ex ministro Vittorio Grilli e una imprenditrice, i supremi giudici hanno respinto il ricorso con il quale la ex moglie chiedeva l’assegno di divorzio già negatole con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014 che aveva ritenuto incompleta la sua documentazione dei redditi e valutato che l’ex marito dopo la fine del matrimonio aveva subito una «contrazione» dei redditi. Ad avviso dei supremi giudici, la decisione milanese deve essere corretta in motivazione perché a far perdere il diritto all’assegno alla ex moglie non è il fatto che si suppone abbia redditi adeguati, ma la circostanza che i tempi ormai sono cambiati e occorre «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come sistemazione definitiva».

Ma come fare a stabilire la capacità economica? I principali indici che la Cassazione individua per valutare l’indipendenza di un ex coniuge sono il «possesso» di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare, le «capacità e possibilità effettive» di lavoro personale e «la stabile disponibilità» di un’abitazione. Una decisione che ha rivoluzionato il diritto di famiglia in tema di riconoscimento dell’assegno e dei criteri per la sua quantificazione. Così secondo i giudici l’assegno può essere riconosciuto soltanto se chi lo richiede dimostra di non poter procurarsi i mezzi economici sufficienti al proprio mantenimento. Viene spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Scelta in linea con gli orientamenti degli altri Paesi europei ma che mette a rischio molte donne. L’assegno diventa di natura assistenziale. Ed è questo il vero fatto nuovo. La stessa sentenza lascia intendere che è un po’ la fine del matrimonio che durava tutta la vita, così come era stato concepito dalla vecchia legislazione. Il Forum delle associazioni familiari italiane è «molto preoccupato» per gli effetti della sentenza. Vincenzo Bassi, responsabile giuridico del Forum, denuncia il rischio che «nel caso di famiglie della media e piccola borghesia, il coniuge debole, ad esempio una moglie che ha dedicato la vita alla famiglia, possa trovarsi in una situazione di povertà».

Manila Alfano –  Il Giornale 11/05/2017

http://www.ilgiornale.it/news/politica/cambiano-i-criteri-divorzio-tenore-vita-non-conta-pi-1395603.html

I 62 padroni del mondo

diseUn gruppetto di miliardari che potrebbero stare tutti in una stanza ha un patrimonio più grande di quello della metà più povera della popolazione della terra.

Detto in cifre, 62 persone sono più ricche di 3 miliardi e 600 milioni di persone.

È il dato più impressionante del rapporto pubblicato ieri dalla Oxfam, una delle più importanti organizzazioni umanitarie, sul gap tra ricchi e poveri nel nostro pianeta.

Il patrimonio dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha superato nel 2015 quello del restante 99 per cento dei terrestri, afferma il rapporto, fotografando una forbice di diseguaglianza che si allarga sempre di più. E che riguarda anche il nostro Paese: l’1 per cento più ricco degli italiani, secondo la stima di Oxfam, possiede il 23,4 per cento della ricchezza nazionale. L’evasione fiscale, in particolare la cosiddetta evasione legalizzata, consentita da scappatoie nelle normative tributarie e dai paradisi fiscali, viene indicata come una delle cause principali del fenomeno.

«Lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione si è accresciuto in modo spettacolare negli ultimi dodici mesi», osserva il rapporto intitolato

Un’economia al servizio dell’ 1 per cento. Usando la classifica della rivista americana Forbes sui più ricchi della terra, Oxfam ha calcolato che dal 2010 allo scorso anno i 62 super miliardari in testa alla graduatoria, tra cui i giganti del web come Bill Gates di Microsoft, Jeff Bezos di Amazon, Mark Zuckerberg di Facebook, Larry Page di Google, e poi nuovi ricchi cinesi, sceicchi arabi, petrolieri russi (e due italiani, Maria Franca Fissolo Ferrero, titolare dell’impero della Nutella, e l’imprenditore di Luxottica Leonardo Del Vecchio), hanno visto aumentare il proprio patrimonio collettivo di 500 miliardi di dollari arrivando nel 2015 a un totale di 1.760 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, la ricchezza dei 3 miliardi e 600 milioni di persone più poveri, ovvero metà della popolazione mondiale, è diminuita di circa 1.000 miliardi di dollari, un calo del 41 per cento. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, un trend indicato anche da un altro dato del rapporto: nel 2010 ci volevano i 388 più ricchi della terra per ammassare un patrimonio pari a quello della metà più povera della popolazione mondiale, nel 2011 ci volevano 177 ricchi, nel 2012 ne erano necessari 159, nel 2013 ne bastavano 92, nel 2014 ne erano sufficienti 80 e l’anno scorso appunto sono bastati 62 super ricchi a pareggiare la bilancia con i 3 miliardi e 600 milioni di persone più povere. La rosa dei più agiati, insomma, si restringe sempre di più.

Per quel che riguarda il nostro Paese, il rapporto indica che l’1 per cento più ricco degli italiani è in possesso di quasi un quarto della ricchezza nazionale netta, una quota in assoluto pari a 39 volte la ricchezza del 20 per cento più povero della popolazione. Lo studio di Oxfam rileva inoltre che in Italia oltre la metà dell’incremento della ricchezza è andato a beneficio del 10 per cento più ricco. «L’elusione fiscale delle multinazionali ha un costo per i Paesi in via di sviluppo stimato in 100 miliardi di dollari  l’anno e per dare un’istruzione scolastica a ogni bambino del continente nero.

L’allarme sull’aumento della diseguaglianza non è una novità: rappresenta l’aspetto centrale del bestseller dello scorso anno dell’economista francese Tomas Piketty Il capitale nel 21esimo secolo.

Appelli ad arginarla sono arrivati da papa Francesco e dalla direttrice del Fmi Christine Lagarde.

Allo stesso tempo, altri dati rivelano che la povertà mondiale si sta riducendo: nel 2015, secondo cifre della Banca Mondiale, è calata al suo minimo da quando si tengono simili statistiche, scendendo a circa 700 milioni di persone, il 9,6 per cento della popolazione globale, rispetto ai 900 milioni di persone in condizioni di estrema povertà (condizione definibile come vivere con meno di 1 dollaro e 90 centesimi al giorno) nel 2012.

Dunque il gap ricchi-poveri non è in contraddizione con una diminuzione della povertà estrema: ma trasmette un segnale di ingiustizia che a sua volta produce instabilità e secondo numerosi economisti minaccia la salute dell’economia generale. Non a caso le cifre dimostrano  un impatto importante anche nei paesi come l’Italia», commenta Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. «Il governo italiano può agire per porre fine all’era dei paradisi fiscali, sostenendo a livello nazionale e in Europa una serie di misure in tal senso». A questo scopo il braccio italiano di Oxfam lancia la campagna “Sfida l’ingiustizia”, per dire basta ai paradisi fiscali.

Non c’è dubbio che i paradisi fiscali rappresentino un problema, come sottolinea un altro aspetto del rapporto. Dal 2000 al 2014 gli investimenti mondiali offshore sono quadruplicati: si ritiene che oggi 7600 miliardi di dollari di ricchezze private siano depositate in “paradisi” dove sfuggono alla tassazione nazionale. Se sul reddito generato da questa ricchezza venissero pagate le tasse, i governi avrebbero a disposizione 190 miliardi di dollari in più ogni anno. Oxfam stima che almeno un terzo della ricchezza finanziaria dell’Africa sia nascosto in paradisi fiscali: la perdita di 14 miliardi di dollari di introiti basterebbe per creare strutture sanitarie in grado di salvare la vita a 4 milioni di bambini africani che i Paesi meno diseguali, come la Scandinavia, sono spesso i più prosperi.

La Oxfam diffonde il suo rapporto alla vigilia del summit di Davos, dove ogni anno si riuniscono i leader politici ed economici della terra, per esortare la comunità internazionale a intervenire. «È inaccettabile che la metà più povera della popolazione del mondo possieda meno di un piccolo gruppo di super ricchi», afferma Mark Goldring, presidente esecutivo dell’ong basata a Londra. «La preoccupazione dei leader mondiali per l’aumento della diseguaglianza non si è finora tradotta in azioni concrete». La Oxfam propone tre iniziative: un giro di vite contro l’evasione fiscale, maggiori investimenti nei servizi pubblici e salari più alti per i lavoratori a basso reddito. «La diseguaglianza ha raggiunto livelli insopportabili », conclude Duncan Exley, direttore esecutivo dell’associazione. «Ormai è noto che un vasto gap tra i ricchi e tutti gli altri fa male all’economia e alla società. È necessario che i politici si sveglino e affrontino questa pericolosa concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di così pochi».

Enrico Franceschini

Repubblica 19 gennaio 2016

Oxfam

http://www.oxfamitalia.org/

Le trappole dell’uguaglianza

dtaddAmici liberali, c’è un racconto che, di questi tempi, illumina e allo stesso tempo fa disperare. Potente ma inutile. Ci ricorda che la vostra capacità di produrre idee spesso è inversamente proporzionale alla capacità di raccogliere voti. Riguarda la disuguaglianza, tema che ha preso il centro del discorso politico in tutto l’Occidente dopo la Grande Crisi e che i sostenitori del libero mercato, e in fondo del capitalismo, non sanno affrontare.

Il racconto è una simulazione sentita fare a decine di liberali. Immaginiamo una società divisa in due classi, uguali per popolazione. Chi fa parte della metà povera guadagna 15 mila euro l’anno, chi fa parte del 50% ricco ne guadagna 150 mila. L’economia va bene e quindi dopo qualche anno i redditi migliorano per tutti. Quello della metà povera triplica, a 45 mila euro. Quello dei ricchi, quadruplica, a 600 mila euro. Si tratta di decidere se lo sviluppo è positivo, perché i poveri sono meno poveri; oppure se è negativo, perché la disuguaglianza è cresciuta da un rapporto di dieci a uno a un rapporto di oltre 13 a uno. I liberali scelgono il primo caso. L’esempio continua a rovescio. Immaginate che la stessa società entri invece in una fase di depressione economica e di caduta dei mercati finanziari. I poveri vedono crollare il loro reddito del 50%, a 7.500 euro, i ricchi del 90%, a 15 mila euro. La disuguaglianza è stata ridotta da un rapporto di 10 a uno a un rapporto di due a uno. È positivo o è negativo? I liberali — e le persone di buon senso — rispondono che è negativo.

La simulazione è illuminante. Spiega che seguire la sirena della contrapposizione uguaglianza/disuguaglianza porta su strade che vanno verso il nulla; con alte probabilità di fallimento, come suggeriscono le esperienze delle società che hanno detto di volerlo fare. Allo stesso tempo, però, fa disperare perché è inutile. Per quanto sia razionale, non convince e non scalda i cuori dei poveri, che dovrebbero essere quelli che più l’apprezzano. Ciò non dipende solo dallo scarto che c’è tra la razionalità e la percezione politica. Dipende dal fatto che questo approccio didattico elude alcune questioni che i liberali non affrontano con abbastanza coraggio. In particolare, il cattivo funzionamento del capitalismo oggi.

Vero che il capitalismo e la democrazia hanno sempre dato prova di sapersi riformare. Ma ciò non può bastare. Sulla scena del mondo ci sono modelli che si richiamano al capitalismo, ma sono intrisi di ingiustizia, di privilegi, di corruzione. Per esempio quelli cinese e russo. Ma non molto meglio è il capitalismo di relazione che nega il mercato, fondato sull’intreccio tra il capitale dello Stato e quello dei privati  privilegiati dai rapporti politici, vivo e vegeto, anche se non sempre dominante, in America e in Europa.

Questi sono tempi duri, amici liberali. Lo statalismo e l’autoritarismo, in forme vecchie e nuove, hanno ripreso la marcia. Ammirati e copiati anche in Occidente da élite che approfittano della ricchezza e delle relazioni di potere per tenere a distanza i concorrenti più capaci e innovativi e, in generale, per negare quello che una volta si chiamava, almeno in America, il capitalismo popolare, capace di nutrire il grande sogno. I passi avanti politici, economici e sociali degli scorsi decenni sono messi in discussione.

La Grande Crisi ha portato nelle opinioni pubbliche dell’Occidente una critica profonda del capitalismo. E al centro di essa c’è il tema della disuguaglianza. Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty è diventato il manifesto della negazione del ciclo aperto negli anni Ottanta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Il coefficiente di Gini, un modo per misurare le disuguaglianze, si è trasformato in una formula magica per capire il mondo. Ma la risposta dei liberali è inadeguata.

Di base, è difficile sostenere che il capitalismo abbia accresciuto la disuguaglianza. L’anno scorso, uno degli economisti più apprezzati, Larry Summers — ex segretario (ministro) al Tesoro nell’amministrazione Clinton —, sostenne che «gli Stati Uniti possono facilmente essere sulla strada di diventare una Downton Abbey economy», dalla serie televisiva Downton Abbey che racconta della famiglia aristocratica Crowley e della sua schiera di servitori, all’inizio del Novecento. L’immagine è ideologicamente attraente. Ma nessuno può seriamente paragonare le disuguaglianze di oggi a quelle di un secolo fa. Le differenze di patrimonio sono ancora alte. Come quelle di reddito. Ma nel frattempo sono nati i servizi sanitari. L’istruzione si è allargata a dismisura. Gli avanzamenti tecnologici hanno distrutto diseguaglianze in misura impensabile: il telefono, la televisione, internet, le automobili mettono tutti sullo stesso piano. Banalmente, il prêt-à-porter è stato un livellatore sociale portentoso. Lo stesso l’acqua corrente e il bagno in casa. Non entrano nelle statistiche di Piketty, ma l’innovazione sociale — nelle democrazie — e l’innovazione tecnologica sono forze egualitarie che hanno rivoluzionato il mondo e distrutto Downton Abbey.

Certo, l’1% della popolazione più ricca che non arriva a fare parte dello 0,1% non può permettersi lo yacht, deve affittare l’aereo privato invece che tenerne uno pronto sulla pista. E gran parte del restante 99% deve scegliere un volo low-cost per andare in vacanza: ma, a differenza di qualche decennio fa, ci va. C’è una dose di ideologia dietro le teorie sull’ingiustizia della disuguaglianza. Ciò nonostante, la questione è diventata una narrazione politica potente. I liberali non possono fare finta di non accorgersene. Se vogliono continuare ad avere un ruolo incisivo, devono entrare nel dibattito in una posizione non difensiva, evitando di spingere il problema sotto il tappeto. Diversamente, lasceranno il campo a politiche che affrontano la questione con soluzioni deleterie, come la tassa globale a fini di ridistribuzione statale dei redditi proposta da Piketty; o i limiti di legge sui redditi delle persone.

È — amici liberali — che le dimensioni della disuguaglianza non sono solo quelle che si misurano in termini di ricchezza, non necessariamente negative. Ci sono anche gli effetti, almeno due importanti, di queste differenze. Uno riguarda il fatto che il patrimonio e l’alto reddito danno accesso a opportunità e potere politico, dai quali è escluso chi ne è privo. L’1% più ricco ha aperta la strada (per i figli) che porta alle università considerate migliori, quelle che a loro volta offrono maggiori opportunità nella vita. E l’istruzione è il veicolo più forte di mobilità sociale: se viene lottizzata o chiusa, diventa uno strumento di ingiustizia. Lo stesso 1% ha accesso diretto o quasi diretto al potere politico, con i privilegi che ciò comporta. Ancora: chi sta ai vertici della piramide della ricchezza quasi sempre è anche al vertice del sistema di governance delle imprese, con intrecci tra i suoi membri che garantiscono retribuzioni incrociate a presidenti e ad amministratori delegati che in numerosi casi vanno al di là della loro capacità di creare ricchezza. Sono le nuove aristocrazie, in questo senso non troppo diverse da Downton Abbey.

Il secondo effetto importante, e che richiede risposte liberali, è la possibilità che, come alcuni sostengono, la disuguaglianza eccessiva sia un vincolo per la crescita economica e limiti la prosperità potenziale generale. Il Fondo monetario internazionale nei giorni scorsi ha calcolato che l’aumento dell’1% della quota di reddito accaparrata dal 20% più ricco della popolazione riduce la crescita economica dello 0,08% nel giro di cinque anni. I canali attraverso cui ciò avverrebbe possono essere diversi: chi è in basso nella scala del reddito ha maggiori difficoltà ad accedere a una buona sanità o a una buona scuola; tende a indebitarsi di più; chiede politiche di sostegno che in genere vengono mal disegnate dai governi. Oppure, come sostengono Summers e altri, un euro in più a un povero verrà speso e farà crescere l’economia, un euro in più a un ricco finirà sotto il materasso. È un terreno nel quale sarebbe più corretto parlare di povertà invece che di disuguaglianza, dal momento che non sono affatto la stessa cosa. Di certo, però, le differenze sociali hanno conquistato il centro del discorso politico in Occidente: senza idee liberali in campo, rischiano anche di produrre politiche nefaste.
Twitter @danilotaino

http://lettura.corriere.it/debates/le-trappole-delluguaglianza/

 

Danilo Taino

Di chi è Banca d’Italia?

bankitaliaIl decreto riordina l’assetto proprietario della Banca d’Italia, che è un ente di diritto pubblico, dopo anni di discussioni e di tentativi andati a vuoto. Il primo passo per farlo è stata la rivalutazione del capitale rimasto fermo alla cifra – 300 milioni di lire – versata alla costituzione dell’Istituto, nel 1936.

La conversione in euro ha reso forse più evidente l’esiguità del valore pari a 156 mila euro, anche di fronte a quello delle altre banche centrali europee che si sono invece adeguate nel tempo. Il decreto propone quindi la rivalutazione di quei 156 mila euro a 7,5 miliardi. L’ammontare è stato definito direttamente dagli esperti della Banca d’Italia coadiuvati da 3 «saggi» – Franco Gallo, Andrea Sironi, Lucas Papademos – sulla base della rivalutazione di quella parte del capitale (che è minima rispetto al patrimonio complessivo della nostra banca centrale) legata all’attività cosiddetta di signoraggio, cioè quella di battere moneta e farla circolare. In altre parole, all’attività centrale originaria dell’ex Istituto di emissione. Tutto il resto, e soprattutto le attività istituzionali di politica monetaria, erano e sono fuori dal capitale rivalutato che il decreto prende in considerazione.

Al momento della costituzione il capitale di Bankitalia suddiviso in 300 mila quote di partecipazione nominative da 1000 lire ciascuna (convertite in 0,56 euro) era stato distribuito presso enti finanziari di rilevanza pubblica – assicurazioni, enti previdenziali, banche e casse di risparmio- cioè nella grandissima parte aziende che a seguito del processo di trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni e di privatizzazione dei primi anni Novanta, hanno cambiato pelle. In particolare le banche che oltre ad essere state privatizzate si sono riorganizzate e unite fra loro per restare sul mercato.

Il risultato è che le banche più grandi, come Intesa Sanpaolo soprattutto e poi Unicredit, si ritrovano in portafoglio quote rilevanti del capitale. Ecco perché il panorama degli azionisti di Bankitalia è privato (succede anche in altre banche centrali, Giappone, Usa in testa) ed ecco perché- appunto per evitare che ci siano soci troppo forti – il decreto prevede un tetto del 3% al possesso consentendo che sia la stessa Banca centrale ad acquisire la quota eccedenti, in via temporanea per rimetterli in tre anni sul mercato. Un mercato nuovo e limitato comunque a soggetti «idonei» indicati dalla legge e sui quali Palazzo Koch manterrà una sorta di potere di veto. C’è da dire che i partecipanti avranno diritto ad un dividendo per le loro quote da 25 mila euro ciascuna, un rendimento misurato sul valore come è stato finora, ma continueranno a non avere alcuna voce sull’attività istituzionale della Banca……..

http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_30/cosa-dice-decreto-riassetto-banca-d-italia-921b8fc6-89a1-11e3-be5b-d457abaa7165.shtml

Testamento a favore di un barboncino.

Ammonta a circa 2 milioni di euro, tra beni mobili e immobili, il testamento che la signora Nicolina ha lasciato al suo cagnolino, un barboncino di nome “Chicco”. La donna, che ha 84 anni, è nata a Tagliacozzo (L’Aquila), ma vive a Caserta con dei nipoti ed una figlia. Vedova, si è rivolta all’avvocato Lucia Esposito, del Foro di Pescara. Nicolina è proprietaria di due immobili ad uso abitativo uno a L’Aquila ed uno a Caserta, oltre alcuni appezzamenti di terreni in provincia dell’Aquila e due conti correnti su uno dei quali viene addebitata la pensione.

«Prima di fare redigere il documento alla signora (il Codice prescrive che sia redatto per intero di pugno dall’interessato) – spiega il legale – ho consultato, per scrupolo, il notaio Stefano Sabatini di Ancona che si era occupato di un caso simile e che mi ha confermato la possibilità giuridica della cosa. Tengo a precisare, però, che un lascito al solo animale è nullo. Non hanno capacità giuridica. Ma con l’intermediazione, diciamo così, di una persona, i casi sono molto diffusi. Si tratta di uno «stratagemma legale» (alcuni paesi come gli Stati Uniti non ne hanno bisogno perché l’animale può essere nominato direttamente erede) in forza del quale ai fini della validità del lascito (indiretto) a favore dell’ animale domestico, è necessario nominare un erede o un legatario, sul quale gravera’ l’onere di provvedere alla cura ed alla tutela dell’amato animale domestico nel rispetto del comma 2 dell’articolo 631 (e in analogia con quanto disposto per le disposizioni a favore dell’anima ex articolo 629 e per i poveri ex articolo 630)». La signora Nicolina ha nominato lo stesso avvocato esecutore testamentario con facoltà di divulgare il contenuto delle disposizioni testamentarie anche prima della sua morte.

http://lastampa.it/2012/10/20/italia/cronache/anziana-lascia-due-milioni-in-eredita-al-suo-barboncino-QpCv5pl2RxmgwFpFUlXpTL/pagina.html

Qualche dubbio sulla veridicità della notizia rimane, ma è un caso comunque verosimile.

Il Paperone della storia…

L’uomo più ricco del mondo non è Bill Gates. E nemmeno Roman Abramovich. E neppure qualche Paperone cinese o tycoon indiano. E’ Mansa Musa I, sovrano del Mali, che regnò sull’Africa occidentale nel tredicesimo secolo, costruendo una fortuna sul sale e sulle miniere d’oro. La classifica in questione, in effetti, non riguarda la ricchezza odierna bensì quella di tutti i tempi, aggiornando il valore di soldi e beni di una volta al cambio attuale, dunque è un po’ diversa dalla graduatoria annuale sui mille più ricchi della terra pubblicata dalla rivista americana Forbes. La nuova formula è opera di un sito Usa, Celebritynetworth, per dimostrare che i patrimoni dei miliardari di oggi, per quanto enormi, non sempre sono in grado di competere con le ricchezze del passato.

ttp://www.repubblica.it/economia/finanza/2012/10/17/news/miliardardi_della_storia-44712686/?ref=HREC2-13