Lo yuan e la guerra delle valute

yuannLa Cina manda al tappeto i mercati del Vecchio continente. Con la seconda svalutazione dello yuan, dopo un primo taglio della valuta – del tutto inatteso – avvenuto ieri, Pechino ha steso le Borse mondiali. La Banca centrale cinese ha rivisto al ribasso del 3,5% il cambio contro il dollaro innescando una guerra tra le monete: immediata la reazione dei mercati europei che dopo il crollo della vigilia hanno chiuso ancora in ribasso: Piazza Affari ha ceduto il 2,96%, Londra l’1,4%, Francoforte il 3,27% e Parigi il 3,4%. Al termine delle contrattazioni dei mercati europei che hanno perso 227miliardi di valore, anche Wall Street era pesante con il Dow Jones che cedeva l’1,27%, il Nasdaq l’1,23% e l’S&P 500 l’1,21%.

E mentre si levano le proteste dal mondo occidentale per il susseguirsi di azioni unilaterali di Pechino, il governo cinese si giustifica spiegando la necessità di intervenire a sostegno della ripresa economica del Paese. D’altra parte l’industria manifatturiera mostra segnali di rallentamento (+6% a luglio, al di sotto delle stime) come l’export e le vendite al dettaglio cresciute “solo” del 10,5%. Un tesi sposata anche dal Fondo monetario internazionale che ha salutato positivamente la doppia svalutazione dello yuan definendo l’operazione come un allineamento ai mercati di tutto il mondo. Stesso punto di vista per Standard&Poor’s.

La tensione, però, resta forte, soprattutto per il mercato del lusso e della moda che vede l’Italia protagonista, rispetto alla politica economica cinese: Pechino aveva, infatti, annunciato l’intenzione di aiutare la transizione da un’economia legata all’export a una sostenuta dai consumi interni, una strategia che pare adesso di nuovo cambiata. Secondo l’Fmi, però, una maggiore flessibilità nei tassi – che prima erano ancorati al dollaro – consentirà a Pechino una rapida “integrazione nei mercati finanziari globali”. A risentirne sono anche le materie prime: non si arresta infatti la caduta del prezzo del petrolio dal momento che la Cina è il secondo importatore mondiale, ma la valute debole a fronte del dollaro rischia di ridurne gli acquisti: il greggio Wti tratta intorno ai 43 dollari dopo che ieri era scivolato di oltre il 4% toccando i minimi degli ultimi 6 anni. Sulle quotazione incide anche il calo, inferiore alle attese, delle scorte Usa. Prezzi in discesa anche per l’oro: il metallo prezioso a consegna immediata passa di mano a 1.117 dollari l’oncia. “La situazione si stabilizzerà” dice la Banca centrale, ma molti economisti temono l’innesco di un effetto domino.

E ciò porta alcuni analisti a credere che la Federal Reserve abbia adesso una buona ragione per non iniziare ad alzare i tassi di interesse Usa – per la prima volta dal 2006 – nella riunione del mese prossimo. Altri sottolineano, invece, come la Banca centrale americana sia più focalizzata sul mercato del lavoro Usa e dopo il rapporto sull’occupazione di luglio in linea alle stime, sarà determinante quello di agosto che arriverà giusto un paio di settimane prima del meeting del 16 e 17 settembre. “Le implicazioni per l’economia mondiale sono enormi”, anche se “è ancora presto” per valutare il reale impatto degli sviluppi ha detto il governatore della Fed di New York, William Dudley.

L’euro è in risalite quota sopra 1,11 contro il dollaro, mentre calano ai minimi da sei anni il dollaro australiano e quello neozelandese. Deboli anche le monete di Indonesia e Malesia. A dimostrazione che la guerra delle valute – almeno per il momento – colpisce soprattutto Asia e Oceania (anche il Vietnam ha svalutato il dong per non perdere competitività nei confronti della Cina). La moneta unica europea passa di mano a 1,1199 dollari.

Nessuna reazione, invece, sui titoli di Stato italiani che preferiscono concentrarsi sull’accordo tra la Grecia e i creditori internazionali che potrebbe sbloccare entro settimana prossima il nuovo piano di aiuti da 86 miliardi di euro: lo spread è stabile in area 115 punti base, ma i Btp decennali sul mercato secondario rendono l’1,78% ai minimi da inizio maggio. E ogg il Tesoro ha venduto tutti i 6 miliardi di euro di Bot a un anno con tassi in calo ad un nuovo minimo storico: il rendimento medio è sceso allo 0,011% dallo 0,124% dell’asta di luglio. Sale la domanda con un rapporto di copertura pari 1,72 da 1,52 precedente.

La Cina svaluta ancora lo yuan Borse pesanti: crolla il petrolio

Di Giuliano Balestrieri

Repubblica 12 agosto 2015

 

Ed ecco la bolla cinese

bolleLa via al comunismo finanziario di Pechino si è rivelato un disastro. Con 3 mila miliardi di dollari bruciati nelle ultime settimane – mentre l’Europa ne perdeva 1 miliardo sull’onda della Grexit – che hanno cancellato i risparmi dei cinesi. Intanto la popolazione diventa sempre più povera e scontenta, come il loro Paese che ha dimenticato gli anni nei quali si cresceva a due cifre. Fitch ha stimato che il Pil in Cina aumenterà soltanto del 6,8% quest’anno, del 6,5 nel 2016 e al 6 nel 2017: il tasso più basso da 20 anni a questa parte…. LA GUERRA PER LA SALVAGUARDIA DEL PARTITO. Secondo il South Morning quello che sta vivendo il Dragone non è altro che la guerra finale per «la salvaguardia del partito comunista». Iniziata da quando i nuovi vertici del Paese (il presidente Xi Jinping e Li Keqiang) hanno esasperato il dettato dei loro due predecessori (Hu Jintao e Wen Jiabao) assertori del «mantenimento totale della stabilità». E si sono resi conto che per realizzare questo progetto non restava che la strada dell’isolamento. LE MISURE PER FRENARE L’INFLAZIONE. Prima hanno continuato le purghe nel partito, colpendo le ali più aperte agli stranieri (come il protomaiosta Bo Xilai) o provando a limitare il potere d’interdizione del mandarino – Zhou Xiaochuan, presidente della People’s Bank – che più di altri ha portato soldi cinesi in Occidente. Quindi hanno frenato la macchina produttiva cinese, nella speranza di rallentare l’inflazione e abbassare i prezzi per spingere i loro concittadini a spendere, a creare una domanda interna e a rifinanziare un’industria alimentata contro il surplus delle esportazioni. Ma questo processo sta avendo, per ora, soltanto un risultato: portare il Paese verso l’implosione sociale ed economica. CONTI DEPOSITO POCO CONVENIENTI. In quest’ottica c’è una bomba posta sotto la Borsa di Shanghai, che per qualcuno è già scoppiata. Come detto, da anni le autorità cinesi stanno provando a spingere la popolazione a spendere i loro eccezionali risparmi (si calcola almeno il 50% del Pil). Inutilmente. Poi le cose sono cambiate quando il governo ha ribassato oltre il dovuto i tassi d’interesse, rendendo poco fruttifero tenere i propri soldi fermi su un conto di deposito. Questo, più di una serie di articoli della stampa governativa sulle magnificenze borsistiche che qualcuno ha letto come una garanzia statale su quel tipo di investimento, ha permesso alle banche di utilizzare tutta la raccolta per comprare azioni in proprio oppure per finanziare i grandi fondi. Risultato? Al giugno scorso i listini cinesi avevano visto una crescita negli ultimi otto mesi del 150%. Tuttavia, come avviene quando la misura è colma, gli investitori istituzionali legati a realtà statali hanno venduto in tempo. Mentre i piccoli borsini sono rimasti con il cerino in mano e con titoli che valgono un terzo rispetto a quando li avevano acquistati. Ed è scoppiato il panico. Il governo è intervenuto tardi. Prima ha fatto finta di non vedere che la massa di acquisti in Borsa era legata ad acquisti a leva, utili soltanto a remunerare le società di intermediazione. …… http://www.lettera43.it/economia/finanza/cina-a-rischio-bolla-finanziaria-crolla-la-borsa_43675177957.htm   La borsa di Shanghai, la principale borsa valori cinese, è in caduta dal 12 giugno scorso. Nei 12 mesi precedenti, dal 12 giugno 2014, la borsa di Shanghai era cresciuta tantissimo, del 150 per cento: vuol dire che, in media, il valore di un’azione in un anno era più che raddoppiato. Dal 12 giugno di quest’anno invece è scesa di più del 30 per cento: si tratta di più di 3mila miliardi di dollari. Per dare un’idea di che cifre stiamo parlando: l’intero grande debito della Grecia è di circa 330 miliardi di dollari, circa un decimo. Ci sono interi mercati finanziari, come quello spagnolo o quello indiano, che valgono meno di quanto perso dalla Cina nell’ultimo mese. Com’è cominciata la crisi Oltre alla borsa di Shanghai, è stata coinvolta da questa crisi anche l’altra borsa cinese, quella di Shenzen, e quella di Hong Kong. La condizione in cui si trova il mercato cinese sembra avere tutte le caratteristiche di una bolla finanziaria: i prezzi delle azioni nell’ultimo anno sono cresciuti moltissimo, senza particolari ragioni collegate ai risultati delle aziende. Il grafico dell’Economist qui sotto rende bene l’idea di quanto il mercato finanziario nell’anno scorso si sia distanziato dall’andamento del PIL cinese, quella che viene definita spesso come “economia reale” (GDP è il PIL in inglese). Schermata 2015-06-29 alle 6.27.55 PM   Gran parte della crescita della borsa di Shanghai è stata trainata da ChiNext, l’indice che raccoglie le maggiori società tecnologiche della Cina: il corrispettivo di quello che è il NASDAQ per la borsa statunitense. Secondo molti analisti quello che sta avvenendo nel mercato finanziario cinese è molto simile alla bolla dei titoli “dotcom” del 1999, la cosiddetta “bolla della new economy”: una crisi finanziaria generata da un eccessivo entusiasmo per le nuove aziende digitali statunitensi. Cosa ha fatto la Cina Le autorità cinesi hanno fatto di tutto per evitare che si diffondesse il panico e che il valore delle azioni continuasse a scendere, apparentemente senza molto successo: sono state vietate le IPO, le quotazioni in borsa di nuove aziende; sono stati autorizzati nuovi metodi di indebitamento per permettere agli investitori di avere maggiore liquidità da immettere nel mercato finanziario; quando la situazione si è fatta molto grave, nell’ultima settimana, sono state sospese le contrattazioni di moltissimi titoli; oggi non è possibile comprare o vendere circa il 70 per cento delle azioni sulla borsa di Shanghai. Come spesso accade, quando le autorità finanziarie dicono di non spaventarsi succede proprio che gli investitori si spaventino…..-. http://www.ilpost.it/2015/07/08/bolla-finanziaria-cinese/

Il padrone rosso

CmffNon solo Pirelli: la Cina sta acquistando il mondo. Per la prima volta, lo scorso anno, gli investimenti cinesi all’estero hanno superato quelli stranieri in Cina. «Pechino padrona», più del rallentamento della crescita e della corsa al riarmo, è la tendenza che segna la globalizzazione contemporanea. Lo tsunami degli yuan comunisti che sommergono il capitalismo occidentale sconvolge la geografia economica, ma ridisegna anche gli equilibri politici. Nel 2015 la Cina diventerà il primo investitore estero del pianeta: dai 11,1 miliardi di euro esportati dieci anni fa, arriverà a reinvestire in Paesi stranieri 110 miliardi. Il “go global” cinese è cresciuto nella discrezione. All’improvviso, per legittimare la supremazia della nuova superpotenza del secolo, impone la sua onnipresente immagine. A fine gennaio, quando Alexis Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia, sono scattati due allarmi: quello noto sull’euro e quello sconosciuto sulla proprietà cinese del Pireo, terminal container più grande del mondo. Gli europei hanno appreso che la distribuzione delle merci nel Vecchio continente è gestita da Pechino.
Il nuovo azionista di maggioranza globale affascina e spaventa. Non si limita più a scambiare infrastrutture lowcost con materie prime nelle nazioni in via di sviluppo. Irrompe nel salotto buono del business, tra gli Stati Uniti e l’Europa. I trofei servono a impressionare, ad annunciare all’Occidente che il motore millenario dell’Asia «is back», è tornato. Un nipote di Deng Xiaoping, per 1,7 miliardi di euro, ha acquistato l’Hotel Waldorf Astoria, icona del lusso a New York. Pechino controlla energia elettrica e acqua potabile di Londra. Un’immobiliare di Shanghai si è assicurata lo Sheraton di Sidney per 365 milioni di euro. Il fondo sovrano cinese si è aggiudicato l’appalto per la ferrovia ad alta velocità che collegherà Belgrado a Budapest e Rotterdam, attraversando il cuore dell’Europa. L’Africa è già cinesizzata, ma gli ultimi progetti segnano un salto di qualità: pozzi di petrolio in Sudan, una centrale idroelettrica in Nigeria, le miniere del carbone nello Zambia, la rete ferroviaria in Libia, i porti del Mozambico. L’opera- simbolo è il canale “anti-Panama” in Nicaragua, per ridimensionare l’influenza Usa sul commercio tra Atlantico e Pacifico. Le luci della ribalta si accendono anche sui nuovi affari. Wang Jianlin, fondatore del gruppo Wanda e primo gestore mondiale di sale cinematografiche, scala Hollywood, acquista il 20% dell’Atletico Madrid e la società Infront, deus ex machina dei diritti del calcio in tivù. Jack Ma, visionario inventore del colosso dell’e-commerce Alibaba, ha battuto ogni record delle quotazioni a Wall Street: 230 miliardi in un giorno.

Da economia socialista assistita chiusa, quello cinese diventa un business senza confini e di mercato. Nulla a che vedere colGiappone anni Ottanta. La Cina investe in 179 Paesi: nel 2012 le nuove imprese all’estero sono state 22 mila, nel 2014 si è passati a 34 mila, quest’anno il governo prevede che a investire saranno non meno di 50 mila. Prima meta gli Usa, ma lo scontro crescente Pechino-Washington rivoluziona i piani cinesi. Dopo Africa,America Latina e Australia, scatta l’ora del grande ammalato: l’Europa in saldo causa crisi. La leadership rossa resta affezionata alla cassaforte inglese. I nuovi miliardari acquistano castelli e i quartieri chic di Londra. Gli obbiettivi sono però il controllo del Mediterraneo e la conquista del mercato continentale. Priorità:Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, alla ricerca di capitali per ricostruire produzione e lavoro.
Nel 2014 il nostro Paese è stato la seconda destinazione degli investimenti cinesi nella Ue: poco meno di 6 i miliardi di euro arrivati, rispetto ai 147 milioni del 2012. Lo shopping di Pechino non si è limitato ai gioielli di famiglia: Eni, Enel, Generali, Telecom, Fiat-Chrysler, Mediobanca, Saipem, Prysmian, Terna, tutti partecipati al 2% dalla Banca centrale. State Grid Corporation China con 2,1 miliardi di euro si è assicurata il 35% di Cassa depositi e prestiti Reti: il gas e l’elettricità del Belpaese. E il cinese l’hanno imparato anche marchi storici dell’Italian style: Krizia ha venduto al suo ex fornitore Shenzhen Marisfrolg, seguendo le orme degli yacht Ferretti e (qui solo partecipazioni di minoranza), di Ferragamo, o dell’olio Sagra e Borio, di Ansaldo energia e di Cifa. I rumors dei mercati, dopo l’opa di ChemChina sulla Pirelli di Tronchetti Provera, annunciano nuovi colpi ad effetto: il Milan calcio di Berlusconi, i cappelli Borsalino, il Molino Stucky di Caltagirone a Venezia.
Le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono a una necessità interna e ad un’opportunità esterna. Il presidente Xi Jinping, per salvare l’egemonia del partito, deve riformare il modello di sviluppo nazionale. Persi i consumatori occidentali va alla conquista dei loro marchi, per assorbire know how, brevetti, conoscenza, tecnologia e immagine. Prezzi bassi, fine della diffidenza anti-cinese e yuan forte. Da materie prime e agricoltura, mercato primario, si passa a credito, industria e immobiliare, mercato secondario. Negli ultimi dieci anni la Cina si è assicurata le materie prime dell’Africa e dell’America latina, l’energia della Russia, i prodotti agricoli dell’Australia e le commesse hi-tech degli Stati Uniti. Dall’Europa ha solo importato aziende delocalizzate e brand del lusso. Ad aprire l’era del “go Europe”, con la zona euro che nel 2014 ha assorbito il 62% degli investimenti esteri, è ora il raffreddamento delle relazioni con gli Usa. Le barriere si alzano, fino ad escludere la Cina dai sempre più allargati “settori strategici”.
In Europa il percorso è inverso: le porte economiche si aprono, i governi democratici dimenticano diritti umani e libertà d’espressione. Il “caso autoritarismo” non pesa più sull’azione dei tre strumenti privilegiati dell’espansione cinese: il fondo sovrano (Cic), la società degli investimenti di Stato (Safe) e la Banca del popolo, attuali cavalieri bianchi mondiali con una liquidità superiore ai mille miliardi di dollari. Fino ad oggi la Cina è stata la culla dell’export di copie low cost. Il nuovo scenario la vede padrona di tecnologia, marchi hi-tech, credito e finanza, del meglio di quello che si definisce «il futuro dello sviluppo». Alto valore aggiunto, ma la sfida decisiva adesso è la governance: nessuno controlla, né può scegliere, i proprietari del mondo.

Giampaolo Visetti
Il padrone rosso, così la Cina sta comprando il mondo
Repubblica 24 marzo 2015

Cina, finisce l’era del figlio unico

bimbo chQualcosa si muove davvero nella Città Proibita del potere cinese. Il governo ha deciso di allentare la «politica del figlio unico» e di abolire i «campi di rieducazione attraverso il lavoro». Due sistemi da Stato di polizia odiati dai cinesi e odiosi per il mondo. Due sistemi che hanno ucciso, oppresso e fatto soffrire milioni di esseri umani. La promessa è contenuta nel lunghissimo comunicato del Terzo Plenum del Comitato centrale comunista, quello di cui finora si era parlato per la nuova apertura al mercato. Ma ora le riforme prendono un aspetto umano che mette in ombra ogni calcolo di macroeconomia. I più ottimisti lo chiamano già «il manifesto sociale» del presidente Xi Jinping.

La legge del «figlio unico», che dalla fine degli anni Settanta ha causato una strage di bambini mai nati, viene rivista: d’ora in poi nelle città, le famiglie in cui uno dei genitori sia figlio unico potranno «permettersi» di avere due bambini. La Cina cominciò ad «incoraggiare» le coppie a fare meno figli nel 1971, per evitare l’esplosione della bomba demografica. Nel 1980 il regime impose la «politica del figlio unico». …

L’altro grande annuncio è l’abolizione del «laojiao», la «rieducazione attraverso il lavoro» forzato, un sistema di campi di concentramento che era stato istituito negli anni Cinquanta da Mao Zedong per punire i «contro-rivoluzionari». Ci sono passati milioni e milioni di sventurati. Il loro numero è incerto, perché la sanzione era amministrativa, lasciata all’arbitrio delle varie polizie locali, senza bisogno nemmeno di rivolgersi a una magistratura comunque al servizio dello Stato. Si poteva finire in «rieducazione» forzata per piccoli furti, per prostituzione, per dissenso, semplicemente perché si protestava per i propri diritti violati. E si poteva essere chiusi in un campo fino a quattro anni, senza nemmeno una finzione di processo. A discrezione delle autorità di polizia locali. Il «laojiao» per esempio è la punizione tipica per chi presenta petizioni al governo centrale, lamentandosi per ingiustizie subite nelle lontane città e nei villaggi, mettendo così in cattiva luce i capi del posto.  Nel comunicato del Comitato centrale si parla di «un grande sforzo per proteggere i diritti umani».

E si promette di ridurre il numero dei crimini soggetti a pena di morte: «Passo dopo passo». Oggi la Cina punisce con la pena di morte 55 reati. …..

http://www.corriere.it/esteri/13_novembre_16/cina-finisce-l-era-figlio-unico-si-chiudono-campi-rieducazione-742d03ec-4e86-11e3-80a5-bffb044a7c4e.shtml

2030: come saremo?

mondo futuroIl dominio occidentale sul mondo è solo un ricordo. Il futuro, visto da un rapporto dell’intelligence americana, sistema l’Asia al centro del nostro universo. L’Italia, a sorpresa, riesce ancora a contare più di quanto pesi, ma è un vantaggio di posizione che siamo destinati a perdere.

L’ economia cinese che sorpassa quella americana, e l’Asia che scavalca Europa e Nordamerica sommate assieme. L’ordine globale che dipende dall’alleanza tra Pechino e Washington, ma vacilla e mette a rischio la tenuta della globalizzazione, aprendola porta alle megalopoli che diventano attrici protagoniste sulla scena geopolitica internazionale. E poi la classe media in enorme espansione, che grazie alle nuove tecnologie accrescerà anche il potere diretto degli individui. La medicina in costante progresso, tanto che gli esseri umani saranno in grado di programmare e potenziare i loro corpi, cambiando pezzi come se fossimo dal meccanico…..

http://www.lastampa.it/2012/12/12/esteri/nel-l-asia-dominera-il-pianeta-GOMQ0VpfOfvZMxwPn73gzN/pagina.html

 

«Global Trends 2030: Alternative Worlds”

http://www.acus.org/publication/global-trends-2030-alternative-worlds