Più elettriche e cinesi ora il mondo compra cento milioni di auto

Saranno presto 100 milioni quelle nuove. Sono un miliardo quelle circolanti già oggi nel mondo. L’auto continua a macinare record di vendite. Grazie al fatto che nei Paesi emergenti non c’è crisi. Gli analisti citati dalla ricerca diffusa ieri da Anfia prevedono che nel 2020 le auto nuove saranno 112 milioni. Ma già allora il parco circolante potrà essere molto diverso da quello di oggi. Le norme imporranno di aumentare le auto ad alimentazione “alternativa”. Termine generico che oggi indica tutto ciò che non usa come carburante la benzina o il gasolio: dalle auto totalmente elettriche alle ibride a quelle che hanno carburanti limitati a specifiche aree geografiche, come l’acool in Basile o il gas in Italia. Con 500 mila pezzi venduti nel 2016, anche in questo settore la Cina è il primo mercato, a pari merito con l’Europa, se si considerano le auto ibride o elettriche. L’Europa è invece al primo posto se si aggiungono le 173 mila auto a gas e metano vendute quasi tutte in Italia, dove esiste l’unica rete capillare per questo genere di veicoli.
Sono numeri ancora bassi: sui 28 milioni di auto vendute in Cina le 500 mila a propulsione alternativa sono meno del 2 per cento. Ma sono destinate a cresce come nel resto del mondo. Le norme sempre più rigide sulle emissioni, unite agli scandali recenti, sembrano segnare irrimediabilmente la sorte del diesel, nonostante l’ostinazione dei costruttori tedeschi a continuare su quella strada. La scelta di investire sull’elettrico da parte degli stessi campioni di Germania, dimostra comunque che quello sarà il futuro. In Usa i veicoli a propulsione alternativa venduti nel 2016 sono stati 490.000, lo 0,8 per cento del mercato, in linea con l’anno precedente. Ma a fronte di un calo del 14 per cento delle auto ecofriendly c’è un aumento del 271 per cento dei camion e del 31 per cento dei furgoni. Si tratterà ora di vedere quali affetti avranno nei prossimi anni le politiche filo-fossili del presidente Trump.
Ma le scelte decisive per orientare il mercato dell’auto e decidere come saranno fatti i 100 milioni di vetture nuove che arriveranno sul mercato nei prossimi anni, le compirà la Cina. Secondo la regola per cui il mercato più grande determina le scelte di quelli minori. E se anche, come pare di capire, nel 2017 l’Europa venderà più auto degli Usa, è a Pechino che bisogna far riferimento. Perché in Cina si producono 28 milioni di auto, quasi un terzo di tutte quelle fabbricate nel mondo: sono più del doppio di quelle che si costruiscono in Usa e quasi cinque volte quelle prodotte in Germania. Improponibile il paragone con l’Italia che con il suo milione di pezzi ne costruisce un terzo della Spagna e metà della Francia. Nel campo dei combustibili alternativi l’Italia è al primo posto in Europa con il 26 per cento dell’immatricolato ma solo perché gas e metano la fanno da padrone. Se si prendono in considerazione elettriche e ibride l’Italia è molto indietro.
Nel mese di luglio il mercato italiano è salito del 5,9%. Fca è salita del 3,5 grazie soprattutto ad Alfa, Jeep e Maserati. In Usa invece Fca perde a luglio il 10 per cento. Il gruppo del Lingotto precede i francesi di Psa, che grazie all’acquisizione di Opel scalzano Volkswagen dal tradizionale secondo posto in Italia.

Paolo Griseri

La Repubblica, 2 agosto 2017

 

 

Il carbone surclassa oro e diamanti

crbIl 2017 inizia (finanziariamente parlando) con una pessima notizia per la Befana: le consegne di carbone, quest’anno rischiano di costarle un occhio della testa. La colpa è dei mercati delle materie prime che – dopo quattro anni di crisi – le hanno giocato un brutto scherzo: i prezzi sono tornati a salire. Non solo. Invece di correre dietro ai classici metalli preziosi, il mondo – scommettendo sulla ripresa della Cina e sul piano di investimenti infrastrutturali di Donald Trump– ha riscoperto all’improvviso i prodotti industriali meno nobili e più bistrattati. È decollato lo zinco (+60% in dodici mesi), balzato del 30% l’umilissimo stagno, sono cresciuti rame (+16%), alluminio e nickel. Ma la superstar assoluta del 2016 è stato proprio il carbone da coke, quello usato per la siderurgia e per i regali ai monelli del 6 gennaio, che ha surclassato oro e diamanti chiudendo il 2016 con un rialzo delle quotazioni del 300%.
Gli ultimi dodici mesi andranno comunque agli annali come l’anno della riscossa di quasi tutte le materie prime.

Il petrolio è il simbolo della svolta. A febbraio scorso galleggiava attorno ai 26 dollari al barile, il minimo dal 2003. Poi è successo il miracolo. I litigiosissimi paesi dell’Opec– dopo otto anni di discussioni inconcludenti – si sono accordati per un taglio alla produzione di 1,7 milioni di barili al giorno. E sono riusciti (altro mezzo miracolo) a convincere la Russia e i produttori fuori dal patto ad adeguarsi alla scelta. Appena il mercato ha fiutato l’intesa, l’oro nero ha invertito la rotta, chiudendo il 2016 in rialzo del 57%, la miglior performance dal 2009.
L’esempio del greggio è stato contagioso. E ha trascinato in netto rialzo anche i metalli industriali. Il meccanismo, in fondo, è lo stesso. La domanda – in particolare della Cina – è stata superiore alle previsioni. Mentre i tagli a miniere e impianti estrattivi varati negli ultimi anni di crisi hanno ridotto all’osso l’offerta. Risultato: i prezzi sono schizzati al rialzo e le compagnie minerarie stanno facendo gli straordinari per tener dietro alle richieste. Pechino, per dire, è stata costretta a riaprire a ciclo continuo gli impianti estrattivi di carbone che solo un anno fa funzionavano per legge ad orario ridotto. Chi ha azzeccato la scommessa scommettendo al momento giusto sul settore ha fatto jackpot: la Stanmore, per dire, ha acquistato nel luglio 2015 la miniera di carbone di Isaac Plain, in Australia, per la cifra simbolica di un dollaro dalla brasiliana Vale e dalla giapponese Sumitomo che da mesi cercavano di liberarsi dell’impianto considerato ormai un peso morto. Oggi si mordono le dita, visto che il valore del sito viaggia sui 700 milioni.
L’oro dopo una partenza sprint (+16% tra gennaio e marzo 2016) ha tirato i remi in barca chiudendo l’anno con un +8%, pagando un pedaggio salato al rialzo del dollaro e a quello dei tassi Usa, fattori che tendono a ridurre il suo appeal come bene rifugio.

Il mercato delle materie prime alimentari invece ha viaggiato a due velocità: il grano resta ancora in difficoltà e ha chiuso gli ultimi dodici mesi con un calo dei prezzi del 13%. Male anche il riso ( – 20%) e il cacao, che a causa della sovrapproduzione ha visto le sue quotazioni crollare del 33%, con grande sollievo per il portafoglio dei consumatori seriali di cioccolato. Il 2016, tuttavia, è stato un anno d’oro per le materie prime meno amate dai salutisti: lo zucchero ha rialzato la testa (+ 24%) dopo lunghi anni di crisi in cui ha pagato caro la sua fama di nemico pubblico numero uno del girovita e le tasse sulle bevande gassate. A sorpresa è balzato del 30% pure il prezzo di un altro dei “Most wanted” dai profeti dell’alimentazione corretta: l’olio di palma. Il motivo? La siccità in molte zone produttive che ha penalizzato i raccolti. Ma il suo futuro, con un tempo più clemente e i consumatori che l’hanno messo nel mirino, resta comunque grigio.

Ettore Livini
La Repubblica 3 gennaio 2017

Tagli al petrolio

images3Dopo grandi incertezze, i Paesi produttori riuniti nel cartello Opec hanno trovato l’accordo per un taglio alla produzione di greggio: la sovrabbondanza di oro nero è stata una delle cause del tracollo dei prezzi, che hanno più che dimezzato i loro valori dall’estate del 2014 e stanno faticosamente provando a riprendersi. Dopo le indiscrezioni delle agenzie internazionali, è stato ufficialmente annunciato l’accordo per ridurre di 1,2 milioni di barili al giorno (a quota 32,5 milioni) il quantitativo estratto dai Paesi del cartello, riuniti a Vienna come di consueto. Una notizia che ha messo le ali al greggio, schizzato fino al +8% con il Brent di nuovo in area 50 dollari.

Il patto include la possibilità di aggiungere altri 600mila barili quotidiani di tagli, includendo i Paesi formalmenti esterni all’Opec come la Russia. Metà di questa fetta sarà a carico della Russia, che ha quindi accettato di tagliare l’output di 300 mila barili al giorno, come ha spiegato il presidente dell’Opec, Mohammed Bin Saleh Al-Sada, al termine della riunione. Tra le more, ci sarebbe l’accettazione da parte dell’Arabia Saudita di concedere all’Iran – che dopo l’embargo sta correndo per recuperare il suo ruolo nello scacchiere internazionale – in via eccezionale psosa far salire la sua produzione a circa 3,9 milioni di barili al giorno…..

La Repubblica, 30 novembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/11/30/news/accordo_opec_per_il_taglio_alla_produzione_il_petrolio_vola-153168479/

 

Raggiunto al vertice di Vienna l’accordo tra Paesi Opec e non-Opec sui tagli alla produzione di petrolio per riequilibrare il mercato. La riduzione sarà di 558.000 barili al giorno ha detto il ministro del petrolio dell’Iraq, Jabbar Ali Hussein al Luaibi, un livello leggermente inferiore al taglio di 600.000 barili giornalieri previsto in origine.

Mosca, pronti a taglio produzione 300.000 barili – Il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha confermato che Mosca taglierà la propria produzione di petrolio di 300.000 barili al giorno. “Noi abbiamo annunciato i nostri impegni e li confermeremo”, ha detto. ….

Ansa.it 12 dicembre 2016

http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2016/12/10/-petrolioiraqda-paesi-non-opec-taglio-558.000-barili-_ccb2ab9f-92b7-4562-950c-06bac12ff7dd.html

 

Petrolio, salari e Usa. Ecco perché adesso ritorna l’inflazione

 
 iflazz«La notizia della mia morte è fortemente esagerata». Le parole di Mark Twain sono le più adatte a descrivere il ritorno dell’inflazione, che ha rialzato la testa nonostante le cupe predizioni di una deflazione secolare.
Gli ultimi dati dell’Ocse mostrano come a settembre nei Paesi ricchi i prezzi siano cresciuti a un ritmo annuale dell’1,2%, il tasso più alto da inizio anno. Negli Usa, l’inflazione è ormai all’1,6%, mentre nel Regno Unito, si è attestata allo 0,9%. Anche nell’eurozona il dato ha toccato lo 0,5%, il massimo da due anni e mezzo.
Questi numeri sono ovviamente ancora inferiori a quel 2% che la maggioranza degli economisti ritiene essere la giusta àncora di stabilità dei prezzi. Molte banche centrali stanno però già rispondendo: Janet Yellen, presidente della Us Federal Reserve, ha fatto intendere ieri che un rialzo dei tassi a dicembre è molto probabile. Le possibilità di un nuovo stimolo monetario nel Regno Unito dopo quello di agosto si sono di fatto azzerate. La causa è proprio la prospettiva di un’accelerazione dei prezzi legata anche alla svalutazione della sterlina dopo il referendum su Brexit.
Il segnale più visibile del ritorno dell’inflazione è nel mercato delle obbligazioni, dove gli investitori stanno chiedendo tassi più alti per compensare il rischio di un aumento dei prezzi. I bond decennali del governo Usa sono oltre il 2,20%. Anche nell’eurozona i rendimenti sono risaliti: i Btp a 10 anni erano ieri al 2,09%, con uno spread di 181 punti base rispetto al bund tedesco che, comunque, è tornato in territorio positivo dopo essere stato a lungo sottozero.
La recente accelerazione dei prezzi ha prima di tutto a che fare con il costo delle materie prime e, soprattutto, del petrolio. Tra giugno 2014 e gennaio 2016, il prezzo del Brent è sceso del 75%, arrivando a 29 dollari al barile. Da allora, il petrolio è risalito fino ai 47 dollari, contribuendo in maniera meccanica a spingere in su l’inflazione. L’altro motivo ha a che fare con la tiepida ripresa dei salari che si è palesata negli Stati Uniti, in Germania e soprattutto in Gran Bretagna.
Guardando avanti, gli spiriti animali degli investitori sono eccitati dalla prospettiva di un corposo taglio delle tasse da parte del presidente eletto Usa Donald Trump. Una manovra espansiva in una fase di crescita avrebbe l’effetto immediato di far avanzare ancora l’inflazione Usa. Misure protezioniste, come dazi sui prodotti provenienti da Cina e Messico e restrizioni all’immigrazione, potrebbero aggiungere secondo alcuni fondi, circa 0,3 punti percentuali agli indici di crescita dei prezzi. Le importazioni dall’America spingerebbero in alto i prezzi nel resto del mondo, contribuendo a una reflazione globale. Non è un caso che le aspettative di inflazione siano in rapida risalita.
C’è però chi la reflazione ancora non la vede: in Italia, per esempio, i prezzi sono scesi dello 0,2% a ottobre. Anche la Banca centrale europea non è convinta che le tendenze inflazionistiche siano durature. Nei resoconti della riunione del consiglio direttivo di ottobre pubblicati ieri, si legge come i banchieri centrali guidati da Mario Draghi restino convinti che la ripresa europea rimanga debole e dipenda in larga parte dalla politica monetaria espansiva della stessa Bce. L’inflazione “core”, che toglie gli elementi di volatilità come il petrolio, è bloccata allo 0,75% e Draghi ha detto che questo indicatore sarà importante per le decisioni future di Francoforte. Pertanto, nonostante la resurrezione dell’inflazione, molti analisti non si aspettano che la Bce interrompa gli acquisti di bond in scadenza a marzo 2017.
Ferdinando Giugliano
la Repubblica, venerdì 18 novembre 2016

Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

Il prezzo dell’instabilità di Pechino

CHIMPOT È possibile che la tempesta di ieri sia riassorbita e che la Borsa cinese si riprenda. Non tanto per la spinta degli utili aziendali quanto perché le autorità cinesi potrebbero decidere di puntellare le Borseha finito il 2015 con uno squillante +9%, in netto contrasto con il segno meno registrato nello stesso anno dalla più blasonata Wall Street.
Stavolta però non si può escludere che il crollo delle borse mondiali di fronte alle difficoltà cinesi rifletta qualcosa di più profondo. Le arzigogolate vicende interne della Cina (paese socialista con capitalismo di Stato) sono ormai percepite dagli analisti di mercato come una minaccia permanente alla stabilità globale. Con il rinnovo delle misure dell’estate scorsa, il governo cinese potrà anche sostenere i corsi azionari per qualche tempo. Ma poi i temporanei divieti di vendita vengono a cadere. E i mercati già ora si chiedono cosa avverrà con il venire al pettine dei nodi irrisolti dell’economia cinese. Il primo di questi nodi è se il governo di Pechino sia in grado di governare la crescita come in passato. Un certo rallentamento dell’economia cinese è nelle cose, come già per altri miracoli economici asiatici come il Giappone e la Corea del sud. E infatti anche in Cina la crescita del 10% annuo del 1980-2010 è scesa al 7,5% del 2011-15 ed è prevista in ulteriore calo al 6,5% per il 2016-2020. L’inevitabile rallentamento è previsto e compreso dai mercati. La capacità del regime cinese di governare il rallentamento è invece meno certa di ieri. C’è poi da aggiungere che la Cina al rallentatore non è un paese come gli altri essenzialmente perché economicamente e demograficamente immenso. È la seconda economia del mondo, con un prodotto interno lordo superiore ai diecimila miliardi di dollari – il 60% di quello degli Usa, i tre quarti di quello dell’eurozona e il doppio di quello giapponese.  È un’economia che quando mette a segno un più sette per cento di crescita, genera 725 miliardi di dollari di redditi in più ogni anno, l’equivalente dell’intero Pil (Prodotto Interno Lordo) della Svizzera e poco meno di quello della Turchia. Una Cina che rallenta importa meno dai paesi confinanti e quindi trascina in giù le economie limitrofe, quelle avanzate come l’Australia (che vende materie prime al manifatturiero cinese) e quelle in via di sviluppo come il Vietnam (che della Cina è fornitore di lavoro a basso costo). L’instabilità della Cina non può quindi che trasmettersi prima di tutto agli altri paesi asiatici. Ma con una Cina che rallenta troppo pagano pegno anche i big del settore automobilistico tedesco e i produttori di beni di lusso italiani e francesi. La minor crescita di un grande paese manifatturiero e privo di petrolio ha anche un profondo impatto sui settori. Una Cina in frenata riduce la sua domanda di petrolio riducendone il prezzo. Un petrolio stabilmente basso è una manna per le aziende manifatturiere e di servizi di tutto il mondo. Ma un petrolio instabilmente basso aggrava le tensioni geopolitiche del Medio oriente, prima di tutto quelle tra Arabia Saudita e IranFinora la Cina e il suo governo hanno sempre smentito i profeti di sventura. Le riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e Jiang Zemin hanno incoraggiato l’imprenditorialità e promosso una maggiore apertura al mercato delle imprese pubbliche. Tutto questo ha portato la Cina nel Wto nel 2001. Con quelle riforme la crescita è arrivata. Ora però rimane la parte difficile. Si tratta di fare piazza pulita dei monopoli di stato per togliere risorse alla corruzione, di aprire davvero al capitale estero accorciando la lista dei settori vietati agli stranieri e di creare un sistema giuridico fatto di tribunali indipendenti dalla politica. Sono riforme che occupano un posto di rilievo anche nelle agende politiche di altri paesi del mondo (inclusa l’Italia). Ma è alla riuscita di queste riforme (e non all’ennesima misura di sostegno temporaneo ai mercati) che sarà condizionata una migliore integrazione della Cina nell’economia globale, così come un ritorno ad una crescita più sostenibile dell’economia e delle borse.
Francesco Daveri
Corriere della Sera, martedì 5 gennaio 2016

Opec, niente accordo la guerra del petrolio inonda il mercato. Crollo infinito dei prezzi

imakjkjkjkLa guerra continua. Un anno di massacri sul fronte dei prezzi non ha piegato l’Arabia saudita. Riad rilancia la strategia che, negli ultimi dodici mesi, ha fatto precipitare la quotazione del greggio intorno ai 40 dollari, un terzo del valore dello scorso novembre: continuare a produrre a tavoletta e chi ha costi superiori ai prezzi in vertiginosa discesa – come gli americani vada fuori mercato e lasci spazio a chi si può permettere di produrre a questi livelli.

Il vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, ieri, a Vienna, è stato teso, concitato e si è concluso, di fatto, senza un accordo. Ma Riad – l’unico produttore con le spalle abbastanza larghe da ridurre, se vuole, la produzione – non ne aveva bisogno. Di fatto, niente accordo significa prolungare la situazione attuale: il tetto alla produzione del cartello resta a 30 milioni di barili al giorno, quanto, oggi, sta già inondando il mercato e corrodendo i prezzi. Anzi, più realisticamente, l’Opec continuerà a produrre di più, 31,5 milioni di barili, il volume effettivo di greggio estratto, se si considera che molti paesi sforano sistematicamente le loro quote.

Il mercato del petrolio, infatti, non si capisce se non si tiene conto che, quando il prezzo scende, tutti tendono ad aumentare al massimo la produzione, nel tentativo di recuperare, con i maggiori volumi di vendita, quanto perdono con i prezzi più bassi.

Il risultato è che il prezzo scende ancora di più, ma è l’unico mezzo che i produttori più deboli hanno per restare a galla, anche se la spirale rischia di travolgerli. Ieri, quei produttori – Venezuela, Nigeria, Angola – che non riescono più a compensare, con gli introiti del greggio, i buchi dei loro bilanci, sono tornati alla carica per ottenere un taglio della produzione che ridia fiato ai prezzi. Puntavano sul fatto che anche l’Arabia saudita comincia ad avvertire i morsi dei minori incassi del greggio: ha dovuto rinunciare ad alcune ambiziose infrastrutture e, probabilmente, dovrà ricorrere a prestiti internazionali per pareggiare il bilancio. Ma pensa di poter tenere ancora duro più degli altri.

Del resto, ieri Riad ha ottenuto l’appoggio anche degli altri due più importanti membri dell’Opec: Iraq e Iran. Il primo è tornato da poco sul mercato, il secondo sta per ripresentarsi e tutt’e due sono interessati a conquistare quote di mercato più larghe possibile, non a ridurre la loro presenza, tagliando la produzione.

Chi pensava, insomma, che i sauditi fossero pronti ad alzare bandiera bianca e a frenare i pozzi è stato smentito e chi ci ha scommesso nelle borse dei futures è stato punito: il Brent ieri è sceso verso i 43 dollari a barile e il greggio americano intorno ai 40 dollari. La prospettiva, che quasi tutti danno per scontata con l’imminente rialzo dei tassi di interesse Usa, di una ulteriore risalita del dollaro renderà quei prezzi ancora più punitivi per i signori del greggio.

Riad, d’altra parte, ha fatto chiaramente capire che è disposta a mettere mano ai rubinetti solo se anche chi sta fuori dall’Opec si muove nello stesso modo. In altre parole, solo se gli altri non approfittano del rallentamento saudita per vendere loro il petrolio che Riad non produce più, rubandogli quote di mercato. Il problema è che l’unico interlocutore possibile – la Russia ha il problema di tutti gli altri, cioè produrre più possibile per incassare dollari, anche pochi, maledetti, ma subito. E questo è ancora più vero per i frackers americani, i veri concorrenti che i sauditi vogliono piegare.

E’ stata l’irruzione sul mercato dei protagonisti delle nuove tecniche di produzione, il fracking, con i loro 4 milioni di barili di greggio al giorno, infatti, a modificare radicalmente gli equilibri del mercato del petrolio.

Ma nonostante la retorica sulla loro efficienza, con il greggio a 40 dollari per loro è dura resistere. Gli equilibri economici dei nuovi petrolieri sono fragili. Le loro tecniche di trivellazione portano ad esaurire un pozzo nel giro di uno-due anni. Di fatto, più che pompare, scavano, ma questo comporta investimenti crescenti e costosi, finanziati, finora, con il debito. Banche e investitori, con il greggio a 40 dollari, sono diventati sempre più diffidenti e decine di frackers stanno fallendo o chiudendo, dando ragione alla strategia dei sauditi.

Quando i prezzi saranno risaliti, molti di loro ripartiranno, ma questo significa solo che il mercato del greggio è destinato a diventare sempre più volatile, con continue guerre dei prezzi.

Per i paesi consumatori, la conferma che la guerra dei prezzi continua vuol dire che continua anche la bonanza dell’energia a basso costo. Se ne lagna chi pensa che questo ritardi il boom delle energie alternative, ma per economie ai limiti del congelamento, come quella europea e quella italiana, è uno stimolo potente alla crescita.

Solo che gli effetti sono assai inferiori a quello che sarebbe lecito, sulla base delle esperienze precedenti, aspettarsi. I benefici dell’energia a basso costo fanno fatica a farsi strada fra la debolezza della domanda interna ed estera e le esitazioni delle banche a dare credito. Paradossalmente, anzi, il crollo del petrolio, tirando verso il basso gli indici dei prezzi, solidifica le paure di deflazione che stanno paralizzando l’economia europea.

Maurizio Ricci

Repubblica 5 dicembre 215

OPEC

http://www.opec.org/opec_web/en/

 

Comincia la Conferenza di Parigi sul clima. Molto ottimismo

 
parisclimatSaranno le dimensioni imponenti della macchina che è stata messa in piedi per questi Stati Generali sulla salute della Terra: 25 mila delegati di 190 Paesi, 147 capi di Stato e di governo per una maratona negoziale di due settimane.
Sarà che, mentre rinuncia a fare il «gendarme del mondo» nei Paesi in guerra, sull’ambiente Barack Obama ci mette la faccia, negoziando personalmente accordi coi grandi inquinatori mondiali, dalla Cina all’India, e sfidando il suo stesso Congresso.
 Sarà, infine, che, dopo gli attentati che hanno scosso il mondo, da Parigi al Mali, per i leader politici è divenuto ancor più imperativo trovare un accordo sul tema più nobile che hanno davanti: il salvataggio del Pianeta. Fatto sta che la Conferenza di Parigi sul Clima che verrà inaugurata domattina (ma i lavori cominciano oggi) nel centro congressi messo su a Le Bourget, nell’area del vecchio aeroporto cittadino, inizia in un clima di fiducia e ottimismo come non si vedeva da anni nel mondo dell’ecologia.
Un’opportunità (ma grandi ostacoli)
Ottimismo di facciata o è la volta buona? Nessuno lo sa oggi e sarà difficile avere certezze anche ad accordi fatti, alla fine della conferenza, vista la molteplicità e la grande complessità dei problemi: l’Occidente, ad esempio, vorrebbe superare i combustibili fossili ma «Big oil» non ne vuole sapere, mentre l’India intende continuare a usare il carbone senza limiti e la Russia trova addirittura vantaggioso il global warming che potrebbe rendere coltivabili le lande gelate della Siberia. Il Terzo mondo, poi, ci sta solo se i Paesi ricchi finanziano la sua riconversione energetica. E il fondo di 100 miliardi di dollari l’anno per gli emergenti a suo tempo creato in ambito Onu, non solo è poca cosa, ma è stato fin qui finanziato per due terzi soltanto. E quello che verrà raggiunto sarà comunque un accordo a «maglie larghe» con ogni probabilità non giuridicamente vincolante (molti Paesi non accettano limiti alla loro sovranità), come ha ribadito ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, e quindi non avrà la forma di un trattato (che negli Usa non supererebbe il veto di un Congresso ostile ad Obama).
Nonostante tutti questi ostacoli, l’ottimismo è comunque giustificato: è la prima volta che i grandi inquinatori – dalla Cina all’India agli stessi Stati Uniti – vanno a un vertice internazionale pronti ad assumere impegni per ridurre le emissioni che alterano il clima. Sono 175 i Paesi che hanno presentato piani per abbassare la produzione di gas-serra: dopo decenni di dibattiti si è arrivati a una consapevolezza diffusa, quasi universale. Ma, oltre a essere sostanzialmente volontari, questi impegni (almeno per ora) sono largamente insufficienti: l’obiettivo fissato da scienziati e politici è limitare entro i 2 gradi centigradi l’innalzamento della temperatura terrestre rispetto all’era pre-industriale, mentre, anche se venissero centrati tutti gli obiettivi, gli impegni fin qui presi da 175 Paesi non consentirebbero di scendere sotto un incremento delle temperature di 2,7 gradi. Certo, meglio dei +4,3° verso i quali si andrebbe in assenza di interventi, ma non basta per impedire eventi catastrofici come la scomparsa di interi arcipelaghi per lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari.
Da Stoccolma a Cop21 via Kyoto
Cop21, la ventunesima conferenza sul clima da quando, nel ‘95, alcuni Paesi presero impegni vincolanti, viene vista da molti come il punto d’arrivo di una lunga marcia – quella della graduale acquisizione della consapevolezza della gravità dei problemi climatici – iniziata ben prima del Cop1 di Berlino: la prima conferenza dell’Onu sullinquinamento si tenne a Stoccolma nel ‘72, ma allora non erano chiare le dimensioni dei problemi, né le soluzioni istituzionali e tecnologiche possibili. La prima vera iniziativa contro l’effetto-serra (CO2, metano e gli altri gas che fanno salire la temperatura del Pianeta) arriverà solo con Cop3 che a Kyoto porta alla firma dell’omonimo Protocollo: siglato nel ‘97 ma attuato a partire dal 2005. Doveva essere un cambio di rotta per tutto il mondo, ma Kyoto escludeva i Paesi emergenti (a partire dalla nuova potenza cinese) non disposti a frenare il loro sviluppo e convinti che l’onere della lotta al global warming dovesse gravare sui Paesi ricchi, cresciuti grazie allo sfruttamento dei combustibili fossili. Alla fine il Protocollo non fu ratificato nemmeno dagli Usa, contrari a fare sacrifici in assenza di un coinvolgimento di tutti i grandi inquinatori. Un fallimento per i più, ma Kyoto ha consentito una prima presa di coscienza ed è divenuto la traccia per i negoziati successivi, la palestra per sperimentare meccanismi come la fissazione di un prezzo per le emissioni che alterano il clima.
Caldo record a ripetizione
Negli ultimi anni, così, le temperature di terre e mari hanno continuato a crescere (record nel 2014, già battuto nei primi dieci mesi del 2015, come si vede dai grafici a fianco) nonostante gli sforzi di sviluppare fonti non inquinanti alternative ai combustibili fossili (soprattutto sole e vento) fatti dall’Europa ma anche da Stati Uniti e Cina che, benché non vincolati dal Protocollo, si sono buttati sul business del solare. Ma, mentre i Paesi industrializzati, tra massicci investimenti nelle rinnovabili e rallentamenti delle economia dopo la Grande Recessione, hanno contenuto lo sviluppo delle emissioni, nelle nuove potenze emergenti la produzione di CO2 è esplosa anche per il boom industriale alimentato da un ricorso massiccio alla risorsa energetica più a buon mercato: il carbone. Così la Cina, che nel ‘95, l’anno di Cop1, produceva 2,8 tonnellate di CO2 pro capite, all’inizio del decennio attuale è arrivata a quota 6,7. Solo un terzo dell’anidride carbonica prodotta dall’americano medio, certo, ma, moltiplicando questo numero per il miliardo e 300 milioni di abitanti del gigante asiatico, si scopre che la Cina è il primo inquinatore mondiale.
Obama-Xi, il patto di Pechino
La svolta è arrivata un anno fa quando, davanti a questa realtà e all’inquinamento che soffoca Pechino e altre città cinesi, il presidente Xi Jinping si è fatto convincere da Obama a siglare un accordo bilaterale di reciproci impegni a combattere il global warming fissando obiettivi di lungo periodo. Ancora scottato dall’insuccesso della conferenza ambientale di Copenaghen del 2009 e deciso a concludere il suo mandato alla Casa Bianca da regista di un grande accordo mondiale sul clima, il presidente Usa nell’ultimo anno ha cercato di convincere molti altri Paesi, dall’India all’Indonesia, a seguire l’esempio di Pechino. Così, rispetto a sei anni fa, stavolta si arriva a Parigi con una rete di impegni reciproci già definiti. Da qui l’ottimismo dei leader. Sanno che potranno vendere alle loro opinioni pubbliche un accordo «nobile»: la politica che per una volta guarda lontano e prende impegni a vantaggio delle generazioni future. Ma saranno anche intese di sostanza? È quasi impossibile che si arrivi fin d’ora a centrare l’obiettivo dei 2 gradi. La speranza è che a Parigi venga fissato un calendario di verifiche periodiche, sia per controllare il rispetto degli impegni, sia per assumerne di nuovi, fino a raggiungere i sospirati 2 gradi. Ma per fare questo tutti i Paesi dovranno impegnarsi a riaprire il dossier clima ogni 4-5 anni. E magari finiranno per ricorrere anche alle nuove, rischiose tecniche della geoingegneria per raffreddare artificialmente l’atmosfera (ad esempio spruzzando cristalli di sale tra le nubi) se le misure dirette si riveleranno insufficienti
Massimo Gaggi
Corriere della Sera, domenica 29 novembre 2015

Ecco perché cresciamo troppo poco

ripresa-mercato-auto[1]Nelle relazioni dei convegni si parla soprattutto delle condizioni favorevoli alla ripresa. E si concorda nel descriverle come esogene e pressoché irripetibili e così dicendo si allude ovviamente al basso prezzo del petrolio, agli impegni della Bce e alla svalutazione dell’euro sul dollaro. Terminato il programma del meeting, nei conciliaboli prima dello sciogliete le righe, il focus della discussione però diventa un altro: «Ma perché la nostra ripresa è così debole?». Perché nonostante tutti gli scenari di medio periodo concedano previsioni di bel tempo restiamo appesi all’emissione di questo o quel dato trimestrale o addirittura mensile? Prendete gli ultimi, quelli relativi alla produzione industriale di aprile, ebbene più di qualche economista era disposto a scommettere su un +0,8%, non si sarebbe stupito molto se poi il dato si fosse fermato attorno a +0,5%, ma non si sarebbe mai aspettato il vero responso: -0,3% su marzo. Un dato estremamente negativo perché segna una partenza tutta in salita del secondo trimestre 2015, proprio quello che con un risultato rotondo alla misurazione del Pil di agosto dovrebbe certificare che finalmente la nave va. Con questi presupposti, e pur contando su un rimbalzo tecnico a maggio, non è detto che l’esito sia quello auspicato.

Forse però più che aggiungere previsioni a previsioni ha senso ragionare su quali siano le cause, o se preferite i tappi, che ostacolano un flusso più regolare di ripresa delle attività e di conseguenza dati più lineari .

Va detto che in materia le opinioni degli economisti divergono ampiamente. Per carità, le diagnosi della «malattia italiana» della crescita lenta concordano su molti fattori, la divergenza è sull’hic et nunc, su quali siano in questo momento le principali ostruzioni. La corrente più ampia sostiene che la ripresa italiana non va a briglia sciolta perché persiste un problema di bassa produttività sia del lavoro sia del capitale. Ci sarebbe bisogno, a tempi brevi, di relazioni industriali più vicine al mercato e quindi di un ampio ciclo di contratti aziendali rivolti a rimettere in asse il lavoro, con la ristrutturazione silenziosa che in questi anni ha comunque cambiato il meccanismo di funzionamento delle aziende sane. Il problema si pone anche sul versante del capitale, che risponde ancora a schemi ingessati e non è in grado, quindi, di interpretare i mutamenti dei cicli economici e le esigenze di sviluppo, che richiedono investimenti sia tradizionali (macchine) sia innovativi (capitale umano e reti). Un capitale poco aperto risulta, secondo questa tesi, il meno congeniale per interpretare al meglio questa fase della crescita e comunque rischia di diventare nel medio periodo un’occlusione.

Se il mea culpa sulla produttività convince una buona parte degli addetti ai lavori, non tutti però sono d’accordo nell’additarlo come il vero tappo di oggi. Una seconda corrente di pensiero propende per mettere sul banco degli imputati l’ampia polarizzazione che si è prodotta durante la Grande Crisi nel sistema delle imprese italiane. In soldoni: abbiamo imprese che macinano utili e programmano addirittura raddoppi del fatturato nei prossimi anni accanto a un numero largamente maggioritario di aziende che rischiano di chiudere e purtroppo, con tutta probabilità, chiuderanno. Questa divaricazione così profonda e drammatica sarebbe la madre di numeri così ballerini e a volte sconcertanti. Il tema della polarizzazione era stato già sottolineato, ad esempio, nelle Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e più in generale si spiega, tra le altre cose, con un ritardo della media delle imprese italiane nello sfruttamento delle tecnologie dell’informatica e della comunicazione. Le indagini in materia danno numeri poco confortanti.

Una terza corrente di pensiero, pur non sottovalutando gli elementi di cui sopra, è portata a puntare il dito sul perdurante ristagno della domanda interna. Non ci sarebbe dunque – sul breve – un problema legato al nostro sistema delle imprese poco produttivo e poco aperto ma la causa della ripresa a singhiozzo è individuata nella mancata (vera) ripartenza dei consumi, che finisce per tarpare le ali alla maggioranza delle aziende, ovvero a quelle che non riescono ad esportare né direttamente né come fornitrici di altre. E fin quando sarà così, sostengono i «domandisti», non si potrà sapere chi ha veramente ragione nell’individuare il tappo, mancherà la controprova.

Le cose dunque stanno così, non si riparte come vorremmo e gli addetti ai lavori non sono unanimi nel trarne valutazioni utili, quantomeno però evitano di ragionare in chiave politicista e ricadere anche loro nel vizio nazionale del Renzi sì/Renzi no. Resta, per concludere, un’annotazione affatto scontata: pur sostenendo – e a me è capitato molte volte – che l’industria italiana è profondamente cambiata e il nuovo paradigma è l’esperienza Luxottica, quando si tratta di dare una spallata al Pil rientra fortunatamente in campo Sua Maestà l’Auto. È vero che il ciclo produttivo dell’automotive è cambiato e oggi la vendita di una vettura porta fatturato a un numero enorme di fornitori di apparecchiature di ogni tipo e ad alto contenuto di elettronica, ma resta la sensazione che il Novecento conti ancora molto nei nostri destini.

L’età dell’abbondanza

 

auttoooPotete chiamarla indifferentemente “L’Età dell’Abbondanza” o “Il Grande Freddo”. Sembra una contraddizione, ma, in realtà, l’uno spiega l’altra. Sulla scia della Grande Crisi del 2008, nuotiamo in un mare di petrolio, cotone, acciaio, automobili. Risparmi e capitale si ammucchiano, i lavoratori abili e disponibili sono decine di milioni. Insomma, tutti gli ingredienti di un’economia rombante sono sul tavolo, ma l’economia mondiale, invece, tossicchia e inciampa: dalla Cina agli Usa. E anche la ripresa europea appare assai pallida. Il risultato è che magazzini, depositi, casseforti scoppiano, in attesa di una domanda che non arriva. A Cushing, in Oklahoma, dove confluisce il grosso del petrolio estratto negli Stati Uniti, le cisterne, sono piene fino all’orlo: settimana dopo settimana, l’inventario delle scorte batte il record precedente e, ormai, sfiora i 500 milioni di barili. Sui mercati mondiali, del resto, ogni giorno arrivano 2 milioni di barili di greggio che faticano a trovare un compratore. Il surplus lo scontano i prezzi: dalla scorsa estate si sono dimezzati. Ma tutto il mondo delle materie prime si muove nella stessa direzione: 110 milioni di balle di cotone, nel mondo, restano nei depositi in attesa di essere venduti. Di conseguenza, il prezzo del cotone, rispetto ad un anno fa, è sceso di quasi il 30 per cento. E così per le altre derrate. Il Baltic Dry Index, che misura il traffico delle merci non liquide come il petrolio, è crollato, da ottobre, circa del 60 per cento. Per i prodotti agricoli, fermi nei silos e nei frigoriferi, il calo dei prezzi va dall’11 al 20 per cento. I metalli, dal ferro al rame, sono crollati di oltre il 18 per cento.
Eppure, di lavoratori per trasformare tutte quelle materie prime ce ne sono fin troppi. Eurolandia, con il suo tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, è la pecora nera, ma, nel mondo, una disoccupazione al 6 per cento significa che ci sono oltre 200 milioni di persone in cerca di un lavoro che non trovano. Nessuno si aspetta che diminuiscano presto: l’Onu prevede anzi che, nel 2019, saranno 212 milioni. Il problema è che anche del terzo elemento del triangolo dell’economia, quello cruciale perché mette in movimento gli altri due, materiali e lavoro, ce n’è troppo: c’è un surplus anche di capitale, fermo nei portafogli e nelle casseforti. Crédit Suisse censisce la ricchezza globale a circa 263 mila miliardi di dollari, più del doppio, rispetto ai 117 mila miliardi di appena 15 anni fa. Niente male, considerando che, nel frattempo, c’è stata la più grave crisi finanziaria da quasi un secolo. Ma il problema è che questi soldi sono incagliati, lamenta Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Il mondo affoga in risparmi che ristagnano, invece di tradursi in investimenti. Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi. E anche la Cina, tradizionalmente risparmiatrice, si è fatta ancora più avara: fatti gli investimenti, le restavano in cassa solo 20 miliardi di dollari nel 2000. Adesso, il divario fra risparmi e investimenti interni è arrivato a 182 miliardi di dollari.
«Abbiamo di fronte uno scenario di bassa crescita, bassa inflazione, bassi tassi d’interesse» ha detto al Wall Street Journal Megan Greene, capo economista di John Hancock, un colosso della gestione finanziaria, e instancabile twittatrice. «E, dunque, dovremo forse impiegare tutti i prossimi dieci anni per smaltire questo ingorgo». Gli economisti avevano avvertito che, quando una crisi scoppia per un crack finanziario, che azzoppa i meccanismi del credito, la ripresa è lenta e stentata. L’ingorgo di risorse inutilizzate, fra capitale, lavoro, materie prime che preoccupa la Greene ne è la conferma ed è lo specchio del ritmo asfittico dell’economia mondiale, Il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo globale continui a crescere, da qui al 2016, fra il 3,4 e il 3,8 per cento, un ritmo da lumaca, rispetto al decennio passato. Quello che preoccupa è la paralisi dei paesi emergenti, il motore dello sviluppo mondiale degli ultimi anni. Il Fmi prevede che il pil dei paesi emergenti, cresciuto del 4,6 per cento nel 2014, mantenga lo stesso ritmo di crescita – e niente più – nei prossimi due anni. Stentano il Brasile, la Russia, i paesi arabi. Il dato cruciale è il brusco rallentamento cinese. Già nel 2014, la surriscaldata macchina economica di Pechino era passata ad un tasso di sviluppo del 7,4 per cento, ma la frenata è solo cominciata: 6,8 per cento in più nel 2015, 6,3 per cento nel 2016, ben lontano dal 10 per cento degli anni scorsi. La tanto sospirata e, oggi, celebrata ripresa europea rischia di sbocciare nel vuoto e di dover trovare dentro la stessa Europa, anziché nelle esportazioni, il combustibile che la alimenti.
Finirà presto? Dobbiamo solo aspettare di smaltire l’ingorgo? O c’è qualcosa che non va con i tubi? Così la pensa Daniel Alpert, che, all’attuale sovrabbondanza ha dedicato un libro, “The Age of Oversupply”: il mondo – dice – ha attraversato, negli ultimi 30 anni, una rivoluzione epocale: la globalizzazione ha inserito nel mercato mondiale due miliardi di nuovi lavoratori, mentre il boom dell’informatica faceva esplodere la produttività. Il risultato è una caduta verticale della forza contrattuale dei lavoratori, tradotta in una diminuzione dei salari e del potere d’acquisto. Meno salari, meno consumi. È questa la benzina che manca all’economia mondiale. Negli Stati Uniti, a febbraio, le scorte di beni durevoli (frigoriferi, tv ecc.) sono arrivate al livello più alto degli ultimi trent’anni. E, in Cina, la mecca del mercato automobilistico, da due anni e mezzo i concessionari non avevano i piazzali così pieni di macchine da vendere: sul totale dell’economia, l’incidenza dei consumi delle famiglie cinesi, in questi anni, è diminuita.
In realtà, in questi anni il reddito globale è aumentato. Ma è un aumento zoppo. Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale sequestra il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento. I ricchi, però, consumano, rispetto ai poveri, poco e i loro soldi finiscono nei risparmi incagliati di Bernanke. L’ineguaglianza, hanno scoperto recentemente sia il Fmi che l’Ocse, non paga: una società diseguale ha una economia poco efficiente. Ma è qui che, alle tendenze di fondo, si sovrappone la situazione post-crisi finanziaria. Mentre reddito e risparmi si concentrano in poche mani, la massa dei consumatori è schiacciata dai debiti. La somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina. I venti della deflazione trovano qui il loro alimento. Gli economisti la chiamano “deflazione da debito”: tutti si preoccupano di ridurre i debiti e non consumano.
Inutile chiedere ai governi di mettersi loro a pedalare per tutti, con programmi di stimolo economico: l’ideologia dell’austerità lo impedisce. A spingere sono rimaste solo le banche centrali, come il programma appena lanciato dalla Bce. Ma, da sole, le iniezioni di denaro facile di Francoforte – Draghi lo ha detto più volte – rischiano di girare a vuoto.

Maurizio Ricci
Repubblica 4 maggio 2015
The Age of Oversupply