E così Röpke intuì che il vero liberale ama l’imperfezione

 
oekonom-wilhelm-roepke-1899-19661Per spiegare il successo dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra, viene spesso citata la cosiddetta «Economia Sociale di Mercato». Tale prospettiva, in sintesi, si struttura nei seguenti tre punti: 1) impedire al potere politico di essere una sorgente arbitraria di disordine; 2) sopprimere ogni struttura monopolitistica; 3) fare prevalere in ogni caso libertà e concorrenza. Dunque, si tratta di un «tipo» di «economia di mercato» che presuppone e promuove una realtà dinamica e policentrica che rifiuta la pretesa monopolistica sul sociale avanzata dalla politica, così come da altre forme sociali.
I sostenitori della Soziale Marktwirtschaft tedesca impararono presto l’amara lezione impartita dalla veloce salita al potere di Hitler, e fecero proprio un principio fondamentale dell’allora dottrina sociale della Chiesa (Pio XI, Quadragesimo anno, 1931), e più precisamente le nozioni di giustizia sociale e di sussidiarietà: prevenire il formarsi di monopoli e garantire l’esigenza di un ampio numero di aziende di medie dimensioni. Ben prima che la Seconda guerra mondiale finisse, un gruppo di economisti, giuristi, sociologi e filosofi tedeschi cominciarono a pensare concretamente ad un possibile novus ordo; un ordine che avrebbe dovuto rimpiazzare il nazismo. Gli interpreti della cosiddetta Scuola di Friburgo, nota anche come «Ordoliberalismo», compresero con lucidità teorica che per ricostruire una società umana avrebbero dovuto pensare alla ragioni di un nuovo ordine politico, economico e morale-culturale.In tale contesto si inserisce l’opera di uno dei maggiori interpreti dell’Economia Sociale di Mercato, l’economista svizzero-tedesco Wilhelm Röpke (1899-1966), di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla morte. Nel 1924 inizia l’attività accademica, insegnando sociologia all’Università di Jena e nel 1926 pubblica il suo primo importante saggio dal titolo Kredit und Konjunktur. Nel 1933, con l’ascesa di Hitler, il nostro lascia la Germania per trasferirsi in Turchia, dove insegna Economia all’università di Istanbul. Nel 1936 viene pubblicato in inglese il suo volume Crises and Cycles e nel 1937 pubblica Die Lehre von der Wirtschaft. Nel 1937 si trasferisce a Ginevra per dirigere l’Institut des Haute Etudes Internationales. È qui che incontra intellettuali del calibro di Ludwig von Mises, Hans Kelsen, Guglielmo Ferrero e Luigi Einaudi. Nel periodo tra il 1942 e il 1945 pubblica La crisi sociale del nostro tempo (1942)e Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica (1944) e L’ordine internazionale (1945).
Nel 1947, insieme a Mises e a Friedrich August von Hayek, dà vita alla Mont Pélerin Society. È questo l’anno in cui inizia a collaborare con la rivista Ordo, insieme a sociologi, economisti e giuristi come Alexander Rüstow, Franz Böhm e Alfred Müller-Armack. Nel 1950 è nominato dal Governo tedesco consulente economico e diventa uno dei maggiori ispiratori dell’Economia Sociale di Mercato. Nel 1958 pubblica il libro che a parere di molti rappresenta il suo testamento spirituale: Al di là dell’offerta e della domanda. Muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Di lui ha scritto il premio Nobel Hayek: «Röpke mostrò un grande coraggio da giovane, quando la sua reputazione e la sua posizione dovevano ancora venire al mondo, e lo mostrò di nuovo allorché senza esitazione mise a nudo le illusioni degli anni Sessanta del secolo ventesimo con la stessa onestà con cui aveva lottato contro le illusioni degli anni Venti». Ed infine, la testimonianza di Ludwig Erhard: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità, i miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli radicalmente influenzato la mia concezione e la mia condotta».
«Che cos’è il liberalismo?», si domanda il nostro autore. «Esso è umanistico. Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto a ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico». Il liberalismo di Röpke fa proprio il principio caro alla tradizione dell’antiperfettismo cristiano, di Agostino, di Pascal, di Rosmini, di Sturzo, fino ad arrivare a Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 1991), per il quale l’uomo, benché tenda verso il bene è pur sempre capace di male. Esso è personalistico, poiché «ogni anima umana è immediatamente dinanzi a Dio e rientra in lui come un tutto». Esso è antiautoritario, rendendo a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio ciò che qualifica il suo rapporto con l’Assoluto: per il cristianesimo è la coscienza individuale che giudica il potere e non viceversa; esso, dunque, rifugge da ogni forma di nazionalismo, razzismo e imperialismo; in breve, è universale. Allora, il liberale per Röpke è «l’avvocato della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti dello Stato, dei corps intermédiaires (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà come forma normale dell’esistenza economica dell’uomo, della decentralizzazione economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli Stati, della famiglia, dell’universalità della Chiesa e dell’articolazione».In questa prospettiva andrebbe considerato anche il suo profondo convincimento in ordine alla contiguità ideale tra liberalismo e cristianesimo: «Il liberalismo non è nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità». Per Röpke, l’eredità spirituale che il cristianesimo ha tramandato al liberalismo è rappresentata dalla difesa della dignità di ogni singola persona umana contro tutte le forme di statalismo. Il fatto che esistano correnti di pensiero che mettono in discussione tale eredità spirituale, sostenendo, sul versante religioso, l’incompatibilità del cristianesimo con il liberalismo e, sul versante laico, l’incompatibilità delle istituzioni liberali con la fede cristiana, sarebbe il frutto, rispettivamente, di un moralismo ignorante e di un economismo ottuso: «Un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è diffuso quanto il secondo».

Flavio Felice
Il Giornale, mercoledì 2 novembre 2016

La tecnica unirà l’Europa

tervIl problema dell’unità politica dell’Europa richiede di essere affrontato tenendo conto di due tendenze che, sebbene contrastate, sono nell’ordine delle cose. La prima è quell’infittirsi dei rapporti economici tra Europa e Russia che (nonostante l’attuale stato di tensione) prelude a forme sempre più strette di cooperazione, peraltro ostacolate dagli Stati Uniti. La seconda — che include la prima ed è la più decisiva — consiste nella progressiva trasformazione degli Stati più ricchi in società tecnocratiche (che tra l’altro hanno di per sé la capacità di risolvere il problema della fame nel mondo e alla fine saranno esse, appunto in quanto tecnocratiche, a risolvere il problema della pressione dei popoli poveri su quelli ricchi).
Tendenze entrambe contrastate e in se stesse contrastanti in modo estremamente complesso. L’avvicinamento dell’Europa alla Russia, ad esempio, è rallentato dagli Stati Uniti, che però stanno prendendo coscienza di ciò che li unisce alla Russia — cioè la necessità di far fronte comune contro il fondamentalismo islamico — e che quindi li rende meno intransigenti rispetto a quell’avvicinamento (e alla questione nucleare iraniana). E d’altra parte esso è oggettivamente favorito proprio da quelle forze che in Europa sarebbero le più disposte alla cosiddetta Grexit e che insieme sono le più intransigenti nei confronti della Russia. Infatti è venuto del tutto in chiaro che l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe un’occasione, per la Russia, di presentarsi come salvatrice dell’economia greca, aumentando in modo consistente, anche se oneroso, la propria presenza in Europa e nel Mediterraneo.
L’unità politica dell’Europa non conviene alla Germania. Tra i vari motivi, anche perché un Superstato europeo dovrebbe pur sempre mostrare di essere democratico, in cui l’assegnazione del potere sarebbe il risultato di libere elezioni dove gli interessi della Germania potrebbero venir posti in minoranza. Non solo, ma, se ci si porta al fondo del problema — e nonostante quello che si continua a dire — l’unità politica dell’Europa non conviene nemmeno all’Europa. È un seme che tende a generare un frutto già vecchio.
Perché, infatti, si continua a invocare da più parti l’unità politica, sostenendo che l’unità monetaria non basta? Perché, si risponde, una moneta unica sulla cui gestione possono influire forze diverse e tra loro contrastanti, cioè gli Stati nazionali europei, circola in modo esso stesso contraddittorio, non può cioè assolvere ai propri compiti. E si conclude dicendo che, responsabili di questa disfunzione essendo appunto gli Stati nazionali, è necessario sostituirli con l’unione politica dell’Europa, con un Superstato politico.
Proviamo a saggiare la consistenza di questo ragionamento. È viziato, perché da una premessa valida trae una conclusione arbitraria: dalla necessità di una gestione unitaria della moneta unica (premessa valida) inferisce arbitrariamente che tale gestione non possa esser data che dall’unità politica dell’Europa. Il presupposto è che tale gestione possa venir praticata soltanto dallo Stato inteso come forza politica.
Ma la politica è in crisi. Come sono in crisi — e inevitabilmente — tutti i valori della tradizione occidentale. A questi valori la politica si è ispirata. Oggi la democrazia procedurale gestisce valori in crisi — ed è essa stessa in crisi perché nonostante la sua apparente neutralità condivide a sua volta alcuni di quei valori (eguaglianza, libertà, ad esempio). Da tempo la politica ha ceduto all’economia la guida della società. Nelle società capitalistiche la politica (ormai anche quella di sinistra) mira a garantire il miglior funzionamento dell’economia di mercato. Di fatto, lo Stato non è più Stato politico, ma economico. Ne è una prova, in Europa, l’esistenza di più di sessant’anni di cooperazione economica tuttavia priva di unità politica — questo, anche se la cooperazione non ha certo eliminato i contrasti politico-nazionali e la gestione contraddittoria della moneta unica. Proporsi l’unità politica dell’Europa è comunque mirare a una politica che garantisca la gestione unitaria, dunque efficiente, del capitalismo europeo.
Ma è già in atto il processo in cui l’economia sta a sua volta cedendo alla tecnica la guida della società. Come altre volte ho chiarito anche in questa sede, lo scopo delle società capitalistiche tende a non esser più l’incremento indefinito del profitto privato, ma l’incremento indefinito della potenza prodotta dalla tecno-scienza. Un processo che si lascia alle spalle ogni nostalgia del marxismo, della politica, della tradizione morale-religiosa. Un processo, dunque, dove è il capitalismo stesso a portare al tramonto se stesso. Lasciandosi alle spalle il proprio scopo, infatti, il capitalismo non è più capitalismo.
Esso è diventato dominante perché la produzione industriale si serve della forza che si mostra la più potente di tutte: la tecnica moderna. La potenza di questa serva è destinata a diventare la padrona — a differenza dei cosiddetti «governi tecnici» comparsi in Europa, che rimangono al servizio del capitale. Il capitalismo stesso è interessato a rendere sempre più potente lo strumento tecnico di cui esso si serve.
Gli Stati nazionali europei, da Stati politici (cioè economici) stanno pertanto diventando sempre più funzionali al Superstato tecnico europeo, esso stesso in via di formazione, ossia tendono a cedere la propria sovranità non a un Superstato politico, ma ad una organizzazione tecnica dello Stato, in grado tra l’altro di gestire la moneta unica in modo unitario, e per definizione razionale, senza gli inconvenienti della gestione politica. (Quindi il reciproco avvicinamento di Europa e Russia di cui si diceva all’inizio è destinato a non avere un carattere politico, ma a realizzarsi come marcia di entrambe, certamente lunga e non priva di incognite anche gravi, in direzione del Superstato tecnico).
Orbene, là dove lo scopo della società riesce a diventare la crescita indefinita della potenza, il denaro rappresenta pur sempre beni, strumenti, competenze, ecc., tuttavia coordinati non più alla crescita del profitto, ma alla crescita della potenza. Marx rileva che alla circolazione delle merci, dove il denaro serve a scambiare un certo tipo di merce con un altro, il capitalismo ha sostituito una circolazione dove la produzione delle merci serve ad accrescere il capitale inizialmente investito. (Descrizione difficilmente contestabile — a meno che non si voglia sottoscrivere l’improbabile tesi che il capitalista produca merci allo scopo di farle consumare agli acquirenti). Nello Stato tecnico il denaro abbandona il proprio carattere di scopo e riprende quello di rappresentazione, ma, questa volta, di rappresentazione di beni, strumenti, competenze, eccetera, coordinati alla crescita della potenza.
D’altra parte il capitalismo fornisce alla tecnica lo schema della crescita indefinita di ciò che viene inizialmente impiegato. Ma il capitalismo impiega il denaro, la tecnica impiega la potenza. Inoltre il capitalismo non produce beni che non siano merci, ossia beni da vendere. Invece, nello Stato tecnico i beni prodotti possono sì diventare merci, ma non li si produce allo scopo di renderli merce, bensì allo scopo di aumentare la potenza complessiva dello Stato. Nel quale il denaro può sì continuare a produrre merci per incrementare se stesso (ossia per realizzare profitto), tuttavia questo incremento non è più lo scopo della produzione, come invece avviene nel capitalismo, ma la stessa produzione capitalistica diventa mezzo per accrescere la potenza — e dunque è una produzione che non è più capitalistica. L’incremento tecnico della potenza è il «bene comune» destinato a prevalere anche sul «bene comune» che il cristianesimo esorta a perseguire in modo che a esso il profitto resti subordinato.
Si continua a sostenere che la crisi del capitalismo non è dovuta al capitalismo in quanto tale, ma a quella forma del capitalismo finanziario che ha separato la circolazione del denaro dalla produzione di beni. Da questo punto di vista, una volta eliminata tale separazione, il capitalismo tornerebbe in salute e sarebbe anche in grado di evitare la propria subordinazione alla tecnica. Sennonché quella separazione non appartiene alla patologia, bensì alla fisiologia del capitalismo. Ne è lo sviluppo fisiologico. Infatti è il capitalismo in quanto tale, sin dal suo inizio, a separare il denaro dalla produzione dei beni. Se il bene prodotto serve primariamente a incrementare il capitale — e pertanto è merce —, alla produzione capitalistica è indifferente quale merce produrre. La produzione è sì unita alla merce in generale, ma è separabile da ogni merce determinata. Nelle esorbitanze del capitalismo finanziario questa separabilità fa poi perdere di vista anche quell’unità.
Le considerazioni che abbiamo tratteggiato non hanno nulla a che vedere con una esortazione — l’esortazione alla tecnica. Sono piuttosto la constatazione di un processo in atto, tanto più incisivo e inevitabile quanto meno ci si accorge della sua presenza e quanto più le forze oggi dominanti credono di poter continuare a servirsi della tecnica senza che i nodi abbiano mai a venire al pettine. Non si esortano i fiumi a scendere verso il mare.
Si tratterà poi di vedere quali minacce il mare tenga in serbo.
Emanuele Severino
Corriere della Sera 3 agosto 2015

Emanuele Severino

Draghi è il motore

draghingiSu Mario Draghi esistono giudizi complessivamente positivi che però differiscono sui tratti caratteriali che lo distinguono. Alcuni lo vedono come un “homo oeconomicus“, altri come economista, certo, ma anche politico, anzi soprattutto politico perché mette l’economia al servizio del bene comune. Credo che questo secondo giudizio sia quello giusto. Del resto lo storicismo, cioè il frutto maturo dell’Illuminismo, identifica economia e politica; l’economia ha infatti l’etica come cintura di sicurezza o, se volete, l’amore per se stesso (economia) e quello per gli altri (etica). La politica li condiziona tutti e due e la dinamica fa sì che a volte predomini l’uno e a volte l’altro senza però che l’aspetto più debole scompaia del tutto.

Draghi è, secondo me, il tipico esempio di chi mette gli strumenti dell’economia che la Bce possiede, al servizio della politica e usa il mercato non solo come stimolo alla crescita ma come sviluppo delle istituzioni europee verso l’obiettivo d’uno Stato federale.

Da domani avrà inizio l’intervento della Bce e delle Banche centrali nazionali sul mercato dei titoli pubblici. L’operazione è attesa già da due mesi. È stata deliberata definitivamente un mese fa e domani comincia. Gli effetti sul mercato sono stati registrati da tempo ma giovedì e venerdì scorsi hanno compiuto ancora un balzo: il prezzo dei titoli è aumentato al massimo facendo diminuire lo spread rispetto ai Bund tedeschi a 100 punti-base e praticamente allineando il tasso di cambio tra l’euro e il dollaro alla parità con vantaggi evidenti sulle esportazioni.

Bisogna sottolineare ancora un aspetto di questa operazione: il grosso degli acquisti sarà compiuto dalle Banche centrali nazionali (l’80 per cento del totale) e il 20 direttamente dalla Bce. Le conseguenze politiche che quel 20 eserciterà sono la proprietà europea di quei titoli perché stanno nel portafoglio della Bce, istituzione europea per eccellenza del cui capitale sono azionisti tutti gli Stati membri dell’Unione.
Il significato è evidente: un quinto dei debiti nazionali diventa debito europeo.

Il giornale “Il Foglio” di giovedì scorso, in un articolo di Aresu e Garnero, ha paragonato Draghi ad Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori dell’indipendenza dell’America e ministro del Tesoro nel governo di George Washington. Una delle operazioni di Hamilton fu di considerare i debiti degli Stati dell’Unione come debiti federali. Ed è in questa stessa direzione che sta operando Draghi. Quel 20 per cento porta inevitabilmente, specie attraverso l’unione bancaria europea, alla nascita per ora parziale ma certamente evolutiva, dell’assunzione dei debiti nazionali in debito sovrano europeo con annessa garanzia europea dei depositi bancari, della vigilanza europea sulle banche e, di fatto e di diritto, alla cessione di sovranità fiscale e del bilancio unico dell’Unione monetaria e politica. Alcune di queste misure sono già in atto altre saranno l’evoluzione necessaria della costituzione dello Stato federale……

Da: Perché è Draghi il motore della crescita europea. Di E. Scalfari  – 1 marzo 2015 – Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2015/03/01/news/perch_draghi_il_motore_della_crescita_europea-108440662/

 

L’Hamilton riluttante

A Draghi si chiede di agire da politico. Ma il banchiere centrale non può né vuole farlo fino in fondo

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/126097/rubriche/draghi-hamilton-riluttante.htm

 

La politica nell’era dello storytelling

Christian Salmon  spiega come i protagonisti di oggi, da Obama a Hollande, cerchino il consenso solo con espedienti “narrativi

 

images1L95JH8RSIAMO diventati tutti cannibali. Affamati di storie e colpi di scena, divoriamo i nostri rappresentanti politici come fossero oggetti di consumo, dimenticando che il piatto finale di questo banchetto funesto è la democrazia, il sistema istituzionale che abbiamo faticosamente costruito. “Il dibattito delle idee è passato dall’età della confronto a quello dell’interattivo, del performativo e dello spettrale” racconta Christian Salmon, autore di numerosi saggi su censura e narrazione.

Dopo aver pubblicato qualche anno fa l’illuminante Storytelling, Salmon torna con un nuovo libro dedicato all’assoggettamento dei politici alla narrazione e alla performance. La politica nell’era dello storytelling è un’inchiesta sulla nuova generazione di uomini pubblici, da Bill Clinton a Matteo Renzi, protagonisti di una commedia mediatica permanente che li ha lentamente resi nudi e “potenti impotenti” come scrive Salmon. “La comunicazione politica  –  continua  –  non mira più solo a formattare il linguaggio, ma a incantare gli spiriti e sprofondarli in un universo spettrale di cui i politici sono al tempo stesso performer e vittime”.

L’obbligo della “narrazione” sta uccidendo la politica?
“Quando ho scritto Storytelling volevo allertare sui pericoli della narrazione nel management, nel marketing, nella comunicazione politica. Ormai è cosa nota. Lo storytelling ha invaso le nostre vite. È una sorta di pensiero magico usato dai comunicatori, una vulgata che scredita ancora di più la parola pubblica. In questo nuovo libro analizzo gli effetti dissolventi e divoranti dello storytelling sull’homo politicus e sulla sfera pubblica”.

Siamo assistendo a una ‘cerimonia cannibale’, titolo originale del libro?
“Il dramma che si recita non è altro che il divoramento dell’uomo politico per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi duecento anni. Per l’effetto combinato del neoliberismo, le nuove tecnologie e la rivoluzione della comunicazione, la scena politica si è spostata dai luoghi tradizionali dell’esercizio del potere verso quelli performance come i media all news, Internet e i social network”.

In cosa consiste la trappola della “insovranità”?
La simbologia del potere funziona solo con una sovranità reale. La globalizzazione neoliberista e la costruzione europea hanno distrutto la sovranità degli Stati. È scomparso il legame tra l’incarnazione del potere e il potere di agire. Da un lato ci sono po- teri senza volto  –  i mercati, le agenzie di rating, Bruxelles  –  e dall’altro volti di impotenti. Lo sviluppo dei social network e dei canali all news non ha fatto altro che aggravare la situazione. Più gli uomini politici sono esposti mediaticamente, più la loro impotenza è lampante. È un circolo vizioso “.

L’uomo politico è diventato un oggetto di consumo?
Il tempo lungo delle deliberazioni democratiche ha lasciato il posto al tempo reale dei canali di informazione. L’uomo di Stato si presenta ormai più come un oggetto di consumo che come una figura autorevole: è diventato un artefatto della sottocultura di massa e non è più visto come un’istanza produttrice di norme. Un personaggio di serie tv sottomesso all’obbligo della performance”.

Esistono delle eccezioni?
“Da Bill Clinton a Nicolas Sarkozy, passando per Tony Blair, George Bush e Barack Obama, ogni capo di Stato è costretto a essere onnipresente fino a banalizzarsi, sovraesposto sotto alla lente d’ingrandimento dei media. Si crea una distanza ravvicinata persino oscena. Siamo passati dal ‘doppio corpò del Re studiato da Kantorowicz al ‘corpo aumentatò dei telepresidenti. È il corpo sudato di Sarkozy, quello spettrale di Berlusconi. È la silhouette lunga di Obama, sottile quanto un logo. Gli uomini politici diventano virtuali, angeli digitali. Subiscono fluttuazioni nei sondaggi con la stessa volatilità di un’azione in Borsa. La simbologia del sovrano scompare“.

……..
In politica, si tenta di mascherare la mancanza di autorità con il volontarismo?
“Il volontarismo è la forma che assume la volontà politica quando il potere è privo di mezzi. Viene esibita una volontà ancora più forte, raddoppiandone l’intensità, per tentare di recuperare credibilità. Ma questa prova di forza non fa altro che accentuare il sentimento di impotenza dello Stato. E si entra così in una spirale di perdita di legittimità”.

Qual è la responsabilità dei media?
“La mediasfera è il teatro della sovranità perduta. È la ribalta per uno strip-tease in cui l’homo politicus si spoglia a poco a poco dei suoi poteri, dei suoi attributi, del suo prestigio, della sua maestà, fino a perdere dignità. È il prezzo da pagare per catturare l’attenzione sempre più reticente dell’opinione pubblica. La ribalta di questo spogliarello è la televisione. In verità, l’uomo politico sta forse scomparendo al culmine della sua sovraesposizione mediatica. Parafrasando una formula di Martin Amis, direi: “He has vanished into the front page”. È scomparso in prima pagina“.

http://www.repubblica.it/cultura/2014/11/24/news/christian_salmon_la_politica_prigioniera_dei_racconti_dei_suoi_leader-101287976/

La politica nell’era dello storytelling

http://www.fazieditore.it/Libro.aspx?id=1411

 

Zygmunt Bauman e l’Europa

 

Sociologo e filosofo polacco nato nel 1925, Zygmunt Bauman ha attraversato le rivoluzioni del Novecento elaborando categorie di interpretazione della realtà diventate capisaldi della sociologia contemporanea, in un pensiero organico sulla «modernità liquida» che abbraccia sentimenti, consumi e rapporti di forza. Ciò a cui assistiamo oggi, dice al Corriere , è «il divorzio tra potere e politica».
Professor Bauman, la campagna elettorale ha visto uno sforzo senza precedenti delle istituzioni europee per mobilitare 400 milioni di cittadini. Reazione all’allarme populismo ma anche sviluppo naturale di un’integrazione sempre più profonda che fa perno sul Trattato di Lisbona e sfocerà in una scelta «politica» del presidente della Commissione. Eppure l’Europa stenta ad appassionare — quando non suscita aperta ostilità. Cosa c’è all’origine di questo senso di estraneità?
«Si tratta di sentimenti che non sono rivolti solo alle istituzioni europee, fisicamente lontane dai luoghi dove i cittadini affrontano le difficoltà della vita quotidiana e regolarmente invocate dalle capitali per spiegare decisioni impopolari. La sfiducia riguarda il sistema politico nel suo insieme, i cittadini stanno perdendo la fede nella capacità delle istituzioni di rispettare le promesse. Le radici di questa tendenza vanno ricercate nell’ultimo mezzo secolo, nel corso del quale i processi di deregolamentazione promossi e supervisionati dai governi che hanno aderito alla rivoluzione neoliberale hanno portato alla graduale separazione tra potere, inteso come capacità di fare, e politica, ovvero capacità di decidere cosa fare».
Quindi la sfiducia nella politica nasce dall’indebolimento delle prerogative nazionali che proprio il progetto europeo vuole diluire in un organismo federale?
«In pratica poteri prima esercitati all’interno dei confini dello Stato nazione, e soprattutto i poteri finanziari che determinano benessere e miseria per milioni di persone, sono evaporati e confluiti in un dominio extraterritoriale, una terra di nessuno, mentre la politica è rimasta territorialmente determinata. L’effetto collaterale di tutto questo è, come ha fatto notare l’economista americano Joseph Stiglitz, la totale separazione tra creazione di valore di mercato e creazione di lavoro, con un conseguente sotto-utilizzo di uomini e macchinari, spreco e ingiustizia. I valori fondamentali che credevamo di vedere salvaguardati dai nostri rappresentanti eletti — eguaglianza di opportunità, onestà, rispetto delle regole — sono stati platealmente violati. La sopravvivenza dei governi ormai è percepita come uno strumento per consentire ai ricchi di accrescere la loro ricchezza, mentre i più vanno incontro a un impoverimento irreversibile».
In questo vuoto di iniziativa politica come si stanno muovendo i partiti tradizionali?
«Qualsiasi cambio della guardia porta modifiche minime nelle politiche dei governi, tanto meno nelle durezze che comporta la lotta per la sopravvivenza in un clima di acuta incertezza».
E pur essendo baluardo di pace e diritti, l’Unione Europea viene considerata complice di questo «tradimento» della politica che perpetua il vecchio sistema del privilegio e dell’ineguaglianza.
«A questo si aggiunge il progressivo trasferimento all’individuo del compito di contrastare gli effetti distruttivi del mercato che persegue il profitto a scapito di tutti gli altri valori. È quello che il sociologo britannico Anthony Giddens ha descritto come il regno della politica della vita quotidiana dov’è il singolo, con le sue risorse strutturalmente inadeguate, a dover assumere l’iniziativa per trovare soluzioni individuali a problemi comuni. I due percorsi paralleli — la contrazione e delocalizzazione delle funzioni statuali e l’esaltazione dell’iniziativa individuale — portano allo sgretolamento delle credenziali della democrazia rappresentativa».
In che modo l’Europa può rilanciare queste credenziali?
«La stessa Europa è un collettore locale di problemi globali, ma anche un laboratorio unico nel quale sono quotidianamente dibattute e sperimentate possibili soluzioni. Solo in tale misura il contributo dell’Unione può essere significativo per il futuro del pianeta che va incontro a un nuovo, radicale passaggio: dal livello degli Stati nazione alla dimensione più ampia dell’umanità già stretta nella rete dell’interdipendenza globale. In questo contesto conflittuale la Ue deve andare molto più a fondo nel processo interno di riforma, arrivare alle radici dell’incapacità istituzionale di riconciliare politica e potere».
Maria Serena Natale

Corriere della Sera 26 maggio 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/05/26/bauman-cittadini-distanti-lue-riconciliare-potere-politica/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=bauman-cittadini-distanti-lue-riconciliare-potere-politica

La lezione di Pericle

ateneEcco una parte del celebre discorso di Pericle agli Ateniesi (461 a.C.): “Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi e per questo viene chiamato democrazia. Qui noi ad Atene facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia uguale per tutti […]; non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza […] e la povertà non costituisce un impedimento. Qui noi ad Atene facciamo così. […]; Un cittadino Ateniese non trascura i pubblici affari […]; ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato anche di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi […].  Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo ma inutile […]; e noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così…”

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/22/elezioni-2013-se-pericle-tornasse-prepotentemente-di-moda/508370/

La Costituzione, grande sconosciuta

costitLa Costituzione non è un codice di condotta, del tipo d’un codice penale, che mira a reprimere comportamenti difformi dalla norma. È invece la proposta d’un tipo di convivenza, secondo i principi ispiratori che essa proclama. Il rispetto della Costituzione non si riduce quindi alla semplice non-violazione, ma richiede attuazione delle sue norme, da assumersi come programmi d’azione politica conforme. L’Italia, o la Repubblica, “riconosce”, “garantisce”, “rimuove”, “promuove”, “favorisce”, “tutela”: tutte formule che indicano obiettivi per l’avvenire, per raggiungere i quali occorre mobilitazione di forze. La Costituzione guarda avanti e richiede partecipazione attiva alla costruzione del tipo di società ch’essa propone. Vuole suscitare energie, non spegnerle. Vuole coscienze vive, non morte. Queste energie si riassumono in una parola: politica, cioè costruzione della pòlis.

A differenza d’ogni altra legge, la cui efficacia è garantita da giudici e apparati repressivi, la Costituzione è, per così dire, inerme: la sua efficacia non dipende da sanzioni, ma dal sostegno diffuso da cui è circondata. La Costituzione è una proposta, non un’imposizione. Anche gli organi cosiddetti “di garanzia costituzionale” – il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale – nulla potrebbero se la Costituzione non fosse già di per sé efficace. La loro è una garanzia secondaria che non potrebbe, da sola, supplire all’assenza della garanzia primaria, che sta presso i cittadini che la sostengono col loro consenso. Così si comprende quanto sia importante la diffusione di una cultura costituzionale. L’efficacia del codice civile o del codice penale non presuppone affatto che si sia tutti “civilisti” o “penalisti”. L’efficacia della Costituzione, invece, comporta che in molti, in qualche misura, si sia “costituzionalisti”. Non è un’affermazione paradossale. Significa solo che, senza conoscenza non ci può essere adesione, e che, senza adesione, la Costituzione si trasforma in un pezzo di carta senza valore che chiunque può piegare o stracciare a suo piacimento.

Così, comprendiamo che la prima insidia da cui la Costituzione deve guardarsi è l’ignoranza. Una costituzione ignorata equivale a una Costituzione abrogata.……. È lecito il sospetto che sia ignota non solo a gran parte dei cittadini, ma anche a molti di coloro che, ricoprendo cariche pubbliche, spensieratamente le giurano fedeltà, probabilmente senza avere la minima idea di quello che fanno. La Costituzione, è stato detto, è in Italia “la grande sconosciuta”. Ma c’è una differenza tra l’ignoranza dei governanti e quella dei governati: i primi, ignoranti, credono di poter fare quello che vogliono ai secondi; i secondi, ignoranti, si lasciano fare dai primi quello che questi vogliono. Così, l’ignoranza in questo campo può diventare instrumentum regni nelle mani dei potenti contro gli impoten

 

http://www.repubblica.it/politica/2012/12/22/news/amare_costituzione-49258800/?ref=HREC1-1