L’Occidente inquina di più. Ora paghi per i suoi consumi

climchDopo gli attacchi terroristici, ci sono purtroppo seri rischi che i dirigenti francesi e occidentali abbiano la testa altrove e non facciano gli sforzi necessari perché la Conferenza sul clima di Parigi vada a buon fine. Sarebbe un esito drammatico per il pianeta. Innanzitutto perché è arrivato il momento che i paesi ricchi si facciano carico delle loro responsabilità storiche di fronte al riscaldamento climatico e ai danni che già adesso arreca ai paesi poveri. In secondo luogo perché le tensioni future su clima ed eneria sono gravide di minacce per la pace mondiale.

A che punto è la discussione? Se ci atteniamo agli obbiettivi di riduzione delle emissioni presentati dagli Stati, i conti non tornano. Siamo avviati lungo una traiettoria che porta verso un riscaldamento superiore ai tre gradi e forse più, con conseguenze potenzialmente cataclismatiche, in particolare per l’Africa, l’Asia meridionale e il Sudest asiatico. Anche nell’ipotesi di un accordo ambizioso sulle misure di mitigazione delle emissioni, è già sicuro che l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature provocherà danni considerevoli in molti di questi Paesi. Si calcola che sarebbe necessario mettere in campo un fondo mondiale da 150 miliardi di euro l’anno per finanziare gli investimenti minimi necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici (dighe, ridislocazione di abitazioni e attività ecc.). Se i Paesi ricchi non riescono nemmeno a mettere insieme una somma del genere (appena lo 0,2 per cento del Pil mondiale), allora è illusorio pretendere di convincere i Paesi poveri ed emergenti a fare sforzi supplementari per ridurre le loro emissioni future. Al momento le somme promesse per l’adattamento sono inferiori a 10 miliardi.

Si sente spesso dire, in Europa e negli Stati Uniti, che la Cina ora è il primo inquinatore a livello mondiale e che adesso tocca a Pechino e agli altri Paesi emergenti fare degli sforzi. Dicendo questo, però, ci si dimentica di parecchie cose. Innanzitutto che il volume delle emissioni dev’essere rapportato alla popolazione di ogni Paese: la Cina ha quasi 1,4 miliardi di abitanti, poco meno del triplo dell’Europa (500 milioni) e oltre quattro volte di più del Nordamerica (350 milioni). In secondo luogo, il basso livello di emissioni dell’Europa si spiega in parte con il fatto che noi subappaltiamo massicciamente all’estero, in particolare in Cina, la produzione dei beni industriali ed elettronici inquinanti che amiamo consumare.

Se si tiene conto del contenuto in CO2 dei flussi di importazioni ed esportazioni tra le diverse regioni del mondo, le emissioni europee schizzano in su del 40 per cento (e quelle del Nordamerica del 13 per cento), mentre le emissioni cinesi scendono del 25 per cento. Ed è molto più sensato esaminare la ripartizione delle emissioni in funzione del paese di consumo finale che in funzione del paese di produzione. Constatiamo in questo modo che i cinesi emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica l’anno e per persona (più o meno in linea con la media mondiale), contro 13 tonnellate per gli europei e oltre 22 tonnellate per i nordamericani. In altre parole, il problema non è solamente che noi inquiniamo da molto più tempo del resto del mondo: il fatto è che continuiamo ad arrogarci un diritto individuale a inquinare due volte più alto della media mondiale.

Per andare oltre le contrapposizioni fra Paesi e tentare di far emergere delle soluzioni comuni, è essenziale sottolineare anche che all’interno di ciascun Paese esistono disuguaglianze immense nei consumi energetici, diretti e indiretti (attraverso i beni e i servizi consumati). A seconda delle dimensioni del serbatoio dell’auto, della grandezza della casa, della profondità del portafogli, a seconda della quantità di beni acquistati, del numero di viaggi aerei effettuati ecc., si osserva una grande diversità di situazioni.

Mettendo insieme dati sistematici riguardanti le emissioni dirette e indirette per Paese e la ripartizione dei consumi e dei redditi all’interno di ciascun Paese, ho analizzato, insieme a Lucas Chancel, l’evoluzione della ripartizione delle emissioni mondiali a livello individuale nel corso degli ultimi quindici anni. Le conclusioni a cui siamo arrivati sono chiare. Con l’ascesa dei paesi emergenti, ora ci sono grossi inquinatori su tutti i continenti ed è quindi legittimo che tutti i paesi contribuiscano a finanziare il fondo mondiale per l’adattamento. Ma i paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza dei maggiori inquinatori e non possono chiedere alla Cina e agli altri paesi emergenti di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che gli spetta.

Per andare sul concreto, i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica per anno e per persona. La metà che inquina meno, 3,5 miliardi di persone, dislocate principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico (le zone più colpite dal riscaldamento climatico) emettono meno di 2 tonnellate per persona e sono responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, 70 milioni di individui, evidenzia emissioni medie nell’ordine di 100 tonnellate di CO2 pro capite: da soli, questi 70 milioni sono responsabili di circa il 15 per cento delle emissioni complessive, quanto i 3,5 miliardi di persone di cui sopra.

E dove vive questo 1 per cento di grandi inquinatori? Il 57 per cento di loro risiede in Nordamerica, il 16 per cento in Europa e solo poco più del 5 per cento in Cina (meno che in Russia e in Medio Oriente, con circa il 6 per cento a testa). Ci sembra che questi dati possano fornire un criterio sufficiente per ripartire gli oneri finanziari del fondo mondiale di adattamento da 150 miliardi di dollari l’anno. L’America settentrionale dovrebbe versare 85 miliardi (lo 0,5 per cento del suo Pil) e l’Europa 24 miliardi (lo 0,2 per cento del suo Pil). Queste conclusioni probabilmente saranno sgradite a Donald Trump e ad altri. Quel che è certo è che è arrivato il momento di riflettere su criteri di ripartizione basati sul concetto di un’imposta progressiva sulle emissioni: non si possono chiedere gli stessi sforzi a chi emette 2 tonnellate di anidride carbonica l’anno e a chi ne emette 100.

Qualcuno obbietterà che criteri di ripartizione del genere non saranno mai accettati dai Paesi ricchi, in particolare dagli Stati Uniti. E infatti le soluzioni che saranno adottate a Parigi e negli anni a venire probabilmente saranno molto meno ambiziose e trasparenti. Ma bisognerà trovare delle soluzioni: non si riuscirà a fare nulla se i Paesi ricchi non metteranno mano al portafogli.

Thomas Piketty

da Repubblica, 1 dicembre 2015

http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99occidente-inquina-di-piu-ora-paghi-per-i-suoi-consumi/

Il Bilancio demografico del 2012

cnel-istaAlla fine del 2012 in Italia eravamo oltre 59,6 milioni, di cui 4 milioni e 300 mila (7,4%) di cittadini stranieri. E la popolazione, nel corso dell’anno scorso, è aumentata di 291.020 unità, pari al +0,5%, grazie soprattutto all’apporto di immigrati. I dati, che confermano in parte un quadro già noto, arrivano dal Bilancio demografico nazionale dell’anno 2012, pubblicato oggi dall’Istat.

Il dato più eclatante del Bilancio demografico 2012 è il continuo decremento delle nascite, dovuto ad un forte calo di nuovi nati con genitori italiani, mentre crescono i nuovi nati stranieri, che tuttavia non compensano il calo dei neonati italiani. I nuovi nati stranieri segnano un vero boom, passando dal 4,8% del 2000 al 14,9% del 2012; in valori assoluti da quasi 30 mila nati nel 2000 a quasi 80 mila nel 2012. Nonostante l’assenza di relazioni dirette di causa-effetto, l’Istat non esclude che la crisi economica abbia prodotto qualche effetto negativo anche sulla natalità, come peraltro potrebbe essere avvenuto per la concomitante diminuzione dei matrimoni, registrata proprio negli ultimi tre anni.

Nel nostro Paese aumenta anche il numero di decessi, pari a 612.883, superiore di 19.481 unità a quello del 2011. Il tasso di mortalità è pari a 10,3 per mille, e varia da un minimo di 8,2 per mille nella provincia autonoma di Bolzano a un massimo di 13,9 per mille in Liguria, risultando in aumento in tutte le regioni, eccetto che in Valle d’Aosta e in Molise, dove il numero dei decessi rimane stabile.

Le famiglie italiane sono 25 milioni e 873 mila; il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,3. Il valore minimo è di 2 e si rileva in Liguria, mentre le famiglie più numerose sono in Campania, con 2,7 componenti. Il 99,5% della popolazione residente in Italia vive in famiglie. Il restante 0,5% della popolazione, pari a circa 326 mila abitanti, vive in caserme, case di riposo, carceri, conventi, ecc.

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http://www.lastampa.it/2013/06/25/societa/istat-in-italia-pi-decessi-che-nascite-xpd8bt1WwL9QmEgvO928AP/pagina.html

ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/94531

Quanti siamo?

follaLa popolazione residente in Italia aumenta ma gli italiani diminuiscono. E’ la fotografia che emerge dai dati definitivi del quindicesimo censimento generale della popolazione e delle abitazioni effettuato dall’Istat, da cui emerge che i residenti in Italia sono 59.433.744. Rispetto al 2001, quando i residenti erano 56.995.744 l’incremento è del 4,3%, da attribuire esclusivamente alla componente straniera. Infatti, nel decennio tra un censimento e l’altro la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di oltre 250mila individui (-0,5%), mentre quella straniera è aumentata di 2.694.256 unità.

I cittadini stranieri risultano in crescita in tutte le regioni della Penisola, mentre gli italiani diminuiscono nel Mezzogiorno oltre che in Piemonte, Liguria e Friuli-Venezia Giulia. Nel corso dell’ultimo decennio la popolazione straniera residente in Italia é triplicata, passando da 1.334.889 milioni a 4.029.145 milioni, con una crescita del 201,8%. Due stranieri su tre risiedono al nord, il 24% al centro e solo il 13,5% al sud. Le donne straniere sono il 53,3% del totale, ma salgono al 56,6% nel Meridione. Quasi un quarto degli stranieri vive in Lombardia, il 23% in Veneto e in Emilia Romagna. Il 46% ha un’età compresa tra 25 e 44 anni

http://www.istat.it/it/archivio/77877

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/12/19/news/istat_in_italia_59_4_milioni_di_residenti-49067204/?ref=HREA-1

L’Italia invecchia

L’Italia continua a invecchiare. Secondo i dati Istat sulla popolazione residente, sono stati 546.607 gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2011, circa 15 mila in meno rispetto al 2010. Il dato, secondo l’Istat, conferma la tendenza alla diminuzione delle nascite avviatasi dal 2009. Il calo delle nascite è causato per lo più alla diminuzione dei nati da genitori entrambi italiani, quasi 40 mila in meno rispetto al 2008

http://www.corriere.it/cronache/12_novembre_14/istat-italia-invecchia-nascite-in-calo_ec107d54-2e42-11e2-9c24-e6f239e4fed7.shtml