Non prendiamocela con la globalizzazione

È piuttosto inutile dare la responsabilità del disordine mondiale alla globalizzazione: come se fosse qualcosa ispirato e diretto da qualcuno. Piuttosto, sono probabilmente l’incomprensione e la non accettazione dei fenomeni in atto, profondi e non arrestabili, a confondere. Ci sono alcuni numeri di una potenza che lascia poco spazio ai dubbi: è la demografia a dare la direzione della grande svolta. E racconta che il passaggio storico che sta attraversando il mondo è difficile ma non necessariamente drammatico. Sulla base dei dati del Population Reference Bureau, la popolazione del pianeta a metà 2016 era di 7,418 miliardi. A metà degli Anni 30 supererà gli 8,5 miliardi e salirà a quasi 9,9 miliardi negli Anni 50. Di queste persone, più di 7 miliardi tra vent’anni e più di 8,5 miliardi tra quaranta vivranno in quelli che oggi sono Paesi meno sviluppati, cioè poveri: non l’Europa, non l’America, non il Giappone o la Corea del Sud. Nel 2050, l’India avrà una popolazione di 1,7 miliardi, la Cina di 1,34, la Nigeria di 398 milioni, l’Indonesia di 360. Si confronteranno con 398 milioni di abitanti negli Usa e con 515 milioni nella Ue.
Questa tendenza a un peso demografico sempre maggiore di coloro che fino a pochi anni fa erano esclusi dai benefici delle economie di mercato non è accompagnata dal peggioramento delle loro condizioni di vita, come potrebbe fare pensare il boom delle nascite. Anzi. Il Population Reference Bureau sottolinea che tra il 1990 e oggi la popolazione che ha un accesso decente (vicino a casa) all’acqua corrente è cresciuta dal 76 al 91%. Passi avanti notevoli anche nell’avere servizi igienici sono stati fatti: ne usufruisce l’ 82% di chi abita nelle città, bidonville comprese; il problema è ancora notevole nelle campagne, dove la quota è di solo il 51%. La riduzione della povertà, della fame, delle morti di neonati e l’aumento delle scolarità, soprattutto tra le ragazze, sono numeri noti. Tutto, nonostante la demografia, nonostante il pianeta sia sempre più abitato. È possibile pensare che questa tendenza combinata (più persone e sempre meno condannate alla miseria assoluta) sia frenabile? Cioè che la globalizzazione dell’economia e del relativo benessere sia un fenomeno che può essere fermato? Naturalmente non lo sarà. Quando pensa al futuro, l’Occidente ha poche alternative al partire da questo dato di fatto.

DANILO TAINO

Corriere della Sera, 22 aprile 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_aprile_23/non-prendiamocela-c6a7ab04-2786-11e7-b1fd-6ac3feee71e3.shtml

Nascite ai minimi: 86 mila italiani in meno

L’Italia fa sempre meno figli e nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico mentre la popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report sugli indicatori demografici.

Nel 2016 le nascite sono state 474.000, circa 12.000 in meno rispetto all’anno precedente (-2,4%). Il calo interessa tutto il territorio nazionale, con la sola eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna scende per il sesto anno consecutivo e si assesta a 1,34. Rispetto al 2015, spiega l’Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età delle madri sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l’incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille).

Nel complesso, a fronte di un’età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016).

La diminuzione delle nascite, sommata all’allungamento della vita e ai flussi di immigrazione determina un innalzamento dell’età media degli italiani. Al primo gennaio 2017 i residenti hanno in media 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (ossia circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (erano 11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%).

Nella piramide dell’età, i valori più bassi si rilevano nella classe 0-4 anni. Per rilevare una `coorte´ di nascite di consistenza numerica inferiore ai nati nel 2016 occorre risalire alla generazione dei nati nel 1936, ossia agli ottantenni di oggi. I valori più alti e più bassi delle classi di età nella piramide del 2007 sono ancora ben visibili in quella del 2017 con uno scivolamento in su di dieci anni. Nel 2007 le prime 15 `coorti´ di nati per consistenza numerica erano quelle superstiti tra i nati del 1961-1975. Dieci anni più tardi le medesime `coorti´, che nel frattempo transitano da un’età compiuta di 31-45 anni a una di 41-55, sono ancora le più consistenti. «Se oggi tali `coorti´ presidiano la popolazione in tarda età attiva – afferma l’Istat – in una prospettiva non remota esse sono progressivamente destinate a far parte della popolazione in età anziana». Al primo° gennaio 2017 la popolazione residente in Italia risulta in lieve calo attestandosi a 60.579.000, ossia 86.000 unità in meno del 2015 (-1,4 per mille). Il saldo naturale (nascite-decessi) e negativo per 134 mila unità, e quello migratorio con l’estero positivo per 135 mila unità

 

La Stampa

6 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/06/italia/cronache/nascite-ai-minimi-mila-italiani-in-meno-3c6UOurBXEHzlOlsvzJpGK/pagina.html

 

Natalità, in Italia nascono meno bimbi che in tutta la Ue

cullevuotPochi bambini come da noi non li fa nessuno. Il nostro tasso di natalità è il più basso in assoluto, un 8 per mille a fronte del 10 per mille della media Ue. Nel 2015, dice ancora Eurostat, nella penisola sono nati 485.800 bimbi, e il numero di decessi, 647.600 supera ampiamente le nuove nascite.

Nell’ue sono nati 5,1 milioni di bimbi a fronte di 5,2 milioni di decessi, quindi anche nell’ue il tasso “naturale” di variazione della popolazione è leggermente negativo, pari al meno 0,3 per mille l’incremento assoluto della popolazione ue è quindi interamente dovuto all’afflusso di migranti. In italia questo il tasso di variazione naturale della popolazione è del meno 2,7 per mille (il tasso di variazione assoluto come anzi detto è del meno 2,1 per mille).

Complessivamente nei 28 Paesi dell’Unione, nel 2015 la popolazione è cresciuta passando da 508,3 a 510,1 milioni. Ma ciò, osserva Eurostat, è avvenuto solo grazie agli immigrati poichè tra i residenti le nascite (5,1 milioni) sono state inferiori alle morti (5,2 milioni)… …

La Repubblica 8 luglio 2016

http://www.repubblica.it/cronaca/2016/07/08/news/natalita_in_italia_nascono_meno_bimbi_che_in_tutta_la_ue-143680846/?ref=HREC1-18

 

EU population up to slightly over 510 million at 1 January 2016

http://ec.europa.eu/eurostat/documents/2995521/7553787/3-08072016-AP-EN.pdf/c4374d2a-622f-4770-a287-10a09b3001b6

 

 

Istat: calano i residenti in Italia per la prima volta dopo 90 anni

anagrafe[1]In Italia siamo sempre di meno. A lanciare l’allarme è l’Istat che quantifica come, nel corso del 2015, il numero dei residenti abbia registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni.  Risultato? Il saldo complessivo è “negativo” per 130.061 unità. Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità. Il dato è stato diffuso oggi dall’Istat che ha pubblicato il “Bilancio demografico nazionale”.

In particolare l’Istituto nazionale di statistica pone l’accento sulla continua riduzione della popolazione con meno di 15 anni: al 31 dicembre 2015 era pari al 13,7%, un punto decimale in meno rispetto all’anno precedente. Continua a ridursi anche la consistenza della popolazione in età attiva (15-64 anni) che nel 2015 si è attestata al 64,3%. Chi cresce? La popolazione di 65 anni e oltre (22%).

Nel 2015 i nati sono stati meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi invece oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto che – secondo l’Istituto di statistica – è da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. L’eccesso di mortalità ha riguardato i primi mesi dell’anno e soprattutto il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate.

Sono in molti a muoversi in Italia e verso fuori. Il movimento migratorio con l’estero mostra un saldo positivo di circa 133 mila unità, seppure in flessione rispetto agli anni precedenti. Prosegue la crescita delle acquisizioni di cittadinanza: ammontano infatti a 178 mila i nuovi cittadini italiani nel 2015. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro paese; per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini di un paese europeo. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella romena (22,9%) seguita da quella albanese (9,3%).

La Repubblica 10 giugno 2016

http://www.repubblica.it/cronaca/2016/06/10/news/istat_calano_i_residenti_in_italia_per_la_prima_volta_dopo_90_anni-141705028/

L’Occidente inquina di più. Ora paghi per i suoi consumi

climchDopo gli attacchi terroristici, ci sono purtroppo seri rischi che i dirigenti francesi e occidentali abbiano la testa altrove e non facciano gli sforzi necessari perché la Conferenza sul clima di Parigi vada a buon fine. Sarebbe un esito drammatico per il pianeta. Innanzitutto perché è arrivato il momento che i paesi ricchi si facciano carico delle loro responsabilità storiche di fronte al riscaldamento climatico e ai danni che già adesso arreca ai paesi poveri. In secondo luogo perché le tensioni future su clima ed eneria sono gravide di minacce per la pace mondiale.

A che punto è la discussione? Se ci atteniamo agli obbiettivi di riduzione delle emissioni presentati dagli Stati, i conti non tornano. Siamo avviati lungo una traiettoria che porta verso un riscaldamento superiore ai tre gradi e forse più, con conseguenze potenzialmente cataclismatiche, in particolare per l’Africa, l’Asia meridionale e il Sudest asiatico. Anche nell’ipotesi di un accordo ambizioso sulle misure di mitigazione delle emissioni, è già sicuro che l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature provocherà danni considerevoli in molti di questi Paesi. Si calcola che sarebbe necessario mettere in campo un fondo mondiale da 150 miliardi di euro l’anno per finanziare gli investimenti minimi necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici (dighe, ridislocazione di abitazioni e attività ecc.). Se i Paesi ricchi non riescono nemmeno a mettere insieme una somma del genere (appena lo 0,2 per cento del Pil mondiale), allora è illusorio pretendere di convincere i Paesi poveri ed emergenti a fare sforzi supplementari per ridurre le loro emissioni future. Al momento le somme promesse per l’adattamento sono inferiori a 10 miliardi.

Si sente spesso dire, in Europa e negli Stati Uniti, che la Cina ora è il primo inquinatore a livello mondiale e che adesso tocca a Pechino e agli altri Paesi emergenti fare degli sforzi. Dicendo questo, però, ci si dimentica di parecchie cose. Innanzitutto che il volume delle emissioni dev’essere rapportato alla popolazione di ogni Paese: la Cina ha quasi 1,4 miliardi di abitanti, poco meno del triplo dell’Europa (500 milioni) e oltre quattro volte di più del Nordamerica (350 milioni). In secondo luogo, il basso livello di emissioni dell’Europa si spiega in parte con il fatto che noi subappaltiamo massicciamente all’estero, in particolare in Cina, la produzione dei beni industriali ed elettronici inquinanti che amiamo consumare.

Se si tiene conto del contenuto in CO2 dei flussi di importazioni ed esportazioni tra le diverse regioni del mondo, le emissioni europee schizzano in su del 40 per cento (e quelle del Nordamerica del 13 per cento), mentre le emissioni cinesi scendono del 25 per cento. Ed è molto più sensato esaminare la ripartizione delle emissioni in funzione del paese di consumo finale che in funzione del paese di produzione. Constatiamo in questo modo che i cinesi emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica l’anno e per persona (più o meno in linea con la media mondiale), contro 13 tonnellate per gli europei e oltre 22 tonnellate per i nordamericani. In altre parole, il problema non è solamente che noi inquiniamo da molto più tempo del resto del mondo: il fatto è che continuiamo ad arrogarci un diritto individuale a inquinare due volte più alto della media mondiale.

Per andare oltre le contrapposizioni fra Paesi e tentare di far emergere delle soluzioni comuni, è essenziale sottolineare anche che all’interno di ciascun Paese esistono disuguaglianze immense nei consumi energetici, diretti e indiretti (attraverso i beni e i servizi consumati). A seconda delle dimensioni del serbatoio dell’auto, della grandezza della casa, della profondità del portafogli, a seconda della quantità di beni acquistati, del numero di viaggi aerei effettuati ecc., si osserva una grande diversità di situazioni.

Mettendo insieme dati sistematici riguardanti le emissioni dirette e indirette per Paese e la ripartizione dei consumi e dei redditi all’interno di ciascun Paese, ho analizzato, insieme a Lucas Chancel, l’evoluzione della ripartizione delle emissioni mondiali a livello individuale nel corso degli ultimi quindici anni. Le conclusioni a cui siamo arrivati sono chiare. Con l’ascesa dei paesi emergenti, ora ci sono grossi inquinatori su tutti i continenti ed è quindi legittimo che tutti i paesi contribuiscano a finanziare il fondo mondiale per l’adattamento. Ma i paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza dei maggiori inquinatori e non possono chiedere alla Cina e agli altri paesi emergenti di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che gli spetta.

Per andare sul concreto, i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica per anno e per persona. La metà che inquina meno, 3,5 miliardi di persone, dislocate principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico (le zone più colpite dal riscaldamento climatico) emettono meno di 2 tonnellate per persona e sono responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, 70 milioni di individui, evidenzia emissioni medie nell’ordine di 100 tonnellate di CO2 pro capite: da soli, questi 70 milioni sono responsabili di circa il 15 per cento delle emissioni complessive, quanto i 3,5 miliardi di persone di cui sopra.

E dove vive questo 1 per cento di grandi inquinatori? Il 57 per cento di loro risiede in Nordamerica, il 16 per cento in Europa e solo poco più del 5 per cento in Cina (meno che in Russia e in Medio Oriente, con circa il 6 per cento a testa). Ci sembra che questi dati possano fornire un criterio sufficiente per ripartire gli oneri finanziari del fondo mondiale di adattamento da 150 miliardi di dollari l’anno. L’America settentrionale dovrebbe versare 85 miliardi (lo 0,5 per cento del suo Pil) e l’Europa 24 miliardi (lo 0,2 per cento del suo Pil). Queste conclusioni probabilmente saranno sgradite a Donald Trump e ad altri. Quel che è certo è che è arrivato il momento di riflettere su criteri di ripartizione basati sul concetto di un’imposta progressiva sulle emissioni: non si possono chiedere gli stessi sforzi a chi emette 2 tonnellate di anidride carbonica l’anno e a chi ne emette 100.

Qualcuno obbietterà che criteri di ripartizione del genere non saranno mai accettati dai Paesi ricchi, in particolare dagli Stati Uniti. E infatti le soluzioni che saranno adottate a Parigi e negli anni a venire probabilmente saranno molto meno ambiziose e trasparenti. Ma bisognerà trovare delle soluzioni: non si riuscirà a fare nulla se i Paesi ricchi non metteranno mano al portafogli.

Thomas Piketty

da Repubblica, 1 dicembre 2015

http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99occidente-inquina-di-piu-ora-paghi-per-i-suoi-consumi/

Così la rivoluzione delle donne cinesi ha cambiato la legge sul figlio unico

2figLA CINA rinuncia alla politica del figlio unico, passo importante e apprezzabile, che mitiga le restrizioni imposte alla libertà umana in una sfera particolarmente intima. Bisogna però rendersi conto che il calo della natalità che si registra in Cina da decenni, imputato alla politica del figlio unico, in realtà non è tanto frutto di costrizione quanto di scelta ragionata, che privilegia un nuovo standard di nucleo familiare più ristretto. A questa evoluzione ha contribuito la sempre maggior autonomia guadagnata dalle donne grazie all’espansione della scolarizzazione e delle opportunità di impiego. Semmai bisogna che si riveda la tendenza a preferire il figlio maschio, ancora diffusa, nonostante sia in contrasto con i successi dalle donne cinesi.
Analizziamo gli esiti della politica del figlio unico partendo col mettere in discussione la tesi superficiale secondo cui la Cina è stata schiava di alti tassi di natalità finché la politica non ha cambiato le cose. La politica del figlio unico fu introdotta nel 1978, ma il tasso di natalità era in caduta libera già da 10 anni – dai 5,87 nati per donna nel 1968 era sceso a 2,98 nel 1978. Da allora la natalità continuò a diminuire con le nuove rigide norme entrate in vigore, ma senza cali drastici, solo in linea con la tendenza affermatasi prima delle restrizioni. Dal 2,98 del 1978, si è man mano arrivati al tasso odierno, 1,67.
Senza dubbio la natalità in Cina è stata influenzata da altri fattori, oltre che dalla politica del figlio unico. I dati comparativi riferiti a diversi paesi e l’analisi dei dati interni relativi a centinaia di distretti indiani, indicano che a livello globale la riduzione della natalità è indotta principalmente da due fattori, l’istruzione femminile e il lavoro retribuito delle donne. Non è un mistero. Chi porta il peso maggiore delle gravidanze troppo frequenti e del crescere molti figli sono le giovani madri e la diffusione dell’istruzione e dell’attività retribuita consentono alle giovani donne di avere più voce in capitolo nelle decisioni familiari — voce che tendenzialmente va nela direzione di una limitazione della frequenza delle nascite. L’istruzione, compresa quella femminile, e le opportunità di lavoro per le donne, hanno registrato in Cina una rapida espansione, già prima dell’introduzione della politica del figlio unico, proseguendo costante in seguito.
Si dà il caso che il tasso di natalità in Cina si sia ridotto più o meno quanto ci saremmo aspettati considerando solo questi fattori sociali. Spesso i commentatori danno troppo credito alla presunta efficacia degli interventi cinesi più drastici e troppo poco al ruolo positivo delle politiche di sostegno che la Cina attua, ad esempio nel settore dell’istruzione e della sanità, che possono essere di esempio per altri paesi. Così mentre si diffondono cronache drammatiche sulle conseguenze della politica del figlio unico nella vita dei cinesi, non è chiaro che questo fattori sociali hanno avuto ampio effetto sul tasso di natalità della globalità della popolazione.
L’abbandono della politica del figlio unico può in effetti essere una scelta facile. Non c’è più bisogno di ricorrere a strumenti così coercitivi dato che le decisioni familiari in Cina si basano sempre più sul ragionamento e cresce l’autonomia delle donne cinesi. Ricordiamo la classica polemica tra Thomas Robert Malthus e il Marchese de Condorcet nel diciottesimo secolo, al culmine dell’Illuminismo. Condorcet rilevava la possibilità di un grave sovrappopolamento; ammettendo di condividere questa tesi, Malthus ne esagerò la portata quanto a rischi, rifiutando la rassicurazione di de Condorcet secondo cui la ragione umana avrebbe prodotto un correttivo. Condorcet aveva previsto l’affermarsi di un nuovo standard di famiglie di dimensioni ridotte, sulla base del “progresso della ragione.” A suo avviso la scelta di ridurre la natalità sarebbe stata presa spontaneamente, grazie all’espansione dell’istruzione, soprattutto femminile, della quale Condorcet fu tra i più attivi paladini.
Le decisioni prese su base razionale non sono esclusiva dell’Occidente. In Cina il ragionamento ha già avuto un ruolo significativo nel limitare le dimensioni del nucleo familiare e ne ha altri, importanti, da giocare. Anche se, nonostante lo straordinario successo economico e sociale, la Cina registra un record negativo a livello mondiale riguardo all’aborto selettivo di feti femminili. La Cina deve contare ulteriormente sulla forza del ragionamento, piuttosto che sull’imposizione giuridica. L’abbandono della politica del figlio unico è un passo importante in questa direzione. Il fatto che la storia demografica cinese dell’ultimo mezzo secolo sia prova del “progresso della ragione” nell’accezione di Condorcet da adito a ottimismo. È particolarmente importante, perché la Cina ha altre sfide da affrontare in maniera produttiva.
di Amartya sen

Repubblica 4 novembre 2015

 

 

Amartya Sen: Women’s Progress Outdid China’s One-Child Policy

THE abandonment of the one-child policy in China is a momentous change, and there is much to celebrate in the easing of restrictions on human freedom in a particularly private sphere of life. But we need to recognize that the big fall in fertility in China over the decades, for which the one-child policy is often credited, has, in fact, been less related to compulsion and much more to reasoned family decisions in favor of a new norm of smaller families…….

http://www.nytimes.com/2015/11/02/opinion/amartya-sen-womens-progress-outdid-chinas-one-child-policy.html?_r=0

 

60.795.612

popopoLa crescita zero non riguarda solo l’economia. In Italia hanno smesso di aumentare anche i cittadini: la fotografia annuale dell’Istat spiega che il «movimento naturale della popolazione», ossia il risultato tra nascite e morti, nel 2014 ha fatto registrare un saldo negativo di quasi 100 mila unità. Per trovare un picco negativo del genere bisogna tornare al biennio 1917-1918. Allora, però, c’era la Prima Guerra Mondiale.

Dal rapporto dell’istituto di statistica emerge un Paese anzianol’età media supera i 44 anni – da cui i giovani continuano a fuggire e in cui le culle restano vuote: 12mila nati in meno rispetto al 2013. Hanno smesso di fare figli anche gli immigrati, che in questi anni avevano sostenuto il tasso: -2.638sul 2013. Si spiega così il risultato totale dei residenti: 60.795.612 persone, di cui più di 5 milioni (8,2%) di cittadinanza straniera. Ma i flussi dall’estero, secondo l’Istat «riescono a malapena a compensare il calo demografico dovuto alla dinamica naturale». Gli analisti di Via Cesare Balbo spiegano che, se i residenti si scompongono in base alla loro cittadinanza (italiana e straniera), la componente italiana risulta in diminuzione (-83.616), seppur mitigata dall’acquisizione della cittadinanza italiana di una parte sempre più ampia della componente straniera (+130 mila circa).

Il vero campanello d’allarme, in ogni caso, lo suonano le culle vuote. Non una novità, visto il crollo dei nuovi nati numero dei nati (-2,3%), dura dal 2009. Il calo, dice l’Istat, si registra in tutte le ripartizioni in misura piuttosto uniforme e principalmente nelle regioni del Nord-est (-3,0%). Se si allarga lo sguardo agli ultimi cinque anni sono circa 75 mila in meno i nati negli ultimi cinque anni. Le cause? «La concomitanza tra la fase di crisi economica e la diminuzione delle nascite, che colpisce particolarmente la componente giovane della popolazione», scrive l’istituto. E «lo stesso è avvenuto per la diminuzione dei matrimoni, registrata proprio negli ultimi cinque anni».

Anche il contributo positivo alla natalità generato dalle donne straniere mostra i primi segnali di un’inversione di tendenza. Infatti, se l’incremento delle nascite registrato negli anni precedenti era dovuto principalmente alle donne straniere, negli ultimi due anni il numero di bambini stranieri nati in Italia, pari a 75.067 nel 2014, ha iniziato progressivamente a ridursi (2.638 bambini in meno rispetto all’anno precedente), pur restando stabile in termini di incidenza percentuale: il 14,9% dei nati sono generati da entrambi i genitori stranieri.

Non è finita neppure la grande fuga dal Paese. Da alcuni anni l’immigrazione dall’estero sta rallentando, tanto che nel 2014 riesce a malapena a contenere la perdita di popolazione dovuta a un saldo naturale fortemente negativo. Gli iscritti in anagrafe provenienti da un Paese estero sono stati circa 280 mila, di cui il 90% sono stranieri. Gli italiani che rientrano dopo un periodo di emigrazione all’estero sono poco meno di 30 mila. Al contrario, coloro che hanno lasciato il nostro Paese sono circa 136 mila, di cui quasi 90 mila sono italiani. Le iscrizioni –conclude l’Istat – sono da ascriversi in misura leggermente prevalente agli uomini (50,1%), contrariamente a quanto avveniva negli anni precedenti, quando erano prevalenti le donne

http://www.lastampa.it/2015/06/15/economia/la-popolazione-italiana-non-cresce-rhVGy0rv99qOjWww5T84BK/pagina.html