I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

Il caro verdura e il petrolio. Ma dietro il costo della vita quei segnali di mini-ripresa

iflaziones Messi tutti in fila, gli ultimi dati – dall’inflazione italiana all’indice europeo Pmi, senza trascurare l’Ifo – descrivono uno scenario in movimento che sembra dare segnali di ripresa ma che impone nell’interpretazione una certa cautela.
L’inflazione in Italia è in crescita dell’1% rispetto a gennaio 2016. Il Purchasing managers index dell’Eurozona, cioè l’indice composito dell’attività manifatturiera, che tiene conto dei nuovi ordini, delle consegne e delle scorte, è volato ai massimi da quasi sei anni, spinto da Francia e Germania. E l’indice Ifo, che misura la temperatura della fiducia delle imprese tedesche, a febbraio è salito nonostante l’incertezza politica in Europa. che lo aveva fatto calare a gennaio.
Sull’inflazione italiana hanno pesato fattori esterni: la ripresa del petrolio e di conseguenza dei prodotti energetici, a partire da diesel (+13,9%) e benzina (+9,3%), e il maltempo che ha colpito il Centro-Sud, penalizzando le colture e spingendo in alto i prezzi di verdura (+20,4%) e frutta (+7,3%). Però al netto degli alimentari freschi e dei beni energetici, l’inflazione di fondo è calata allo 0,5% dallo 0,6% del mese precedente.
Ma è chiaro che se la tendenza dei prezzi dovesse essere confermata, tenuto conto che in gennaio l’inflazione media nell’eurozona è stata pari all’1,8% e nella Ue a 28 pari all’1,7%, l’obiettivo che si è dato il presidente della Bce Mario Draghi di portarla a un livello vicino ma inferiore al 2% si starebbe avvicinando. Il che avrebbe un impatto sul Quantitative easing messo in campo dalla Bce per stabilizzare i prezzi (ma che ha anche l’effetto di abbassare il costo del rifinanziamento del debito pubblico italiano).
Si tratta ora di capire quanto la domanda sia ripartita anche in Italia, oltre che in Europa. La ripresa del costo della vita fotografa, infatti, un’economia in salute se a fare da traino è la crescita dei consumi che si traducono in un aumento della domanda di beni e servizi. Per Unimpresa si tratta di «segnali di ripresa, anche se timidi» e che «vanno colti subito e non sprecati».
Certo «è un po’ presto per definirlo un segnale positivo», spiega il capoeconomista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice: «La ripresa della domanda resta debole nel nostro Paese. Depurata dai prodotti energetici e dagli alimentari, l’inflazione core rallenta. Il ciclo però si sta stabilizzando in Europa guidato dalla Germania. Siamo in presenza di un quadro discreto nella Ue. Ha sorpreso verso l’alto l’indice Ifo». «Ora bisogna vedere cosa accadrà nei prossimi mesi – conclude De Felice —. Mi riferisco ai rischi politici: il protezionismo promesso da Trump, i movimenti populisti, le elezioni a metà marzo in Olanda e poi in Francia».

FRANCESCA BASSO
Corriere della Sera, 23 gennaio 2017

controdemNon è facile governare, in Italia. A nessun livello. Al di là dei limiti della classe politica, l’azione dei gruppi dirigenti è frenata da molti vincoli. Istituzionali e legislativi. Volti a impedire lo sconfinamento dei poteri politici in ambito economico, sociale. E nella sfera dei diritti dei cittadini. La tiranno-fobia, alimentata dall’esperienza del fascismo, ha contribuito, in fase costituente, a rafforzare i poteri di controllo. Perché “ogni buona costituzione è un atto di sfiducia nei confronti del potere”, osservava Benjamin Constant nel 1829. Così, le istituzioni di garanzia, per prima la magistratura, hanno assunto grande autorità. Anche se i poteri ” politici” hanno cercato, spesso, di neutralizzarla. Fino a quando, nei primi anni Novanta, Tangentopoli ha travolto la classe politica della cosiddetta Prima Repubblica. Indebolita dagli scandali per corruzione. Da allora, magistrati, giudici, avvocati, insomma, le diverse istituzioni e figure del sistema giudiziario, hanno assunto un ruolo prioritario. Più che ” garanti della giustizia”: ” giustizieri”. Nel senso che i cittadini hanno affidato loro il compito di ” giustiziare” la classe politica, inefficace e – appunto – corrotta. ” Garanti della pubblica virtù”, li definì Alessandro Pizzorno. In grado di delegittimare un leader, un partito, un’amministrazione. Tanto più al tempo della ” democrazia del pubblico”, dove i media e, soprattutto, la televisione hanno costituito il principale spazio della politica. Il centro dell’opinione pubblica.

Da allora, cioè, negli ultimi vent’anni, i ” professionisti della giustizia”, oltre che garanti, sono divenuti attori politici di primo piano. Magistrati e avvocati sono, infatti, numerosi: alla Camera e in Senato. Ma anche fra i sindaci e i governatori. Oppure, fra i ” custodi” della legalità, in occasione di manifestazioni dove l’interesse pubblico si associa a grandi interessi economici e commerciali. Come l’Expo e le celebrazioni – imminenti – per il Giubileo. Allora la figura del magistrato, ma anche del prefetto, insomma: del ” garante del bene pubblico”, è divenuta una soluzione, quasi, obbligata. Per ragioni di ” sfiducia” nei confronti del potere politico. Per citare un altro filosofo francese, in questo caso contemporaneo, Pierre Rosanvallon, l’Italia è un caso esemplare di ” contro-democrazia”. Che non significa anti-democrazia, ma ” democrazia della sorveglianza“. Dove la sfiducia si traduce in controllo democratico. Esercitata dai magistrati, ma anche da movimenti, comitati e dagli stessi cittadini. Soprattutto dopo l’avvento di Internet, che è divenuto un canale di controllo e denuncia largamente accessibile e frequentato.

Per questo, il nostro Paese dovrebbe essere considerato una ” vera” democrazia. Benjamin Constant ne sarebbe ammirato. Perché, se la sfiducia è una ” virtù democratica”, l’Italia dovrebbe essere una democrazia particolarmente virtuosa. Visto che le istituzioni rappresentative sono sempre più ” sfiduciate” dai cittadini. Parlamento, Regioni, Comuni. Perfino la fiducia verso lo Stato oggi non supera il 15% (Sondaggi Demos). Cioè: la metà rispetto al 2010. Mentre la fiducia nei partiti – lo abbiamo ripetuto spesso – è ormai scesa al 3%. D’altronde, oggi, oltre vent’anni dopo Tangentopoli, secondo il 47% degli italiani, la corruzione politica sarebbe più diffusa di allora. Secondo il 42%: allo stesso modo. Meno del 10% pensa, al contrario, che sia diminuita. Insomma, partiti e politici: tutti corrotti, proprio come allora.

 

Anche per questo, da molti anni, per ricoprire cariche e ruoli di amministrazione e di governo, si cercano figure ” non politiche”. Come confermano le recenti vicende romane. Dove al posto del sindaco Ignazio Marino, chirurgo trapiantista, sfiduciato dai consiglieri comunali, è stato nominato commissario Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano. Alla guida dell’Expo. A Roma era già stato chiamato Franco Gabrielli. Anch’egli prefetto. In precedenza direttore del Sisde. Fra i possibili candidati sindaci, si parla di Giovanni Malagò, Alfio Marchini. Non per caso: ” non politici”. D’altronde, a Napoli governa De Magistris, in Puglia: Emiliano (già sindaco di Bari). Entrambi magistrati. A Venezia è divenuto sindaco Luigi Brugnaro, imprenditore. Sfidato da Felice Casson, a lungo magistrato della città

Il problema, semmai, in Italia, è che la contro-democrazia è ” una” faccia della democrazia. Che è anche ” governo”. Ma in Italia l’azione di governo risulta più faticosa del contro-governo. Non per caso, il Movimento 5 Stelle, percepito dagli elettori come uno strumento di ” sorveglianza democratica”, secondo i sondaggi, oggi avrebbe superato il 27%. E si starebbe avvicinando al PdR. Mentre si assiste al declino dei canali della rappresentanza e della partecipazione. I corpi intermedi e i partiti: tradizionali canali di formazione della classe politica. E di promozione dei valori e delle domande sociali.

Il trionfo della contro-democrazia, però, sta logorando i suoi stessi protagonisti. La fiducia nei magistrati, infatti, fra i cittadini, dal 47%, nel 2003, è scesa al 35% nel giugno 2015. Tuttavia, anche se non è popolare (e neppure populista) affermarlo, io ritengo che una democrazia (rappresentativa) senza partiti non esista. Non sia ” democratica”. La politica, i politici: non possono essere rimpiazzati da magistrati, prefetti, imprenditori, giudici, avvocati, chirurghi. Scelti on demand perché ” impolitici”. Senza generare un senso di ” vuoto”. D’altronde, 7 persone su 10, in un sondaggio (Demos) di alcuni mesi fa, sostenevano che, in questo clima di confusione, ” ci vorrebbe un uomo forte a guidare il Paese”………

 

La controdemocrazia

Ilvo Diamanti La Repubblica 3 novembre 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/11/03/news/titolo_non_esportato_da_hermes_-_id_articolo_1682479-126511352/

Un estratto da “La politica nell’era della sfiducia” sulle forme di politica non convenzionale o

da La politica nell’era della sfiducia di Pierre Rosanvallon (Città aperta, 2009)

http://www.europaquotidiano.it/2013/08/31/la-contro-democrazia-democratica/

Piena occupazione, ritorno al futuro

occuppp Ci sono dati a cui non ci si può e non ci si deve abituare. Ancora oggi, in Europa, a sette anni dall’inizio della crisi, il tasso di disoccupazione rimane superiore al dieci per cento, con punte che in talune aeree e categorie (tra cui i giovani) superano il venti. Senza contare gli scoraggiati usciti dal mercato del lavoro e il diffuso peggioramento delle condizioni di chi riesce a lavorare.

Nel secondo dopoguerra, J. M. Keynes si battè affinché la piena occupazione costituisse l’obiettivo di fondo della politica economica dei Paesi occidentali. Nella convinzione che economia e democrazia si tengono necessariamente la mano. Sono quasi trent’anni che un tale obiettivo è sparito dall’agenda dei governi. E, dopo sette anni di crisi, una decisa virata ancora non si vede: le istituzioni centrali — specie quelle europee — continuano a considerare gli obiettivi di controllo dell’inflazione il criterio della loro azione. Non sta forse in questa paradossale inversione la ragione dei nostri problemi?

  I rapporti di forza interni all’Unione e la distanza abissale tra le classi dirigenti e la vita reale delle persone ci bloccano in questo stallo. Il risultato è quello che vediamo: molti dei sistemi politici europei, senza più alcuna distinzione tra destra e sinistra, sembrano fortini assediati con coalizioni di governo, elettoralmente fragili, asserragliate nel Palazzo. Mentre nelle piazze rumoreggiamo populismi di varia natura.

Eppure, ancora non si vede il superamento di un modello che compensava i propri squilibri attraverso la sua stessa malattia (l’aumento del debito pubblico e privato).

Le vie canoniche per combattere la disoccupazione sono due.

La prima dice: più crescita. Giusto. A condizione di non dimenticare che con i livelli di disoccupazione raggiunti e la velocità con cui si procede (ammesso e non concesso che il segno più si stabilizzi), il processo di riassorbimento richiede anni. Ma il tempo, nella vita delle persone, non è variabile neutra. Tanto più che l’allargamento della forbice tra produttività del lavoro, prodotto interno lordo, occupazione e le tendenze nella concentrazione della ricchezza fanno sì che l’effettivo aumento dei posti di lavoro sia tutto da confermare. Per questo, dire che la risposta al problema è la crescita non basta.

La seconda dice: più investimenti. Privati, ma sopratutto pubblici. Anche questo secondo argomento è corretto. Ma, sul fronte privato, gli investimenti sono fiacchi da anni sia perché le aspettative di profitto sono basse (dove sono i settori in cui si può pensare di guadagnare?) sia perché l’enorme mercato finanziario è un mostro a due teste che, mentre genera risorse, le inghiotte. Senza contare che gli investimenti non vanno là dove ci sono i problemi più pressanti (leggi il nostro Mezzogiorno o i giovani senza esperienza). E per quanto riguarda gli investimenti pubblici — la cui spinta nell’era della globalizzazione è più debole che in passato — essi dipendono dalla esistenza di uno Stato forte. Condizione che, almeno in Europa, non c’è.

E allora? Se vogliamo essere intellettualmente onesti, occorre ammettere che, senza una diversa prospettiva, il riassorbimento dell’occupazione resterà una chimera. Almeno in quei Paesi dove la crisi ha desertificato persone e territori.

Come non si stanca di ripetere Mario Draghi, una politica monetaria espansiva ha senso solo per prendere tempo e fare le riforme. Giusto. Ma sia la stessa politica monetaria sia le riforme avranno effetti diversi a seconda degli obiettivi perseguiti (piena occupazione vs stabilità monetaria).

Nella situazione in cui siamo, l’errore sta nel continuare a considerare efficienza economica e coesione sociale come obiettivi divergenti. Cosa che dopo il 2008 non è più vera.

Al contrario, ci sono molti segnali che dicono che oggi la relazione tra efficienza e coesione torna a essere positiva: sappiamo che questo vale per le imprese che operano sui mercati internazionali, per le quali la manodopera, ma anche la scuola o le infrastrutturale logistiche, sono condizioni per essere competitive; per il tenore generale dell’economia domestica, che può davvero riprendersi solo grazie ad un’azione di corretta redistribuzione delle risorse; per lo sviluppo di settori nuovi — quali il digitale, la sanità, i servizi alla persona, la qualità del territorio e dell’ambiente — che possono svilupparsi solo condividendo le stesse priorità; per la stessa Europa che, se avesse il coraggio mostrato nel secondo dopoguerra, potrebbe fare dei propri squilibri la leva su cui far ripartire l’economia interna, finanziando con i surplus di bilancio dei Paesi in attivo il rilancio di quelle aree avviate alla desertificazione.

keynescolour[1]Ci sono dei momenti nella storia in cui la logica del gioco cambia. Prima lo si riconosce, meglio è. Così oggi, quando per rilanciare l’economia e salvare la democrazia occorre un riorientamento politico di fondo in grado di capire che, per ragioni economiche e politiche, è venuto il momento di rimettere in linea la spinta individuale, l’efficienza di sistema, l’integrazione sociale. Cominciando dal lavoro per rilegare, come fece Keynes nel dopoguerra , economia e società.

Mauro Magatti

Corriere della Sera

23 giugno 2015

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_25/piena-occupazione-ritorno-futuro-f53b0da2-1b09-11e5-8694-6806f55cfc9e.shtml

La giovane Europa sarà capace di vincere

 

parchQuesta è la loro guerra. Una guerra lunga, che dovranno combattere con intelligenza, pazienza, fermezza.
Erano molti, ieri nelle strade di Parigi, i nuovi Europei. Nati dopo il 1980, informati e connessi, con una debolezza, forse: pensare che la pace fosse per sempre. Che una volta conquistata, la si potesse amministrare, come un condominio.
Non è così: ogni generazione deve meritarsi la sua pace.
Quella contro il totalitarismo religioso, e per la libertà, è la guerra dei nostri figli. Una guerra a puntate, coma ha intuito papa Francesco. La prima l’11 settembre 2001; la più recente a Parigi, nei giorni scorsi. E non sarà l’ultima, purtroppo.
Gli americani hanno i Millennials ; noi, la generazione Erasmus. Una generazione per cui l’Europa è viaggi, studi, amori, scambi, comunicazioni. Una generazione amareggiata per il lavoro che spesso non c’è; ma fortunata, per quello che ha potuto fare, vedere e condividere. Una generazione cui, forse, mancava una grande prova. È arrivata.

La generazione dei nostri padri ha sofferto le grandi dittature europee, e le ha viste implodere, una dopo l’altra. La nostra generazione ha conosciuto da vicino il comunismo e l’ha osteggiato, quando l’ha capito. La generazione dei nostri figli si trova di fronte a una sfida completamente nuova. Ce la farà, a disinnescare l’attacco del fondamentalismo? Probabilmente sì. E ci insegnerà qualcosa.
Le piazze non vanno mai sopravvalutate: il giorno dopo sono ridotte a fotografie e cartacce che volano. Ma quello che si è visto ieri a Parigi era impressionante. Una città – in rappresentanza di un Paese, di un continente e del mondo libero – che diceva: basta così. Queste sono le nostre trincee politiche, giuridiche, morali, mentali. Non si uccide per un’opinione o un disegno, magari sgradevole. Nessuna religione, nessuna convinzione, lo autorizza. Chi sostiene il contrario non è un dissidente: è un assassino.
Affermazioni ovvie? Certo. E allora perché abbiamo aspettato tanto a pronunciarle, tutti insieme? A mettere un po’ di orgoglio nella difesa della società che abbiamo costruito, un’area di libertà senza uguali sul pianeta?
Non è ingenuo pensare che la nuova, giovane Europa abbia capito la lezione. L’abbia capita nel modo più duro, e ce la stia già insegnando. Vedere cinquanta capi di Stato e di governo tutti insieme, uniti in nome della libertà e non impegnati a litigare sul deficit al 3%, è consolante. Quelle foto di gruppo le abbiamo viste sulle spiagge della Normandia, davanti alle trincee nelle Ardenne, in visita ai campi di concentramento. Stavolta i nostri leader erano insieme contro i nemici della libertà, attaccata in nome di una religione.
Con loro a Parigi hanno sfilato, in silenzio, due milioni e mezzo di persone. Ognuna, ci auguriamo, ne rappresentava altre duecento: tanti siamo, in Europa, da Lisbona a Tallin. Cinquecento milioni. Siamo diversi, abbiamo governi e tradizioni diverse, ma anche un evidentissimo comun denominatore. Avendo provato – ed esportato – l’orrore delle dittature, da settant’anni crediamo nella democrazia, nella libertà di espressione, nello Stato di diritto. I governi che provano a discutere questi principi vengono tenuti ai margini (Turchia) o guardati con sospetto (Ungheria).

La bellezza della salute si capisce dopo una malattia. La normalità quotidiana si apprezza dopo un brutto incidente. L’Europa, dopo l’eccidio di Parigi, capirà che cos’ha rischiato dividendosi, distraendosi, ingannandosi? Forse sì. E lo capirà – ripetiamo – perché la maggioranza dei nuovi europei inizia a capirlo.
In piazza a Parigi, a scuola a Milano, in ufficio a Londra, nei bar di Varsavia e Madrid. Ventenni e trentenni si sono resi conto che l’Europa libera non è un gentile omaggio: qualcuno l’ha costruita per loro, ora devono mantenerla. Come ogni casa. Come ogni cosa.
Devono mantenerla con amore e precisione. Senza intolleranza, ma con intransigenza. Non sono sinonimi, i due vocaboli. L’intransigenza è la qualità dei forti; l’intolleranza la scusa dei deboli. Gruppi e personaggi che, a preoccupazioni giuste, danno risposte sbagliate. Da una parte, gli ortodossi del multiculturalismo, convinti che tradizioni e religioni stiano sopra la legge. Dall’altra, teologi del fine settimana, per cui la fede islamica è incompatibile con la democrazia. Populisti aggressivi che sognano espulsioni di massa. Guerrafondai da scrivania che ripropongono, anni dopo, le ricette fallimentari dei neocon americani.
Stiamo in guardia: non lasciamoci ingannare. Non è dichiarando guerra al mondo che il mondo si conquista. È invece stabilendo buone regole, rispettandole e facendole rispettare. È la scommessa della giovane Europa. La vincerà.

Beppe Severgnini

Corriere della Sera 12 gennaio 2014

http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_12/giovane-europa-sara-capace-vincere-questa-battaglia-55f991ec-9a2f-11e4-806b-2b4cc98e1f17.shtml

La democrazia è un’opera d’arte, ha una sua estetica

Group Una confessione: nel 2014 si può ancora provare gioia a leggere un libro di oltre 300 impegnative pagine sulla democrazia e sui suoi problemi, che sono molti. E a parlarne poi con chi l’ha scritto. Si può essere felici — oggi, epoca di velocità digitale e di insofferenza per il profondo — a scoprire che da qualche parte la fiamma della ricerca delle cose di base rimane accesa. Soprattutto, accesa non in un angolo marginale e riparato dai venti, ma al cuore di una delle questioni del momento, scossa dalle vicende del mondo, sotto la pressione di grandi cambiamenti. Il libro, in uscita il 27 marzo, è Democrazia sfigurata. Il popolo fra opinione e verità ; l’ha scritto Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York, e lo pubblica Egea – Università Bocconi Editore: negli Stati Uniti è in libreria con il titolo Democracy Disfigured (Harvard University Press).
La professoressa Urbinati dice di essere stata motivata a scriverlo «da una ragione empirica reale»: lo stile e il contenuto della politica italiana nell’epoca di Berlusconi. Questione che in America non è solo curiosità per la persona, ma interesse per l’evoluzione dell’idea e della pratica della democrazia. Da lì, ha costruito un lavoro che per molti versi si può definire globale: facendo perno sull’idea di democrazia come diarchia dei poteri (delle regole e dell’opinione), analizza lo stato della democrazia ovunque essa si declini.
Prendiamo Barack Obama. Urbinati sostiene che il presidente americano sia l’esempio meglio riuscito della tendenza plebiscitaria che sta dando forma ai sistemi democratici. «Plebiscito dell’audience», lo chiama: il leader carismatico che parla direttamente al popolo bypassando il rapporto con le istituzioni e con l’elezione rappresentativa, gestita non dai partiti, ma dai «tecnici dell’audience», coloro che sanno smontare la complessità dell’elettorato e con i numeri e i sondaggi capiscono che cosa vuole il popolo o come istigarlo a volere.
«Obama è straordinario in questo, più innovativo di Berlusconi — dice Urbinati —, il quale aveva i mezzi e li ha usati. Obama ha invece inventato un metodo. Soprattutto nella prima campagna elettorale, ha messo da parte il partito democratico e ha formato un partito suo, obamiano». In rapporto diretto con il popolo, o con quella parte di popolo che i tecnici dell’audience hanno individuato e messo assieme sulla base di contenuti appunto obamiani. «Più che populismo, questa è una forma plebiscitaria di democrazia — dice la professoressa —. Forse Renzi potrebbe fare, o sta facendo, qualcosa del genere: un partito suo, che va al di là del Pd e attinge al pubblico largo». Le primarie, in fondo, conducono a questo, al leader che viene prima di tutto, quasi indipendente dal programma politico, impegnato piuttosto su questioni generali capaci di mettere assieme molti pezzi di elettorato, dovunque siano. «A differenza delle fasi più populistiche che abbiamo avuto in passato, dove c’era una presenza mobilitata di ideologia e di popolo, nella fase plebiscitaria il popolo non partecipa, guarda: è occhio, assiste allo spettacolo».
È questo plebiscito dell’audience la forma di democrazia che ha più strada davanti, che probabilmente ha più futuro, secondo la professoressa. La quale, nel libro, analizza a fondo anche altre due caratteristiche che si riscontrano oggi nei Paesi democratici. Una è la tendenza «epistemica», in sostanza la depoliticizzazione della democrazia in nome di una conoscenza più o meno scientifica che dovrebbe portare alla scelta giusta: il governo dei tecnici, insomma, fenomeno provato non solo dall’Italia. Anche questo uno «sfigurare» la democrazia delle procedure. La richiesta di speditezza nelle decisioni, di velocità, anche sotto la pressione dei mercati, fa apparire come «lacci e lacciuoli» alcune delle forme caratteristiche della deliberazione collettiva, dice Urbinati, per cui la procedura, che dovrebbe servire per gestire il conflitto, viene invece vista come un intralcio: in nome del poco tempo o del sapere al potere, importa meno come si prende una decisione e più il risultato. «È il passaggio dal metodo proceduralista puro a quello conseguenzalista — dice Urbinati —. Problema non nuovo, quello della velocità che non deve andare a violare la deliberazione collettiva, se lo poneva già Condorcet nel 1792. Il fatto è che la democrazia è gestione della temporalità, è “come si fanno le cose insieme”, dove la procedura è più determinante del fatto: permette di stare insieme, pur con obiettivi diversi, e prendere decisioni che sempre si possono cambiare; un valore al quale non possiamo rinunciare».
In questa cornice, la professoressa Urbinati mette anche in dubbio l’idea di abolire il bicameralismo, cioè di cancellare il Senato italiano, sia che lo si faccia per accorciare i tempi delle decisioni, ancora di più se lo si fa per risparmiare denaro. «Dobbiamo sapere che il potere, soprattutto se accumulato, è pericoloso», dice. E il bicameralismo ha proprio il senso di mettere un limite al potere attraverso la lentezza, opposta all’emergenza frettolosa, di fare prevalere l’opinione rispetto a un presunto fine razionale. È grazie a passaggi del genere che viene da essere felici, con in mano questo libro. «La democrazia è opera d’arte, ha una sua estetica», dice la professoressa.
L’altra tendenza è quella populista. La quale «fa coincidere l’opinione di una parte del popolo con la volontà dello Stato», scrive Urbinati. Mentre il potere «epistemico» tende ad annullare l’«opinione» nella verità, quello populista identifica la «volontà» di molti con quella del tutto: ma «volontà» e «opinione» sono i due poli della struttura diarchica che la democrazia rappresentativa tiene distinti, benché in comunicazione permanente. Annullare la distinzione equivale a sfigurare la regola democratica. La tendenza plebiscitaria (obamiano-renziana, la terza delle tre deformazioni esaminate) accetta invece la struttura diarchica, ma separa i pochi (che «fanno» la politica) dai molti (che la «guardano») e inoltre esalta una delle tre funzioni dell’«opinione», quella estetica (la visibilità del leader e la passività di chi guarda lo spettacolo) a scapito di quelle cognitiva e politica. Anch’essa, dunque, è sfigurante.
Una democrazia percorsa da queste trasformazioni deve poi confrontarsi con la fase internazionale. Alla sua «solitudine planetaria» — come la chiama Urbinati — determinata dalla caduta del comunismo è succeduto il confronto con Paesi autoritari, «con sistemi meno cacofonici», che ne contestano legittimità e superiorità: la Russia e la Cina, per fare i due casi del momento. «È di nuovo Sparta contro Atene». Il che rende le sfide che la democrazia ha di fronte ancora più interessanti. A patto che riusciamo a vedere quello che succede davvero, che non ci fermiamo a ciò che tutti danno per scontato. A patto che, come dice la professoressa della Columbia, riusciamo ad «andare sotto la pelle».

Danilo Taino, Corriere della Sera • 20 mar 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/03/20/leader-prima-tutto-nuova-democrazia/

Maturità 2013: commento alla prima prova, tipologia b – ambito socio-economico

 La traccia

Il commento

In qualche modo i numeri su come va l’economia piovono da tutte le parti. Così dover scegliere il tema sulla questione che da sempre divide gli economisti appare (a prima vista) un compito facile. Trovare la formula che consenta di mettere in equilibrio i compiti dello Stato e i compiti del mercato, a ben guardare, è stata una bella sfida per maturandi.

Scorriamo alcuni dei brani offerti alla loro riflessione. «Il problema centrale è stato sempre quello di bilanciare Stato e mercato. Una buona economia non può essere separata da una buona politica». E’ questa una delle citazioni di Rajan. E forse è molto importante che sia la prima. Proviamo a scorrere alcuni fotogrammi della crisi, dalla Grecia all’euro a rischio frammentazione, all’abbuffata finanziaria, alla crisi delle banche. In fondo, tutto si risolve con la necessità di una buona politica in grado di affrontare le fragilità dell’economia. Una priorità che è stato bene sottolineare.

Se c’è una cosa che poteva essere evitata è quel passaggio scelto di Paul Krugman. Il Nobel che parla dell’ «effetto corrosivo della disoccupazione». Per i ragazzi che dovranno affrontare la scelta dell’università e costruire il loro futuro forse ricordare continuamente soltanto gli aspetti che non funzionano dell’epoca attuale non è un messaggio utile, meglio offrire spazi di attenzione sulle ose che (loro stessi) possono fare. Quella citazione di Luigi Zingales sul «populismo positivo» che consente agli americani di essere più attenti ai deboli è una possibile chiave di lettura dell’economia Usa. Ma certo non è l’unica.

E invece la scelta del passaggio di Giorgio Ruffolo che descrive la possibile rottura di un compromesso che finora, in qualche modo, aveva sempre funzionato, tra capitalismo e democrazia apre uno scenario interessante, suggestivo. Più vicino alle sensibilità dei ragazzi, meno attratti dalle formule matematiche e più dalla curiosità di interpretare la direzione delle cose che accadono. Forse, senza nulla togliere alla scelta, tra tante citazioni, ricordare Luigi Einaudi, sarebbe stato utile. E magari, richiamare qualche intuizione dei «fondamentali» come David Ricardo e Adam Smith.

Di Nicola Saldutti – Corriere della Sera

19 giugno 2013 |