L’economia italiana si rafforza

 istttattLa nota mensile dell’Istituto di Statistica dice che “l’economia italiana si rafforza”: l’indicatore “ha segnato a luglio un ulteriore aumento” che “conferma il proseguimento della fase espansiva” e suggerisce “una evoluzione positiva anche nei prossimi mesi”. Ancora: “L’evoluzione dei prezzi rimane ancora moderata. Il quadro macroeconomico risulta comunque influenzato dal rallentamento del commercio mondiale”, che paga la crisi cinese e il rallentamento dei mercati emergenti. A luglio il Pil italiano ha segnato “un ulteriore aumento”, anche se di “intensità minore” rispetto ai mesi precedenti, con l’evoluzione dell’economia nel terzo trimestre che “appare connotata da una intonazione positiva“.

Un paragrafo ad hoc nella nota è dedicato al recupero dei consumi: “Nel secondo trimestre del 2015, si è registrato un primo significativo segnale di miglioramento della spesa delle famiglie, (+0,4% in termini congiunturali, la variazione più elevata dal terzo trimestre 2010). L’incremento della spesa è stato in parte finanziato attraverso l’aumento del potere d’acquisto (+0,2%) e in parte attraverso un ricorso al risparmio, la cui propensione è scesa nel secondo trimestre di 2 decimi di punto all’8,7%. Nei primi sei mesi del 2015 il potere d’acquisto ha registrato una crescita dello 0,8% nei confronti dello stesso periodo del 2014″. Guardando in prospettiva, “i segnali di miglioramento registrati nei comportamenti di spesa dei consumatori nel primo semestre dell’anno sono attesi proseguire nei prossimi mesi. Le indicazioni provenienti dal clima di fiducia delle famiglie, che rappresenta un indicatore anticipatore dei loro comportamenti, hanno infatti registrato risultati estremamente favorevoli nell’ultimo trimestre”. ….

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/mef_entrate_istat_economia-124394684/?ref=HREC1-4

Le note mensili

http://www.istat.it/it/archivio/nota+mensile

 

Ripresa slow

ripresconsLa ripresa è una visita dal dentista, il cambio della vecchia lavatrice, l’iscrizione del piccolo Andrea in palestra. La ripresa non è, o non è ancora, l’acquisto di un appartamento fuori città. Probabilmente la ripresa non sarà più la frenesia di cambiar d’abito, la ricerca spasmodica dei capi alla moda come accadeva dieci anni fa, economicamente un’altra era geologica. Soprattutto, la ripresa è nelle piccole scelte di tutti i giorni. Quello che negli Usa si definisce “Termometro Walmart”: l’uso dei grandi centri commerciali come spia dell’andamento economico. Il lento e quotidiano risveglio della spesa non è come qualcuno se lo aspettava: non ci sarà il d-day della grande euforia, il mese che riempie le buste paga e svuota le file di giovani e anziani davanti alle agenzie per l’impiego. Insomma, la ripresa è nei dettagli.
Le indagini che vengono pubblicate in queste settimane confermano che il quadro economico italiano è in movimento positivo. Tra il «risveglio» di cui parla Confcommercio nella ricerca diffusa due giorni fa e la «ripresa slow» registrata all’inizio di settembre dal centro studi Coop, tutti concordano sul fatto che il Pil potrebbe crescere quest’anno intorno all’1 per cento. E che la ripartenza si vedrà soprattutto nei beni durevoli di medio valore: non l’appartamento ma l’automobile, non ancora il lusso ma lo smartphone.
La storia è quella di Michele, impiegato in un’azienda del Nord. La sua busta paga di dipendente privato non ha cambiato faccia improvvisamente. È cresciuta di poco, ma sempre di più di quella del suo amico Gianni, dipendente pubblico. In media il potere di acquisto di Michele e Gianni è crollato del 9 per cento tra il 2007 e lo scorso anno. La crisi ha portato via 122 miliardi. Ma gli italiani hanno ridotto i consumi solo per 75 miliardi. La differenza, 47 miliardi, sono i risparmi bruciati per far fronte a una drammatica traversata. Negli anni più difficili, nel periodo in cui ha dovuto andare in cassa integrazione, Michele ha rosicchiato il tesoretto in banca. Era l’unico modo per sopravvivere, con la moglie anche lei in cassa e Andrea che deve crescere. Sette anni fa, prima della crisi, Michele risparmiava 185 euro al mese su una busta paga di 1.700. Lo scorso anno, ai primi segnali della ripresa, è tornato a mettere in banca 150 euro al mese. Ma ora che la cassa è finita e gli stipendi sono tornati pieni (700 euro in più per busta paga) non bisogna ancora festeggiare: prima è prudente ricostituire il gruzzolo intaccato sul conto corrente. Così per qualche mese Michele è tornato a mettere in banca circa 160 euro e l’effetto dell’aumento dei redditi non si è visto sui consumi. «Questa estate – dice Albino Russo, responsabile dell’ufficio studi Coop – la dinamica dei consumi delle famiglie è tornata a salire. E cresce più del Pil, l’1 per cento rispetto allo 0,7 del prodotto interno lordo. Segno che, con l’eccezione dell’industria dell’auto, gli italiani sono più fiduciosi delle imprese, che continuano invece a non investire o a investire poco».
La prima regola è quella di non fare il passo più lungo della gamba. E ognuno, naturalmente, ha le gambe che si ritrova. Il cugino di Michele, Luigi, ha smesso di preoccuparsi da tempo. È il ricco della famiglia. Lo scorso anno si è comperato una costosa auto di lusso. Non è stato l’unico. Il mercato delle auto da sogno è salito in Italia del 60 per cento nel 2014. Ma anche per Michele le cose stanno andando meglio. La media tra il suo conto in banca e quello del cugino Luigi è ovviamente la media del pollo di Trilussa. Dice che tra il 2007 e il 2014 hanno perso reddito per 2.600 euro annui. E che nel 2015 ne recupereranno 220. Non una enormità ma qualcosa ci si può fare. Tanto che l’indice di fiducia sul futuro calcolato in base ai dati Istat è salito dai 93 punti del giugno 2013 ai 108 punti del giugno scorso. E fiducia e spesa vanno di pari passo. Nello stesso periodo i consumi di beni durevoli degli italiani sono saliti del 7 per cento.
Michele e la sua famiglia avevano ridotto molto le spese sanitarie, quelle non rimborsate dall’asl. Il ponte per il molare di Angela, la moglie, è rimasto a lungo in attesa. Ora si può pagare a rate. I tassi sono bassi, più per il Quantitative Easing di Draghi che per la generosità delle banche italiane. Con tassi bassi e inflazione bassa sale un po’ il potere d’acquisto e la famiglia di Michele può rottamare la vecchia utilitaria. L’aumento del 6,2 per cento dell’acquisto di auto e, più in generale, dei trasporti è solo una parte del fenomeno. Perché molti come Michele avevano rinviato il cambio dell’autoveicolo. Nel periodo 2007-2014 la spesa per trasporti era crollata del 24 per cento. In controtendenza i motocicli, meno costosi sia al momento dell’acquisto che per i costi di gestione. Tra il 2010 e il 2014 l’acquisto è aumentato del 3,2 per cento.
Non sono gli unici segnali che qualcosa si sta muovendo. Più del boom dell’acquisto delle lavatrici e dei frigoriferi (oltre il 50 per cento in un anno, il che spiega in parte il Ferragosto di lavoro alla Electrolux di Susegana) colpisce quello di un elettrodomestico fino a poco tempo fa simbolo della spesa voluttuaria: l’asciugatrice. Regolamenti condominiali più rigidi, che impediscono di stendere i panni fuori dalle finestre?
Un ultimo dato fa riflettere tra i tanti che raccontano la ripresa. È quello che l’ufficio studi della Coop definisce “l’allungamento dell’Italia”. Perché se la famiglia di Michele abita a Reggio Calabria spende 1.474 euro al mese. Se vive a Roma ne spende 2.243. Ma se sta a Trento può spenderne 2.566. Non tutte le riprese sono uguali.

Paolo Griseri
Repubblica 11 settembre 2015

Addio Zim-dollars

zizm zimC’è grande confusione sotto il cielo delle certezze valutarie. Il Belgio, a testimonianza dei dubbi che tormentano l’Unione monetaria europea, ha coniato una moneta commemorativa da 2,5 euro. Ora a muovere è lo Zimbabwe, che dopo anni d’indecisione ha deciso di traghettare definitivamente il paese all’uso del dollaro Usa. Tasso di cambio: 5 dollari usa ogni 175mila quadrilioni dei vecchi Zim-dollars. Harare, a dire il vero, ha già iniziato  da qualche anno a usare nella vita di tutti i giorni quasi solo valute straniere. Nei negozi si può pagare in sterline, rand sudafricani, pule del Botswana, yuan cinesi e persino in Yen. A fianco di queste monete esotiche, però, è rimasto in circolazione fino ad oggi il povero dollaro dello Zimbabwe, ridotto più o meno a carta straccia da lustri di iperinflazione, con tassi di crescita dei prezzi arrivati ai 500 miliardi per cento del 2008.  Le banconote stampate prima del 2009 saranno cambiate al tasso di uno a 250 trilioni. Numeri più da Paperopoli che da credito moderno. L’istituto creditizio nazionale ha stanziato per l’intera operazione la bellezza di 20 milioni di dollari Usa. Uscirà quindi di circolazione la banconota blu da 100 trilioni di dollari stampata nel 2008, ormai un cult, che ai cambi attuali vale appena qualche centesimo.

Arriva così al capolinea l’epopea dei mitici Zim-Dollars, soldi che valevano nulla. Nel 2008 e dintorni la popolazione di Harare, invece del portafoglio, usava sacchetti di plastica strapieni dell’argent de poche per le spese quotidiane e i commercianti aggiornavano al rialzo anche due volte al giorno il prezzo della merce in vendita. Un circolo vizioso che si mangiava a ritmi da videogioco i risparmi locali. Una cifra dice tutto. Guadagnando oggi un dollaro dello Zimbabwe ogni secondo della vita, hanno calcolato i giornali nazionali, sarebbe necessario campare 79.275 anni per mettere assieme un dollaro Usa. E a quell’ora, forse, si sarebbe troppo vecchi per spenderlo.

ETTORE LIVINI

Repubblica

http://www.repubblica.it/economia/2015/06/12/news/lo_zimbabwe_passa_al_dollaro_usa_addio_alla_banconota_da_100_trilioni-116670780/

Ministry of Finance and Economic Development

http://www.zimtreasury.gov.zw/

 

Nati nel 2007

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images2GG5RjghkjkhkgjL’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, dà un voto di “B” all’evoluzione dell’economia globale. Non sembra il caso di assegnare una votazione anche alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è già di per se un fatto positivo. E’ però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva per valutare l’intensità della ripresa e le difficoltà della risalita dal “fosso” in cui si è caduti con la crisi. Un modo per farlo è considerare un individuo che, nato nel 2007 e cioè appena prima dello scoppio della crisi finanziaria, ha oggi 8 anni e domandarsi a che età potrà rivedere il livello medio di benessere (misurato dal reddito pro-capite reale) che caratterizzava l’Italia nell’anno in cui è venuto al mondo. Dipende evidentemente dal ritmo che assumerà la crescita economica nei prossimi anni.

Se il pil aumentasse a un ritmo medio di sviluppo dell’1,5 per cento all’anno, questa persona avrà 19 anni quando, nel 2026, potrà ritrovare il livello del pil pro capite reale che si aveva in Italia alla sua nascita. Con una crescita più consistente, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi, i tempi di recupero si abbrevierebbero di alcuni anni: quell’individuo sarà un quindicenne quando, nel 2022, potrà celebrare la riconquista dei livelli italiani di benessere vigenti alla nascita

Ma anche se lungo e faticoso, il percorso che porta la “classe 2007” a rivedere i livelli italiani di benessere del momento della nascita implica comunque una perdita, da considerare, se non accelera la crescita, in gran parte permanente. (…) La seconda recessione (avviata a metà 2011) ha ulteriormente allontanato il benessere del paese dai livelli impliciti nella dinamica di fondo del periodo 1970-2010. Con una crescita dell’1,5 per cento all’anno, il pil pro capite dell’Italia a prezzi 2014 sarebbe in media nel decennio 2016-2026 di circa 8.000 euro all’anno inferiore rispetto al livello determinato dal trend 1970-2010. Una perdita significativa da considerare, irrecuperabile anche nella prospettiva di lungo periodo. Se invece la crescita fosse più elevata – secondo le ipotesi precedenti, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi – la perdita media nel decennio risulterebbe più contenuta, ma pur sempre consistente (pari a circa 6.000 euro all’anno). Tuttavia, si potrebbe osservare una graduale tendenza dell’indicatore di benessere a riaccostarsi all’evoluzione di lungo periodo che caratterizzava l’Italia prima della seconda recessione: nel 2026, la perdita di pil pro capite rispetto al trend sarebbe di circa 4.000 euro, contro i 7.000 del 2016.

Proiettando in avanti tali dinamiche si osserverebbe che la “classe 2007” potrebbe ricongiungersi ai valori di reddito pro-capite impliciti nel trend 1970-2010 intorno ai 27 anni, cioè nel 2034.

 

Non ci potrà mai essere una ripresa solida e robusta se Renzi non penserà agli italiani “classe 2007

di Sergio de Nardis

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/06/14/non-ci-potr-mai-essere-una-ripresa-solida-e-robusta-se-renzi-non-penser-agli-italiani-classe-2007___1-v-129788-rubriche_c272.htm

What’s Wrong With The Economy

imagfgjfgfkfdjfgkSiamo nel cuore di un’economia che cresce da 6 anni. Ha creato 15 milioni di posti di lavoro. Ha ridotto la disoccupazione al 5,5%. E ben presto dovrà alzare i suoi tassi d’interesse a conferma della cessata emergenza. Eppure proprio qui a New York si è tenuto un summit con premi Nobel e guru dal mondo intero, sulla “stagnazione secolare” che incombe. Uno scenario da incubo, «certamente ancora più plausibile per l’Europa» secondo l’economista Paul Krugman, ma che anche in America è all’ordine del giorno. E si collega con quello che la Federal Reserve decide in queste ore (l’annuncio sarà dato domani): a quando fissare l’inizio di una risalita del costo del denaro.

Vista da qualunque altra parte del mondo – dall’eurozona o dalla Russia, dal Brasile e ora perfino dalla Cina – l’economia americana sembra scoppiare di salute: l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale. Vista da vicino, è meno esaltante. “What’s Wrong With The Economy”, che cosa non funziona nell’economia, è la conferenza che ha riunito esperti da tutto il mondo sotto l’egida della New York Review of Books e della New York University. Al centro: la stagnazione secolare, un termine coniato per la prima volta nel 1938 da Alvin Hansen, quando l’economia mondiale era intrappolata nella Grande Depressione. A rilanciare questo termine è stato di recente l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama. E ora tutti lo riprendono: il Fondo monetario internazionale; la Banca d’Inghilterra; l’ufficio studi della Citibank, una delle maggiori banche di Wall Street. Nella versione aggiornata, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. La storia del capitalismo moderno è una combinazione di questi fattori: una popolazione crescente allarga le dimensioni del mercato per prodotti e servizi; un flusso di invenzioni e innovazioni aumenta la produttività del lavoro umano. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumenta la quota di anziani che escono dall’età lavorativa. Nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente – con rare eccezioni – e il più grosso di tutti cioè la Cina ha già imboccato la strada dell’invecchiamento demografico.
Un segnale di stagnazione secolare viene proprio dai tassi d’interesse. Crescita debole più deflazione (prezzi immobili o addirittura in calo come per il petrolio) hanno costretto le banche centrali a sfoderare terapie eccezionali. La prima fu la Federal Reserve che già sei anni fa cominciò a stampar moneta per acquistare bond (4.500 miliardi di dollari), inondare l’economia reale di liquidità, ridurre il costo del credito, rianimare gli investimenti. A qualcosa è servito, visto che il Pil Usa cresce dall’estate del 2009. Ma perfino qui in America, Ground Zero di questo esperimento monetario eccezionale, c’è qualcosa che non va. Al di là della disoccupazione ufficiale, c’è tanta disoccupazione nascosta (11% della forza lavoro se si cumulano i dati). I salari sono quasi fermi. Il potere d’acquisto delle famiglie ristagna. Siamo ben lungi da uno sviluppo paragonabile agli anni ’60 e ’70. Nel summit newyorchese si sono alternati esperti come Lord Skidelsky, Gerald Epstein, Benjamin Friedman, David Colander, i Nobel Edmund Phelps e Krugman. Il Fondo monetario, sposando le tesi di Thomas Piketty, afferma un nesso tra stagnazione e diseguaglianze: la ricchezza mal distribuita, concentrata in una minoranza della popolazione, non alimenta più i consumi. Alcuni settori – in America la sanità – prelevano rendite parassitarie che comprimono il reddito disponibile della middle class. Il tasso zero crea bolle speculative che mascherano questi problemi strutturali?
Jacob Hacker di Yale, il teorico della società “winner-take-all” (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita) elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni ». E soprattutto la nuova parola d’ordine “Pre-distribution”. Pre-distribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex-post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale per tutti all’istruzione di alta qualità (pre-distribuzione).
Il Nobel Edmund Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c’è un altro freno alla ripresa delle buste paga.
Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali? Domani Janet Yellen dovrà dirci se davvero l’America può considerarsi “guarita”, almeno secondo la Fed, e rientrare nel territorio familiare dove il denaro rende qualcosa.
Ma i Nobel riaccendono l’allarme ora il rischio è la stagnazione secolare
FEDERICO RAMPINI  la Repubblica  – 17 mar 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/03/ma-i-nobel-riaccendono-lallarme-ora-il-rischio-e-la-stagnazione-secolare/

Autocorrezione della tirchieria

dekIl primo effetto visibile della politica monetaria estremamente espansiva della Banca centrale europea è che la Germania sta smettendo di essere vagone e ricomincia a fare la locomotiva. Detto in modo un po’ brutale: di fronte a tassi d’interesse bassissimi, se non negativi, i tedeschi vedono meno senso nel risparmiare, spendono di più. Sia nel terzo che nel quarto trimestre 2014, la spesa delle famiglie in Germania è cresciuta dello 0,8% e ha segnato il punto di inversione di una lunga tendenza: la crescita non è più trainata dalle esportazioni ma dai consumi. I tassi bassi non ne sono l’unica ragione, ma influiscono.Dall’inizio di marzo, la Bce sarà tra l’altro sui mercati per dare inizio al programma di acquisto di 1.100 miliardi di titoli, in buona parte pubblici, 60 al mese. Nell’attesa, gli spread si sono ridotti: ieri, quello italiano attorno ai 100 punti sul Bund tedesco. Il complesso dell’operazione non sarà facile: i venditori sui mercati non sono tantissimi, ma a Francoforte c’è fiducia che il Quantitative easing annunciato da Mario Draghi il 22 gennaio avrà successo. Momenti di svolta delicati, insomma.In un paper pubblicato ieri, la società di analisi indipendente Oxford Economics ha previsto che il reddito reale disponibile dei tedeschi quest’anno aumenti del 3,5%: «Sarebbe la crescita più forte dal ’91». Alla base c’è la tendenza già registrata nella seconda metà dell’anno scorso alla quale si aggiunge un mercato del lavoro dove la disoccupazione è bassa (6,5%) e l’offerta di posti è oggi più alta del 14% rispetto a un anno fa. Ciò si traduce in una tendenza alla crescita dei salari, ben registrata dall’accordo siglato pochi giorni fa dalla Ig Metall (sindacato metalmeccanico) nell’industrializzato land del Baden-Württemberg, dove da aprile gli aumenti saranno di un non frequente 3,4% (e rappresentano un modello per il Paese). Visto che l’inflazione nell’anno sarà negativa, calcola Oxford Economics, la crescita reale dei redditi disponibili sarà facilmente del 3,5%.Ciò si dovrebbe tradurre in una spesa delle famiglie in crescita del 2,5% nel 2015, e questa sarà la voce più significativa nella crescita complessiva del Pil, prevista al 2,2%. Perché è importante? «Un periodo di forte crescita tedesca di origine domestica, dice il paper ,  riduce il rischio di una deflazione cattiva nella regione e dovrebbe fornire alle economie più deboli dell’area (europea) una spinta generata dalle importazioni». La «tirchieria» del consumatore tedesco e le politiche solo pro export di Berlino, molto vituperate di recente, sembrano dunque entrate in una fase di autocorrezione: non più priorità alle «egoistiche» esportazioni ma crescita della domanda interna che beneficia anche i vicini…..

Berlino rilancia i consumi E con le misure di Draghi spread vicino a quota 100

Danilo Taino Corriere della Sera 27 febbraio 2015

http://archiviostorico.corriere.it/2015/febbraio/27/Berlino_rilancia_consumi_con_misure_co_0_20150227_a1f78148-be52-11e4-9a5f-71cdcf66063d.shtml

 

Gli euro di Draghi e l’eco del Faust

 

mefffCon il quantitative easing voluto da Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, è stato varato un massicio piano d’acquisto di titoli di Stato che, nei fatti, rappresenta un formidabile incremento della quantità di moneta in circolazione, un sostegno ai Paesi più indebitati (tra cui l’Italia è in prima linea) e, certamente, anche un aiuto a tutte quelle banche che in questi anni si sono riempite di titoli pubblici. Al di là di taluni specifici risvolti tecnici (sempre un po’ differenti e legati ai vari contesti storici e finanziari), la decisione della Banca centrale europea non rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo. Al contrario, si tratta dell’ennesimo tentativo di uscire da una grave situazione economica in questo caso legata ad elevati debiti pubblici di taluni Paesi membri dell’Unione usando artifici di natura monetaria: in particolare, facendo ricorso a una moltiplicazione della valuta in circolazione che dovrebbe stimolare una ripresa. Ma è lecito essere scettici.

Fin dai tempi di Copernico e Jean Bodin coloro che hanno esaminato il rapporto tra la moneta e il suo valore si appoggiano su quella che a un certo punto è stata chiamata “teoria quantitativa della moneta”. In parole molto semplici l’idea è che un incremento della massa monetaria (in questo caso, degli euro in circolazione) produrrà fenomeni inflattivi. D’altro canto, non si immettono più di mille miliardi di euro nell’economia senza che l’euro non veda ridursi, e si presume in maniera rilevante, il proprio potere d’acquisto. Ciò significache quanti hanno un reddito pagato nella valuta comunitaria o risparmi in euro saranno più poveri. Chi ogni mese guadagnamille o duemilaeuro sappia che questa massiccia iniezione di moneta tanto magnificata dai media e dai politici farà sì che il suo reddito reale calerà.

Gli esempi storici
Gli esempi storici sono numerosi. Il più noto è quello tedesco, dove nel 1923 si ebbe una crisi drammatica, anche legata ai “debiti” conseguenti ai trattati di pace e caratterizzata da iperinflazione.
In brevissimo tempo ci vollero miliardi di marchi anche per acquistare un chilo di pane e tale choc mise in ginocchio la società nel suo insieme, ponendo pure le premesse per l’avvento, un decennio dopo, del regime nazista.
Sul piano numerico appare ancor più incredibile quanto è accaduto recentemente nello Zimbabwe, dove l’illusione di poter impunemente manipolare la moneta ha finito per generare politiche che hanno prodotto un’inflazione a moltissimi zeri e del tutto fuori controllo. Alle 5 pomeridiane del 7 luglio 2008 una birra costava 100 miliardi di dollari locali, ma solo un’ora dopo il prezzo era già di 150 miliardi.
Entrambe queste situazioni sono estreme, quasi ai confini della realtà, e al momento non c’è motivo di descrivere scenari di questo tipo per l’Europa. Ma processi inflattivi si sono però già visti un po’ ovunque, soprattutto da quando, a inizio anni Settanta, l’America ha definitivamente sganciato il dollaro da un rapporto fisso con l’oro. Al tempo del gold standard, la convertibilità imponeva che ogni produzione di moneta fosse accompagnata dalla disponibilità, da parte della banca centrale, di un determinato quantitativo in oro; poi si é passati a una moneta detta fiduciaria, che poggia soltanto su se stessa e che quindi può essere prodotta in maniera illimitata: ad libitum.

Dal dopoguerra a oggi
La stessa Italia del dopoguerra ha conosciuto una significativa inflazione, se si considera che una banconota da diecimila lire del 1960 aveva un potere di acquisto di circa 100 euro attuali e veniva scambiata, 50 anni dopo, a soli 5 euro. Il che sta a dire che in mezzo secolo l’inflazione ha ero so circa il 95% del valore della valuta italiana. Ora da parte della Bce si annuncia l’arrivo di una “buona inflazione”, che dovrebbe collocarsi intorno al 2%. Il linguaggio è un poco orwelliano, dal momento che non si capisce come un’inflazione (anche moderata) possa essere “buona”, se riconsidera che si tratta di una sottrazione di ricchezza sotto altra forma e di una redistribuzione che segue logiche assai perverse: punendo i risparmiatori e favorendo quei Paesi che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità, ad esempio. In questo senso non è fuori strada chi, come il quotidiano tedesco “Handelsbatt”, paragona il quantitative e asing di Draghi a una droga e sostiene che con questa politica monetaria “agevoliamo anche chi fa debiti”.
Una buona moneta è una moneta stabile e quindi in grado di svolgere al meglio le sue funzioni principali: facilitando gli scambi, permettendo la capitalizzazione e fungendo da unità di conto. Ma una moneta che svanisce come neve al sole non è più in condizione di operare correttamente in tal senso. Il risultato finale è il paradosso di un mercato globale che si basa su monete totalmente politicizzate, manipolate dalle banche centrali, moltiplicabili a piacere e usate anche per operare massicce redistribuzioni.

Quando nel “Faust” di Goethe un diavolo assai scaltro come Mefistofele incontra un re alle prese con difficoltà di bilancio, il suo consiglio consiste proprio nell’usare la leva monetaria, creando (falsa) ricchezza dal nulla. E un consiglio diabolico, però, dal momento che mina una base importante della vita sociale e rappresenta una variante legalizzata del ladrocinio.
In effetti, come già nel diciottesimo secolo fu evidenziato da Richard Cantillon, ogni espansione della moneta arricchisce alcune impoverisce altri. La prima valuta nuova che viene utilizzata ha ancora un valore pieno, non dissimile da quello che aveva prima della creazione di denaro. Ma quando poi la valuta inizia a circolare, la gente percepisce quanto sia stata aumentata la quantità di moneta: e ogni singolo titolo perde capacità di acquisto. A trarre beneficio, allora, sono i primi utilizzatori della moneta, mentre a pagarne lo scotto sono gli ultimi.

Prospettive grigie
Per giunta, nessuno sa a quale effettivo livello si definirà la perdita di potere d’acquisto della moneta a seguito dell’iniziativa della Bce. La teoria quantitativa è solida quando afferma che quanto più vi sono euro nel mercato tanto minore sarà il potere d’acquisto di ogni singolo euro, ma bisogna sempre tenere in considerazione che ogni valore è connesso al credito, alla reputazione, alle prospettive previste. E certamente il cosiddetto “bazooka” utilizzato da Draghi non promette nulla di buono per il prestigio della moneta comune e per le prospettive dell’economia di tutto il continente.

di Carlo Lottieri
Da La Provincia, 26 gennaio 2015

Il dollaro a un passo della parità

dolalroeuroCON l’irresistibile attrazione di mercati e operatori per le cifre tonde, c’è già chi comincia a intravedere la possibilità che la caduta dell’euro lo porti alla parità con il dollaro: 1 dollaro per 1 euro.

UN INEDITO.ILMONDOALLA ROVESCIA Niente affatto. Quando l’euro è nato stava addirittura sotto la parità, non riusciva neanche a comprare un dollaro. L’apprezzamento della valuta europea è avvenuto soprattutto negli ultimi anni.

PERCHÉ LE DECISIONI DELLA BCE LO FANNO SVALUTARE?  I massicci acquisti di titoli che si prepara a fare la Banca centrale europea guidata da Draghi spingeranno all’insù i prezzi dei titoli e, dunque, in basso i relativi rendimenti, che si muovono in senso opposto ai prezzi. Quindi i titoli europei diventano meno appetibili. Gli investitori li vendono per comprare titoli più desiderabili, perché rendono di più. Ad esempio, quelli americani. Gli Stati Uniti si stanno muovendo in modo esattamente opposto all’Europa. Lì il “quantitative easing”, ossia la maxi-iniezione di liquidità all’economia, è finito e ci si aspetta un rialzo dei tassi di interesse.

E DOBBIAMO ESSERE CONTENTI SE L’EURO È DEBOLE Assolutamente sì. L’unica cosa che gli scettici del “quantitative easing” non mettono in discussione è proprio l’effetto sulla valuta. Magari Draghi non riuscirà a convincere le banche a prestare più soldi, ma l’euro si indebolirà comunque e questo favorirà le esportazioni europee.

SONO COSÌ IMPORTANTI LE ESPORTAZIONI ? Mai come oggi. Con l’austerità che strozza la domanda e i consumi interni, la domanda che viene dall’estero è il volano più solido, per non dire l’unico, di una possibile ripresa europea e italiana.

PERCHÉ L’EURO DEBOLE AIUTA LE ESPORTAZIONI? Facciamo il caso di un’azienda italiana che vende un paio di scarpe per lOOeuro.Seimesifa, con l’euro a 1,40 sul dollaro, un compratore americano doveva sborsare 140 dei suoi dollari per prenderle. Oggi, se ci fosse la parità, un dollaro per un euro, si limiterebbe a tirar fuori 100 dollari. Senza che nessuno abbia fatto niente, uno sconto del 28 per cento. Niente male.

E SE NON SI ARRIVA ALLA PARITÀ ? Non sarebbe una tragedia. La Deutsche Bank ha calcolato che, per essere competitiva, l’I talia ha bisogno di un cambio a 1,17 dollari per un euro. Oggi, conildollaroa 1,12 siamo già oltre. E, comunque, con le quotazioni di oggi, lo sconto al nostro compratore americano non arriva al 28 per cento, ma è pur sempre del 21 per cento. Un bel taglio.

MA QUESTE QUOTAZIONI COSÌ BASSE DELL’EURO DURERANNO A LUNGO?  Difficile dirlo. In linea di principio, se l’economia europea trovasse una ripresapiùrobusta, se tornasse un po’ d’inflazione, i tassi d’interesse invertissero la caduta, i mercati potrebbero decidere che vale di nuovo la pena di investire in Europa e ricomincerebbero a comprare euro, rifacendone salire le quotazioni. Ma ci vorrà comunque un bel po’ di tempo, un paio d’anni, forse, perché questo avvenga.

L’EURO DEBOLE FAVORISCE LE ESPORTAZIONI, MA PESA SUL LATO DELLE IMPORTAZIONI. Le merci europee costano meno all’estero, ma quelle estere costano di più in Europa. Con 100 euro, sei mesi fa, si comprava uno smartphone cinese da 140 dollari. Oggi, lo smartphone cinese costa sempre 140 dollari, ma, per comprarlo, ci vogliono 124 euro. E’ il rovescio della medaglia.

E, ALLORA, ILCALODEL PETROLIO? Per l’Europa, la guerra del petrolio e il crollo del greggio hanno conseguenze significative, ma meno vistose rispetto a quanto accade in America. I barili, infatti, si trattano e si pagano in dollari. Sei mesi fa, quando il petrolio stava a 110 dollari a barile e il dollaro a l,40 sull’euro, per comprare un barile l’Europa spendeva 78 euro. Oggi, con il barile a 50 dollari e l’euro a 1,12, l’Europa ne paga 44. Il risparmio è consistente, cospicuo, 34 euro. Ma significa pagare il 43 per cento in meno di sei mesi fa. Mentre gli americani pagano il 60 per cento in meno.

UNA FREGATURA  Nella logica paradossale, o perversa, della deflazione, non è così. Per l’Europa, oggi, il rischio peggiore è che la caduta dei prezzi, già arrivati, a dicembre, sotto zero e che, probabilmente, lì resteranno fino a primavera, si autoalimenti. Vedendo i prezzi scendere, la gente rinvia gli acquisti, la domanda ristagna, i prezzi scendono ancora e così via, fino a che l’economia arriva alla paralisi. Da almeno un anno, questo processo si è incistato nella psicologia e nell’economia dell’eurozona, ma la leva iniziale e, tuttora, la componente maggiore della tendenza al calo dell’inflazione viene da fuori, soprattutto dalla riduzione del prezzo del petrolio. Alla Bce hanno calcolato che, più o meno, due terzi del rallentamento dell’inflazione nell’ultimo anno sia dovuto all’impatto del crollo del greggio. Adesso, per il movimento in senso opposto del cambio, gli effetti del barile meno caro sull’indice dei prezzi risultano attutiti. In altre parole, senza il crollo del greggio, a dicembrei prezzi europei non sarebbero scesi dello 0,2 per cento, segnalando ufficialmente l’ingresso nella deflazione. Ma, senza la svalutazione dell’euro, l’indice dei prezzi non sarebbe sceso dello 0,2 per cento, ma, forse, dello 0,3 per cento, spingendoci più in là sul terreno inesplorato della deflazione.

La sfida tra euro e dollaro a un passo dalla parità un paradiso per chi esporta poche perdite sull’import

Maurizio Ricci Repubblica  24 gennaio 2015

http://www.selpress.com/albaleasing/esr_visualizza.asp?chkIm=145

 

 

Che fine fanno i centri commerciali?

Che fine ha fatto lo shopping mall? Tempio del consumismo, simbolo della società americana, luogo imagesd’incontro in molte città che non hanno centri storici: Tutto questo era vero fino a ieri: oggi i centri commerciali chiudono, e c’è chi teorizza la loro estinzione. Ma non è un sintomo di crisi economica. L’America, felice eccezione mondiale, ha una crescita vigorosa, un mercato del lavoro che tira, consumi in ripresa. Lo shopping mall non è spiazzato da uno tsunami di consumo frugale, decrescita felice, o share economy (economia delle condivisione). E neppure la Rete, cioè l’avanzata delle vendite online, c’entra più di tanto. No, a svuotare i centri commerciali tradizionali sono le diseguaglianze.
Lo shopping mall tradizionale è un modello interclassista, trasversale, in una fase in cui la società americana si polarizza: da una parte i lavoratori a salario minimo, dal potere d’acquisto immobile, che vanno a fare la spesa negli ipermercati discount Costco; dall’altra i ricchi che prediligono i grandi magazzini glamour, tipo Saks Fifth Avenue. Schiacciata in mezzo c’è la formula dello shopping mall, inventata in un’epoca in cui al centro del modello sociale americano c’era una vasta middle class, inclusiva di ceto medio e classe operaia.
Nell’ultima decade, una trentina di questi shopping mall hanno chiuso.
Altri 60 potrebbero fare la stessa fine in tempi rapidi. Il fenomeno dei centri commerciali “morti” sprigiona una sorta di fascino macabro. È nato un sito specializzato per censirli, si chiama prevedibilmente http://www.deadmalls. com. Sul sito del New York Times un’inchiesta su questo fenomeno è illustrata da una galleria di foto dei “dead malls”: sembrano città fantasma, cattedrali nel deserto, costruzioni imponenti e spettrali. Un tempo affollati da eserciti di famigliole, coi parcheggi intasati di Suv, questi shopping mall morti o agonizzanti evocano film di fantascienza, un pianeta improvvisamente svuotato dei suoi abitanti da un attacco alieno o una catastrofe climatica. E in effetti proprio di recente Hollywood ha deciso di ambientare alcune scene del film Gone Girl in uno di questi centri fantasma. Il potere degli shopping mall sull’immaginario collettivo degli americani, è tale che l’associazione dei centri commerciali sta tentando disperatamente di contrastare la teoria del declino inesorabile. La Confindustria di categoria (Council of Shopping Centers) ha assoldato di recente la più grossa società di relazioni pubbliche, Burson-Marsteller, “per contrastare la pubblicità negativa”. Ma i dati parlano chiaro. Sui 1.200 centri commerciali censiti negli Stati Uniti, il 15% è a rischio di scomparsa perché disertato dai consumatori. Sono una minoranza, certo, ma pur sempre 180 shopping mall che potrebbero essere rasi al suolo, non più redditizi.
Le “condanne a morte” espresse dal mercato, coincidono con una chiara ripresa nella spesa di consumo delle famiglie americane. Dunque è il modello stesso del centro commerciale che perde colpi, non la grande distribuzione in generale. E per una volta il sospetto numero uno non si chiama né Amazon né Ebay. Per quanto il commercio in Rete stia conquistando sempre nuovi adepti, il fatturato complessivo delle vendite online è circa un decimo rispetto al commercio “in carne ed ossa”. Il vizio fatale nella formula dello shopping mall è proprio il fatto di essere un contenitore di catene distributive come Sears, Lord&Taylor, che si rivolgevano al- la famiglia media americana. Ma la “media” non c’è più, in un popolo di consumatori a clessidra, dove si rafforzano la parte alta e quella più bassa del potere di acquisto.
Per diverse generazioni di americani i centri commerciali sono stati non solo una comodità che semplifica la vita (tutti i negozi in un posto solo, per fare la spesa una volta alla settimana caricando il bagagliaio dell’auto), e quindi un emblema dell’American way of life, ma spesso anche l’unico luogo di “socializzazione”. E’ un fenomeno sul quale sono stati scritti interi saggi di sociologia urbana, come il celebre “Bowling Alone” (giocare al bowling da soli) di Robert Putnam. Paragonato a un moderno Alexis de Tocqueville, Putnam ha esplorato la società americana rivelando la decadenza dei tradizionali luoghi di vita comune. Sindacati, partiti, club e associazioni civiche, perfino le chiese hanno perso gran parte del proprio ruolo storico come centri di incontro e vita collettiva. Per molti giovani, nelle città medio-piccole dell’America profonda, lontano dalle metropoli come New York e San Francisco, lo shopping mall era rimasto l’unico posto dove “rimorchiare”, o semplicemente incontrare gli amici dopo la scuola, fare due chiacchiere, passare il tempo. Ora gli rimane Facebook.
F. Rampini
Repubblica  8 gennaio 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/01/centro-commerciale-addio-negli-usa-crolla-mito-dei-templi-shopping/

Ci sentiamo più poveri di quando eravamo poveri

f600Colpa della retorica del miracolo economico, dell’Italia che si tirava su le maniche, della gente che si dava una mano. Gli anni del mondo che non si è fermato mai un momento, del western fatto spaghetto, dove tutto era più , super , extra e non smart , cyber e social , erano in realtà anni belli, ma poveri, più poveri di adesso che non sono manco belli. All’alba dell’Italia moderna, cinquant’anni fa, prima che l’immaginazione pretendesse di andare al potere, la rivoluzione erano le mamme che volevano un frigorifero in ogni cucina e i papà che si mettevano in fila per comprarsi una Fiat. E quell’alba era simile, o peggio, del tramonto dell’Italia decandence di oggi, dove in cucina manca di tutto e gli italiani, grandi, piccoli e medi, fanno la fila per comprarsi lo smartphone.

L’Ansa fa quattro conti e scopre che a parità di acquisti, prezzi e stipendi, il 2014 è gemello diverso del 1965, pur calcolando inflazioni, svalutazioni, rivalutazioni monetarie e cambio di moneta. Un operaio a Milano, per non restare sul vago, guadagnava mediamente circa 86.000 lire al mese. L’acquisto di un televisore, per esempio, era un fatto epocale che andava pianificato con un certo anticipo e con il dovuto rispetto perchè costava quasi due stipendi, qualcosa come 150.000 lire. Oggi una tv a schermo piatto si trova in offerta anche a 150 euro, poco più di un decimo dei 1.327 euro di stipendio di un’operaio di oggi stimati dalla Cgil.

Un po’ meglio il frigorifero: costava 60.000 lire, quasi due terzi della busta paga, oggi non vale più del 20%. Anche per comprare un’auto bisognava tirare la cinghia. Un modello di quelli economici, metti una Fiat 600, costava 640mila lire, cioè 7 stipendi e mezzo: la Panda è tua in promozione a 9.450 euro, circa 7,1 volte lo stesso stipendio. Non abbiamo guadagnato moltissimo ma abbiamo guadagnato considerato che nel 1965 le auto erano cinque milioni e oggi trentaquattro. Lire o euro, forse avevamo qualche sogno in più e qualche pretesa in meno, la sconfitta, il limite, l’ostacolo, erano uno stimolo per misurarsi e non una ragione per sfogare risentimenti su facebook. Anche allora ci si lamentava delle riforme che non arrivavano, dei cervelli che fuggivano, della burocrazia che strangolava, della benzina che aumentava troppo e della casta che si approfittava di tutto. E i consumi di tutti i giorni non erano diversi: il caffè, 60 lire, incideva praticamente come oggi, la spesa al supermercato (pane, un litro di vino e uno di latte, un chilo di pasta, uno di riso e uno di zucchero e un chilo di manzo) era sui 31.000 lire contro i 32 euro di adesso, il 2,42% dello stipendio contro il 3,7% di allora.

Qualcosa, certo, è peggiorato. Il giornale, prendiamocela con noi stessi, costa il doppio di allora, ma i giornali oggi per colpa della rete, vendono meno della metà di allora, quando sui mezzi pubblici si leggeva invece di chattare. Dieci corse sul tram costavano 500 lire, oggi 15 euro, con un peso sulla spesa corrente quasi raddoppiato. E la vacanza, vera mazzata, una volta costava meno del venti per cento dello stipendio, oggi quasi tutto lo stipendio. Il Duemila che doveva cambiarci la vita alla fine ci ha lasciati come eravamo, la differenza è che ci sentiamo più poveri di quando eravamo poveri, soprattutto di orizzonti. E che crederci, una volta, non aveva prezzo.

Massimo M. Veronese – Il Giornale 02/01/2015