Protezionismo, Fed e dollaro. I (primi) timori della svolta

images6Quattro aspetti economici preoccupano della presidenza Trump. Il primo, e più generale, è che Trump non sarà «moderato» da un congresso a maggioranza democratica. Per almeno due anni, un solo partito, il repubblicano, controllerà la Casa Bianca, il Senato e la Camera. Il governo degli Stati Uniti funziona meglio quando un solo partito non controlla tutto: sono le checks and balances in azione.

Ad esempio questa moderazione non ci sarà quando si dovranno scegliere i nuovi membri della Corte Suprema, giudici nominati a vita e la cui influenza quindi si esercita per decenni dopo la fine di una presidenza. In questo senso un ruolo essenziale lo giocheranno i deputati e i senatori repubblicani moderati. Fra questi il senatore McCain, che si era apertamente opposto alla candidatura di Trump. Per alcune decisioni importanti in Senato è necessaria una maggioranza di 60 voti, che il Partito Repubblicano non ha. Se il Senato riuscirà ad evitare che Trump assuma posizioni estreme, e quanto lui lo ascolterà, è fondamentale per il futuro del partito.

La seconda preoccupazione è il protezionismo. Sul commercio internazionale il presidente degli Stati Uniti ha poteri esecutivi, ad esempio può decidere da solo di imporre un dazio su alcune importazioni. Il rischio di un’evoluzione protezionistica nel mondo è di una gravità senza precedenti. Un freno al commercio internazionale potrebbe segnare la fine della ripresa in atto dopo la crisi finanziaria. Su questo l’establishment repubblicano tradizionale, di tendenza liberista, deve assolutamente alzare la voce.

La terza preoccupazione è il debito pubblico. Durante la crisi finanziaria il debito pubblico americano è salito dal 60 a quasi il 100 per cento del Pil. Trump ha ripetuto, anche nel suo primo discorso dopo la vittoria, di voler lanciare un grande programma di investimenti in infrastrutture: ha citato ponti, autostrade, scuole e ospedali. In questo, per la verità, il suo programma non è gran che diverso da quello di Hillary Clinton e dei suoi consiglieri economici keynesiani.

La differenza sta nel fatto che, al contrario di Clinton, Trump vuole anche ridurre, e di molto, le imposte. Quindi il debito si impennerà ancor più di quanto avrebbe fatto se avesse vinto la sua rivale. Oggi il debito è a buon mercato, ma i tassi di interesse non rimarranno così bassi per sempre. Non solo, Trump non ha detto nulla sui programmi di Medicare (assistenza sanitaria gratuita per anziani) e pensioni, anzi ha detto che con la sua mirabolante conduzione dei conti pubblici non ci sarà bisogno di far nulla.

Fra le tante promesse poco credibili di Trump questa è la più grave. Tutti sanno che senza una riforma di questi due programmi il debito pubblico americano è destinato ad esplodere. Insomma la sua politica fiscale esula dalle più ovvie leggi dell’aritmetica. Se Trump farà davvero ciò che promette, il suo successore sarà eletto nel bel mezzo di una crisi fiscale. Spesso però (per fortuna in questo caso) le promesse pre elettorali rimangono nel cassetto.

E a proposito di altre promesse e di muri ai confini col Messico: gli Stati Uniti hanno una disoccupazione bassissima. È vero che la partecipazione alla forza lavoro è scesa, ma tutti questi faraonici investimenti pubblici probabilmente richiederanno più immigrati, soprattutto dal Messico, non meno come proclama Trump.

Infine l’indipendenza della banca centrale. La Federal Reserve non è parte della Costituzione americana, è stata creata nel 1913 con una legge ordinaria. Il Congresso potrebbe cambiarla, eliminare l’indipendenza e sostituire i vertici ridefinendo la durata dei loro mandati. Ciò sarebbe molto grave. L’indipendenza della banca centrale dal via vai della politica è una delle istituzioni che storicamente hanno garantito politiche monetarie sagge e stabili. Nell’immediato è probabile che una nuova Fed non più indipendente, aumenterebbe i tassi più in fretta di quanto avrebbe fatto Janet Yellen, dato che da tempo i repubblicani (compreso Trump) criticano la Fed per una politica monetaria troppo espansiva. Quindi l’aumento dei tassi di interesse accelererebbe, e con questo il dollaro si rafforzerebbe, ma il peso del debito pubblico per i contribuenti salirebbe.

Quali le conseguenze economiche per l’Europa e l’Italia? Pessima evidentemente la svolta protezionistica, ad esempio nel caso Trump imponesse dazi sui prodotti tessili e agricoli che esportiamo negli Usa. Peggio ancora se una svolta protezionistica in Usa scatenasse reazioni da altri Paesi come Cina e Giappone. Bene invece un eventuale rafforzamento del dollaro che ha l’effetto opposto delle tariffe. Gli effetti di un forte aumento del debito publico americano sono difficili da prevedere ma se i titoli pubblici degli Stati Uniti perdessero la loro assoluta affidabilità ci muoveremmo in acque finanziarie inesplorate nella storia recente.

Infine un effetto indiretto e interessante è quello sulla costruzione di una politica militare europea. Trump dice di voler «smettere di sussidiare la Nato». Gli Stati Uniti spendono in difesa il 3,5% del Pil. Francia e Gran Bretagna intorno al 2 per cento, tutti gli altri Paesi europei pochissimo. Trump potrebbe essere lo choc che convince l’Ue a dotarsi di un proprio esercito, una decisione che le gelosie nazionali (e le lobby militari nazionali) hanno sempre bloccato. Un esercito Europeo sarebbe un grande passo avanti nella costruzione dell’Europa e, nel breve periodo, un progetto europeo molto più utile dei vari e fumosi «piani Juncker».

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera 10 novembre 2016

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_09/protezionismo-fed-dollaro-primi-timori-svolta-49de86ae-a6be-11e6-b4bd-3133b17595f4.shtml

Le altre elezioni americane del 2016

elezusaMartedì 8 novembre negli Stati Uniti non si voterà soltanto per eleggere il nuovo presidente ma anche per rinnovare gran parte del Congresso, cioè il Parlamento americano: e il risultato delle elezioni per il Congresso – di cui si parla molto poco, in confronto alle presidenziali – sarà fondamentale per capire da che parte andranno gli Stati Uniti nei prossimi anni e quanto il nuovo presidente sarà in grado di realizzare le cose che ha promesso. Le elezioni del Congresso si tengono lo stesso giorno delle presidenziali ma sono una cosa separata, quindi è possibile – è successo più volte nella storia americana – che gli elettori scelgano il presidente di un partito e diano la maggioranza al Congresso a un altro partito. Se si tiene conto di come funziona il sistema istituzionale americano, si capisce perché questo esito è spesso persino probabile.

Cosa c’è in ballo l’8 novembre
Il Congresso degli Stati Uniti è diviso in due rami. La Camera dei Rappresentanti, la camera bassa, è composta da 435 deputati il cui mandato dura due anni: l’8 novembre del 2016 quindi saranno rinnovati tutti i seggi. Ogni deputato rappresenta un collegio, cioè viene eletto dagli elettori di un pezzetto di territorio americano sulla base della loro popolazione: per questo gli stati più popolosi hanno più deputati. Il Senato, la camera alta, è composto da 100 senatori: due per stato, a prescindere dalle dimensioni e dalla popolazione. Il mandato dei senatori dura sei anni, ogni due si rinnovano un terzo dei seggi; quest’anno sono in ballo 34 seggi.

Com’è oggi la situazione
I Repubblicani hanno la maggioranza alla Camera dal 2010 e al Senato dal 2014: il loro controllo del Congresso ha limitato moltissimo le ambizioni dell’amministrazione Obama, che da anni non riesce a far approvare una qualsiasi importante riforma al Congresso. Il presidente Barack Obama ha governato soprattutto utilizzando gli ordini esecutivi: atti di portata limitata ma efficacia immediata, che possono essere emanati dal presidente senza autorizzazione del Congresso ma possono anche essere annullati o capovolti con la stessa efficacia immediata da chi succederà a Obama (mentre invece, ovviamente, il processo per abrogare una legge è molto più lungo e complesso).

Cosa c’entrano le elezioni presidenziali
Le elezioni del Congresso sono separate da quelle presidenziali, e nel sistema americano non esiste un vincolo fiduciario tra presidente e Parlamento, ma dal punto di vista politico un nesso evidentemente c’è: quando si vota per il presidente, la campagna elettorale per il Congresso risente molto della campagna elettorale per le presidenziali. Un candidato presidente in grado di generare grande entusiasmo tra gli elettori porterà a votare molte persone, e quelle persone probabilmente tenderanno a votare più volentieri i candidati del partito del candidato presidente che preferiscono; un candidato che fatica a generare entusiasmo e quindi a convincere gli elettori del suo partito ad andare a votare finisce per penalizzare anche i candidati al Congresso del suo partito.

Non solo: una volta ogni quattro anni, quando le elezioni del Congresso coincidono con le presidenziali, i candidati al Congresso vengono inevitabilmente associati dagli elettori con il candidato presidente del loro partito. Uno scandalo che coinvolga un candidato alle presidenziali di un certo partito finirà per danneggiare anche i candidati al Congresso di quel partito: come minimo ne saranno messi in imbarazzo, e dovranno decidere se dissociarsi o ritirare il loro sostegno, col rischio di essere considerati “traditori” da un pezzo della base del loro partito, oppure difenderlo col rischio di mettersi in cattiva luce con gli elettori meno legati politicamente a una parte o all’altra……

 

Continua..

http://www.ilpost.it/2016/10/24/elezioni-stati-uniti-congresso/

di Francesco Costa

IlPost 24 ottobre 2016

 

 

2006 e 2016

Differenze tra la riforma costituzionale di Berlusconi (2006) e quella di Renzi (2016)
Corriere della Sera, giovedì 29 settembre 2016
ricostQuali sono le principali differenze fra la riforma costituzionale voluta da Berlusconi nel 2006 e la riforma Renzi-Boschi? Quali furono le motivazioni che portarono la maggioranza dei votanti a bocciare il referendum Berlusconi?
Emma Menegon – Vicenza

Cara Signora,
Fra i due progetti esistono alcune somiglianze. In entrambi i casi le maggiori preoccupazioni dei riformatori sono state la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei deputati e dei senatori, la trasformazione del Senato in una Camera alta delle autonomie locali, secondo il modello tedesco, il rafforzamento del potere esecutivo e la restituzione al centro di alcuni dei poteri che la riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001, aveva trasferito alle Regioni. Ma vi sono anche differenze dovute alle diverse esperienze politiche di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
La formula adottata dal Partito delle libertà e dalla Lega conferisce al presidente del Consiglio poteri molto simili a quelli del premier britannico. I principali candidati diventano i protagonisti delle campagne elettorali e il vincitore non ha bisogno della nomina del capo dello Stato per diventare capo del governo. Può nominare e revocare i suoi ministri, non deve chiedere il voto di fiducia e può invitare il presidente della Repubblica a sciogliere le Camere. Il suo potere è ulteriormente rafforzato da qualche ritocco alla composizione della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura. Credo che questa versione italiana del premierato inglese fosse anche il risultato dei rapporti che Berlusconi aveva avuto negli anni precedenti con due presidenti della Repubblica: decisamente difficili con Scalfaro e piuttosto freddi con Ciampi. Il progetto conteneva alcuni passaggi discutibili, ma non mi sembrò una minaccia alla democrazia italiana.
Il progetto del governo Renzi tiene conto di alcune delle critiche mosse a quello di Berlusconi prima del referendum del 2006. I redattori non hanno messo in discussione né i poteri del presidente della Repubblica, né quelli della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura. Anche Renzi vuole rafforzare il potere dell’esecutivo e lo ha motivato con argomenti che mi sono parsi abbastanza convincenti, ma spera di raggiungere lo scopo con altri mezzi: l’abolizione del bicameralismo perfetto e una legge elettorale che lasci sul terreno, dopo la battaglia elettorale, un vincitore indiscusso.

Sergio Romano

Le linee della riforma

imagesYV1IRBVHTerzo sì alla Camera, con 357 Sì, 125 no e 7 astenuti, al ddl Boschi che torna all’esame del Senato per l’avvio della seconda lettura, trattandosi di riforme costituzionali, e lascia dietro di sé la spaccatura di Forza Italia. Avendo ottenuto “solo” 375 sì, e dunque al di sotto del quorum dei due terzi previsti dalla Costituzione per evitarlo, il cammino delle riforme prevede anche un referendum cui Renzi guarda già come “parola ai cittadini” a conferma del cammino riformatore

http://www.lastampa.it/2015/03/10/italia/politica/ddl-riforme-atteso-il-voto-finale-alla-camera-zjtGVXq5rLMhTcIHsKgIMK/pagina.html

Le linee della riforma

Un Senato composto da 100 senatori eletti dai Consigli regionali, con meno poteri nell’esame delle leggi; nuovo Federalismo, con abolizione delle materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni e alcune competenze strategiche riportate in capo allo Stato. Ecco i punti principali della riforma che la Camera ha votato in seconda lettura.

 CAMERA – Sarà l’unica Assemblea legislativa e anche l’unica a votare la fiducia al governo. I deputati rimangono 630 e verranno eletti a suffragio universale, come oggi.

 SENATO – Continuerà a chiamarsi Senato della Repubblica, ma sarà composto da 95 eletti dai Consigli Regionali, più cinque nominati dal Capo dello Stato che resteranno in carica per 7 anni. Avrà competenza legislativa piena solo sulle riforme costituzionali e le leggi costituzionali e potrà chiedere alla Camera la modifica delle leggi ordinarie, ma Montecitorio potrà non tener conto della richiesta. Su una serie di leggi che riguardano il rapporto tra Stato e Regioni, la Camera potrà non dar seguito alle richieste del Senato solo respingendole a maggioranza assoluta.

SENATORI-CONSIGLIERI – I 95 senatori saranno ripartiti tra le regioni sulla base del loro peso demografico. I Consigli Regionali eleggeranno con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti; uno per ciascuna Regione dovrà essere un sindaco.

 IMMUNITÀ – I nuovi senatori godranno delle stesse tutele dei deputati. Non potranno essere arrestati o sottoposti a intercettazione senza l’autorizzazione del Senato.

TITOLO V – Sono riportate in capo allo Stato alcune competenze come energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto. Su proposta del governo, la Camera potrà approvare leggi nei campi di competenza delle Regioni, «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale».

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA – Lo eleggeranno i 630 deputati e i 100 senatori (via i rappresentanti delle Regioni previsti oggi). Per i primi tre scrutini occorrono i due terzi dei componenti, poi dal quarto si scende ai tre quinti; dal settimo scrutinio sarà sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti.

CORTE COSTITUZIONALE – Cinque dei 15 giudici Costituzionali saranno eletti dal Parlamento: 3 dalla Camera e 2 dal Senato.

 REFERENDUM – Serviranno 800.000 firme. Dopo le prime 400.000 la Corte costituzionale darà un parere preventivo di ammissibilità. Potranno riguardare o intere leggi o una parte purché questa abbia un valore normativo autonomo.

DDL DI INIZIATIVA POPOLARE – Salgono da 50.000 a 250.000 le firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare. Però i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame, clausola che oggi non esiste.

LEGGE ELETTORALE – Introdotto il ricorso preventivo sulle leggi elettorali alla Corte Costituzionale su richiesta di un quarto dei componenti della Camera. Tra le norme provvisorie c’è anche la possibilità di ricorso preventivo già in questa legislatura per le leggi elettorali (es. Italicum) che verranno approvate dal Parlamento.

http://www.lastampa.it/2015/03/10/italia/politica/l-abc-della-riforma-dal-titolo-v-al-senato-FoPc964Yn2X1Uc34ouGdcJ/pagina.html

 

Il Presidente ha giurato sulla Costituzione

3 febbraio 2015

Il giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione. Il discorso di insediamento di fronte alle Camere unite e ai delegati regionali (aperto con il ringraziamento dei suoi predecessori, Ciampi e Napolitano) interrotto da 42 applausi in 30 minuti. Poi: l’omaggio all’Altare della Patria e gli onori militari nel cortile del Quirinale. Infine l’insediamento al Colle, nel salone dei Corazzieri, di fronte alle più alte cariche dello Stato e ai rappresentanti di tutte le forze politiche (con due grandi assenti, Beppe Grillo e Matteo Salvini). Inizia così il settennato del neo Capo dello Stato Sergio Mattarella. …

http://www.corriere.it/politica/speciali/2015/elezioni-presidente-repubblica/notizie/mattarella-via-settennato-9d399e9c-ab7f-11e4-864d-5557babae2e2.shtml

 

Le riforme cambiano il ruolo del Presidente

 

 

 

quirrSe tutto fila liscio il prossimo presidente della repubblica dovrà fare i conti con un quadro istituzionale significativamente diverso da quello dei suoi predecessori. La riforma elettorale e quella costituzionale – non ancora definitivamente approvate – produrranno effetti rilevanti sul ruolo del capo dello stato. Non si tratta di modifiche di natura giuridica. I poteri formali del presidente non cambieranno. L’articolo 87 della Costituzione non è stato toccato. Cambia il meccanismo di elezione. Questa è la modifica più importante. Dal quinto scrutinio ci vorrà la maggioranza dei tre quinti e solo dopo l’ottavo basterà la maggioranza assoluta. Ma non è questo che conta veramente. Sarà invece la nuova legge elettorale a incidere sul ruolo del capo dello stato dandogli una responsabilità ancor più delicata di quella che ha avuto finora.

Con l’approvazione dell’Italicum e con il superamento del bicameralismo paritario si completerà l’evoluzione maggioritaria del nostro sistema politico. Ancor più che nel passato recente i governi si formeranno non in Parlamento ma nelle urne. L’Italicum è un sistema elettorale decisivo. Chi vince – primo o secondo turno non importa – ottiene la maggioranza assoluta dei seggi nell’unica camera che dà la fiducia. Il governo si formerà così. In questo modo il presidente del consiglio è di fatto eletto direttamente dai cittadini. È dal 1993 – con la legge Mattarella- che il sistema si è avviato in questa direzione. Certo, l’Italia resta una repubblica parlamentare.

Formalmente è il parlamento a fare e disfare i governi. Ma è difficile negare che con l’affermazione di sistemi elettorali maggioritari, che producono risultati elettori “decisivi”, di fatto il governo non si forma in parlamento ma nelle urne. In un quadro di questo genere il ruolo del presidente della Repubblica è più o meno quello di un notaio . Non esistono margini di discrezionalità. Il suo potere di nomina del capo del governo viene drasticamente ridimensionato. Questo è uno dei possibili scenari.

Ma le cose potrebbero andare diversamente. Nonostante il premio alla lista e il doppio turno senza apparentamento, l’Italicum potrebbe produrre governi di coalizione. Le liste infatti potrebbero essere formate da più partiti che si presentano insieme. Lo abbiamo già visto. Al secondo turno uno dei partiti al ballottaggio potrebbe fare – anche senza apparentamento formale – accordi con altri partiti per avere i voti dei loro elettori in cambio di posti di governo. Questi stratagemmi non possono essere esclusi. Nella cultura istituzionale della nostra classe politica non ci sono antidoti a questo tipo di comportamenti

E mancano al momento norme che li possano impedire. E allora, se ci saranno governi di coalizione, occorre mettere in conto che le coalizioni si possano disintegrare. E per finire non si può nemmeno essere certi che il partito vincente non si divida nel corso della legislatura e metta in crisi il governo. Insomma la stabilità promessa dall’Italicum potrebbe non materializzarsi. O potrebbe farlo col tempo. In questi casi come si comporterà il nuovo presidente della Repubblica? Certamente non potrà essere un notaio.

Se sono gli elettori a scegliere chi governa è legittimo che i partiti in parlamento possano non tener conto di questa decisione elettorale e avocare a sé il diritto di sostituire il governo deciso nelle urne con un governo deciso nelle aule parlamentari? Formalmente la risposta è sì, ma non si può negare che un nuovo governo che sia sostanzialmente diverso da quello che ha vinto le elezioni, e che ha incassato un premio di maggioranza, sconti un difetto di legittimità politica, soprattutto nel caso in cui a formarlo siano in parte o in toto partiti di opposizione. Potrebbe accadere. Insomma l’evoluzione maggioritaria del sistema politico crea una potenziale tensione con l’impianto parlamentare e proporzionale della Costituzione. L’Italicum e il superamento del bicameralismo paritario accentueranno questo problema.

D’altronde non si può sostenere che tra parlamentarismo e regole di voto maggioritarie esista incompatibilità. Sarebbe una tesi assurda in presenza di molte democrazie in cui i due elementi coesistono. Ma la loro coesistenza è complessa e delicata. Si fonda su una cultura politica e giuridica più pragmatica che dogmatica, sul buon senso, sul rispetto dei ruoli e sul voto retrospettivo degli elettori. Alla fine dovranno essere loro a giudicare nelle urne il merito degli eventuali cambiamenti intervenuti nell’esecutivo tra una elezione e l’altra. Ma tutto ciò non è scontato. Il ruolo del capo dello stato sarà decisivo. Sarà lui a dover reinterpretare la Costituzione in chiave maggioritaria trovando il giusto punto di equilibrio tra legittimità costituzionale e legittimità politica

Roberto D’Alimonte

http://docenti.luiss.it/dalimonte/

 

Il Sole24ore 30 gennaio 2015

Quanto conta il Capo dello Stato

cdsoIn tutta Europa (salvo che in Russia e nei suoi dintorni che Europa non sono) il Capo dello Stato non ha alcuna funzione e quindi nessuno dei suoi rappresentati ne conosce o ne ricorda il nome. Le sue prerogative sono puramente cerimoniali, come accade d’altronde dove esiste la monarchia.

Il monarca, anzi, conta sempre meno del presidente d’una Repubblica. Così il re di Spagna, quello del Belgio, la regina di Gran Bretagna. In Italia è diverso: le prerogative del Presidente non sono affatto limitate al cerimoniale; riguardano diritti sostanziali: a lui è riservato il diritto di grazia, la nomina dei senatori a vita, la nomina del presidente del Consiglio e su sua proposta dei membri del governo e dei sottosegretari, la firma dei decreti-legge prima che siano presentati in Parlamento, l’inviolabilità per ogni eventuale reato che non sia stato colto in flagranza dalle forze della sicurezza pubblica. Infine spetta a lui lo scioglimento delle Camere o di una sola di esse quando prima della loro regolare scadenza si trovino in condizioni di non funzionare quale che ne sia la ragione.

La spiegazione di queste prerogative sostanziali non ha bisogno di alcun chiarimento, la nostra è infatti una Repubblica nella quale il Capo dello Stato tutela la Costituzione e coordina una leale discussione tra gli altri poteri costituzionali. Se alcuni di quei poteri vogliono rafforzare la loro autorità diminuendo i poteri di controllo che la contrastano, il Capo dello Stato ha la funzione di impedire questo mutamento e le sue prerogative sostanziali servono appunto a svolgere questo compito. Questo non significa affatto che vi sia o vi debba essere una dialettica polemica tra il potere esecutivo rappresentato dal presidente del Consiglio e quello del Capo dello Stato. Al contrario, ci deve essere e di fatto nel caso specifico c’è una collaborazione e una stima reciproca tra la presidenza del Consiglio e quella della Repubblica, la quale tuttavia può incorrere nel freno che il Capo dello Stato può e deve svolgere quando un potere tende a soverchiare l’altro.

Questa differenza tra la nostra idea di Presidente e quello che è avvenuto nel corso degli anni della Prima Repubblica è notevole. Il mutamento avvenne in concomitanza ed a causa del rapimento di Aldo Moro e della sua uccisione da parte delle Brigate Rosse. Siamo nel 1978 e si forma da allora un passaggio fondamentale di cui sono protagonisti personaggi come Pertini, Scalfaro, Ciampi, Napolitano che assumono al vertice dello Stato una funzione durata fino ad oggi, cioè più di trent’anni, completamente diversa da quella che c’era stata nei trent’anni dall’approvazione della Carta costituzionale fino, appunto, l’uccisione di Moro. Dal 1947 (firma della Costituzione) fino al 1978 il Capo dello Stato non aveva alcun potere e alcuna prerogativa se non di tipo cerimoniale. Naturalmente la lettera della Costituzione era più o meno simile a quella attuale ma esisteva la cosiddetta Costituzione materiale che era la prassi invalsa e che dava al Capo dello Stato poteri minimi rispetto a quelli che il partito di maggioranza e cioè la Dc con i suoi alleati imponeva. Questa è la differenza tra ieri e oggi: i primi trent’anni il Capo dello Stato non conta quasi nulla, come in tutta Europa, nei secondi trenta i quattro nomi che abbiamo indicato tornano alla letteralità della Costituzione e di quella si fanno scudo e rappresentanti.

In Europa le cose stanno molto diversamente. L’abbiamo già accennato e debbo dire che il potere esecutivo ed il suo principale rappresentante che siede a Palazzo Chigi vorrebbe un cambiamento dello stesso tipo di quello vigente in Spagna, Germania, Belgio, Gran Bretagna ed altri. Tutto questo sarà messo alla prova durante le prossime e imminenti elezioni del nuovo inquilino del Quirinale. ……

Tratto da ..

Napolitano ci ha salutati ma chi andrà al Quirinale dopo di lui?

Eugenio Scalfari – Repubblica 4 gennaio 2015

 

http://www.repubblica.it/politica/2015/01/04/news/napolitano_ci_ha_salutati_ma_chi_andr_al_quirinale_dopo_di_lui_-104249159/?ref=search