Gli equilibri del potere alla prova Trump

imagesrrc7u8anLa tradizione politica americana prevede contrappesi al potere esecutivo. Ma l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca sembra avere messo in crisi questo sistema di garanzie.

I meccanismi di autodifesa della democrazia americana funzionano ancora o erano solo un mito che è bastata un’ondata populista sapientemente gestita a spazzare via? «Checks and balances» è da sempre un’espressione magica e tranquillizzante nella politica americana. La considerazione di grande forza e credibilità di cui la maggiore democrazia del mondo ha sempre goduto è basata sulla consapevolezza che i «padri fondatori», nel dare vasti strumenti di governo al presidente, hanno anche creato un efficace sistema di pesi e contrappesi. In primo luogo la separazione dei poteri e il ruolo di Congresso e magistratura per arginare gli eventuali eccessi della Casa Bianca. E poi un reticolo di altre istituzioni diffuse nella politica e nella società: il controllo che la stampa esercita sul potere, l’influenza del giudizio di autorevoli accademici ed esperti dei centri di ricerca, il decentramento dei poteri proprio di una struttura federale.

Quando Trump è stato eletto, sono state tante le voci che hanno invitato a non allarmarsi troppo per i suoi propositi incendiari: «Alla Casa Bianca diventerà “presidenziale” e pragmatico e comunque sarà soggetto ai vincoli istituzionali dei pesi e contrappesi». Ma fin qui il neopresidente, per nulla presidenziale, si è mosso come uno schiacciasassi. Non solo i contrappesi non hanno funzionato, ma il nuovo leader li ha demonizzati (la stampa), li ha derisi (i nomignoli irridenti affibbiati via Twitter al capo dell’opposizione parlamentare, Chuck Schumer «lacrime fasulle») ed è intervenuto a gamba tesa ad esempio con le pressioni sul capo dei senatori repubblicani perché cambi i regolamenti parlamentari qualora i democratici bloccassero col «filibustering» la nomina di Neil Gorsuch alla Corte Suprema.

La fortezza della democrazia planetaria sbriciolata da un demagogo che ha saputo sfruttare con grande abilità il malessere del ceto medio impoverito? Sono ancora in molti a essere convinti che gli anticorpi del sistema Usa prima o poi si metteranno in moto. Lo pensa, ad esempio, lo storico Francis Fukuyama: riconosce che oggi il sistema è condizionato dall’«irruenza» di Trump che intimidisce alleati e avversari minacciando rappresaglie, ma sostiene che non potrà continuare così a lungo.

Insomma, invece della accondiscendenza che accompagna la «luna di miele»,l’inerzia timorosa provocata da una «luna di fiele» che durerà poco. Sarà così? Forse, ma intanto, oltre che a sinistra, si moltiplicano anche tra gli intellettuali conservatori, le voci di chi — da David Brooks a Hugh Hewitt a David Frum — teme una spirale autoritaria. A suscitare allarme è il fatto che per ora, manifestazioni di piazza a parte, degli anticorpi necessari per arginare gli eccessi di Trump non c’è traccia. E i cortocircuiti che sembrano paralizzare i contrappesi non dipendono solo dalle mosse del nuovo presidente.

Certo, dando spazio a due consiglieri radicali come l’ex generale Flynn e Steve Bannon e personalizzando anche scelte politiche delicatissime («voglio essere amico della Russia e di Putin, ma lui potrebbe anche non piacermi e allora cambierebbe tutto») Trump demolisce il terreno di dialogo costruttivo nel quale dovrebbe funzionare il sistema politico dei pesi e contrappesi. E la delegittimazione degli esperti, dell’accademia e della stampa (invitata da Bannon a tacere), elimina altri fattori di equilibrio e di controllo democratico.

Ma c’è anche il logorio delle istituzioni prodotto da anni di scontro muro contro muro tra democratici e repubblicani, di paralisi politica: il Congresso che ha legato le mani di Obama, col risultato di ridurre il prestigio e la credibilità sia del potere esecutivo che di quello legislativo. Così oggi il contrappeso parlamentare si vede poco con un’opposizione democratica ridotta a partitoombra dagli errori di Obama e dalla testardaggine dei Clinton e un partito repubblicano che per ora accetta in silenzio i diktat di un presidente che cancella le sue parole d’ordine sacre: dal «free trade» al contenimento di deficit e debito pubblico che per Trump «non è una priorità».

Non va molto meglio sul terzo fronte, quello giudiziario, con la Corte Suprema terreno di una guerra di trincea tra i due fronti politici, mentre gli equilibri della magistratura sono alterati dal fatto che i repubblicani hanno bloccato ben 100 giudici federali nominati da Obama. L’America è un grande Paese: prima o poi, forse, gli anticorpi necessari li tirerà fuori. Ma il fatto che a meno di due settimane dal suo insediamento ci sia già chi pensa al rimedio estremo per liberarsi di Trump, l’«impeachment», è motivo di serio allarme.

Massimo Gaggi

Corriere della Sera, 2 febbraio 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_febbraio_02/gli-equilibri-potere-2d0935aa-e8c3-11e6-b85e-cfb9b1bcef6b.shtml

Un buon governo non è mai debole

bgPierre Rosanvallon è uno dei massimi studiosi della democrazia, di come questa forma di governo effettivamente funziona nei più diversi Paesi e di come potrebbe funzionare se i suoi ideali di eguaglianza e di buon governo fossero meglio approssimati nelle sue realizzazioni concrete. Storico e sociologo, soprattutto — ma con solide conoscenze di scienza e filosofia politica e di economia —, nell’ultimo quarto di secolo ha dedicato al tema cinque grossi volumi e numerosi saggi, in buona misura tradotti in italiano. Per questo mi ha sorpreso che il volume che chiude provvisoriamente il suo magnum opus e ne riassume i risultati principali non sia stato (ancora?) tradotto e soprattutto ampiamente recensito e utilizzato negli innumerevoli dibattiti che si sono svolti nel nostro Paese a proposito della riforma costituzionale. Di che cosa si dibatteva, in fondo, se non di come migliorare la nostra democrazia, di come renderla più capace di un buon governo e più idonea a garantire una maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni collettive che li riguardano? Insomma, a promuovere un compromesso efficace tra rappresentanza e governabilità?

Edito da Seuil, Le bon gouvernement («Il buon governo») comincia con un’analisi delle forze che spingono oggi la decisione politica sempre più nelle mani dei governi, rispetto a un passato — ricostruito in modo esemplare per le più importanti democrazie avanzate — in cui era prevalente la convinzione che il governo di un Paese dovesse discendere unicamente dalle leggi che lo reggevano e dai Parlamenti cui era affidato il compito di farle: il governo, il potere esecutivo, aveva il solo compito di attuarle. Questa era la visione normativa che discendeva da una concezione rigida della sovranità popolare e del Parlamento come suo unico detentore. In realtà anche nel passato non era mai stato così e, soprattutto nei casi inglesi e americano, il governo era cosa assai diversa da un meccanico esecutore delle leggi votate dal Parlamento.

La reazione contro una visione ideologica che così poco si accordava con i fatti non tardò però a farsi sentire e Rosanvallon la segue in un’affascinante carrellata, in cui la storia e la politica — la necessità di decisioni urgenti connesse soprattutto con le guerre e la crescente complessità dell’economia — si mischiano con le teorie dei grandi studiosi — dagli elitisti italiani a Max Weber, da Carl Schmitt a John Stuart Mill — e con le riflessioni di grandi statisti, da François Guizot a Winston Churchill. Quando si arriva alle conclusioni normative finali il terreno è ben preparato: oggi il governo è il perno della decisione politica e non può essere altrimenti e il Parlamento non può che svolgere un ruolo di sostegno e di controllo.

Non desta dunque meraviglia che le migliori democrazie odierne, a parte le monarchie — di queste ne residuano ancora alcune —, siano tutte democrazie presidenziali, de iure o de facto: quando sono democrazie parlamentari, e in Europa ce ne sono ancora molte, i poteri del primo ministro sono così rafforzati da quello che Rosanvallon chiama «parlamentarismo razionalizzato» (ad esempio dalla possibilità del governo di sciogliere il Parlamento, dalla sfiducia costruttiva, da percorsi privilegiati per le leggi d’iniziativa governativa, o da altri vincoli) da assomigliare molto ad un governo presidenziale. Le ragioni di questi sviluppi, anche in Paesi che provengono da tradizioni di parlamentarismo puro, stanno nella superiore efficacia decisionale di questa forma di governo, nell’erosione della capacità dei partiti di resistere alle fluttuazione dell’opinione pubblica, nel fascino democratico di un capo del governo scelto dai cittadini.

Fin qui i fatti, la forza delle cose. Ma come giustificare normativamente uno spostamento di peso politico che potrebbe condurre, e in taluni casi ha condotto, a forme di governo non democratiche? Tutta la lunga seconda parte, quasi metà del libro, è dedicata ad una discussione storica, teorica e normativa e a proposte istituzionali dettagliate che intendono rispondere a questa domanda. E la conclusione è che la scelta diretta del capo del governo, o di forme parlamentari razionalizzate, dev’essere accolta non solo perché efficace e inevitabile, ma perché è giusta e conforme agli ideali di democrazia nelle attuali circostanze …se accompagnata da robusti anticorpi contro possibili degenerazioni.

Chi scrive trova l’analisi e le conclusioni di Rosanvallon molto convincenti. Il rafforzamento del governo e la razionalizzazione del Parlamento — il vero obiettivo della riforma costituzionale appena bocciata dai nostri concittadini — dovranno attendere tempi lunghi e imprevedibili e nel frattempo il nostro Paese dovrà confrontarsi con democrazie che funzionano meglio. Speriamo che l’Italia riesca a cavarsela lo stesso.

Michele Salvati

Pesante sconfitta dei democratici nelle elezioni midterm

Pesante sconfitta per i democratici, e per il presidente Obama, nelle elezioni midterm, che rischiano di complicare la paralisi politica a Washington. I repubblicani, infatti, non solo hanno conquistato la maggioranza alla Camera e al Senato, ma hanno scardinato la coalizione che nel 2008 e 2012 aveva portato Barack alla Casa Bianca. Ora cominciano due anni molto difficili per il presidente, ormai “anatra zoppa”, che dovrà gestire il potere esecutivo da una posizione di grande debolezza, e per il suo partito, che dovrà ricostruire una nuova strategia elettorale se vuole tornare competitivo alle presidenziali del 2016.

La giornata ieri ha preso subito una piega negativa per i democratici, fin dai primi exit poll. Oltre il 50% degli elettori appena usciti dai seggi, infatti, ha detto che era scontento dei parlamentari di entrambi i partiti, ma ancora di più dell’amministrazione. Le elezioni di medio termine, in sostanza, si sono trasformate in un referendum su Obama e le sue politiche, e il risultato è stata una netta bocciatura. L’economia in ripresa non è bastata a salvarlo, a fronte delle delusioni per l’incerto lancio della riforma sanitaria, l’occupazione che balbetta, il mancato rinnovo delle leggi sull’immigrazione, il tentativo fallito di limitare la vedita delle armi dopo la strage di Sandy Hook, le crisi internazionali come quella dell’Isis, e persino la gestione dell’emergenza ebola. ……..

 

http://www.lastampa.it/2014/11/05/esteri/midterm-gli-stati-uniti-bocciano-obama-i-repubblicani-conquistano-la-camera-e-il-senato-I1k95cqaMKfc1nng9rvZmL/pagina.html

La personalizzazione della politica

Un estratto dall’articolo di Ilvo Diamanti. “La democrazia per caso” – Repubblica 4 agosto 2014

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lesdLa personalizzazione della politica e dei partiti. È in atto dagli anni Ottanta. Interpretata da Craxi. E, in modo diverso, anche da Berlinguer. Ma ha conosciuto una forte accentuazione negli anni Novanta. Assieme alla fine della Prima Repubblica, fondata sui partiti (di massa). Allora si è sviluppato il rapporto diretto fra cittadini e leader. Soprattutto dopo la “discesa in campo” di Berlusconi. Che ha usato le (proprie) televisioni come canale di partecipazione e di consenso. Gli altri partiti si sono adeguati. O hanno cercato di farlo. Con maggiore o minore successo. Si è aperta così l’era dei “partiti personali”, la cui identità ed esistenza coincidono con quella del Capo. Sorti e scomparsi, oppure ridimensionati, insieme ai loro leader. Senza un leader capace di comunicare con gli elettori in modo “diretto”, è divenuto pressoché impossibile vincere le elezioni. Per questo il Centrosinistra, da ultimo il Pd, erede dei partiti di massa, ha sempre stentato ad affermarsi. E, ancor più, a durare. Fino all’arrivo di Renzi, appunto.

La stessa – contestata – mutazione “genetica” delle istituzioni democratiche ha origini lontane. Anche in questo caso, è dagli anni Novanta che si assiste alla progressiva presidenzializzazione dei governi, peraltro coerente con quanto avviene altrove in Europa (come ha sottolineato una ricerca di Poguntke e Webb). Da allora, infatti, tutti i capi dei governi territoriali sono eletti “direttamente”. Non solo i Sindaci, ma anche i Presidenti di Provincia e di Regione, rispondono direttamente ai cittadini. Allo stesso tempo, il peso politico dei Presidenti del Consiglio è aumentato, coerentemente con il loro legame “diretto” con i cittadini. Sottolineato dalla tendenza, consolidata, ad associare le coalizioni al candidato premier. Il cui nome è accostato al simbolo del partito, nelle stesse schede elettorali. Una consuetudine denunciata, da anni, da Giovanni Sartori come incostituzionale. Perché aggira le logiche della nostra democrazia. Parlamentare. Peraltro, anche il Presidente della Repubblica ha assunto un ruolo ben diverso da quel che eravamo abituati. Da Cossiga a Scalfaro, da Ciampi a Napolitano è divenuto un protagonista delle vicende politiche e istituzionali.

Infine, la concertazione. Il ridimensionamento del negoziato con i gruppi di interesse. Si era affermata negli anni Novanta, non a caso, nel vuoto politico e di governo lasciato dal crollo della Prima Repubblica. Ma, al tempo stesso, ha sottratto competenze e responsabilità alla politica e ai suoi attori. Oggi, però, i sindacati e le stesse associazioni imprenditoriali rappresentano sempre meno il mercato del lavoro. I sindacati: hanno una base composta perlopiù da pensionati e da impiegati pubblici. Mentre molti imprenditori si rappresentano da soli. E le loro organizzazioni si sono frammentate. Come il mercato.

Così, nel corso degli anni, l’Italia ha cambiato forma istituzionale e costituzionale. A metà fra presidenzialismo e premierato. Fra accentramento e federalismo. Senza disegni né riforme di sistema. Di fatto. Inseguendo emergenze continue e in-finite. Reagendo a spinte particolari e faziose. Chi accusa Renzi, oggi, di stravolgere la Costituzione dimentica, dunque, che ciò è già avvenuto. Da tempo. Almeno da vent’anni. E da vent’anni siamo divenuti una Repubblica “preterintenzionale”. Dove vige una democrazia ibrida, a metà fra personalizzazione ultrà e partecipazione diretta. Fra leaderismo e rete. Fra Tv e Web…….

http://www.repubblica.it/politica/2014/08/04/news/mappe_democrazia_per_caso-93071281/