L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

170 giorni di lavoro per le tasse

taxfreedMeno tasse, ma non per tutti.

Nel 2017 la pressione tributaria complessiva, secondo le prime stime, dovrebbe scendere lievemente, dal 42,6% al 42,3% del Pil (il Prodotto interno lordo, quanto produce l’Azienda Italia in un anno intero). Poco? Mica tanto. Si tratta, infatti, di circa 7 miliardi di euro che dovrebbero essere risparmiati dagli italiani tra tagli effettivi e mantenimento di alcune agevolazioni che stavano per scadere.

Liberazione

Ma i miglioramenti per le famiglie italiane, purtroppo, non ci sono. O sono irrisori. Anche quest’anno, infatti, il quadro (reddito di 50.000 euro) — scelto da Corriere Economia dal 1990 per misurare l’insostenibile pesantezza del Fisco sui budget familiari — , dovrà lavorare 170 giorni, gli stessi del 2016, per pagare imposte e contributi. In pratica solo dalla mattina del 20 giugno comincerà a guadagnare per far fronte alle proprie necessità e a quelle della sua famiglia. Corvée fiscale invariata anche per l’operaio, l’altro contribuente tipo (reddito di 25.077 euro) utilizzato nell’analisi, condotta come sempre con la collaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre. A lui serviranno 130 giorni, gli stessi del 2016, per sfamare l’appetito dell’Erario. Il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale, arriverà così l’11 maggio. L’anno scorso era il 10 maggio, ma il 2016 era un anno bisestile (lo stesso effetto c’è anche per il quadro).

Il paradosso

Ma come si spiega questo paradosso; pressione tributaria che scende e schiavitù fiscale che resta invariata? I tagli effettivi alle aliquote hanno interessato solo le imprese con l’Ires che scende dal 27,5% al 24% (e con l’arrivo della nuova Iri per le imprese individuali e società di persone, aliquota del 24%), mentre nessun intervento è stato fatto sul fronte dell’Irpef. In autunno, mentre fervevano le opere nel grande cantiere della legge di Stabilità, si era parlato di possibili tagli alle aliquote ferme da 10 anni (quado al governo c’era Prodi) a partire dal 2018, ma nessun impegno ufficiale è stato preso. E bisognerà vedere se il governo Gentiloni continuerà sulla strada che voleva percorrere l’esecutivo Renzi. Un vero e proprio tabù quello delle aliquote Irpef che nessuno dei cinque premier succeduti a Prodi è stato in grado di scalfire.

Dieci anni

E, se si tiene conto dell’inflazione, questi ultimi dieci anni sono stati un vero Calvario per il nostro contribuente tipo. Nel 2007 guadagnava 41.655 euro contro i 50.068 attuali. In un decennio la sua retribuzione è cresciuta di 8.413 euro, mentre l’Irpef netta è passata da 8.795 a 11.934 euro. Degli 8.413 euro di aumento retributivo, ben 3.139 sono stati divorati dal Fisco (il 37,3%, oltre un terzo). Le uniche buone notizie del 2017 per le famiglie riguardano la conferma dell’esenzione da Imu e Tasi dell’abitazione principale, l’impossibilità per i comuni e le regioni di aumentare le pretese, la conferma di una serie di sgravi che stavano per scadere più qualche piccolo bonus. Poco, troppo poco, per spostare indietro l’orologio del Tax Freedom Day che così resta pericolosamente vicino alle Colonne d’Ercole, rappresentate da quel 30 giugno varcato il quale vorrebbe dire lavorare di più per lo Stato che per se stessi.

L’identikit della famiglia tipo

I contribuenti tipo sono i medesimi degli anni precedenti, il loro reddito è stato incrementato dello 0,6% rispetto al 2016 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat. Per l’addizionale regionale Irpef si è fatto riferimento a quella in vigore in Lombardia, mentre la Tari è quella del comune di Milano, infine l’aliquota dell’addizionale comunale è quella media dei capoluoghi di provincia I numeri Il nostro contribuente tipo paga complessivamente 23.609 euro di tasse su uno stipendio lordo, più assegni familiari, di 50.566 per una pressione tributaria che arriva al 46,6%. Per fare qualche esempio: servono 86 giorni per far fronte al mostro dell’Irpef: in pratica solo a fine marzo il quadro finirà di saldare il conto dell’imposta sul reddito. E, se ci aggiungiamo i contributi, si arriva a sfiorare maggio. Quasi due settimane se ne vanno per le imposte locali. Passando dal calendario alla singola giornata lavorativa, 224 minuti sono destinati a pagare imposte e contributi. Con quasi due ore ogni giorno dedicate all’Irpef. Non è un po’ troppo?

Corriere della Sera 9 gennaio 2017

Massimo Fracaro e Andrea Vavolo

http://www.corriere.it/economia/finanza_e_risparmio/17_gennaio_09/2017-170-giorni-lavoro-le-tasse-a1ffe978-d638-11e6-b48b-df5f96e3114a.shtml

Porta via tempo oltre al denaro

 

taxxxxTroppe tasse. Lo dicono i cittadini privati e lo dicono le imprese ogni volta che giunge la stagione in cui il governo italiano si siede intorno al tavolo per decidere la programmazione fiscale dell’anno venturo. E a confermare il triste primato ci pensa il rapporto ‘Paying Taxes 2014’ della Banca Mondiale che inchioda l’Italia al 138° posto per tasse pagate su 189 Paesi presi in esame. Un dato che il governo dovrebbe tenere a portata di mano, sulla propria scrivania, quando si appresta a pubblicare il Documento di programmazione economica e finanziaria (Def), la serie di impegni messi nero su bianco che entro dicembre porteranno a scrivere la Legge di Stabilità per il 2016. Per aggredire la propria posizione l’Italia dovrebbe impegnarsi a migliorare i tre indicatori che la Banca mondiale utilizza per redigere la classifica: il Total tax rate, ovvero il carico fiscale complessivo, il tempo necessario per gli adempimenti relativi alle principali tipologie d’imposta e di contributi (imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi) e il numero di versamenti effettuati. Anche perché il triste record italiano non solo non attira le aziende straniere, ma è tale da far scappare quelle italiane all’estero, ultimo rilevamento del rapporto della Banca mondiale, il carico fiscale complessivo dell’Italia è il più alto d’Europa, pari al 65,8% dei profitti commerciali, in miglioramento rispetto al 2012 (68,3%), ma contro una media europea scesa al 41,1% dal 42,6% del 2012 e una media mondiale del 43,1%, anch’essa in miglioramento rispetto al 44,7% dell’anno prima.

Per gli adempimenti fiscali, poi, in Italia le società impiegano 269 ore all’anno contro le 179 ore impiegate in media da un’impresa europea e le 268 ore l’anno della media mondiale.

Quanto infine ai pagamenti, le imprese tricolori effettuano 15 pagamenti contro i 13,1 europei e i 26,7 richiesti mediamente a livello globale. I numeri sono disarmanti e il trend non lascia spazio a grandi speranze perché rispetto all’anno precedente l’Italia è indietreggiata di sette gradini, dal 131° posto al 138°. Il recupero di competitività del Paese deve passare anche da qui. …………

Il governo ha messo mano all’elevata tassazione sulle imprese con l’ultima legge di Stabilità cancellando l’Irap. Per le aziende la riduzione fiscale complessiva vale 6,5 miliardi: gli imprenditori da quest’anno potranno dedurre per intero il costo del lavoro dalla base imponibile che serve per calcolare l’Imposta. Secondo le simulazioni del governo, ciò significherebbe (nelle grandi aziende che impiegano molti lavoratori e hanno un business ‘labour intensive’) andare a risparmiare alla fine il 65% dell’imposta. Per le piccole il vantaggio scenderebbe (sotto il 10% di risparmio), ma sarebbe comunque un sollievo importante: l’impatto sul Pil è stimato intorno a 0,1 punti percentuali subito e poi di 0,4 punti a regime.

Nel Def pubblicato la scorsa settimana il premier Renzi e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno voluto precisare che la pressione fiscale è scesa nel 2014 di 0,4 punti percentuali collocandosi al 43,1 e non è, invece, salita dal 43,4 del 2013 al 43,5 del 2014 come aveva detto l’Istat attenendosi alle regole alla contabilità europea. La discesa proseguirà nel corso del 2015, se si tiene conto dell’effetto del bonus di 80 euro, al 42,9 (e non salirà al 43,5 per cento). Così come dal 2016, considerando la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, è destinata a posizionarsi a quota 42,6 contro il 44,1 a ‘legislazione vigente’.

La pressione fiscale indica il rapporto tra il gettito fiscale ed il Pil ed è un altro strumento statistico per indicare quanto lo Stato grava sui cittadini, da non confondere tuttavia con il Total tax rate, preso in considerazione per la classifica della Banca mondiale che indica la somma di tutte le imposte e i contributi obbligatori a carico delle imprese ed applicate ai profitti commerciali (ossia dopo la contabilizzazione di deduzioni consentite ed esenzioni), rispetto ai profitti commerciali complessivi

Walter Galbiati

Repubblica 20 aprile 2015

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/04/20/news/porta_via_tempo_oltre_al_denaro_il_sistema_fiscale_inchioda_litalia-112469369/

 

Ecco il DEF ..

defffIl Documento di economia e finanza è un testo di natura programmatica, che contiene gli indirizzi di politica economica, l’aggiornamento delle principali variabili macroeconomiche (Pil, deficit, debito, interessi, tasso di disoccupazione, previsioni sull’occupazione) per l’anno in corso e per il triennio successivo. Nessuna misura immediatamente operativa, dunque. Il complesso dei documenti comprende sia il Def vero e proprio, sia l’aggiornamento del Programma di stabilità, sia infine il Programma nazionale di riforma (in cui viene riassunta la strategia sul fronte delle riforme, con una proiezione fino al 2020)

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-04-08/dieci-cose-sapere-def-cos-e-def–195109.shtml?uuid=ABbpgKMD

Il Documento di economia e finanza spiegato in un minuto

http://www.lastampa.it/2015/04/10/multimedia/italia/che-cos-il-def-iIfKvne7MQZQ5iEsm2Y6gM/pagina.html

NUMERI

Nel 2015, calcola  il governo, il peso del fisco rispetto al Pil scenderà al 42,9%, per poi ridursi ulteriormente al 42,6% nel 2016 e passare anche sotto la soglia del 42% nel 2018. La discesa è dovuta in gran parte alla neutralizzazione degli aumenti di Iva e accise previsti dalla legge di stabilità di quest’anno, oltre che della clausola lasciata in eredità dal governo Letta che avrebbe portato ad un taglio automatico e generalizzato delle detrazioni fiscali. Una manovra complessiva che nel 2016 avrebbe pesato per 16,8 miliardi di euro e che avrebbe determinato aumenti del prelievo fiscale pari all’1% del Pil. Se da una parte viene quindi scongiurato il taglio lineare alle detrazioni al 18% e al 17% inserito nella legge di stabilità 2014 dall’ex ministro Saccomanni, dall’altro però le tax expenditures (agevolazioni ed esenzioni fiscali) entrano comunque nel mirino. L’intenzione è di metterci mano e non in modo lieve. Dalla loro «riduzione», si legge esplicitamente nel Def, il governo conta di raccogliere lo 0,15% del Pil, ovvero un importo pari a circa 2,4 miliardi di euro  …….

IL TESORETTO

Nel testo il Tesoro spiega di stimare entro la fine dell’anno un deficit lievemente inferiore a quello programmato. Da qui deriva il “tesoretto” di 1,6 miliardi, che sarà utilizzato «per rafforzare l’attivazione delle riforme strutturali già avviate», come si legge a pagina 36 del documento….

I TAGLI

Fatta salva la destinazione del bonus, il Documento di economia e finanza per il 2015 delinea in realtà la strategia per l’anno prossimo e conferma la linea scelta finora dal premier: sì al rispetto delle regole europee, sfruttando però al massimo la flessibilità che nel frattempo la nuova Commissione ha deciso di concedere. I tagli ad esempio: è vero che il governo intende imporne per dieci miliardi di euro, ma rispetto a quel che sarebbe necessario per far tornare i conti sono persino pochi. Basti dire che la clausola di salvaguardia per il 2016 prevede, in assenza di interventi di copertura, l’aumento delle tasse per oltre 16 miliardi. Reperire dieci miliardi non sarà in ogni caso una passeggiata perché – almeno sulla carta – non si tratta di confermare tagli già previsti dalla scorsa manovra, ma di aggiungerne di nuovi. Regioni e Comuni ad esempio sono già chiamati a garantirne rispettivamente per quattro e un miliardo, il premier ha promesso che «non ce ne saranno di aggiuntivi». Il governo esclude tagli alle pensioni e alla spesa sociale, che anzi promette di aumentare.

LE TASSE

La pressione fiscale andrà progressivamente riducendosi negli anni, grazie alla disattivazione delle clausola di salvaguardia (aumento di Iva e accise e revisione delle detrazioni fiscali) e alla «corretta» – come la definisce il governo – classificazione del bonus da 80 euro come effettivo sgravio fiscale. Già nel 2015 scenderà sotto il 43% riducendosi ulteriormente fino al 2018, anno in cui passerà al di sotto della soglia del 42%. Anche nelle Renzi la pressione dovrebbe scendere: «Il tempo delle tasse che aumentano è finito». Sarà decisiva l’introduzione della tassa unica sulla casa e i margini che verranno dati ai Comuni sul prelievo. Ad oggi mancano i fondi per confermare anche nel 2016 la decontribuzione, ovvero lo sgravio a favore di chi assume a tempo indeterminato. …

ADDIO IMU E TASI, LOCAL TAX A PARTIRE DAL 2016

Via l’Imu e la Tasi per sostituirle con una unica «local tax». Nei piani del governo c’è una forte spinta alla semplificazione: a partire dal 2016 sulla casa ci sarà un solo tributo. L’esecutivo ci ha già provato nel 2014, ma la partita con i Comuni è talmente complicata da aver determinato uno slittamento, con ogni probabilità, alla Legge di Stabilità di quest’anno. Per i sindaci si tratta di un impegno importante: la local tax assorbirà tutti i tributi comunali sugli immobili e permetterà ai consigli di approvare bilanci di previsione credibili. Sarebbe la prima volta dopo anni di incertezze: il leader dell’Anci Piero Fassino ha calcolato 27 leggi in poco più di tre anni. A dicembre, prima che il dossier fosse congelato, a Palazzo Chigi si erano fatte delle simulazioni: l’aliquota standard avrebbe dovuto valere il 2,5 per mille innalzabile fino al 5 per mille, e con una detrazione per i redditi bassi. «L’impegno è in ogni caso di non aumentare il prelievo complessivo», ha assicurato il responsabile economia del Pd Filippo Taddei.  ….

http://www.lastampa.it/2015/04/11/economia/tesoretto-tagli-tasse-e-local-tax-ecco-il-def-wX5a67njfgOPVgckMZjyIJ/pagina.html

 

documento pdf – sezione i  Programma di stabilità

documento pdf – Sezione II –   Analisi e tendenze della finanza pubblica

allegato  Rapporto sullo stato di attuazione della riforma della contabilità e finanza pubblica

allegato  Relazione del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare

allegato  Relazione sugli interventi nelle aree sottoutilizzate

 

Siamo al 43%

tazzL’Italia scende a piedi del – poco ambito – podio europeo della pressione fiscale. Secondo il bollettino di Bankitalia, infatti, lo scorso anno, la tassazione nella Penisola è salita al nuovo record del 43,3% del Pil, pur venendo superata dalla Finlandia. La media dell’Eurozona è al 41,2%.

Nella serie storica della pressione fiscale emerge un vero e proprio balzo della pressione fiscale negli ultimi tre anni: si è saliti dal 41,6% del 2010-2011 al 43,3% attuale, mentre nel 2005, il “peso” fiscale si attestava ancora sotto la soglia del 40%, al 29,1% del Pil. Il 2013 rappresenta così un record assoluto e per il secondo anno si supera anche il livello raggiunto nel 1997, con l’eurotassa per entrare in Europa, quando gli italiani hanno versato nelle casse dell’erario il 42,3% della ricchezza prodotta.

L’ultimo anno, nonostante il record, ci consegna però un miglioramento nel contesto europeo: passiamo dal terzo al quarto posto dei paesi ‘tassatori’. Dovuto al fatto che la Finlandia ha drenato risorse fiscali, passando da una pressione del 42,9 al 44%: ha quindi sorpassato l’Italia, che è inoltre stata affiancata, con un ex equo al 43,3%, dall’Austria che prima era al 42,4%.

In testa – tra i Paesi dell’Euro – rimane comunque la Francia, con il 47,6% di pressione fiscale, seguita dal Belgio con il 47,2%. Se si guarda a tutta l’Ue, invece, la medaglia d’oro di paese ‘tassatore’ spetta al primato, incontrastato da molti anni, della Danimarca, dove il peso di tasse e contributi è al 48,8%.

 

http://www.repubblica.it/economia/2014/12/05/news/fisco_bankitalia-102176569/?ref=HREC1-9

Tax freedom day spostato in avanti

La montagna di tasse e contributi, pari a 15.330 euro l’anno, che grava sulle spalle degli italiani sposta in avanti il cosiddetto «tax freedom day».

Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, con una pressione fiscale che per il 2014 è destinata a toccare il record storico del 44 per cento, quest’anno i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino alla prima decade di giugno: precisamente l’11 giugno, cioè 161 giorni. Ben 12 giorni in più di quanto avevano fatto nel 1995, quando, però, la pressione fiscale era inferiore di oltre 3 punti percentuali.

Del resto, sempre secondo la Cgia, su ogni famiglia italiana grava un carico fiscale medio annuo di quasi 15.330 euro: considerando l’Irpef e le relative addizionali locali, le ritenute, le accise, il bollo auto, il canone Rai, la tassa sui rifiuti e i contributi a carico del lavoratore.
Ogni nucleo famigliare versa all’erario, alle Regioni e agli enti locali mediamente 1.277 euro al mese: un importo che, dice la Cgia, corrisponde allo stipendio medio percepito mensilmente da un impiegato. Nel 2013, spiega il presidente del centro studi Giuseppe Bortolussi, grazie all’abolizione dell’Imu sulla prima casa, il prelievo medio annuo era sceso a 15.329 euro: ben 325 euro in meno rispetto a quanto versato nel 2012. Per l’anno in corso, invece, il gettito è destinato ad aumentare ancora a causadell’introduzione della Tasi e degli effetti legati all’aumento dell’aliquota Iva avvenuto nell’ottobre scorso.
……
Da La Repubblica del 14/09/2014.

Tasse: 4 punti oltre la media Ue

pressione-fiscaleUn peso fiscale enorme, pari a quattro punti oltre la media europea, che si giustifica anche con l’enorme fetta di economia in nero. Sono i tratti dell’economia italiana, noti per molti versi, ma che fanno venire i brividi quando vengono messi nero su bianco, come ha fatto la Corte dei Conti nel Rapporto 2014 sul coordinamento della finanza pubblica.

Fisco. Nel sistema tributario italiano c’è “un livello di prelievo eccessivo”, spiega la magistratura contabile, aggiungendo che “un contenimento della spesa è la strada obbligata per ridurre il peso della tassazione sull’economia”. “Alla fine del 2013, ricorda la magistratura contabile, la pressione fiscale era pari al 43,8% del pil quasi tre punti oltre il livello del 2000 e quasi quattro rispetto al valore medio degli altri ventisei paesi Ue”. Ancora più significativo risulta il divario fra Italia ed Europa con riferimento alla distribuzione del prelievo complessivo. “L’eccesso di prelievo gravante sul fattore lavoro – rileva la Corte – trova conferma nei dati dell’Ocse, che evidenziano un cuneo fiscali pari al 47,8% in italia rispetto a una media ue a ventuno paesi del 42%”.

Il nero. L’economia sommersa valeva oltre un quinto del Pil, ovvero il 21,1%: di oltre 50 miliardi è l’evasione stimata per il 2011 per Iva e Irap che, con 150 miliardi, spiegano un quinto delle entrate tributarie complessive della Pubblica amministrazione….

http://www.repubblica.it/economia/2014/06/04/news/corte_conti_l_economia_sommersa_al_21_del_pil_tasse_4_volte_la_media_ue-88020419/?ref=HRER2-2