Ci manca ancora il formalismo matematico

Il dibattito sulla razionalità in economia si è intrecciato con la capacità di spiegare la crisi finanziaria. La domanda se la dottrina economica debba aprire all’analisi del comportamento al di fuori di ciò che è considerato “razionale” ne presuppone un’altra, e cioè se gli strumenti dell’economia siano sufficienti a delimitare il comportamento razionale. Su questo, uno sguardo da chi è passato dall’economia politica alla finanza matematica può fornire un contributo originale.
La crisi dei “subprime” fornisce una misura della distanza tra razionale, secondo l’economia, e la realtà. Al 2010, le perdite da mutui “subprime” (cioè gente che non ha ripagato il mutuo), sono state 500 miliardi. Le perdite da svalutazione dei titoli sono state 4.000 miliardi. Questa la distanza da coprire: se una perdita di valore di otto volte superiore a quella osservata sia frutto di una valutazione “razionale”. Se così fosse, le perdite dei “subprime” avrebbero dovuto essere l’aperitivo prima della crisi, piuttosto che la crisi stessa. Ma è questa la distanza tra razionale e irrazionale da coprire per comprendere la realtà, oppure potremmo spostare avanti i confini di ciò che spieghiamo come “razionale”?
A prima vista, la crisi pone un interrogativo inquietante da punto di vista della razionalità: perché la crisi del credito è partita da mutui, cioè da crediti garantiti? Crediti garantiti da qualcosa non dovrebbero essere più sicuri di quelli che non sono garantiti da niente? Certo, a meno che l’opacità del prodotto non metta in discussione la garanzia. La crisi quindi non è stata una crisi di credito, ma di rischio di mercato e di trasparenza dei prezzi: è stata la crisi dei titoli “tossici”.
Peggio quindi un rischio sconosciuto, tossico, di un rischio elevato: è l’“avversione all’incertezza”. Questa paura dei rischi che non conosciamo spiega una scelta che a ogni decisore razionale sembra scontata, stare fuori dal mercato: quello che l’economia “mainstream” non spiega. Secondo i canoni dell’economia, nella crisi l’unico agente razionale sarebbe stato il governo americano che con il TARP ha ripulito il sistema finanziario di questi titoli opachi e in più oggi guadagna mano a mano che questi titoli giungono a scadenza (perché le perdite di valore di 4.000 miliardi non si sono realizzate).
Deve essere riconosciuto (cosa ignorata da molti) che il crollo dei prezzi nella crisi è stato propagato da un sistema contabile basato sulla diffidenza verso i modelli, e che in questa discussione rileva solo per il tipo di modelli economici desueti a cui è ispirato. Comunque, il comportamento dello stare fuori dal mercato è tipico dei momenti di crisi, per il carattere di incertezza che li caratterizza. L’abbiamo visto nella crisi di Enron, a dicembre 2001, quando la scoperta del fenomeno di opacità dei bilanci ha di fatto falcidiato gli scambi sul mercato azionario per mesi, fino alla definizione di nuove regole con il Sarbanes-Oaxley Act.
Il comportamento di rimanere fuori dal mercato e da qualunque altra cosa sulla quale non abbiamo informazioni sufficienti pare a tutti razionale. Ed è anche razionale ritenere che un mercato con pochi partecipanti generi un prezzo poco significativo. A questo comportamento che è razionale per l’uomo della strada fa da contrappunto il “no-trade theorem” di Milgrom-Stokey, per cui il massimo della razionalità è un mercato in cui non ci sono scambi e il prezzo è il più significativo possibile perché incarna tutta l’informazione disponibile come se fosse puro spirito, senza che la materia (gli scambi) ne intacchino la purezza. Per questa razionalità perdite di 4.000 miliardi su titoli rappresenterebbero il valore atteso di migliaia di miliardi di perdite future.
La questione della liquidità e del contenuto informativo dei prezzi di mercato non è l’unico esempio di contrapposizione tra la “razionalità” della teoria economica e ciò che ognuno di noi reputa razionale. Un altro esempio noto è la preferenza degli investitori per titoli del proprio paese. Provate a chiedere a un italiano perché investe in titoli italiani e vi risponderà che lo fa perché conosce meglio i titoli italiani di quelli stranieri.
Provate a dirgli che è irrazionale perché non diversifica il rischio e vi dirà che lo diversifica tra investimenti italiani e con una piccola quota di prodotti stranieri. E mentre questo comportamento è razionale per l’uomo della strada, compresi noi specialisti, resta un mistero, un rompicapo per la razionalità economica: è l’ “home bias puzzle”.
Il vero “puzzle” è perché questo concetto più esteso di razionalità, che risale al dibattito tra Keynes e Knight nel primo dopoguerra, non sia ancora entrato nel “mainstream” dei modelli economici, ma rimanga confinato alla periferia, oppure tra gli specialisti di teoria delle decisioni e della finanza matematica. La mia risposta, su cui dichiaro un ovvio conflitto di interessi, è che l’economia non si sia appropriata di tutto il formalismo matematico necessario a rappresentare il comportamento razionale. Ed è un insieme di strumenti complesso che va oltre la teoria della probabilità. Da questo punto di vista la scelta della multidisciplinarietà è una scorciatoia, e può diventare un’autorete. E la critica non è tanto diretta a Stoccolma (il Nobel è un concorso di bellezza per teorie, e ogni teoria ha la sua bellezza), quanto a LSE, e a quel movimento di studenti che invoca l’insegnamento inter-disciplinare dell’economia. Prima che essere inter-disciplinare, l’economia dovrebbe essere disciplinata, e cioè definire i suoi confini. Prima di affrontare il comportamento irrazionale, dovrebbe estendere gli strumenti per rappresentare fino ai suoi limiti il comportamento che ogni uomo della strada trova razionale.

University of Bologna, Department of Statistics

Umberto Cherubini

Il Sole 24 ore, 29 dicembre 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-12-28/ci-manca-ancora-formalismo-matematico-203351.shtml?uuid=AEoe99XD

 

TARP

TARP Sigla di Troubled Assets Relief Program, che indica il programma messo a punto nel settembre del 2008 dall’allora segretario di Stato al Tesoro statunitense (H. Paulson) e dal presidente della Federal Reserve (B. Bernanke) per porre un freno alla crisi finanziaria (dopo il fallimento di Lehman Brothers). Con l’approvazione del T. da parte del Congresso (contestata da più parti), il Tesoro ha comprato asset “tossici” (poco remunerativi e molto rischiosi) dagli istituti di credito per 700 miliardi di dollari, in cambio di partecipazioni sotto forma di azioni privilegiate e dell’impegno da parte degli istituti a restituire quanto ricevuto. Nel 2011 l’agenzia di stampa Bloomberg ha riacceso le polemiche accusando la Federal Reserve di aver stanziato molto più di quanto dichiarato: 7.700 miliardi di dollari.

http://www.treccani.it/enciclopedia/tarp/

 

LSE

http://www.lse.ac.uk/

L’addio alla Ue costa 400 sterline a famiglia

Era la medaglia d’argento del G7, il club delle sette potenze economiche mondiali, con una crescita che superava il 2%, a giri più veloci della locomotiva tedesca e seconda sola agli Usa. Quei numeri, con il fermo immagine al 2015, sono però oggi solo un lontano ricordo. La frattura provocata dal referendum del 23 giugno 2016 si è consumata sul piano politico nei rapporti con Bruxelles, ha lasciato un segno indelebile tra i partiti di Westminster e al numero 10 di Downing Street fino a rappresentare una minaccia per l’economia che mese dopo mese sta diventando sempre più reale. Così, improvvisamente, il gigante al di là della Manica che aveva fatto dell’opt out il suo credo, dicendo no all’euro e a Schengen,si è scoperto con i piedi d’argilla. 
La prima piazza finanziaria del Vecchio continente, con oltre un milione di persone che gravitano nel mondo degli affari, polo di attrazione per studenti e imprese, ha iniziato a vivere sulla propria pelle gli effetti della decisione di dire addio all’Unione europea. Uncertainty, incertezza, è oggi il mantra che accompagna tutte le previsioni degli organismi internazionali pubblicate da un anno e mezzo a questa parte. È la prima volta che un Paese della Ue lascia il club e ci si muove in una terra sconosciuta. Così, dopo le revisioni al ribasso da parte di Fmi, Ocse e Commissione europea, nel budget d’autunno presentato mercoledì scorso il Cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond, ha dato una sforbiciata di ben mezzo punto alle stime sul Pil per quest’anno: non più crescita del 2%, miraggio dei bei tempi che furono, ma dell’1,5 per cento. Nei prossimi anni andrà ancora peggio, fino ad arrivare all’1,3% nel 2019 (quando si consumerà il divorzio dalla Ue) e nel 2020. Non solo. La produttività langue, ogni indiscrezione sulla tenuta del governo o sullo stallo delle trattative provoca un nuovo deprezzamento della sterlina. I prezzi al consumo galoppano del 3% secondo l’ultimo dato di ottobre, ai massimi da cinque anni, e preoccupano anche la Bank of England, che il 2 novembre ha alzato i tassi di 25 punti base dopo dieci anni a bocce ferme. 
Un quadro a tinte fosche, insomma, degno delle tele di John Constable esposte alla National Gallery. Uno dei pochi spiragli di luce arriva dai dati sulla disoccupazione (4,2%, rispetto alla media Ue del 7,5 secondo Eurostat a settembre). Bassa crescita significa però meno margini di manovra per interventi a favore delle famiglie, già colpite duramente dalla spending review. Secondo uno studio del Centre for economic performance, l’incertezza legata alla Brexit si è già tradotta in un costo medio per le famiglie britanniche di 404 sterline all’anno. Senza contare i costi, diretti e indiretti,, dell’uscita dalla Ue, che avranno un nuovo impatto negativo sull’economia. A cominciare dal conto del divorzio, uno dei tre punti fondamentali su cui dovrà essere trovato un accordo con Bruxelles prima di passare alla «fase 2» della trattativa, con i negoziati sulla relazione futura. La Ue chiede una cifra intorno ai 60 miliardi, Londra punta a ottenere un po’ di sconto, ma l’assegno avrà comunque un impatto considerevole sulle casse britanniche. Per ora Hammond ha ammesso di aver già speso 750 milioni per fronteggiare l’emergenza e ne ha accantonati 3 per la preparazione delle frontiere, del sistema di immigrazione e della nuova relazione commerciale.
Di certo, poi, Londra perderà le due prestigiose agenzie Ema (l’Authority del farmaco) ed Eba (quella bancaria), assegnate la settimana scorsa ad Amsterdam e Parigi con il sorteggio. E con esse anche un indotto di oltre 2 miliardi. Con la Brexit si ridimensionerà anche il peso della City. La stessa Sabine Lauteschlaeger, numero due della vigilanza bancaria della Bce, ha sollecitato le banche ad accelerare i piani di trasferimento in vista del marzo 2019, quando si consumerà il divorzio. Se si pensa che il mondo della finanza rappresenta circa il 12% del Pil britannico, la portata dello scossone potrebbe essere davvero dirompente.

CHIARA BUSSI

La Cina festeggia 15 anni nel Wto. Ma sul commercio è guerra globale

 dummmppL’ex bambino è cresciuto ma non vogliono dargli ancora le chiavi di casa: ma a voi 15 anni sembrano davvero troppo pochi? Va bene che il ragazzino continua a farne di marachelle: dicono che gioca sui prezzi, nasconde le carte, non rispetta le regole del gioco. Soprattutto, continua ad alzare la voce: come adesso. L’ex bambino si chiama Pechino e 15 anni fa, 11 dicembre 2001, entrò trionfalmente nel Wto, l’Organizzazione internazionale del commercio, portato per mano da uno zio d’America chiamato Bill Clinton, il presidente allora uscente che aveva scommesso sullo sdoganamento economico della Cina: “Da qui a dieci anni” disse “ci guarderemo indietro e saremo fieri di quello che abbiamo fatto”. Le ultime parole famose. Dieci anni più cinque dopo, provi a chiederlo a sua moglie, il vecchio Bill, se anche lei è fiera di quell’accordo che le ha impedito di riaccomodarsi alla Casa Bianca, questa volta da padrona di casa. “La Cina ha distrutto l’America” è stato lo slogan vincente che ha trasformato Donald Trump nel presidente eletto. E la Cina avrebbe distrutto l’America proprio nascondendo le sue truppe nel cavallo di Troia del Wto. Chi ha ragione?

Intanto, invece di festeggiare, i cinesi hanno appunto messo il broncio. Il regalo di compleanno dovrebbe prevedere la rimozione di quell’etichetta che, come da contratto d’ingresso, Pechino aveva accettato di vedersi affibbiata sul taschino: “non market economy”. Il consesso economico internazionale, insomma, consentiva al bambino di accomodarsi nel salotto del Wto, ma gli ricordava che per un po’ di tempo sarebbe stato trattato non alla pari: un’economia non di mercato è quella appunto in cui è allo stato che spettano allocazione di beni e risorse e determinazione dei prezzi. Che scoperta, direte: siamo o non siamo in una repubblica comunista? Invece non è tanto una questione ideologica, per quel che ormai vale, ma puramente economica. Continuare a definire la Cina “economia non di mercato” permette ai partner del Wto, America e Europa in testa, di esercitare con molta più efficacia le misure antidumping. Fare dumping, si sa, è abbassare il prezzo di un bene a un livello inferiore a quello del mercato interno per poterlo così esportare più facilmente guadagnando (scorrettamente) maggiori quote di export. Peccato che non essendo un’economia di mercato la Cina di un certo bene può stabilire in teoria tutti i prezzi che vuole: è per questo che per determinare se sta facendo dumping si prende a confronto non il prezzo di quel bene a Pechino ma dello stesso bene, mettiamo, a New York. Dopo 15 anni di questo trattamento, e infinite guerre sui dazi, ora il Dragone minaccia di prendere “le misure necessarie”, come dice il ministero del commercio, se i membri del Wto insistono su questa strada. E che misure? Saremo noi ad appellarci al Wto, dicono qui, e se l’Organizzazione stabilità che non riconoscendoci “economia di mercato” gli altri paesi hanno rotto il contratto, saranno loro a pagarne le conseguenze. Di più. Pechino minaccia anche di imporre lei stessa i dazi sui beni degli altri: la guerra commerciale globale.

Gli americani naturalmente hanno già fatto sapere che “il protocollo non cambia“. E figuriamoci adesso che Donald Trump continua a ripetere che “la Cina deve rispettare le regole”. La stessa cosa con un giro di parole sta dicendo l’Europa: “Non riconosceremo alla Cina lo status di economia di mercato” dice il commissario al commercio Cecilia Maelstrom “ma riformeremo il sistema in modo da definirla paese neutrale”. Nell’attesa, la Ue ha lanciato proprio l’altro giorno l’ultima inchiesta antidumping sull’acciaio. Tutto come prima?

Già al compleanno del 2011 l’Economist tirò giù una pagella che è ancora straordinariamente attuale: dimostrando quanto poca strada da allora sia stata fatta per migliorare la situazione. “Molte delle critiche sono giuste” scriveva il settimanale. “La Cina aveva fatto riforme eroiche negli anni intorno alla sua entrata nel Wto. E questo ha fatto nascere aspettative che ha vistosamente fallito. Ha detto sì alle regole internazionali, ma a casa sua non rispetta il diritto. La liberalizzazione dei commerci non ha portato all’allargamento delle libertà, ed anche gli stessi commerci non sono poi cosi liberi”. Cinque anni dopo le ombre sono le stesse. Come le luci però: “In termini di commercio globale i consumatori di tutto il mondo ci hanno guadagnato con i prodotti cinesi a basso costo. E la crescita cinese ha creato un mercato enorme per l’export degli altri paesi”. Voto finale? “Dopo l’ingresso della Cina nel Wto siamo tutti più ricchi: ma i legislatori cinesi hanno bisogno di crescere. I loro trucchetti stanno facendo male ai loro stessi consumatori e stanno rafforzando il protezionismo all’estero. Il che potrebbe trasformarsi in un autolesionismo economico di dimensioni epocali”.

Il giudizio, purtroppo, vale ancora. Con l’aggravante che l’autolesionismo, adesso, è globale. L’ex bambino è davvero cresciuto: ma non è che è cresciuto così tanto che sarebbe meglio non farlo arrabbiare?

Angelo Acquaro

La Repubblica 11 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/12/11/news/la_cina_festeggia_15_anni_nel_wto_ma_sul_commercio_e_guerra_globale-153821488/

Euro forte e surplus Ue: il virus ….

Se c’è un nesso fra la faticosa ripresa dell’area euro e la diffidenza che circonda le sue banche, è in un passaggio comparso ieri a pagina 177. Non se ne parla quasi mai. Di rado qualcuno controlla il contenuto di quella riga, nelle previsioni economiche che la Commissione Ue presenta ogni pochi mesi. Eppure è il più esplosivo, letteralmente, perché parla della posizione dell’eurozona verso il resto del mondo. E aiuta a capire perché l’Italia, la Spagna o la Germania non riescano proprio a scrollarsi di dosso la minaccia di una corrosiva deflazione dei prezzi; e perché molte banche non ce la stiano facendo a guadagnare abbastanza da risanare i bilanci impiombati dall’eredità della recessione.

Il saldo delle partite correnti – gli scambi di beni, servizi, interessi e dividendi – è probabilmente il teatro della metamorfosi più radicale che la zona euro abbia conosciuto da prima a dopo la crisi. Quel dato resta inchiodato in un segno più anno dopo anno. In una prima fase la sua graduale trasformazione ha aiutato a tamponare le ferite aperte in Spagna, in Grecia o in Italia. Da qualche tempo però questo numero nascosto a pagina 177 di un rapporto di Bruxelles alimenta la deflazione, rende più fragile la ripresa e erode il terreno su cui poggiano le banche. Quelle tedesche tanto quanto le italiane, come si è visto ieri quando il titolo di Unicredit ha perso il 4,6%, Mps il 7,5%, Deutsche Bank il 5,9% e Commerzbank l’8,3%.

Quel dato sulle partite correnti è esplosivo semplicemente perché è così che è andata in questi anni. È deflagrato. L’attivo dell’area euro verso il resto del mondo era di 34 miliardi nel 2009, ma da allora ha preso a crescere fino a moltiplicarsi per undici. Per quest’anno la Commissione Ue prevede che sfiorerà i 400 miliardi di euro – il 3,3% del reddito dell’area – e anche nel 2017 salirà. È una delle poche revisioni al rialzo che Bruxelles abbia presentato ieri. Ed è ormai una distorsione di fondo nell’economia globale, per la carenza di investimenti e consumi degli europei e non per eccesso di export.

La Germania contribuisce per circa due terzi al surplus dell’area: il suo attivo delle partite correnti è cresciuto negli anni della crisi da 144 a 265 miliardi. Quasi tutto questo saldo attivo tedesco è ormai realizzato fuori da Eurolandia e resta su livelli tipici, di solito, di una monarchia petrolifera del Golfo. Contribuiscono agli squilibri però anche l’Italia (passata da un deficit di 30 miliardi a un surplus di 35) o la Spagna.

L’effetto è determinante quanto nocivo, per le banche così come per l’occupazione. Quell’eccesso di surplus smonta in modo subdolo ciò che la Banca centrale europea sta cercando di costruire con le misure di emergenza degli ultimi due anni contro l’avvitamento dei prezzi.

Un attivo delle partite correnti da 400 miliardi l’anno significa che ogni mese, in media, oltre 30 miliardi in più affluiscono verso l’euro rispetto alla liquidità in uscita dall’area. Sono gli acquisti di beni europei all’estero, ma soprattutto sono i mancati acquisti di beni di consumo o investimento degli europei dal resto del mondo. Il risultato è un costante, strutturale eccesso di domanda internazionale di euro, giorno dopo giorno. Si spiega così che la moneta unica si sia rivalutata del 9% sul dollaro negli ultimi cinque mesi (ieri a 1,15 dollari). È successo malgrado un tasso di crescita un terzo più veloce negli Stati Uniti rispetto all’Europa. È successo, soprattutto, anche se la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse americani mentre la Bce faceva l’opposto: ha spinto gran parte dei rendimenti del denaro in Europa sottozero, e ha inondato l’economia di moneta sempre più abbondante. Ma proprio la rivalutazione dell’euro favorita dal surplus esterno è una potente spinta in senso opposto: spinge l’inflazione verso lo zero (e sotto), perché riduce i prezzi dei beni importati e rende più costoso e scarso l’export e l’occupazione che vi è dietro.

Un malessere del genere ha preso anche in Giappone: la banca centrale di Tokyo continua a iniettare liquidità nel sistema, ha portato i suoi tassi sotto zero, eppure lo yen si sta rivalutando sul dollaro (anche) perché il surplus esterno del Paese è alto e in crescita. Forse è il destino di società con molti anziani, poco propensi a consumare e meno ancora a investire. Di certo, è un virus subdolo che colpisce in primo luogo le banche. Quando un’economia prende questa forma – eccesso di risparmio, moneta cronicamente forte, prezzi gelidi – i tassi d’interesse si adeguano. Cadono verso lo zero anche sulla lunga durata. Oggi i titoli di Stato tedeschi a 10 anni rendono lo 0,2%, i giapponesi sono addirittura negativi. Le banche non guadagnano, perché non c’è margine di interesse sui prestiti estesi ai clienti. Si sviluppano così nel tempo gli istituti-zombie, per inedia di profitto in un ambiente deflattivo di consumi insufficienti e eccesso di risparmio inerte. Ieri la svizzera Ubs e la tedesca Commerzbank hanno trasmesso uno choc ai mercati quando hanno comunicato risultati dei primi tre mesi 2016 molto al di sotto delle attese. Di colpo gli investitori si sono ricordati che le banche sono fragili anche in Germania, benché in Italia lo siano di più. Due Paesi simili più di quanto pensino, dopotutto.

Euro forte e surplus Ue: il virus che colpisce banche e lavoro

Federico Fubini Corriere della Sera  4 maggio 2016

http://www.corriere.it/economia/16_maggio_03/euro-forte-surplus-ue-virus-che-colpisce-banche-lavoro-c57f62a4-116f-11e6-950d-3d35834ec81d.shtml

Qui, Quo, Qua e la Paperopoli dell’inflazione

iflquiCome Qui, Quo e Qua le inflazioni più importanti in questo momento sono tre e non soltanto una. Ciascuna di esse, con la stessa saggezza dei tre nipotini di Paperino, ci può dare delle indicazioni utili su quale strada di politica economica imboccare.

Il primo indicatore dell’inflazione è quello dell’andamento dei prezzi al consumo: si tratta del termometro più vicino alle tasche della gente comune, dal dentrificio al pane al telefonino. Ebbene qui andiamo male: la crescita dello scorso anno è stata dello 0,1 e quella prevista dal Def per questo è dello 0,2 per cento. Significa che i consumi, nonostante la cura del bonus di 80 euro che pure ha agito, non hanno avuto la forza di spingere i prezzi. Il suggerimento dice: più soldi nelle tasche della gente. Come? Una strada può essere quella del rinnovo dei contratti, stagione aperta in grande stile dalla vertenza dei metalmeccanici: ma purtroppo non ci sarà da aspettarsi molto, perché le imprese hanno compresso i margini di guadagno. Lo dimostra proprio il basso andamento dei prezzi nel 2015: le aziende, strette dalla concorrenza, hanno tagliato i listini rinunciando per la prima volta ad incamerare i vantaggi della forte discesa delle materie prime. Dunque è bene che il governo, come ha annunciato, continui a lavorare su taglio delle tasse e bonus per le famiglie.

Il secondo indicatore, è il deflatore del Pil. Questo ci da la misura dell’aumento di tutti i prezzi del sistema-Italia, non solo di quelli pagati dai consumatori. E’ più alto dell’inflazione al consumo ed è stato fissato all’1 per cento: sommato al Pil reale, cioè al netto dell’inflazione, dà il Pil nominale. Cruciale perché è il denominatore di tutti i parametri di Maastricht: se l’inflazione è bassa, la crescita del Pil nominale è bassa e il rapporo debito-Pil non scende. Nell’audizione sul Def la Banca d’Italia ha portato un esempio clamoroso: la stagnazione del prodotto “nominale” ha fatto crescere di un terzo il rapporto debito-Pil dal 2007 ad oggi; la crescita si sarebbe limitata a soli tre punti percentuali se il Pil nominale fosse salito sulla spinta di una inflazione in linea con l’obiettivo dell’Euroarea, dunque il 2 per cento. Dunque: attenzione.

Il terzo saggio fratellino, che dovremmo abituarci a seguire, è l’andamento della componente di fondo dell’inflazione, quella che viene definita “core”, e che è cruciale perché propone un dato depurato dagli aspetti “volatili”, come i beni alimentari e i prezzi dell’energia, che oggi scendono in buona parte per motivazioni geopolitiche. Questo dato è più ottimistico degli altri: ad esempio per l’Italia si stima una crescita dell’1,1  per cento per quest’anno perché l’indicatore non viene trascinato verso il basso dai prodotti energetici a buon mercato. L’inflazione “core”, in sintonia con quanto accade nell’Eurozona, ci deve disporre verso una maggiore fiducia perché vuol dire che il quantitative easing raggiunge qualche risultato. Le tre inflazioni, come i tre fratellini, seppure con ordini di grandezza diversi ci dicono che l’inflazione a Paperopoli non è ancora quella che la Bce ha promesso. E dunque, contrariamente allo scetticismo del ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, Mario Draghi fa bene a tenere la barra dritta nella sua battaglia contro la deflazione.

Roberto Petrini

La Repubblica 23 aprile 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/04/23/news/qui_quo_qua_le_tre_inflazioni_da_tenere_d_occhio-138200675/?ref=HRLV-4

Il deflatore del Pil

http://www.treccani.it/enciclopedia/deflatore-del-pil_(Dizionario_di_Economia_e_Finanza)/

 

Deflazione, la malattia delle monete che non trova una cura.

deflaLa temperatura di un corpo umano sano è tra 36 gradi e mezzo e 37. Quando si abbassa sotto quei livelli il corpo diventa debole e progressivamente vengono meno le funzioni vitali. Secondo la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, il tasso di inflazione di una economia sana è tra l’1,5 e il 2 per cento (la definizione ufficiale è “vicino ma inferiore al 2 per cento). Quando l’inflazione è più bassa il corpo dell’economia diventa debole e poco reattivo. È questa la ragione per la quale il mandato delle banche centrali è utilizzare le politiche monetarie per garantire quella soglia

L a cura per contenere l’inflazione è nota ed è stata più volte testata: aumentare i tassi di interesse e ridurre la liquidità del sistema. Sappiamo che funziona, anche se gli effetti collaterali, soprattutto in termini di disoccupazione, sono pesanti. La cura contro la deflazione invece ha una casistica senza successi.

Dal secondo dopoguerra sino a un paio di anni fa la sola vittima è stata il Giappone, che dall’inizio del millennio ci combatte senza soddisfacenti risultati. La Banca centrale di Tokyo le ha tentate tutte, ha portato i tassi a zero, stampato moneta senza risparmiarsi, comprato titoli di Stato, obbligazioni delle imprese, azioni, ha inondato il mercato di liquidità. Non ha avuto esplosione della spesa pubblica che ha portato il debito del Giappone al 260 per cento del pil. Niente da fare.

Con lo stesso problema ora si stanno misurando la Bce e molte altre banche centrali e la strumentazione è la stessa, tassi a zero o negativi, grande liquidità immessa nel sistema. Non siamo caduti in deflazione ma oscilliamo poco sopra lo zero. In termini di metafora si potrebbe dire che la corda (monetaria) si tira ma non si spinge.

Deflazione vuol dire che il denaro aumenta il suo potere d’acquisto e quello che un anno fa potevi comprare con cento oggi lo puoi comprare con 98. Può sembrare una buona notizia per chi ha soldi in tasca ma non lo è: perché quel fortunato signore, che sia unlo potrà avere a 96, il suo denaro non lo spende e non lo investe. L’economia rallenta, per liberare il magazzino i venditori abbassano ancora i prezzi e la deflazione si avvita, i debiti si fanno più pesanti e più difficili da rimborsare, le aziende falliscono, l’economia si fa sempre più debole. Perciò va combattuta come una malattia, quindi ci vogliono una diagnosi e una cura. Un’esperienza del passato che ha qualche somiglianza con quella di oggi non è finita molto bene. Era la fine del XIX secolo e le merci a basso costo che arrivavano dall’America precipitarono l’Europa nella deflazione. Durò parecchio, finchè la corsa agli armamenti di Germania e Regno Unito non dettero una scossa all’occupazione e alla domanda. Si uscì dalla deflazione e si arrivò alla Prima Guerra Mondiale.

Se non è il caso di replicare l’esito, quell’esperienza un po’ ci può aiutare nella diagnosi e forse nella terapia. La causa domestica più evidente della deflazione in Europa sta nel basso utilizzo degli impianti e della manodopera che deriva dal fatto che consumi e investimenti sono fermi dopo alcuni anni di declino. Con tanti disoccupati i salari non salgono mentre i prezzi dei beni in cerca di compratori scendono.

Tra le cause esterne quella che viene sempre citata e che ha certamente un ruolo è il crollo delle materie prime e segnatamente del petrolio. Mario Draghi ha spiegato con la sua geometrica chiarezza come una crisi dei prezzi del barile causata da carenza di domanda influisce sulla inflazione core perchè finisce per determinare una riduzione delle esportazioni nette globali, il che a sua volta porta ad una contrazione degli investimenti. La caduta dei prezzi petroliferi può avere effetti deflattivi anche se è determinata da eccesso di offerta se questi eccessi sono ripetuti e si protraggono nel tempo, perchè abbassano le aspettative di crescita dei prezzi di famiglie e imprese che quindi rinviano acquisti e investimenti.

Ad oggi, sostiene Draghi, ambedue gli effetti sono in atto. Dare però solo al crollo delle materie prime tutta la responsabilità dell’andamento dell’inflazione rischia di portarci fuori strada. Basta guardarsi un pochino indietro per vedere che una correlazione diretta non è scontata: tra il 1999 e il 2007 il prezzo del barile è cresciuto da 18 a 71 dollari, ma in quegli stessi anni l’inflazione globale è scesa dal 6 al 4 per cento mentre la crescita del pil del pianeta è salita dal 3 al 6 per cento. Drogata dal debito, certo, ma il fatto che l’inflazione si sia ridotta di un terzo in anni un cui il ritmo di crescita dell’economia è raddoppiato e il prezzo del petrolio quadruplicato dovrebbe suggerici che già allora, ben prima della grande crisi, erano in azione altre forze. Un primo suggerimento su quali esse siano ce lo dà l’esperienza della fine dell’800, con la prima globalizzazione. Allora furono le merci, soprattutto i cereali, a basso costo in arrivo dall’America a portare la deflazione in Europa. Similmente possiamo dedurre che la seconda globalizzazione, quella della fine del secolo scorso e l’inizio di questo, con l’invasione delle merci a basso costo provenienti dalla Cina e dagli altri paesi emergenti è stato un fattore determinante nel comprimere l’inflazione anche quando in Occidente consumi e occupazione crescevano. Quell’impatto è ancora in atto, ma la globalizzazione questa volta non è la sola forza in azione e neanche la più potente. Accanto infatti c’è la tecnologia. L’automazione della manifattura ha spinto in basso i costi di produzione. Ora siamo nella fase della digitalizzazione, che riduce i costi non solo dei prodotti ma anche dei servizi. Uno degli effetti della digitalizzazione infatti è la disintermediazione: compriamo i libri e molto altro da Amazon e non nei negozi, condividiamo le nostre macchine con Blablacar o quelle a noleggio con il car sharing, usiamo Uber invece dei taxi e per il turismo AirBnb. La ragione del loro successo è che i prezzi di quei prodotti e di quei servizi sono più bassi. L’economia nuova (che contiene anche pezzi di quella vecchia, dai voli di Ryanair ai mobili dell’Ikea) è low cost: dobbiamo rassegnarci, la digital economy e i nuovi modelli di consumo sono deflattivi. Direttamente perchè disintermediando riducono i prezzi, e indirettamente perchè i nuovi modelli produttivi e distributivi almeno per il momento distruggono lavoro, quindi impediscono la crescita dei salari e del monte salari. Poichè la compressione dei prezzi da globalizzazione non si esaurirà nel giro di pochi anni e quella da digitalizzazione durerà ancora più a lungo, allora dovremmo prendere in considerazione la possibilità cambiare prospettiva. Petrolio o non petrolio, la bassa inflazione e forse la deflazione potrebbero non essere congiunturali ma strutturali. Dovuti a un cambiamento profondo del modello economico del quale siamo solo all’inizio e il cui impatto tocca non solo la moneta ma anche la stabilità sociale, politica e geopolitica. Possiamo fare quindi la lista delle “cospiring forces” che ci spingono verso la deflazione: basso utilizzo degli impianti ed elevata disoccupazione (che rallentano investimenti e consumi), crollo delle materie prime che deprimono le aspettative sui prezzi e l’export mondiale, tecnologia e globalizzazione che riducono i costi e i prezzi. A questo punto forse è il caso di porsi un paio di domande. La prima è se dobbiamo ancora concentrare le forze contro la tendenza deflazionistica o piuttosto utilizzare gli strumenti della politica monetaria per conviverci il meglio possibile. La seconda è se possiamo ancora pensare che siano i bazooka della politica monetaria la sola medicina. Rilanciare gli investimenti e redistribuire più equamente il reddito per spingere i consumi sono obiettivi che richiedono politica. Quella senza aggettivi.

Marco Panara

La Repubblica , 22 febbraio 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/02/22/news/deflazione_la_malattia_delle_monete_che_non_trova_una_cura-134029593/

 

Consumatori raggirati”

ryanair-3[1]Per RyanaireDreams e Google ingannano i consumatori perché fanno credere loro di acquistare voli direttamente dalla compagnia aerea. Per questo la low cost di Michael O’Leary ha trascinato davanti all’Alta Corte d’Irlanda i due colossi web per presunta violazione delle leggi a tutela dei consumatori e violazione di marchio commerciale. O’Leary, che ha fatto sapere di scrivere al numero uno di Google Eric Schmidt ogni settimana per girargli le lamentele dei consumatori, ha riferito che la società ne riceve circa mille segnalazioni al mese da parte di passeggeri che hanno prenotato tramite eDreams. Secondo la compagnia aerea, chi cerca Ryanair su Google ottiene a volte come primo risultato una pubblicità a pagamento di eDreams con un link a un “sito

fotocopia con branding identico a quello di Ryanair per raggirare i consumatori”. Ryanair ritiene che si tratti anche di una violazione del codice di condotta di Google.

Tra i punti elencati dal Ceo ( in lingua inglese CEO – Chief Executive Officer , cioè Amministratore Delegato) Ryanair, ci sono le segnalazioni da chi denuncia tariffe pubblicizzate che non esistono con addebiti di costi aggiuntivi senza autorizzazione a chi lamenta che non vengono comunicati ai viaggiatori cambiamenti degli orari dei voli, o ancora a chi riferisce che non vengono completati i pagamenti per i bagagli da imbarcare, il che significa che ai passeggeri viene poi chiesto di pagare di nuovo in aeroporto. “Dobbiamo difendere questi consumatori che sono stati palesemente raggirati”, ha detto O’Leary.

E ancora: il sito di eDreams presenta una fotografia di un aereo di Ryanair e sembra mostrare il brand della compagnia irlandese. Ma in fondo alla pagine una dichiarazione informa che “non c’è alcun legame con il sito ufficiale della compagnia aerea qui sopra menzionata”. Da un sondaggio commissionato da Ryanair e condotto su 2mila adulti, però, emerge che l’82% degli intervistati ritiene che il sito di eDreams sia gestito da Ryanair.

Inoltre, il capo di marketing della low cost, Kenny Jacobs, ha sottolineato che i clienti che prenotano tramite eDreams in media pagano fra il 30% e il 100% in più rispetto al costo sul sito ufficiale della compagnia aerea. Ha aggiunto inoltre che Ryanair è stata in “costante contatto” con Google ma che alle ultime lettere il colosso di Mountain View non ha risposto e non sono state intraprese azioni sufficienti. O’Leary fa sapere che scrive al numero uno di Google Eric Schmidt ogni settimana per girargli le lamentele dei consumatori. “Una volta che passeremo al tribunale immagino che Google cambierà in modo considerevole il modo in cui offre il servizio di pubblicità a pagamento“, ha aggiunto. La compagnia ha fatto sapere che recentemente ha vinto una causa in un tribunale in Germania, che ha impedito a eDreams la “pubblicità ingannevole”, aggiungendo che ha in programma di intraprendere ulteriori azioni legali in Regno Unito, Spagna e Italia.

 

Ryanair porta eDreams e Google in tribunale in Irlanda: “Consumatori raggirati”

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/02/ryanair-porta-edreams-e-google-in-tribunale-pubblicita-ingannevole-consumatori-raggirati/2270518/