L’economia? Va ancora a petrolio

oilQuali sono gli effetti di un calo del prezzo del petrolio? Sono buoni, direte voi che pagate di meno la miscela del motorino (anche il 20% in meno non è male). Ma qui parlo degli effetti a livello dell’economia intera. Saprete che l’Italia non produce petrolio (o ne produce pochissimo) e deve importarlo: quindi, direte, gli effetti sono buoni anche per l’Italia, perché pagherà dimeno (il nostro Paese è il quarto importatore di petrolio al mondo). E qui avreste ancora ragione. Naturalmente, c’è qualcuno in Italia che non sarà contento, come le società petrolifere che faranno meno profitti. Ma non si può fare una frittata senza rompere le uova, e l’importante è che per il resto degli italiani la frittata sia una portata in più. Ma non è ancora questo il problema. Il problema è se il prezzo basso del petrolio sia una cosa buona per l’economia mondiale nel suo insieme. Come fare a saperlo Ogni prezzo è anche un reddito. Quando pagate il pane quel che pagate è un reddito per il fornaio, per il produttore di farina, per il costruttore dei forni o per chi fa la pulizia del negozio del fornaio… Se ogni prezzo è anche un reddito, questo vuoi dire che a prezzi bassi corrispondono redditi bassi. Chi compra petrolio e spende meno avrà più soldi in tasca, ma chi vende petrolio e riceve meno avrà meno soldi in tasca.

Allora l’effetto è zero? Non proprio. Per capire questo punto bisogna passare dai prezzi alle quantità. Quel che importa per l’economia sono i beni e i servizi prodotti, i volumi, il Pil reale, non quello nominale. E il Pil reale dipende quanto la gente (famiglie e imprese) vogliono spendere e spendono, per consumi e investimenti. È la domanda che attiva la produzione. Certo, spendere vuoi dire non risparmiare, e fin da piccoli ci hanno inculcato l’idea che il risparmio è una cosa buona. Ma di troppo risparmio si può anche morire. Keynes scrisse: «Ogni volta che risparmiate cinque scellini togliete a un uomo una giornata di lavoro». Cioè a dire, se i soldi invece di essere spesi sono risparmiati, vengono tolti dalla caldaia dell’economia, il circuito prezzi/ redditi si interrompe. Se adottata su vasta scala, la virtù individuale del risparmio diventa vizio collettivo. Allora, per sapere se un prezzo più basso del petrolio è cosa buona o cattiva, bisogna chiedersi: quale effetto ha il prezzo basso sul totale della domanda? Riflettiamo: il prezzo basso del greggio va a vantaggio dei Paesi consumatori e a detrimento dei Paesi produttori. A questo punto bisogna confrontare le propensioni alla spesa degli uni e degli altri. Se il tipico consumatore di petrolio si trova con cento euro in più in tasca, quanti ne spenderà? E se il tipico produttore di petrolio si ritrova con cento euro in meno in tasca, di quanto diminuirà la sua spesa? In genere i Paesi produttori tendono a risparmiare una parte più grande del reddito rispetto ai Paesi consumatori. Quindi se questi ultimi spendono, mettiamo, il 90% del loro reddito, i cento euro in più che si ritrovano in tasca attiveranno una domanda addizionale di 90.

Mentre, nel caso dei produttori, se questi spendono, mettiamo, il 70% del loro reddito, i cento euro in meno che si ritrovano porteranno a una caduta della domanda pari a 70. Il risultato netto è +20: la caduta del prezzo del petrolio si rivela positiva per l’economia mondiale. Per la stessa ragione, una impennata del prezzo del petrolio è invece negativa. Come successe nelle passate “crisi petrolifere”. La più grossa di queste, nel 1973/74, minacciò addirittura una penuria fisica di petrolio. In effetti, nel dopoguerra, le due crisi più gravi, prima dell’ultima Grande recessione, furono causate dal prezzo del petrolio . Quando invece, come adesso, il prezzo del petrolio crolla,ci sono anche qui dei problemi di altro genere. La penuria lascia il posto all’abbondanza, e questo è un bene. Ma se la discesa del prezzo è troppo rapida si creano grossi problemi in tutto il settore dell’esplorazione, della trivellazione, della raffinazione. E la sospensione degli investimenti in questi settori rischia di portare problemi più in là nel tempo: il prezzo del petrolio può risalire fortemente se non si sono fatti gli investimenti per produrre una quantità adeguata a una domanda che è destinata a risalire man mano che l’economia mondiale cresce. Un altro problema, caro a chi abbia a cura l’ambiente, sta nel fatto che una caduta troppo forte del prezzo del petrolio porta, come detto, a consumare di più di questa fonte energetica inquinante, e a sconsigliare gli investimenti nelle energie “pulite“, da quella solare a quella eolica. E questo non è bene.

Tratto da un articolo di Fabrizio Galimberti sul Sole 24 ore del 1 febbraio 2015

Un anno di Purgatorio

 

purgtAl principio di un nuovo anno pieno di incertezze geopolitiche, le prospettive per l’economia mondiale sono diventate inaspettatamente un pizzico più positive, grazie all’aiuto del crollo recente del prezzo del petrolio.
La congiuntura è sicuramente rosea per gli Stati Uniti, che dovrebbero facilmente riuscire a raggiungere una crescita del 3%, e con poca disoccupazione.
Ci sarà un buon ritmo di espansione anche in Asia, nonostante qualche preoccupazione sull’eventuale rallentamento dell’economia cinese. Il tasso di crescita per Pechino, anche se sta decelerando, dovrebbe arrivare al 7% nel 2015. Il prezzo dell’energia dovrebbe aiutare molto perché la Cina è il più grosso importatore al mondo di petrolio. L’India, intanto, è sotto una nuova e migliorata gestione economica, grazie al suo energico nuovo primo ministro, Narendra Modi, e dovrebbe arrivare a crescere tra il 5 e il 6%.
Solo in Europa, nel Vecchio Mondo, e soprattutto nell’eurozona, le prospettive non sono molto incoraggianti. Nel 2015, in Italia, la gente non dovrebbe percepire una ripresa (anche se potrebbe esserci qualche lieve aumento negli investimenti e consumi) ma piuttosto una sensazione di stagnazione continuativa. Non c’è tanto da festeggiare se l’Italia avrà una crescita tra lo 0,2 e lo 0,5%. La parola stagnazione descrive bene anche un’eurozona che cresce di circa 0,9 punti percentuali, nella quale la Germania non può raggiungere più dell’1% nel 2015 mentre la Francia arriverà a fatica al traguardo dello 0,8.
Quello che potrebbe cambiare lo scenario europeo e migliorare le prospettive in questo Purgatorio che sembra non avere fine sono due variabili: l’effetto della riduzione del prezzo dell’energia e di un deprezzamento o, meglio, di una svalutazione de facto, a mio avviso già in corso, tra moneta europea e dollaro americano.
A livello mondiale, per il Fondo monetario internazionale, il beneficio aggiuntivo del petrolio a 50-60 dollari al barile potrebbe valere una crescita migliorata fino allo 0,8%. In Europa, la riduzione del costo dell’energia per le imprese, se fosse nell’ordine del 40% per tutto il 2015, dovrebbe farsi sentire, e con effetti assolutamente salutari: per le imprese sarebbe quasi come ricevere una sorta di «80 euro». Tutto questo dovrebbe aiutare la crescita italiana. Ma se l’effetto del crollo del prezzo del petrolio è positivo, il costo del rischio geopolitico, come quello che deriva dalle sanzioni contro la Russia e la perdita in termini di commercio tra Mosca e Paesi come Germania e Italia, potrebbe risultare molto negativo. Le stime non sono scientifiche ma si potrebbe immaginare che la guerra economica in corso tra l’Ue e la Russia potrebbe costare in alcuni Stati dell’Ue fino a mezzo punto di Pil, cosa che potrebbe annullare il beneficio derivante dalla riduzione del prezzo dell’energia. Quindi, effetto netto zero.
Se i due fattori, petrolio a basso prezzo e costo geopolitico, si annullassero a vicenda, ci potrebbe comunque essere per l’Ue e per l’Italia un aspetto positivo dovuto al deprezzamento in corso dell’euro contro il dollaro. Se, come sembra probabile, il biglietto verde continuerà a rafforzarsi (poiché l’economia Usa è forte e robusta e la tendenza della Federal reserve è verso un rialzo dei tassi nel 2015) questo potrebbe portare una piccola pioggia di denaro per alcuni imprenditori, per l’export, e potrebbe dare la sensazione nostalgica di una svalutazione della lira, in cui chi vende fuori dell’eurozona potrebbe sentire un effetto positivo del 10 o 15% nel 2015.
Purtroppo, questo effetto salutare si farà sentire quasi solo nel settore del made in Italy, che ammonta a circa 400 o 500 miliardi, ovvero un quarto del Pil. Positivo senz’altro ma non risolve il problema della fievole domanda interna dell’economia italiana. E non risolve il problema che resta sospeso sopra le nostre teste come una spada di Damocle, e cioè il debito pubblico di 2.150 miliardi.
A livello europeo, purtroppo, lo spettro della deflazione è problematico per i Paesi con un livello elevato di debito pubblico. C’è un altro fattore negativo: la probabilità che il governo tedesco resti rigido e rifiuti di incrementare la sua spesa pubblica e gli investimenti per stimolare la propria economia. Un errore. I tedeschi esportano così tanto che forse pensano di potersi permettere di mantenere il rigore a livello interno e approfittare della svalutazione de facto dell’euro. Ma così faranno un danno a se stessi e al resto dell’eurozona; di conseguenza, con la loro crescita di un misero 1% nel 2015, i tedeschi acquisteranno anche meno merci italiane.
L’Europa si trova quindi di fronte un anno di deflazione e stagnazione, e così anche l’Italia. L’anno che ci aspetta potrebbe, per la maggior parte degli italiani, assomigliare agli ultimi dodici mesi. Il tasso di disoccupazione, dovrebbe cominciare a scendere a metà o forse alla fine del 2015, ma lo farà in modo talmente soffice che non si noterà. Contro questo scenario di Purgatorio prolungato, la questione che mi ha sempre spaventato di più è per quanto tempo e in quali condizioni il tessuto sociale italiano possa reggere, dopo anni di scoraggiamento e rassegnazione. Spero che il welfare rappresentato da famiglie estese e altri ammortizzatori sociali possa funzionare bene nel 2015.
Quello che ci attende sarà quindi un altro anno non facile. Ma il 2016 potrebbe essere meglio. Se l’Italia riesce a ritrovare un po’ di domanda interna nel 2015, e se il governo riuscirà ad attivare senza compromessi tutte le riforme messe sul tavolo, allora ci potrebbero essere delle speranze per il 2016. Ma quest’anno, il 2015, sarà ancora un anno di Purgatorio.

Alan Friedman
La crescita Usa, lo sviluppo asiatico e la stagnazione dell’Europa. L’andamento dell’economia nel 2015
Corriere della Sera, 2 gennaio 2015