Il debito scende a febbraio. Undici miliardi in meno

Il debito pubblico scende a febbraio, ma non basta per l’Europa. Rispetto a gennaio Bankitalia ha registrato un calo di 10,7 miliardi, a 2.240,1 miliardi di euro. Un dato positivo ma che rientra nelle normali oscillazioni mensili. Il governo ha infatti già previsto per quest’anno una sostanziale stabilizzazione al 132,5% del Pil (contro il 132,6% del 2016), con una flessione più accentuata a partire invece dal 2018.
Secondo le stime contenute nel Def, la discesa del debito dovrebbe accelerare nel periodo 2018-2020 grazie ad un aumento del surplus primario, che salirebbe fino al 3,8% del Pil nel 2020.
Bankitalia spiega che il debito delle Amministrazioni centrali è diminuito di 11,6 miliardi, quello delle Amministrazioni locali è aumentato di 0,9 miliardi e quello degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.
In ogni caso l’Italia non riuscirà a soddisfare la regola del debito, con la consapevolezza però che una politica economica più restrittiva avrebbe un impatto recessivo per l’economia, ben più grave del mancato pieno rispetto della disciplina europea. L’obiettivo del governo è quindi quello di mantenere un sostanziale equilibrio tra consolidamento e politica economica orientata alla crescita, cercando sempre di mantenere «un’elevata credibilità». Una via stretta, come la definisce Pier Carlo Padoan, che può però portare a forti risparmi sulla spesa per interessi, liberando risorse per la riduzione del carico fiscale e per la coesione sociale. Una considerazione ancora più importante, nota ancora il Tesoro nel Def, alla del probabile esaurimento entro la fine del 2018 del Quantitative easing della Bce.
Il sottile equilibrio tra esigenze politiche e di finanza pubblica è anche quello che dovrà ispirare il programma di privatizzazioni. Il Mef, sotto le pressioni del Pd, ha ridotto i target allo 0,3% del Pil e nel Def non nomina nessuna delle società che finora comparivano nei documenti ufficiali (Poste e Fs). Tuttavia non ha rinunciato al piano che però potrebbe assumere forme che lo stesso Padoan ha definito «originali», a partire dal conferimento di partecipazioni in società strategiche a Cassa depositi e prestiti.

NICOLA LILLO

La STAMPA 15 aprile 2017
http://www.lastampa.it/2017/04/15/economia/il-debito-scende-a-febbraio-undici-miliardi-in-meno-kU5UggeQYZcsFpM7NQig5N/premium.html#acquistaregistraaccedi

Al via le privatizzazioni

Dalle poste al petrolio e al gas, dall’elettronica al controllo del traffico aereo, servizi assicurativi-finanziari per le imprese all’estero, ma anche cantieri navali e stazioni ferroviarie. Sono nove le società che dovrebbero far parte del piano di privatizzazioni del Governo. Sono controllate dal Tesoro, direttamente o tramite Cassa Depositi e Prestiti o Ferrovie, con partecipazioni pubbliche che verranno alleggerite con una dismissione della quota. Ma intanto, si comincia con la messa sul mercato di una quota Poste Italiane e di Enav.

POSTE ITALIANE

ptttIl vecchio ente postale ormai da qualche anno è stato trasformato in una società per azioni, posseduta al 100% dal ministero del Tesoro. Svolge, accanto alla tradizionale attività postale gestita sulla base di un contratto di servizio con lo Stato, anche un importante (e redditizio) ruolo come gruppo bancario e assicurativo. Nel piano del governo si comincia con la dismissione a privati del 30-40% della società, in larga parte a investitori istituzionali.

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ENI

Core business nel petrolio e nel gas: la società guidata da Paolo Scaroni è la prima azienda italiana per capitalizzazione a Piazza Affari, 66,4 miliardi a fine 2012. Un gigante dell’Energia con un fatturato oltre i 127 miliardi alla chiusura dell’ultimo bilancio, presente in 90 Paesi, 78.000 dipendenti. Il Tesoro ha oggi in Eni una partecipazione del 4,34% mentre la Cassa Depositi e Prestiti (all’80,1% del Tesoro) ha una quota del 25,76%.

STM

Leader globale nel mercato dei semiconduttori con clienti in tutti i settori applicativi dell’elettronica, la società di Pasquale Pistorio (oggi presidente onorario) è quotata alle Borse di Milano, Parigi e New York. Nel 2012 i ricavi netti sono stati pari a 8,49 miliardi di dollari. Gruppo italo-francese della microelettronica, con sede a Ginevra, è partecipato indirettamente dal Tesoro tramite la StMicroelectronics Holding N.V. di cui ha il 50% (il restante 50% è del francese Fonds strate’gique d’investissement).

FINCANTIERI

È uno dei gruppi cantieristici più grandi al mondo, erede della grande tradizione italiana in campo navale. Con ricavi a quota 2,4 miliardi nel 2012 con una quota di export oltre il 70%. È controllato da Fintecna (al 100% della Cdp) che ha in portafoglio una quota oltre il 99%.

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GRANDI STAZIONI

Controllata al 60% da Ferrovie dello Stato (al 100% del Tesoro) è la società creata nel 1998 con l’obiettivo di riqualificare, valorizzare e gestire le tredici principali stazioni ferroviarie italiane: oltre 1.500.000 mq di asset immobiliari con più di 600 milioni di visitatori l’anno.

http://www.lastampa.it/2014/01/23/economia/priano-privatizzazioni-ecco-le-societ-coinvolte-l7fxTvznBgZCQremb8GZ1L/pagina.html

Un piano per le privatizzazioni

Le privatizzazioni italiane cominciarono nel 1993 con lo slogan «oltre i Bot i Credit» e la messa sul mercato del Credito italiano, una di quelle che allora si chiamavano «banche di interesse nazionale». Vent’anni dopo si ricomincia. Con un piano che punta a 10-12 miliardi di euro di incassi nel 2014, vendendo quote di 8 società pubbliche. Il ricavato verrà utilizzato metà per ridurre il debito pubblico e per l’altra metà per tagliare il deficit e rispondere così alle critiche della commissione europea che ha ritenuto insufficiente su questo piano la legge di Stabilità. Obiettivo immediato: riguadagnare i margini di flessibilità sulla spesa per investimenti nel 2014 (circa 3 miliardi in più), margini che spetterebbero all’Italia perché è uscita dalla procedura di deficit eccessivo, ma che la commissione è restia ad autorizzare in mancanza di misure convincenti per la riduzione del debito e del deficit, appunto. E così ieri il Consiglio dei ministri, alla vigilia della riunione dell’Eurogruppo alla quale parteciperà il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, ha «ascoltato – come dice il comunicato di Palazzo Chigi – una relazione» dello stesso Saccomanni «sulle privatizzazioni, nella quale è stata affrontata l’opportunità di mettere in vendita quote di società pubbliche senza andare a toccare la quota di controllo delle stesse….

Le otto società interessate dal piano sono: 1) Eni, il gigante del petrolio e del gas partecipato al 30,1% dal Tesoro e da Cdp, la Cassa depositi e prestiti (gestisce il risparmio postale); 2) Stm, holding italo-francese partecipata al 50% dal Tesoro, che controlla StmMicroelectronics, leader nella produzione di componenti elettronici a semiconduttori 3) Fincantieri, tra i leader mondiali della cantieristica, posseduta al 99,3% da Fintecna (Cdp); 4) Cdp Reti, il veicolo di investimento posseduto al 100% dalla Cassa depositi e presiti che ha acquisito l’anno scorso dall’Eni il 30% di Snam (gas); 5) Tag, la società partecipata all’89% da Cdp che gestisce in esclusiva il tratto austriaco del gasdotto che trasporta il gas dalla Russia in Italia; 6) Grandi stazioni, controllata al 60% dalle Ferrovie dello Stato per la gestione delle principali stazioni italiane; 7) Enav, la società per il controllo del traffico aereo al 100% del Tesoro; 8) Sace, gruppo per l’ assicurazione dell’export posseduto interamente da Cdp.

Saccomanni ha precisato che andrà sul mercato il 60% di Sace e di Grandi stazioni (che quindi verrà interamente privatizzata), il 40% di Enav, il 40% di Fincantieri e il 50% di Cdp Reti. Dell’Eni sarà invece ceduta una quota di circa il 3%, ma il Tesoro, precisa una nota del ministero dell’Economia, manterrà comunque «una partecipazione pubblica complessiva al capitale di Eni superiore alla soglia Opa (offerta pubblica di acquisto) del 30%». Questo perché, nel luglio 2012, l’Eni ha deliberato un piano di riacquisto (buy-back) di azioni proprie fino a un massimo del 10% del circolante che, una volta portato a termine, porterà la quota pubblica dall’attuale 30,1% a poco più del 33%. Il Tesoro, insomma, non ha alcuna intenzione di perdere il controllo di una società strategica per gli interessi del Paese come l’Eni…..

http://www.corriere.it/economia/13_novembre_22/tesoro-vendita-quote-eni-holding-reti-f06ef7d6-5349-11e3-91e0-82492dd09bca.shtml

La favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza

cenerentola_106[1]Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse.

Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni.

Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?

La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita.

Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa.

Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.

Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.

Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento del middle class.

La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili.

di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, da Repubblica, 9 luglio 2013

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-disuguaglianze-insostenibili/

Iron Lady

thatcher_E’ morta Margaret Thatcher, primo ministro britannico dal 1979 al 1990, prima e ad oggi unica donna a ricoprire la carica di premier del Regno Unito. Si è spenta a 87 anni, questa mattina, nella sua suite all’Hotel Ritz, nel centro di Londra. Nata il 13 ottobre 1925 a Grantham, nel Lincolnshire, dal 1975 al 1990 è stata anche leader del partito conservatore britannico. ..

Sebbene nel 1990 fosse stata nominata baronessa di Kesteven, la storia ricorderà Margaret Thatcher con un altro titolo: “Iron Lady”, la Lady di Ferro, per la decisione della sua premiership e per la durezza delle sue ricette, in economia come in politica estera, per arginare il declino economico in cui si era avviato il Regno Unito  da qualche decennio e per restituire al Paese un importante ruolo nel  panorama internazionale.

La carriera politica.
Durante il suo primo mandato, dal 1979 al 1983, lady Thatcher,    filo-monetarista, incrementò il tasso d’interesse per ridurre    l’inflazione ed aumentò l’Iva, preferendo la tassazione indiretta a    quella diretta. Interventi che colpirono soprattutto l’industria    manifatturiera, con la conseguenza di un raddoppio della disoccupazione in poco più di    un anno. Nel 1982 l’inflazione tornò a livelli accettabili e il tasso    d’interesse fu abbassato. Nonostante la crescita economica avesse  tratto   giovamento da questi interventi, l’industria manifatturiera  ridusse i   propri utili di un terzo in quattro anni e, nello stesso  periodo di   tempo, la disoccupazione aumentò di quattro volte.

Ma, come e più che nelle ricette economiche, quel primo quadriennio della Thatcher fu caratterizzato dalla fermezza dimostrata nelle crisi. La prima, il 30 aprile 1980, quando un gruppo di sei terroristi arabi  assaltò l’ambasciata iraniana a Londra, chiedendo il rilascio di 91 arabi detenuti in Iran e minacciando di uccidere 26 ostaggi oltre a far  saltare l’edificio. La Thatcher prese il comando  dell’operazione, gestendola in prima persona per cinque giorni, dando infine l’ordine alle teste di cuoio di attaccare: cinque sequestratori furono uccisi, uno catturato. E la sua popolarità crebbe a dismisura……..

La guerra delle Falkland. Nel 1982 scoppia la guerra delle isole Falkland-Malvinas, scaturita dall’occupazione argentina dell’arcipelago – disabitato fino all’arrivo di “coloni” britannici ai primi dell’Ottocento – dopo la rivendicazione territoriale da parte della giunta militare di Buenos Aires. La Thatcher inviò una task force  navale e in breve si riprese le isole, accompagnata dall’ondata di rinato patriottismo nel Regno Unito. …..
Lo sciopero dei minatori. Nel 1984, l’episodio che forse ha segnato indelebilmente il decennio thatcheriano: la prova di forza con il sindacato dei minatori. La Thatcher affrontò di forza la questione sindacale con una legge che rendeva lo sciopero illegale nei casi in cui non c’era l’approvazione a voto segreto dalla maggioranza dei lavoratori. Il confronto raggiunse il suo culmine quando il sindacato dei minatori dichiarò lo sciopero a oltranza per opporsi alla chiusura di molte miniere. In alcuni casi gli scioperanti fecero azioni di picchettaggio, che la Thatcher non esitò a reprimere. E’ di quel periodo la “Battaglia di Orgreave”, scontri violentissimi in cui si fronteggiarono migliaia tra poliziotti e minatori e dove rimasero ferite 123 persone.
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La poll tax. …….., durante il suo terzo mandato la Thatcher accentuò l’ostilità all’integrazione europea, opponendosi al progetto di creare la Ue e una moneta unica. Atteggiamento che portò a una spaccatura nel suo partito. Nel 1989 la sua popolarità iniziò a declinare, sia per la frenata nella crescita economica, sia per la riforma del sistema fiscale, con la quale introdusse la cosiddetta poll tax, uguale per ogni cittadino residente nel Regno Unito, in contrasto con il programma liberista e contestata dalle classi basse. Allo sciopero fiscale contro la misura impopolare parteciparono più di 18 milioni di persone.

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http://www.repubblica.it/esteri/2013/04/08/news/gb_morta_margareth_tatcher-56200919/

Vent’anni: troppe cicale e poche formiche

Se compariamo 20 anni dopo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività, Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, al terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica…..

La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993…

L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila. La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno….

In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia. Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%), ….

Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario ………..

La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35 a metà decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico. Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011). E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perché depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo. ……..

http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/461606/