L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

Sul Pil l’incognita dei «ponti» troppo lunghi

Che ieri in molti abbiano fatto ponte è stato facile accorgersene, almeno nelle grandi città: attività rallentata, poco traffico, molto turismo. Qualcuno il ponte lo allungherà addirittura fino a lunedì primo maggio, mettendosi in ferie mercoledì, giovedì e venerdì. Il ponte dei record corona un anno, il 2017, che sulla carta ne offre molti. Facciamo un rapido elenco: il 6 gennaio, la Befana, è capitato di venerdì; il 25 aprile, appunto, di martedì; il primo maggio sarà un lunedì; il 2 giugno un venerdì; il 29 giugno (San Pietro e Paolo, patroni di Roma) un giovedì; il 15 agosto un martedì; il primo novembre un mercoledì; il 7 dicembre (Sant’Ambrogio, patrono di Milano) un giovedì; l’8 dicembre un venerdì; Natale capiterà di lunedì e così il primo gennaio 2018. Una concatenazione niente male per chi può programmare lunghi week end. Fin qui la buona notizia. Ma l’anno dei ponti avrà effetti negativi sull’economia?

Il governo, nel Def, il Documento di economia e finanza, ha corretto al rialzo le precedenti stime del prodotto interno lordo, prevedendo una crescita dell’1,1% (contro l’1% precedente). Una bella scommessa, considerando che il 2017 avrà già da calendario due giorni lavorativi in meno rispetto al 2016: l’anno scorso, infatti, il primo maggio e Natale erano capitati di domenica. Ora bisogna tener conto che bastano circa tre giorni lavorati in più o in meno a determinare una corrispondente variazione del Pil di 0,1 punti.È questa, in parole povere, la correzione applicata dall’Istat quando tiene conto appunto degli effetti del calendario sull’andamento del Pil trimestrale. Tale correzione invece non viene applicata al dato medio annuale, che è quello che conta. E del resto è giusto che sia così, perché deve restituire la fotografia puntuale dell’anno, con i giorni effettivamente lavorati. Nessuna correzione, inoltre, è prevista in relazione ai ponti perché, spiegano all’Istat, nonostante siano stati fatti studi e approfondimenti anche al livello internazionale, non si è giunti a conclusioni univoche. Bisogna infatti considerare diversi fattori. Durante il ponte alcune attività si fermano o rallentano ma altre subiscono un forte incremento, dal turismo alla ristorazione. Per esempio, in questi giorni, secondo il centro studi di Confesercenti, si sono spostati per vacanza circa 8 milioni di italiani. Inoltre, almeno per quanto riguarda il lavoro dipendente, chi consuma le ferie durante il ponte ne avrà di meno nel resto dell’anno. «Grossomodo i pro e i contro ai fini della crescita si compensano e gli effetti sono minimi», dice Luca Paolazzi, direttore del Centro studi di Confindustria. «L’impatto del ponte me lo aspetto sulla produzione di aprile, ma poi a maggio ci sarà un rimbalzo – aggiunge Fedele De Novellis del centro ricerche Ref -. Il ponte determinerà cioè instabilità sui dati mensili o trimestrali, ma sull’intero anno non mi aspetto un effetto significativo». Tranchant infine Andrea Goldstein di Nomisma: «In Francia ne fanno il doppio di ponti! Non dobbiamo preoccuparci tanto di questo. Mi preoccuperei piuttosto se qualcuno usasse questo argomento per giustificare la bassa crescita dell’Italia». Dove sono altri i fattori decisivi. Non demonizziamo i ponti record del 2017 quindi, anche se certo non autorizzano facili ottimismi sul Pil.

ENRICO MARRO

Corriere della Sera, 25 aprile 2017


http://www.corriere.it/economia/17_aprile_24/sul-pil-l-incognita-ponti-troppo-lunghi-b4dda98c-292a-11e7-a532-a1780cddea55.shtml

Nuove fabbriche: metà in Asia

È l’Asia ad assorbire la maggioranza dei 3.600 progetti industriali in programma nel prossimo futuro ripartiti in 140 paesi del mondo, secondo le stime dell’Osservatorio sugli investimenti, Trendeo, che per la prima volta ha tentato di censire tutte le nuove fabbriche annunciate nel mondo, per un totale di 2.100 miliardi di euro (2.270 mld di dollari) di investimenti complessivi legati, in particolare, ai mega cantieri nel settore dell’energia, piattaforme petrolifere in mare, centrali elettriche, secondo quanto ha riportato Le Monde.
In totale l’Asia (India, Pakitan, Indonesia, Vietnam) attrae il 50% dei progetti industriali mondiali e il 44% dell’ammontare degli investimenti, secondo Trendeo.
Insieme all’Asia, i paesi dell’Europa centrale costituiscono l’altra grande zona che guadagna parti di mercato nella produzione mondiale. Un’espansione legata ai bassi costi dei salari. L’americana Whirlpool delocalizzerà la produzione a Lods, in Polonia, da dove potrà esportare in tutta l’Europa. Axon’Cable per Natale 2018 inaugurerà la sua nuova fabbrica in India, a Bangalore, dopo essere stata in affitto per tanti anni in un edificio industriale sempre a Bangalore.
Insieme alla Cina, l’India è la zona del mondo dove l’industria si sta sviluppando più rapidamente. Le fabbriche qui spuntano come funghi dopo la pioggia. L’India è nettamente in testa alla classifica con 988 progetti, che comporteranno la creazione di 500 mila posti di lavoro. L’India figura tra i grandi paesi che accolgono le nuove fabbriche grazie a progetti lanciati dai conglomerati e dai gruppi energetici locali: Tata, Adani, Vedanta, Indian Oil.
La produzione industriale mondiale oggi ha superato del 16%, in volume, quella del livello pre-crisi del 2008 e mai nel mondo sono stati prodotti così tanti beni, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica dei Paesi Bassi. È cresciuta del 53% in 16 anni. E non ci sono segnali di una inversione di tendenza. Dopo qualche mese di debolezza, verso la metà del 2016 l’industria ha registrato a febbraio la sua più forte espansione da tre anni a questa parte, secondo le rilevazioni di JPMorgan e IHS Markit.
L’industria conosce comunque una crescita più moderata rispetto agli altri settori come quello dei servizi, per esempio. Secondo la Banca Mondiale, l’apporto dell’industria al pil mondiale si è ridotto dal 33,5% al 27,5% in vent’anni. Lo sviluppo dell’industria non ha niente di uniforme e si polarizza su paesi che coniugano due caratteristiche decisive: costi di produzione ridotti e una domanda interna sostenuta.

È il caso della Cina che ha detronizzato gli Stati Uniti come primo paese manifatturiero del pianeta dal 2010, secondo uno studio, pubblicato a gennaio, effettuato dai servizi del Congresso americano e riportato da Le Monde.
La produzione industriale cinese è stata moltiplicata per 2,5 in dieci anni e cresce del 6% l’anno. Centinaia di fabbriche sono in cantiere e tutte sono super tecnologiche come il centro di biotecnologie che Pfizer costruisce a Hangzhou, a 200 chilometri a sud-est di Shanghai. Investendo all’incirca 350 milioni di dollari (322 mln di euro), il campione dell’industria farmaceutica americana produrrà su piazza medicinali biologici meno costosi del 25-30% rispetto a centri di biotecnologie equivalenti che si trovano altrove.
Il rovescio della medaglia è che nella concorrenza tra i paesi per conservare le attività industriali, gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i grandi paesi della zona Euro, Germania compresa, perdono terreno. Ed è anche il caso del Giappone.

ANGELICA RATTI

ItaliaOggi 28 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2166824&codiciTestate=1

Trendeo

http://www.trendeo.net/

Stop al TPP

trumptppDonald Trump si è messo al lavoro: e come primo atto formale della sua amministrazione ha firmato l’ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp, quel Trans Pacific Partnership, accordo di libero scambio con 11 paesi affacciati sul Pacifico che Barack Obama aveva fortemente voluto e che gli erano costati due anni di sforzi diplomatici. Trump lo ha sempre giudicato “pericoloso per l’industria americana”: e nel primo giorno di lavoro dimostra ai suoi supporter di essere alla Casa Bianca per tener fede ad una delle promesse fatte in campagna elettorale. La più facile, in fondo: visto che il Tpp non era mai stato ratificato dal Congresso americano.

Accecato dai flash dei fotografi e sotto lo sguardo evidentemente soddisfatto dei collaboratori, lo stratega Steven Bannon in testa, Donald Trump ha dunque posto la sua firma sotto questo e altri due ordini esecutivi. Che ha poi mostrato a favore di telecamere dicendo: “Stiamo facendo grandi cose per i lavoratori americani”. L’obiettivo della Casa Bianca, ora, è siglare accordi bilaterali con le nazioni asiatiche. Ed è anche un curioso regalo alla Cina, che al Tpp si era sempre fortemente opposta perché tagliata fuori, e adesso può potenzialmente lavorare ad un blocco alternativo, proprio quello che Obama voleva scongiurare. Ha poi firmato l’ordine che congela le assunzioni del governo federale “fatta eccezione per i militari” anche questa, una promessa elettorale cara alla destra. Infine ha reintrodotto il “Mexico City abortion rules” di fatto ristabilendo il divieto di finanziare con fondi federali le Organizzazioni non governative internazionali che praticano aborti: un vecchio braccio di ferro fra conservatori e democratici. Introdotto per la prima volta nel 1984 dai repubblicani, è stato da allora revocato dai democratici e reintrodotto dai repubblicani, a ogni cambio di presidente.

Ma la giornata di Trump era in realtà iniziata ore prima: alle 9 del mattino ha incontrato infatti alcuni big dell’industria americana, gente come Michael S. Dell, capo, dell’omonima compagnia tecnologica, Alex Gorsky di Johnson&Johnson, Jeff Fields di Ford e, unico industriale di Silicon Valley presente, Elon Musk di SpaceX. A loro chiede di aiutarlo a rilanciare l’industria manufatturiera. Chiedendogli di elaborare un piano che stimoli il settore. Nel corso dello stesso incontro, Trump ha minacciato pesantissimi dazi a quelle aziende che sposteranno la produzione fuori dagli Stati Uniti per poi esportare in America Nello stesso incontro Trump ha promesso di ridurre le tasse a società e classe media del 15-20 per cento, contro l’attuale 35: “Tutto quel che dovete fare per aiutarmi – ha detto il Presidente agli industriali – è restare in America. E non licenziare i vostri lavoratori negli Usa”.

Protezionismo che però non sta facendo bene ai mercati: visto che secondo gli analisti l’euro sta consolidandoi guadagni, mentre il dollaro è calato ai suoi minimi da un mese e mezzo, con la valuta a 1,073. Ma Trump insiste: “Taglieremo anche massicciamente i regolamenti, forse del 75 per cento. Aprire una nuova fabbrica, creare un’impresa, sarà velocissimo”.

Anna Lombardi

La Repubblica 23 gennaio 2017

http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/23/news/trump_alza_il_primo_muro_stop_al_tpp_l_accordo_trans-pacifico-156712877/?ref=HREA-1

 

Troppo risparmio pochi investimenti ecco come scatta la trappola-liquidità

staggggSe ne parlerà a Lima, in ottobre, alle riunioni del Fondo Monetario Internazionale, del grave problema di crescita che continua ad affliggere il pianeta.

Non un malanno ciclico. Non il riflesso dell’ennesima crisi finanziaria. Qualcosa di più profondo, che lima al ribasso le progressioni di incremento dei volumi come dei prezzi.

Qualche numero: tra il 2000 e il 2007 il mondo cresceva del nove per cento, crescita reale più inflazione, negli anni di ripresa compresi tra il 2010 e il 2014 il nove è diventato otto. Nel 2015 potrebbe scendere intorno al sei per cento, con tre punti di crescita reale e altrettanti di inflazione. Nei vent’anni finali dello scorso secolo la somma tra crescita reale e inflazione del mondo viaggiava stabilmente su incrementi annui a due cifre. Più di altri, la sindrome decelerativa affligge l’Europa dell’euro. Tra il 2000 e il 2007 crescevamo di oltre quattro punti l’anno. Nel quinquennio 2010-14 siamo scesi sotto il tre per cento. Quest’anno andremo sotto i due punti, affossati da un’inflazione che non riesce ancora a risollevarsi dallo zero. Tra il 1997 e il 2007 il valore corrente del Pil dell’eurozona crebbe da sei a nove trilioni di euro. Dal 2010 ad oggi procediamo lentamente nell’intorno dei dieci trilioni. Più che altre parti del mondo, l’Europa della moneta unica può essere vista come il laboratorio di elezione di quello che gli economisti definiscono come un caso di “secular stagnation”, di stagnazione a lungo termine. Il riferimento è al modello interpretativo elaborato nel 1939 da Alvin Hansen che individua nel formarsi di un cronico eccesso dell’offerta di risparmio sulla domanda di investimenti la causa della stagnazione. Quando viene meno la spinta ad investire tutto il risparmio disponibile, il futuro dell’economia, sostiene Hansen, rischia di divenire una successione di “incerte riprese che muoiono nella loro infanzia e di depressioni che si avvitano su se stesse”. Per sciogliere il nodo della stagnazione servirebbe risparmiare un po’ meno, e, soprattutto, investire molto di più. Non è cosa semplice. Specie quando gli arsenali, convenzionali e non, delle politiche monetarie sono stati già largamente e da tempo utilizzati, i tassi nominali di interesse sono al limite zero della loro escursione e le spinte deflattive impediscono un calo dei rendimenti reali. Ricucire il nesso tra risparmio e investimenti non è facile in un mondo dove il costo del denaro è dappertutto basso, ma il costo del capitale rimane talvolta elevato, specie per le piccole imprese. In un mondo dove continua ad affermarsi una sproporzione dimensionale tra i mille trilioni di dollari della finanza globale e i meno di cento trilioni del Pil del pianeta. La sproporzione di una finanza così abbondante e così mobile rispetto alle assai meno numerose occasioni di investimento produttivo genera volatilità e incertezze che alimentano nuovo risparmio precauzionale e, quindi, nuovi rischi di stagnazione. Per rompere il circolo vizioso occorre scavare a fondo. Per uscire dalla trappola della stagnazione serve agire sulle determinanti di fondo dello sviluppo che si chiamano demografia, innovazione, ambiente. Oltre alle pagine di Hansen si potrebbe rileggere quanto Stanley Jevons teorizzava esattamente 150 anni fa a proposito del carattere paradossale di un modello che ha funzionato per un secolo e mezzo. Nel paradosso di Jevons, a quadrare il cerchio tra risparmi e investimenti e a garantire la crescita è l’apporto virtuoso delle nuove tecnologie. Tecnologie che creano più di quanto distruggono, in termini di consumi come di lavoro, e che riescono a superare i limiti nel prelevamento di risorse dalla demografia e dall’ambiente. Oggi il paradosso jevonsiano della crescita sembra aver perso smalto. La rivoluzione del digitale prefigura dei contraccolpi importanti sui mercati del lavoro. L’invecchiamento delle popolazioni e il cambiamento del clima stringono limiti, di offerta e di domanda, prima molto più laschi. Per rimetterci in moto serve una miscela virtuosa tra riforme strutturali e politiche di rilancio degli investimenti. Da sole né le une né le altre sono sufficienti. Insieme, riforme strutturali e politiche di rilancio sono necessarie per evitare l’insopportabile spreco di un eccesso di risparmio che nell’area euro ogni anno ammonta a più di 200 miliardi di euro, il 2% del Pil. Il dato è contenuto nel recente rapporto del governo francese coordinato da Francois Villeroy de Galhau. Canalizzare queste risorse preziose verso investimenti amici del lavoro come dell’ambiente è un passo da non mancare nella stagione appena aperta dei budget 2016 delle finanze pubbliche europee.

Giovanni Ajassa

Affari & Finanza

(28 settembre 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/09/28/news/troppo_risparmio_pochi_investimenti_ecco_come_scatta_la_trappola-liquidit-123898787/

 

La quarta rivoluzione industriale

quattropuntozeroÈ l’ora di portare Internet nelle fabbriche. Che non vuol dire consentire agli operai di usare Facebook o Whatsapp durante l’orario di lavoro. Vuol dire ripensare le fabbriche con il digitale. E quindi ripensare il modo in cui gli oggetti vengono progettati (su un computer, ovviamente); i primi prototipi realizzati (con una stampante 3D, per esempio); la catena di montaggio monitorata in tempo reale per prevenire guasti tecnici (con dei sensori, molto spesso); i prodotti distribuiti e seguiti nel loro viaggio fino al punto vendita (con dei semplici bollini a radio frequenza, per intenderci); e i comportamenti dei consumatori analizzati in tempo reale (attraverso quello che dicono sui social network, di solito: una messe di dati che servono a capire il gradimento effettivo, eventuali criticità e quindi ricominciare il giro, progettando nuovi prodotti).
Questa rivoluzione è già iniziata e si chiama Industry 4.0 (in Italia, Fabbrica 4.0). È iniziata non a caso in Germania, paese leader in Europa della manifattura. Perché la novità è tutta qui: il digitale non serve più solo a creare prodotti e servizi digitali (siti web e applicazioni per intenderci), ma oggetti.
È il mondo dei bit che entra in quello degli atomi per renderlo più efficiente, produttivo, competitivo. Insomma, ridare slancio all’economia e alla crescita stitica di questi anni. Perciò se il capo di un grande gruppo industriale in Italia vi dicesse — come spesso in effetti dicono — “che mi importa di Internet, io faccio navi”. O auto. O rubinetti. O qualunque altra cosa. Raccontategli la storia dell’Internet dell’industria, che dopo l’Internet delle persone — il world wide web — e l’Internet delle cose — il forno che parla al frigo, per intenderci — , è arrivato per cambiare non solo il modo in cui lavoriamo, ma anche restituirci la prosperità perduta.
Non si tratta solo di slogan. Il digitale invece di rottamare le fabbriche (come qualcuno aveva frettolosamente predetto immaginando un mondo in cui chiunque ormai può farsi una fabbrica in casa o in garage), gli può dare nuova vita. L’esempio più eclatante è forse quello delle stampanti 3D, considerate all’inizio come un oggetto quasi fantascientifico e poi diventate bandiera dei makers e degli artigiani digitali che inventano nuovi prodotti. Ecco, quelle stampanti, che realizzano un oggetto aggiungendo dei materiali invece che sottraendoli (additive manufacturing), portate in fabbrica, consentono di avere dei prototipi con tempi e costi infinitamente ridotti rispetto al passato; e anche, in qualche caso, di realizzare componenti complessi finiti. Per esempio parti dei motori degli aeroplani sono già fatte così e nel 2020 General Electric prevede di realizzare 100 mila pezzi l’anno in questo modo riducendo il peso di ogni singolo aereo di oltre 400 chilogrammi (e quindi abbattendo il consumo di carburante).
Ma uno dei vantaggi più clamorosi della Fabbrica intelligente sarà l’obiettivo “zero downtime unplanned”: cioé il fatto che non accadrà più che la catena di montaggio si fermi per un guasto improvviso visto che una rete fittissima di sensori — il cui costo ormai li rende alla portata di tutti — avviserà in tempo reale i tecnici di una rottura in vista. Perché è importante? Secondo uno studio di General Electric, il 10 per cento dei voli in ritardo dipendono da guasti imprevisti, un problema che ci costa circa 8 miliardi di euro l’anno senza contare il disagio e lo stress di chi viaggia. Per i nostri figli questo problema non esisterà.
Ecco perché la storia appena cominciata è importante per il nostro futuro. In estrema sintesi, è questa. Alla Fiera di Hannover, il più grande appuntamento mondiale di tecnologia industriale, nel 2011 per la prima volta si è parlato della necessità di “computerizzare la manifattura” usando il termine Industry 4.0, diventato poi un mantra; l’anno seguente un gruppo di lavoro guidato dai massimi rappresentanti dell’industria tedesca (Bosch, Siemens, Deutsche Telekom, SAP), ha presentato un pacchetto di raccomandazioni al governo e nel 2013 sono state pubblicate le considerazioni finali.
Che in sostanza dicono questo: la prima rivoluzione industriale nasceva dall’acqua e dal vapore nei sistemi di produzione; poi è venuta l’energia elettrica; infine Internet. Ora siamo nella quarta rivoluzione industriale, ovvero in quel tempo in cui il confine fra il mondo fisico e il digitale sparisce. L’era in cui i bit governano gli atomi. E la fabbrica diventa intelligente.
Se vi sembra che tutto ciò assomigli molto alle profezie dell’economista e futurologo americano Jeremy Rifkin, non siete lontani dal vero. Siamo in quel mondo lì, ma dalle visioni siamo passati alla politica industriale: Industry 4.0 è uno dei pilastri della Germania della Merkel (200 milioni di euro il budget iniziale); negli Stati Uniti di Obama è stata attivata una Smart Manufacturing Leadership Coalition, che mette allo stesso tavolo università, centri di ricerca e grandi aziende per creare standard condivisi; e nel Regno Unito è da poco partito un progetto simile denominato, con una certa ambizione, Catapult.
E in Italia? Stiamo muovendo solo adesso i primi passi. Eppure già nel 2012, piuttosto silenziosamente, era partito il Cluster per la Fabbrica Intelligente che vede già 300 associati, quasi tutti al nord. Insomma, in qualche modo ci siamo anche noi, anche perché, come sostiene il gran capo della Direzione della Commissione Europea sul digitale, Roberto Viola, “essendo l’Italia un paese manifatturiero, questa partita non la possiamo giocare per stare a metà classifica, dobbiamo batterci per lo scudetto”. Visti i ritardi colossali che come paese abbiamo sulla diffusione della banda larga e l’adozione del digitale, l’obiettivo è perlomeno sfidante. Ma vale la pena di provarci. Secondo un recente studio degli economisti di Prometeia, l’effetto delle stampanti 3D sulle piccole imprese artigiane vale una crescita record del fatturato, stimata attorno al 15 per cento. C’è ovviamente un problema di competenze e di nuove professionalità (non a caso il Ministero dell’Istruzione ha promosso il cluster italiano): l’ingegnere meccanico digitale e l’analista di big data da qualche parte dovranno formarsi.
Ma il mondo che c’è in vista non è una fabbrica senza persone, garantisce il capo dell’ufficio studi mondiale di General Electric, Marco Annunziata. Non dovremo fare una gara con le macchine per salvare il posto di lavoro, ma imparare a lavorare con le macchine per lavorare meglio: «Per usare la metafora di un film, non stiamo andando verso Tempi Moderni di Chaplin, ma piuttosto verso Iron Man ».
La quarta rivoluzione industriale
Riccardo Luna
Repubblica 9 settembre 2015

Latouche a Bergamo

decr3es“La globalizzazione è mercificazione”. Peggio: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio“. E ancora: “L’Expo è la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori”. Serge Latouche, francese, classe 1940, è l’economista-filosofo teorico della decrescita felice, dell’abbondanza frugale “che serve a costruire una società solidale”. Un’idea maturata anni fa in Laos, “dove non esiste un’economia capitalistica, all’insegna della crescita, eppure la gente vive serena”.

Di più: la decrescita felice è una delle strade che portano alla pace. E Latouche ne parlerà il 12 maggio al Bergamo Festival (dall’8 al 24 maggio) dedicato al tema “Fare la pace”, anche attraverso l’economia. L’economista francese, in particolare, si concentrerà sulla critica alle dinamiche del capitalismo forzato che allarga la distanza fra chi riesce a mantenere il potere economico e chi ne viene escluso. Ecco perché, secondo Latouche, la decrescita sarebbe garanzia e compensazione di una qualità della vita umana da poter estendere a tutti. Anche per questo “considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio”.

Abbiamo sempre pensato che la pace passasse per la crescita e che le recessioni non facessero altro che acuire i conflitti. Lei, invece, ribalta l’assioma.
Fa tutto parte del dibattito. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti.

Una guerra?
Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E’ una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto. Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali.

Un cambio rotta radicale. Sapersi accontentare, essere felici con quello che si ha non è certo nel dna di una società improntata sulla concorrenza. 
E’ evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che siano anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dalla stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

I consumatori però possono trarre beneficio dallo concorrenza.
Benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

Come si fa la pace?
Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall’invenzione dell’economia. Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati. Abbiamo iniziato noi occidentali, fin dai tempi di Aristotele, creando una religione che distrugge le felicità. Dobbiamo essere noi, adesso, a invertire la rotta. Il progetto economico, capitalista è nato nel Medioevo, ma la sua forza è esplosa con la rivoluzione industriale e la capacità di fare denaro con il denaro. Eppure lo stesso Aristotele aveva capito che così si sarebbe distrutta la società. Ci sono voluti secoli per cancellare la società pre economica, ci vorranno secoli per tornare indietro.

Oggi preferisce definirsi filosofo, ma lei nasce come economista.
Sì, perché ho perso la fede nell’economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l’ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l’equilibrio. E’ una religione occidentale che ci rende infelici.

Eppure ai vertici della politica gli economisti sono molti.
E infatti hanno una visione molto corta della realtà. Mario Monti, per esempio, non mi è piaciuto; Enrico Letta, invece, sì: ha una visione più aperta, è pronto alla scambio. Io mi sono allontanato dalla politica politicante, anche perché il progetto della decrescita non è politico, ma sociale. Per avere successo ha bisogno soprattutto di un movimento dal basso come quello neozapatista in Chiapas che poi si è diffuso anche in Ecuador e in Bolivia. Ma ci sono esempi anche in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna si avvicinano alla strada. Insomma vedo molto passi in avanti.

A proposito, Bergamo è vicina a Milano. Potrebbe essere un’occasione per visitare l’Expo.
Non mi interessa. Non è una vera esposizione dei produttori, è una fiera per le multinazionali come Coca Cola. Mi sarebbe piaciuto se l’avesse fatto il mio amico Carlo Petrini. Si poteva fare un evento come Terra Madre: vado sempre a Torino al Salone del Gusto, ma questo no, non mi interessa. E’ il trionfo della globalizzazione, non si parla della produzione. E poi non si parla di alimentazione: noi, per esempio, mangiamo troppa carne. Troppa e di cattiva qualità. Ci facciamo male alla salute. Dovremmo riscoprire la dieta meditterranea. Però, nonostante tutto, sul fronte dell’alimentazione vedo progressi. Basti pensare al successo del movimento Slow Food.

http://www.repubblica.it/economia/2015/05/10/news/latouche_decrescita_felice-113782708/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Inconsistenze teoriche e limiti pratici della “decrescita felice”

http://www.ilfoglio.it/articoli/2014/10/01/latouche-inconsistenze-teoriche-e-limiti-pratici-della-decrescita-felice___1-v-121483-rubriche_c262.htm

Movimento per la decrescita felice

http://decrescitafelice.it/

Bergamo Festival

http://www.bergamofestival.it/