Senza i consumi dei Millennials non ci sarà ripresa

millllllSi cambia cavallo. Nei dati sui conti economici trimestrali diffusi dall’Istat lo scorso 31 maggio c’è la conferma che a spingere la ripresa dell’economia italiana sono oggi i consumi più che le esportazioni. Nel primo trimestre il contributo alla crescita offerto dalla domanda estera netta – la differenza tra export e import – è stato negativo. Gli investimenti sono rimasti al palo. L’apporto positivo di consumi e scorte ha permesso al Pil di segnare un incremento trimestre su trimestre che conferma la proiezione di una crescita annua dell’ordine di un punto percentuale. L’indebolimento delle esportazioni nette non sorprende. Il commercio mondiale rallenta e le prospettive delle grandi economie extra-europee rimangono relativamente incerte. Il passaggio della barra della ripresa nelle mani dei “driver” domestici rimane, però, altrettanto esposto a rischi che meritano attenzione, a breve come a medio termine.

Due i fattori chiave: i redditi e la demografia. I consumi dipendono dal reddito e dalla propensione a spendere. Per la prima volta dal 2008, nel 2015 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato a crescere di quasi un punto percentuale. Merito della fine del calo dell’occupazione e dei segnali di recupero che ad aprile 2016 portano l’aumento degli occupati a colmare metà della caduta di 1,1 milioni realizzata tra il 2008 e il 2013. A rimettere in moto i consumi è servito tutto, dagli sgravi contributivi alle nuove regole del mercato del lavoro agli 80 euro. Ugualmente, a tonificare il potere d’acquisto delle famiglie contribuisce il lato buono dell’inflazione zero, con le rate dei mutui che diventano più lievi e il pieno di carburante che costa meno di uno o due anni fa. Meno sfiduciati che in passato, gli italiani tornano a spendere, soprattutto nell’acquisto di beni durevoli che nei dati del primo trimestre aumentano di ben sei punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2015. È l’auto la regina della ripresina dei consumi, con le immatricolazioni di nuovi veicoli che continuano a marcare incrementi annui a due cifre. Dopo anni di freno a mano tirato, i consumi ripartono mettendo la prima. Il punto è creare le condizioni perché la marcia prosegua, magari salendo di rapporto. L’approvazione dei target italiani di finanza pubblica per il 2016 da parte della Commissione Europea garantisce un sostegno importante, ancorché misurato, al consolidamento della ripresa dei redditi e dei consumi. Questo nell’orizzonte dell’anno. Ma, oltre il 2016, incombe una sfida ben più impegnativa i cui contorni divengono via via più chiari. È la sfida del cambiamento demografico. Ancora una trentina di anni fa la distribuzione per età della popolazione italiana era graficamente rappresentata da una piramide. Oggi assomiglia a una teiera e nell’arco di un paio di decenni assumerà le forme di un vaso che si allarga verso l’alto. Ancora negli anni Ottanta le età percentualmente più numerose erano quelle giovanili, tra i 20 e i 30 anni. Oggi la pancia della distribuzione è salita tra i 50 e i 60 anni. Alla metà del secolo il baricentro muoverà ancora più in alto. L’Italia invecchia, e deve porsi il problema di invecchiare bene ricucendo in fretta i divari profondi che si sono scavati tra le generazioni. Divari a danno dei giovani, di lavoro e di reddito che più di altri fattori minano il potenziale di sviluppo dell’economia e della società. Altro che “output- gap” e “digital-divide”. Oggi il reddito medio di un membro di una famiglia il cui capofamiglia ha non più di 30 anni è tornato indietro ai valori di quaranta anni fa. Ben diversa e migliore risulta invece la situazione di chi può contare su un capofamiglia ultra-sessantacinquenne o anche solo cinquantenne. Cresce il peso delle famiglie che trovano nelle pensioni la fonte prevalente di reddito, mentre raddoppia rispetto agli anni Ottanta la quota di giovani tra 25-34 anni che vive ancora nella famiglia d’origine. Magra consolazione, la riduzione del numero medio dei figli aumenta la misura dei lasciti. Non è con maggiori eredità che si potranno sostenere i consumi futuri dei “millennials” quando saranno finite le pensioni dei “baby-boomers”. Servono lavoro e lavori nuovi e sostenibili, da creare con l’innovazione, le riforme e il buon senso.

Giovanni Ajassa

Direttore Servizio Studi Bnl Gruppo Bnp Paribas

A&F 13 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/06/13/news/senza_i_consumi_dei_millennials_non_ci_sar_ripresa-141977708/

Un mercato per vecchietti….

suvvvQuesta è una storia di baby boomers che stanno invecchiando e che stanno cambiando le loro abitudini. Cresciuti in un mondo di sogni “a livello asfalto”, oggi quelli nati tra la metà degli anni Cinquanta e Sessanta si ritrovano alle soglie dei sessant’anni con acciacchi vari con cui fare i conti e comunque una voglia intatta di spostarsi e di viaggiare (possibilmente comodi). Nel nostro Paese l’età media, quest’anno, ha toccato i 43,7 anni. Una specie di record europeo. Per fare un esempio, in Francia questo dato è di 39,4 anni, in Germania è di 43,4 e in Svezia è di 41,6 anni. Lo “sboom” delle nascite e anche la crisi economica ha reso l’Italia un Paese quasi sterile che sta invecchiando e che sta cambiando pelle. Non più “Grande proletaria” come raccontava Pascoli, ma Vecchia d’Europa. E questa mutazione sociologica coincide anche con un cambio di abitudini automobilistiche. Berline e sportive appaiono in via d’estinzione, largo, invece, alle macchine alte (con le sedute dei sedili a livello dell’anca) tipo crossover e Suv. E questo tipo d’auto sono anche quelle suggerite dai geriatri. Dice il professor Giuseppe Paolisso, presidente della società italiana di geriatria: «L’auto per chi è in là con gli anni deve essere comoda. L’accesso e la discesa devono essere facili e la visibilità deve essere ottima». Auto senza problemi, dunque. Così, a sud delle Alpi, gli unici segmenti in crescita . ,,,,

È vero anche che gli “anziani” italiani, in questo momento, sono quelli che hanno conservato il maggior potere di acquisto. Il precariato diffuso di chi si affaccia al mondo del lavoro, il basso reddito delle fasce d’età più giovani mette in fibrillazione la situazione economica generale, quindi figuriamoci il mercato dell’auto. Così molti padri e madri comprano l’auto per il figlio e magari se la fanno intestare perché il finanziamento altrimenti non potrebbe partire (in questo è sintomatico l’iniziativa della Hyundai che aveva offerto finanziamenti ai giovani anche con lavoro precario, ma i figli non hanno voluto rinunciare all’aiuto delle famiglie e l’iniziativa non è decollata). I clienti invecchiano e cambiano le richieste di mobilità…..

Assicurare la mobilità a chi ha problemi fisici è uno degli scopi delle auto che si guidano da sole». Questo è il futuro, ma già oggi, il ‘parcheggio automatico’, per esempio, può risolvere molti problemi per chi trova grasse difficoltà a girarsi. …

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/12/01/news/47_8_-101842984/

 

 

Se Pinocchio fosse stato femmina…….

00385310_b[1]Se Pinocchio fosse stato femmina, avrebbe sotterrato, mandandoli in fumo, i suoi zecchini d’oro, come consigliavano il Gatto e la Volpe? E se al posto della banca di investimenti Lehman Brothers fallita clamorosamente ci fossero state le “sorelle” Lehman, le cose sarebbero andate in modo diverso?

Ciò che, forse, caratterizza un genere nei confronti dell’altro è che le donne avvertono meno degli uomini la tentazione di farsi “dominare” dal denaro, farne la misura del valore della cose. Il denaro “rosa” è “un mezzo, non un fine, o segno di successo e di potere – commenta Paola Profeta, docente di Scienza delle Finanze all’Università Bocconi -. Le donne hanno una maggior propensione al risparmio. E un diverso stile decisionale. Tendono, più degli uomini, a utilizzare il denaro per scopi di investimento duraturi, per esempio investendo in capitale umano dei loro figli. Risparmiano per la pensione, per acquistare la casa”.……

“Meno amanti del rischio degli uomini, le donne tendono a privilegiare scelte più prudenti, in tutti i campi, dalla pratica di sport estremi, alle scelte di mobilità geografica, a quelle che implichino rischi per la salute, all’investimento finanziario”, si…………. All’origine ci sarebbero differenze psicologiche: emotività diverse; differenze nella “self confidence”; reazioni emotive diverse di fronte al pericolo: paura, tendenzialmente, nelle donne (sentimento che induce avversione); rabbia negli uomini, che spinge, appunto, al rischio. Le prime avvertono la minaccia, gli altri la sfida, l’opportunità. Il tutto, tradotto in scelte finanziarie, si declina in soluzioni meno “aggressive”. Studi di finanza comportamentale sembrano confermare che uomini giovani che gestiscono fondi tendono a essere più spregiudicati, operando un numero maggiore di transazioni e correndo più rischi. Donne più anziane, avrebbero la tendenza a generare risultati più stabili e migliori.

Come clienti, dicono gli assicuratori, le donne sono più difficili da convincere. Vogliono capire e studiare. La loro diffidenza verso i prodotti finanziari, sarebbe in realtà sana e intelligente prudenza: “Caratteristiche da rivalutare, in tempi di crisi”, sottolinea Profeta.

……

http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-senso-delle-donne-per-il-denaro/

Famiglie: 2 su 3 in difficoltà.

rispLe famiglie italiane hanno sempre più difficoltà a risparmiare e per due su tre il reddito non è sufficiente. I nuclei più vulnerabili sono quelli formati da giovani e da locatari. È questa la fotografia scattata dalla Banca d’Italia in un Quaderno di Economia e Finanza dedicato al risparmio.

Emergono chiari segnali di difficoltà delle famiglie nel riuscire a risparmiare la quantità di risorse desiderata, in presenza di una marcata contrazione del reddito disponibile e del contestuale obiettivo di contenerne l’impatto sul proprio tenore di vita. La quota di famiglie che ritengono di avere effettive possibilità di risparmio si è collocata su livelli storicamente bassi, intorno al 30% dalla metà dello scorso decennio (era sul 50% all’inizio degli anni novanta.

La crisi ha  «comportato una riduzione della propensione al risparmio delle famiglie italiane. Tra il 2008 e il 2010 il tasso di risparmio delle famiglie consumatrici è sceso dal 12,1 al 9,7% del loro reddito disponibile lordo. Nel 1991 il tasso era più del doppio, pari al 23,8%».

http://www.lastampa.it/2013/03/05/economia/crisi-bankitalia-lancia-l-allarme-due-famiglie-su-tre-in-difficolta-8dN8A8YzYREHG8U4n8NF0K/pagina.html