Politiche, ecco come si voterà il 4 marzo

l 4 marzo per la prima volta l’Italia andrà a voto con il Rosatellum, sistema di voto misto che prevede un 36 per cento di collegi uninominali e per la restante parte collegi plurinominali. Nonostante la presenza di collegi uninominali e nonostante la possibilità di unirsi in coalizione, si tratta di una legge elettorale prevalentemente proporzionale.

COME SONO ATTRIBUITI I SEGGI

Per la Camera dei deputati sono istituiti 232 collegi uninominali. Nei collegi uninominali le coalizioni e i partiti che corrono da
soli propongono un solo nome. Chi prende più voti, viene eletto. Gli altri 386 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. Per la ripartizione, conta la percentuale presa dalla lista su scala nazionale. Ogni collegio plurinominale elegge un massimo di deputati in base alla grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea di Montecitorio i 12 deputati eletti all’estero.

Per il Senato sono istituiti 116 collegi uninominali in cui le coalizioni e i partiti che corrono da soli si sfidano con un solo candidato.
Chi vince, viene eletto. Gli altri 193 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. La ripartizione dei seggi, per il Senato, avviene su base regionale. I seggi attribuiti dai collegi plurinominali variano a seconda della grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea i 6 senatori eletti all’Estero.

COME SI VOTA

L’elettore avrà due schede, una per la Camera e una per il Senato. Sulla scheda troverà i candidati al proprio collegio uninominale e i partiti che lo sostengono. A fianco al simbolo del partito, c’è il listino di 3-4 nomi dei candidati nel collegio plurinominale. L’indicazione ufficiale è quella di barrare solo il simbolo del partito scelto. In tal modo il voto sosterrà sia il candidato uninominale sia il partito nella parte proporzionale. Se si barra il nome del candidato uninominale, il voto non viene invalidato ma per il proporzionale viene assegnato in quota parte alle liste che compongono la coalizione a sostegno del candidato uninominale. Si può anche apporre una doppia X sul nome del candidato uninominale e su uno dei partiti che lo sostiene. Non è ammesso, e viene invalidato, il voto disgiunto: non si può cioè votare un candidato uninominale e un partito non collegato a quel nome.

COALIZIONI E PLURICANDIDATURE

La legge elettorale consente che più liste si apparentino per sostenere gli stessi candidati uninominali. Sono ammesse le pluricandidature: ogni candidato può essere presentato dal proprio partito in 5 collegi. Anche chi si presenta nel collegio uninominale può avere il “paracadute” della candidatura in uno o più collegi plurinominali.

LE SOGLIE

Il sistema di voto non prevede un premio di maggioranza. C’è invece una soglia di sbarramento del 3 per cento sotto la quale una lista – apparentata o non – non ha diritto di accesso in Parlamento. Se una lista che corre in coalizione non raggiunge il 3 per cento, ma resta sopra l’1, allora i suoi voti vengono spartiti tra gli altri partiti dell’alleanza. I voti dati a una lista coalizzata che resta sotto l’1 vengono dispersi.

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/come-si-vota-il-4-marzo

Quante leggi elettorali ha avuto l’Italia?

Il 4 marzo, tra quattro settimane, gli italiani voteranno con una nuova legge elettorale. È la quinta legge elettorale approvata dal Parlamento italiano dalla nascita della Repubblica. Ma in realtà solo tre sistemi elettorali sono stati utilizzati fino ad ora: un sistema proporzionale puro, un sistema maggioritario con quota proporzionale (legge Mattarella), un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza (legge Calderoli).

Il quarto sistema, il cosiddetto Italicum, approvato solo per la Camera dei deputati nel 2015, è stato dichiarato in parte incostituzionale nel 2017 e sostituito dalla nuova legge. Il quinto sarà messo alla prova il mese prossimo. L’Italicum è dunque l’unica riforma elettorale rimasta solo sulla carta. E il Parlamento uscente è l’unico che abbia mai votato due riforme elettorali.

Il sistema proporzionale è stato in vigore dal 1946 fino al 1993: gli italiani hanno votato per oltre quarant’anni e a tutti i livelli con un sistema che attribuiva i seggi ai partiti in proporzione ai voti ottenuti. Questo valeva per i Consigli comunali, per quelli provinciali e regionali (dal 1970), per la Camera dei deputati e per il Senato. Vale ancora oggi per le elezioni europee. Alla Camera l’elettore poteva esprimere quattro preferenze. Al Senato esisteva un sistema di collegi uninominali assegnati solo a chi avesse superato il 65% dei voti e in realtà, siccome nessun candidato raggiungeva mai quella soglia, ripartiti in modo proporzionale su base regionale.

Il sistema proporzionale è stato utilizzato per undici elezioni del Parlamento.

Nel 1953 fu votata l’introduzione di un premio di maggioranza per assegnare il 65% dei seggi allo schieramento che avesse superato il 50% dei voti, definito “legge Truffa” dalle opposizioni e cancellato l’anno dopo.

Il sistema maggioritario è stato in vigore dal 1994 al 2005. Nel 1993 un referendum scelse a grande maggioranza (82,7% dei voti sul 77% di votanti, vale a dire il 63% degli elettori) di modificare il sistema di voto per il Senato in senso maggioritario.

Lo stesso anno il Parlamento votò una nuova legge elettorale che introdusse un sistema maggioritario con correzione proporzionale sia per la Camera che per il Senato. Con questa nuova legge il 75% dei seggi veniva assegnato sulla base di collegi uninominali nei quali risultava eletto il candidato più votato, qualunque percentuale dei voti avesse ottenuto. Il restante 25% veniva assegnato ai partiti in modo proporzionale a tutti i voti ottenuti.

Il relatore della legge era Sergio Mattarella, oggi presidente della Repubblica, e per questo il sistema è stato anche chiamato Mattarellum. È stato utilizzato per tre elezioni, dal 1994 al 2001.

Nel 2005 la maggioranza di centrodestra al governo votò una riforma elettorale basata su un sistema proporzionale ma con premio di maggioranza per la coalizione più votata. Relatore della legge era il leghista Roberto Calderoli, ma la legge è nota come legge Porcellum. Il voto avveniva sulla base di liste bloccate, senza possibilità di esprimere preferenze per i candidati. L’assenza di una soglia per far scattare il premio di maggioranza e l’assenza di voto di preferenza sono stati giudicati incostituzionali nel 2013, dopo le ultime elezioni politiche.

Paolo Magliocco

La Stampa, 5 febbraio 2018

http://www.lastampa.it/2018/02/05/italia/politica/quante-leggi-elettorali-ha-avuto-litalia-Gvh52X2Lhy6Ozk7WUQzsuO/pagina.html

I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

Italicum o Porcellum? Quella legge illogica che piace a tutti

È previsione unanime che, salvo miracoli, finiremo col tenerci le due leggi elettorali figlie della Consulta. Voteremo con mezzo «Italicum» e metà «Porcellum». Ma la ragione della rinuncia al modello tedesco dipende solo in parte dai «franchi tiratori» che impazzano alla Camera. Il vero motivo per cui torneremo alle urne con un sistema sbilenco, illogico e destinato a produrre instabilità sta proprio, paradossalmente, in questa sua natura ambigua, incoerente, anche un po’ assurda.
Le contraddizioni denunciate fin qui senza successo dal Presidente della Repubblica hanno la caratteristica di piacere a tutti (tutti tranne, beninteso, che ai cittadini) perché ciascun partito ne ricava una convenienza. Nella patria del Guicciardini, ognuno bada in primis al proprio «particulare».
Per esempio: non muovere foglia va benone a quanti vorrebbero il maggioritario, perché così il «premio» sopravvive alla Camera, dunque chi lì supera il 40 per cento conserva la possibilità (teorica) di conquistare l’intera posta. Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini verranno sicuramente a dirci che sono fiduciosi di potercela fare. Nel nome di questo ipotetico «premio» metteranno in moto tutto l’ambaradan dei candidati premier, dei programmi per governare, delle squadre ministeriali scalpitanti per entrare in azione che avrebbero senso in un sistema maggioritario. Come se, appunto, in Italia ce ne fosse uno.
Ma tenere tutto com’è va bene pure agli altri che stanno preparando l’«inciucio». Calza loro a pennello perché il «premio» è rimasto solo ed esclusivamente alla Camera; per cui avere la maggioranza lì e non anche in Senato sarebbe francamente inutile. Inoltre, superare il 40 per cento sembra più arduo che scalare la parete nord del Cervino. Con l’elettorato diviso in tre, è facile scommettere che nessuno vincerà il «premio», cosicché il sistema sarà tutto quanto proporzionale. Ne conseguirà l’obbligo, all’indomani delle elezioni, di stipulare alleanze con gli avversari che, se venissero dichiarate in anticipo, farebbero perdere un sacco di voti. Ma non ci sarà bisogno di scoprire le carte. L’attuale sistema elettorale è perfetto in quanto permetterà il trionfo dell’ipocrisia: consentirà ai partiti di dire che vogliono vincere da soli e, intanto, di preparare ammucchiate «dopo».
Non finisce qui. Il pessimo sistema in vigore va strabene ai grandi partiti perché a Palazzo Madama vige una soglia talmente alta, l’8 per cento, che mette nell’angolo i «cespugli». Ma centristi e bersaniani si fregano ugualmente le mani soddisfatti perché a Montecitorio la soglia rimane al 3 per cento, dunque «no problem»; e pure al Senato, in fondo, basta coalizzarsi con un partito più grosso per aggirare il problema. La confusione in materia elettorale è manna dal cielo per la Casta: tutti i boss di partito si candideranno come «capilista bloccati» alla Camera, dove questa contestatissima possibilità è sopravvissuta al setaccio della Corte costituzionale. Ma gli anti-Casta a loro volta potranno consolarsi con le preferenze introdotte dalla Corte nell’altro ramo del Parlamento: i candidati gareggeranno dentro circoscrizioni grandi come la Lombardia, il Piemonte, il Lazio o la Sicilia, senza badare a spese per farsi propaganda. E ciò renderà euforiche le Procure della Repubblica che, con le severe normative sul voto di scambio e sul traffico di favori, dopo questo festival di preferenze saranno in condizione di fare autentiche retate. A quel punto sarà felicissimo l’intero popolo italiano, che nella confusione del dopo-voto, potrà confermare tutti i luoghi comuni sulla politica e sui suoi protagonisti. In sintesi: contenti tutti.

Ugo Magri

La Stampa, 15 giugno 2017

http://www.lastampa.it/2017/06/15/cultura/opinioni/editoriali/quella-legge-illogica-che-piace-a-tutti-pt1y2aVsg2tR7QVxFnHnbK/pagina.html

La nuova legge elettorale spiegata nel modo più semplice possibile

Inizierà oggi alla Camera la discussione sulla nuova legge elettorale che, secondo i giornali, dovrebbe essere approvata definitivamente entro la prima settimana di luglio: è la legge basata sul cosiddetto “sistema tedesco”, anche se di tedesco le è rimasto oramai ben poco; una legge proporzionale ma con un macchinoso meccanismo maggioritario di selezione dei candidati.

Chi vince le elezioni?
Il meccanismo della nuova legge elettorale è essenzialmente proporzionale: significa che ogni partito che riesce a superare la soglia di sbarramento – fissata al 5 per cento tranne che per i rappresentanti delle minoranza linguistiche – riceve un numero di seggi proporzionale ai voti che ottiene. Se un partito conquista il 30 per cento dei voti, avrà quindi il 30 per cento dei seggi: o forse qualcosa in più, visto che i voti di chi non raggiunge la soglia di sbarramento vengono redistribuiti tra gli altri partiti. Per i nerd di sistemi elettorali: il sistema di calcolo utilizzato è il cosiddetto “metodo dei quozienti interi e dei più alti resti“.

Come si scelgono i parlamentari?
Per la Camera, l’Italia sarà divisa in 28 circoscrizioni, a loro volta suddivise in 225 collegi. Il Senato sarà diviso in circoscrizioni che corrispondono alle regioni, a loro volta divise in 115 collegi (a entrambi i sistemi si aggiungono la circoscrizione esteri e Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige, che hanno regole speciali).

In ogni collegio ciascun partito candiderà un solo deputato o senatore, il cui nome sarà chiaramente indicato sulla scheda (per questo si chiamano “collegi uninominali”). Una volta contati tutti i voti e stabilito quanti parlamentari spettino a un partito in termini nazionali, i primi a essere eletti saranno i candidati che hanno vinto nei diversi collegi. Per vincere in un collegio basta ottenere un voto in più dei propri avversari. In tutto, quindi, circa 225 deputati su 630 e 115 senatori su 315 saranno scelti tra i candidati nei collegi uninominali (a cui vanno aggiunti quelli dei collegi esteri e di Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta).

Se in base all’iniziale calcolo proporzionale un partito deve ricevere più seggi di quelli che ha già conquistato nei collegi uninominali, si passa a nominare gli eletti nelle circoscrizioni. Per ogni circoscrizione ciascun partito presenta una lista formata da due a sei nomi, che saranno indicati nella scheda separatamente dal candidato al collegio uninominale. In base al numero dei voti ottenuti da un certo partito in una determinata circoscrizione si calcola quanti parlamentari spettano a quel partito. Non sono previste preferenze, quindi se in una certe circoscrizione a un partito spettano tre parlamentari, saranno eletti i primi tre nomi del listino (per questo i listini sono detti “bloccati”).

Se dopo l’assegnazione dei seggi che spettano a un partito in base ai listini avanzano ancora posti, si passa a ripescare i “migliori perdenti” nei collegi uninominali.

È possibile il caso opposto, cioè che un partito vinca più collegi uninominali di quanti seggi gli spettino in base al calcolo proporzionale. In questo caso alcuni dei vincitori dei collegi uninominali, quelli che hanno ottenuto meno voti, non saranno eletti. Visto il numero piuttosto basso di collegi sul totale dei seggi, questo caso viene ritenuto al momento improbabile.

Voto disgiunto e pluricandidature
Ogni elettore ha disposizione un solo voto per la scheda della Camera e uno per il Senato. Votando per un partito, quindi, si vota contemporaneamente per il candidato al collegio uninominale e per il listino bloccato a lui/lei collegato. Non è quindi possibile il voto disgiunto, cioè votare per un candidato diverso da un listino, oppure votare uno solo dei due.

Riassumendo
Il giorno delle elezioni ogni elettore avrà a disposizione due schede: una per la Camera e una per il Senato (se ha più di 25 anni). Su ogni scheda ci saranno un certo numero di rettangoli. In ogni rettangolo ci sarà il nome del candidato del collegio uninominale, il simbolo del partito che lo appoggia e da due a sei nomi del listino bloccato. L’elettore avrà a disposizione un solo voto per ciascuna scheda, con il quale dovrà barrare uno dei rettangoli: si votano tutti insieme partito, candidato e listino. Non è possibile il voto disgiunto.

A seconda di quanti voti un partito raccoglie su base nazionale, si determina a quanti seggi ha diritto. Per determinare quali parlamentari vengono eletti per occupare quei seggi si guarda prima ai vincitori nei collegi uninominali, dove risulta eletto chi prende un voto più dei suoi avversari. Il resto degli eventuali seggi che spettano a un partito viene pescato dai listini bloccati. Non ci sono preferenze, quindi i candidati nei listini vengono eletti nell’ordine in cui compaiono sulla lista.

Il Post, 6 giugno 2017

http://www.ilpost.it/2017/06/06/legge-elettorale-guida-sistema-tedesco/

Legalicum domande & risposte

 Cosa prevede il Legalicum?

Il M5S chiama «Legalicum» il sistema emerso dopo che la Consulta a gennaio ha modificato l’Italicum. La legge elettorale che ne è uscita, valida solo per la Camera, prevede per la prima lista che supera il 40% 340 seggi (su 630). Se nessuna lista supera il 40%, i seggi sono ripartiti su base proporzionale tra le liste che superano il 3%. Il Legalicum mantiene i 100 capilista bloccati già previsti dall’Italicum.
Come si estende il Legalicum al Senato?
Per estendere il Legalicum a Palazzo Madama occorre rispettare la disposizione costituzionale dell’elezione «a base regionale» del Senato. Va individuato un meccanismo per distribuire il premio alla lista vincente su base nazionale in modo «ponderato» a livello regionale, così come l’attribuzione dei seggi alle liste deve essere effettuata nell’ambito di ciascuna regione.
Capilista bloccati: chi è a favore, chi contro?
Quasi tutti i partiti si sono espressi contro i capilista bloccati, in quanto non permettono agli elettori di scegliersi i propri eletti. A suo tempo, durante la trattativa per l’Italicum, i capilista bloccati furono richiesti da Fi: Berlusconi
considera le preferenze come un elemento in grado di alimentar
e la guerra interna a Fi, facendogli perdere la
presa sul partito.
Chi vuole il premio alla lista?
Il premio di maggioranza alla lista è difeso da Renzi, in quanto permette di mantenere la vocazione maggioritaria del Pd, contro le vecchie coalizioni litigiose. Anche i 5 stelle, che non fanno alleanze con altri partiti, sono favorevoli al premio alla lista.
Chi vuole il premio alla coalizione?
A favore del premio alla coalizione è Forza Italia, con l’obiettivo di mantenere aperta la porta all’alleanza con la Lega (che non è disponibile, pena la perdita della sua vocazione identitaria, a confluire in un listone unico). Anche i centristi sono favorevoli al premio alla coalizione: in questo modo aumenterebbe il loro peso politico e i grandi partiti avrebbero interesse a coinvolgerli nelle loro coalizioni per conquistare il premio di maggioranza.
Quali sono le soglie di sbarramento richieste dai singoli partiti?
I grandi partiti, Pd, M5S, Fi e anche la Lega, sarebbero avvantaggiati da un innalzamento dal 3 al 5% dello sbarramento attualmente in vigore alla Camera. I piccoli partiti, dai centristi a Mdp, si oppongono a una misura che rischia di tagliarli fuori.
Qual è la posizione dei partiti sui collegi?
I collegi del Mattarellum piacciono a Pd e Lega, perché permettono agli elettori di controllare i propri eletti. Ma sono osteggiati da Berlusconi, secondo cui i candidati di Fi sono svantaggiati rispetto a quelli del Pd, che hanno un maggiore radicamento sul territorio. I collegi non piacciono neanche al M5s. 

Il Sole 24 ore, 11 maggio 2017


Il valzer dei sistemi elettorali cinque leggi in undici anni

sisteneketTogli le preferenze, cancella il proporzionale e metti i collegi uninominali. No, meglio le liste bloccate e il premio di maggioranza. Contrordine, rimetti le preferenze e butta via il premio, si torna al proporzionale. Aspetta, riecco il premio ma con il ballottaggio. Fermi tutti, niente ballottaggio. L’elettore italiano è senza alcun dubbio il più esperto del pianeta in sistemi elettorali. Li ha sperimentati quasi tutti, ormai: ogni volta che va al seggio gli danno una scheda diversa, e c’è un nuovo meccanismo da imparare. Solo negli ultimi undici anni, per dire, la legge elettorale è cambiata quattro volte, e quasi certamente cambierà ancora prima che si torni alle urne: e così, battendo ogni record, saremmo il primo Paese ad aver avuto tre riforme del voto pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale ma mai applicate: il Consultellum, l’Italicum e il Legalicum (soprannome già appioppato da Grillo al meccanismo sfornato ieri dalla Corte costituzionale). Regole nuove rimaste sulla carta, per quanto solenne.
Ricapitoliamo. Dopo aver votato per più di quarant’anni con il proporzionale, le liste di partito e le preferenze multiple – un meccanismo degenerato con le “quaterne” che garantivano il successo alle cordate di candidati e il controllo scientifico sul voto dei clientes – con il referendum Segni del 1993 gli italiani avevano scelto di passare al sistema maggioritario. E l’anno dopo il Mattarellum consegnò loro un sistema basato sui collegi uninominali a turno unico (come in America e in Gran Bretagna) ma corretto con un quarto di proporzionale, dove i partiti potevano presentare liste corte e bloccate. Finiva dunque la caccia alle preferenze ma cominciava il corso accelerato sul nuovo lessico elettorale, dallo sbarramento allo scorporo, passando per le liste civetta inventate dai partiti per aggirare lo scorporo (funzionarono così bene che nel 2001 Berlusconi ottenne più seggi dei candidati schierati nella quota proporzionale, e a Montecitorio undici seggi rimasero vuoti).
Seguì un lungo e appassionato dibattito sulla necessità di cambiare sistema, e dunque dovemmo imparare i pregi del sistema tedesco e i vantaggi di quello spagnolo, mentre i sostenitori del doppio turno alla francese cedettero il passo ai paladini del modello inglese, l’uninominale secco, che con il referendum del 1999 stava per diventare il nuovo sistema elettorale italiano, avviandoci definitivamente verso il bipartitismo.
Ma mancarono poche decine di migliaia di voti al quorum, e nel 2005 arrivò il Porcellum del leghista Calderoli. Via i collegi uninominali, sostituiti da listoni di partito che l’elettore doveva prendere o lasciare, ma con una novità: il premio di maggioranza. Un rimedio semplice al problema dell’ingovernabilità, che però sembrava congegnato per non funzionare: alla Camera scattava su base nazionale, mentre al Senato veniva assegnato regione per regione, qui al centrodestra e là al centrosinistra. Una legge pasticciata, che per due volte ha fatto vincere Berlusconi ma la terza (2013) non ha fatto vincere nessuno, rendendo obbligatorie le alleanze tra avversari.
Così non è dispiaciuto a nessuno che la Consulta, nel gennaio 2014, lo abbia dichiarato incostituzionale. Però ha abolito il premio di maggioranza e le liste bloccate, sostituendole con il proporzionale e le preferenze. Un ritorno al passato. Prima che si votasse con il nuovo sistema – il Consultellum – otto mesi fa Renzi ha fatto approvare a passo di carica la sua legge elettorale, l’Italicum, che ripescava il premio di maggioranza e riduceva l’elezione automatica ai soli capilista, ma introduceva una novità assoluta per l’Italia: il ballottaggio tra le prime due liste, se nessuno raggiungeva il 40 per cento richiesto per assegnare il premio.
E già ci preparavamo al doppio turno, immaginando di votare per il governo come già facciamo per i sindaci, quando la Corte – per la seconda volta – ha bocciato la legge elettorale. Il doppio turno all’italiana è rimasto dunque in vigore per meno di un anno, senza mai essere applicato nei seggi. E ora abbiamo il Legalicum, che ha corretto l’-I-talicum, che sostituiva il Consultellum, che modificava il Porcellum. Sognando di tornare al Mattarellum.
Sebastiano Messina
La Repubblica 26 gennaio 2017