Quanto sono stupide le famiglie della pubblicità

 
OPPPNon si sa se per realismo o per inclinazione alla caricatura, ma negli spot la famiglia è descritta quasi sempre come un’allegra congrega di citrulli totali. L’ultimo caso vede protagonista uno di quei bambini che, da soli, fanno capire perché la crescita sia ferma a zero. Il ragazzino esce di casa e, non avendo nulla da fare nella vita, pensa bene di fracassare gli zebedei al vicino. Il quale, da par suo, ha una di quelle belle facce tontissime che minano dalle fondamenta le certezze darwiniane.
Il tizio ha comprato un’auto nuova e, giustamente, nel suo piccolo è felice. È qui però che il ragazzino comincia a lavorarlo ai fianchi. Essendo intimamente subdolo, parte con un complimento finto: “Bella questa macchina”. Il tizio con l’auto nuova ci casca e abbassa la guardia: errore gravissimo. Il bambinetto querulo lo crivella con domande drammaticamente petulanti: “Ma si accende da sola? Lo fa il caffè? Il sedile si trasforma in un razzo missile? No? Be’, allora sei uno sfigato”. Ora: in qualsiasi mondo immaginabile, il tizio con l’auto nuova sentirebbe crescere dentro di sé un malsano istinto da Erode e darebbe al bambinetto un calcione in grado di trasportarlo dal giardinetto di casa alla ionosfera. Non nella pubblicità: il ragazzino se la ride, il tizio ci rimane malissimo e va in analisi (anche se lo spot non ce lo mostra). Nel frattempo spunta pure il padre del ragazzino, ovviamente insopportabile come lui. Ha la macchina figa e guarda il vicino come Cacciari guarda la Picierno: a oggi, questo spot è l’unica cosa più tremenda in tivù di Andrea Romano. Ma non è certo un caso isolato.
Gli spot mietono vittime con ferocia inaudita e Bruce Willis sta lì a dimostrarlo. Le famiglie, nelle pubblicità, sono sempre a tavola o davanti alla tivù, a conferma che tra le mura di casa ci si strafoga o ci si rincoglionisce: tertium non datur. A tavola ci si esalta per cose da nulla, tipo il pollo surgelato a forma di fungo atomico. L’esaltazione è tale che, di colpo, tutti comincino a cantare: così, senza senso. Gli basta un sofficino per andare in visibilio: che vite conducono? Che gente è? Che traumi hanno avuto? Peraltro i testi di cotante canzoncine hanno una forza testuale degna di un brano minore di Mariano Apicella; ciò nonostante, l’epifania culinario-musicale è tale da fare apparire come per magia Marilyn Monroe, che subito dopo essersi materializzata è già lì che rimpiange – giustamente – di essere resuscitata per così poco. Non c’è salvezza: se una famiglia non è scema, negli spot non ha spazio. I mariti sono mammoni, vagamente ebeti e oltremodo sbadati. Quando vanno a fare la spesa, neanche riescono a comprare due gocciole come si deve ma hanno bisogno della badante suocera leopardata (perché leopardata? Boh).
Le mogli, dal canto loro, reagiscono a questo trionfo di virilità ingozzandosi di yogurt e facendo dissertazioni sulla regolarità intestinale, che come noto è una cosa che erotizza i maschi tantissimo. Infine, il clou: la colazione. Notoriamente la mattina è il momento in cui a tutti girano le scatole, gli uomini sono stropicciati come una salvietta sporca dell’autogrill e le donne si maledicono per avere sposato cotanti sgorbi. Nella pubblicità, no: tutti ilari, belli e truccati. Attorno a mamma e papà, la prole ride con denti bianchissimi e inzuppa biscotti enormi su tazze che nessuno usa più dai tempi di Tambroni. Il latte schizza ovunque e insozza pure i muri, ma nessuno si arrabbia. Anzi: il papà è orgoglioso del disastro e la mamma lo esorta a demolire direttamente casa. Tutto ciò giustifica una domanda: siamo davvero così o è così che ci dipingono? Se è la seconda, ribelliamoci. Se è la prima, chiediamo agli alieni di porre fine alle nostre sofferenze.
Andrea Scanzi
il Fatto Quotidiano, venerdì 4 marzo 2016

Noi nudi davanti a Google

imagesXKUThjghGoogle ha un nuovo avversario. Il Parlamento europeo si è espresso a larghissima maggioranza con un parere, non vincolante, affinché le attività del motore di ricerca creato da Larry Page e Sergey Brin vengano separate da quelle di vendita della pubblicità. L’accusa: attraverso le ricerche, Google è in grado di conoscere i nostri bisogni. O meglio, mettendo in fila ciò che cerchiamo ogni giorno sul motore che monopolizza il 90% del mercato, si può arrivare a costruire una sorta di seconda nostra identità.

Ci ritroviamo nudi di fronte ad algoritmi, a formule matematiche. È come se regalassimo, più o meno coscientemente, tutte le volte che interagiamo con la Rete, pezzettini del nostro io. Chi ha in mano i codici per ricomporre questa moltitudine di «Me» virtuali che gli esperti chiamano eufemisticamente «profili», dispone di una merce preziosa. Un valore che fa gola ad aziende e pubblicitari che sempre più vogliono parlare non a comunità indistinte ma a persone, con lo scopo di essere più efficaci nell’opera di persuasione.

Il pronunciamento dell’Europarlamento va così ad affiancarsi all’altra iniziativa del Garante della privacy dell’Unione che ha chiesto a Google, nei giorni scorsi, di estendere il diritto all’oblio per i cittadini a tutte le versioni nel mondo del motore di ricerca e non solo a quelle del Vecchio Continente. Un susseguirsi di prese di posizione e di atti formali che fanno trasparire l’insofferenza europea nei confronti del potere di Google e in generale delle aziende tecnologiche americane. Un’insofferenza resa ancora più palese dall’indagine dell’Antitrust sempre su Google.

Certo, il fatto che da Apple ad Amazon a Facebook, Microsoft, Yahoo, oltre a innumerevoli altre aziende, considerino Google un proprio concorrente, dà la dimensione di quanto la società possa contare su un dominio a tratti pervasivo.
Ma l’insofferenza non deve però mascherare la non volontà o incapacità dell’Unione di riuscire ad agevolare processi e aziende che possano essere competitivi con quelli negli Stati Uniti. Piuttosto c’è da chiedersi se sia normale che l’inchiesta dell’Antitrust europeo relativa a Google duri ormai da 4 anni. La variabile tempo è decisiva nei processi economici.

La società nata attorno a un motore di ricerca nel 1998, veniva quasi presa in giro quando nel 2010 lanciò il suo progetto di auto senza pilota. Oggi i big del settore sono alla sua rincorsa. Larry Page, il fondatore alla guida di un gigante da 55 mila dipendenti, vuole a tutti i costi essere in ogni angolo del futuro prossimo venturo. Anzi, vuole immaginarlo: dalle nanopillole che ingerite renderanno possibile identificare i malanni, ai palloni aerostatici che permetteranno la diffusione di Internet in ogni dove, alle turbine a vento nell’atmosfera, ai laboratori di ricerca che vogliono riscrivere le regole della medicina. Avere mezzi e capacità di visione di tale portata è ammirevole.

Ma proprio da questo nasce la necessità di regole condivise, di grandi scelte che attendono l’Europa sulla privacy, sul fronte dei mercati digitali, sulla neutralità della Rete che sinora sembra aver avvantaggiato solo chi offre servizi e non chi crea infrastrutture. Non ci si può limitare ad alzare la voce sulla privacy o su singoli segmenti di mercato come quello dei motori di ricerca e della pubblicità. A questo dovrebbe servire, e sarebbe molto più corretto, l’Antitrust. Soprattutto se la neocommissaria Margrethe Vestager non attenderà altri 4 anni per sanzionare o meno abusi di posizione dominante.

Daniele Manca

Correre della Sera 28/11/2014

Ue: ok acquisizione WhatsApp da parte di Facebook

La Commissione europea ha autorizzato oggi l’acquisizione del servizio di chat via smartphone, WhatsApp, da parte del principale social network mondiale, Facebook. Secondo gli esperti antitrust di Bruxelles, infatti, l’operazione da 19 miliardi di dollari, non desta preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza in nessuna delle tre aree per le quali è stata condotta un’analisi, e cioè il mercato delle comunicazioni digitali, il mercato dei servizi di social networks, e quello della pubblicità online.

La Commissione conclude che il nuovo gruppo nato dalla fusione dei due giganti della comunicazione online, con centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo, “continuerà a dover far fronte a una concorrenza sufficiente“. Bruxelles, tuttavia, ammette che Facebook potrebbe utilizzare i dati degli utenti di WhatsApp per migliorare i suoi messaggi pubblicitari e potrebbe anche indirizzare tali pubblicità agli utenti di WhatsApp, ma conclude che tali eventuali sviluppi non danneggerebbero la concorrenza nel mercato della pubblicità.

L’Ue, però, mette in guardia da “possibili questioni relative alla privacy che potrebbero emergere dall’accresciuta concentrazione di dati sotto il controllo di Facebook,” ma precisa che tali questioni “non sono di competenza delle autorità antitrust”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/10/03/news/ue_via_libera_ad_acquisizione_whatsapp_da_parte_di_facebook-97224573/

Tra pubblicità e Costituzione

hambCgil e McDonald’s ai ferri corti. McDonald’s promette nuove assunzioni nei prossimi tre anni nel Paese con una campagna pubblicitaria lanciata anche sui quotidiani che parte dalla Costituzione: «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. 3.000 nuovi posti li mettiamo noi». (Guarda il video).

La Filcams-Cgil è andata all’attacco della multinazionale parlando di «utilizzo strumentale e mercificazione di uno dei principi fondamentali dell’ordinamento repubblicano, il primo articolo della nostra Carta costituzionale, derubricato a mero slogan pubblicitario».

La federazione dei lavoratori del commercio della Cgil ha smontato la campagna, sostenendo che McDonald’s Italia si è «sistematicamente sottratta al confronto» sul contratto integrativo aziendale e ha relazioni sindacali a livello nazionale «pressoché inesistenti». E che «il tema della qualità occupazionale in McDonald’s, non altrettanto pubblicizzato, è da anni uno degli assi portanti delle rivendicazioni sindacali: l’80% dei lavoratori, non certo per scelta, ha un contratto a tempo parziale di poche ore settimanali, con l’obbligo di prestare servizio in orario notturno e domenicale/festivo ……

Non ci sta la multinazionale dell’hamburger, che ha parlato di «critiche fuori luogo» e ha sottolineato invece, come i suoi posti di lavoro siano a tempo indeterminato. «McDonald’s sta assumendo, non sta licenziando, quindi ci sorprende e ci dispiace la posizione di Filcams-Cgil», ha affermato l’amministratore delegato di McDonald’s Italia, Roberto Masi. …..

http://www.lettera43.it/cronaca/cgil-contro-mcdonald-s-lavoro-strumentalizzato_4367578974.htm

Babbo réclame

bnLa leggenda più famosa sulla vita di San Nicola (Santa Claus), ricordata anche nel Purgatorio di
Dante (XX, 31-33), racconta di un nobiluomo caduto in disgrazia che si disperava per la sorte delle sue tre giovani figlie per le quali non aveva una dote disponibile. Nicola volle aiutare la famiglia e, per tre notti consecutive,
gettò dentro la finestra del loro castello tre sacchi pieni di monete d’oro. La terza
notte trovando chiuse tutte le finestre Nicola fu costretto ad arrampicarsi sul tetto per
calare le monete giù dal comignolo. L’oro, cadendo, si infilò nelle calze delle fanciulle appese ad asciugare vicino al camino e, da allora in molti paesi è rimasta la tradizione di appendere calze la notte di Natale per ritrovarle la
mattina dopo colme di doni.

Il Babbo Natale vestito di rosso e con la barba bianca è quindi un puro travisamento, un personaggio
inventato. Peggio. Un personaggio da réclame. Sono stati infatti i  pubblicitari della Coca Cola, all’inizio degli anni ’30, a creare l’immagine del
vecchietto sulla slitta, per promuovere la bevanda nei mesi invernali. In particolare il celebre illustratore Haddon Sundblom: fu lui a porre la firma al primo disegno del moderno Santa Claus

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2004/12_Dicembre/13/claus.shtml

40.000 euro per ricordare il gatto

erosIl gatto Eros è ricordato dal suo padrone in un’ intera pagina del Corriere della Sera. Qualcuno si commuove, i più cinici pensano a una trovata pubblicitaria.

   In Rete serpeggia un dilemma che in confronto la futura leadership in Italia è una bazzecola: “chi è il padrone del compianto gatto Eros?” Sicuramente se questi esiste è persona facoltosa, dal momento che ieri per commemorare la dipartita del suo amatissimo gatto Certosino ha acquistato un’ intera pagina del Corriere della Sera . …

L’oggetto del contendere nei social network è non tanto il lecito amore gattesco, che può anche portare a gesti nobili e folli come un costoso paginone su un quotidiano che ha sicuramente il suo bel prezzo, ma se non possa trattarsi piuttosto di una campagna virale, pensata  per pubblicizzare qualcosa di cui avremo presto notizia, ma solo  dopo che il ricordo di Eros ci avrà tutti fatto commuovere.

In realtà l’accostamento classico “Eros-Thanatos” non ha molto convinto, nella sua declinazione felina, i più insensibili alla passione animalista. Per costoro è comunque sembrato un grosso schiaffo alla miseria spendere 40.000 euro per la memoria di un gatto morto, quello che una famiglia media impiega  per sopravvivere svariati mesi.

 

 

http://www.lastampa.it/2012/12/19/blogs/obliqua-mente/una-pagina-di-giornale-in-memoria-del-gatto-morto-VHMQ3Fhj0nEt5AA90o7CkL/pagina.html