Se l’amore è un fattore geopolitico

geopolllIl mondo non risponde più ai comandi. Mai come oggi il potere è disperso in un pianeta senza centro, sovraffollato e turbolento. Certo, l’America resta il Numero Uno per la strapotenza militare,”l’esorbitante privilegio” del dollaro, l’innovazione tecnologica. Ma più che a un sovrano universale, somiglia a un primo della classe annoiato e irritato, preoccupato che meno dotati compagni gli copino il compito e gli rubino il voto. Dopo due decenni di retorica americana della globalizzazione, Donald Trump è più preoccupato di costruire muri e tagliare ponti per difendersi dal mondo che di consolidarvi ed estendervi l’impero americano. Perché «non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». Con ciò il presidente esprime un sentimento diffuso nell’America profonda. Quanto all’altro, originario ceppo dell’Occidente: l’Europa rischia la disgregazione, avviata dal voto britannico sul Brexit. Eppure solo un secolo fa era il centro del potere planetario. Nove decimi delle terre abitate erano rette da europei o loro discendenti. E l’umanità era segmentata in gerarchie razziali, con i bianchi europei in vetta e i neri (allora negri) in fondo all’abisso. Sulla competizione per il potere in questo mondo da sette miliardi e mezzo di anime si concentra a Genova, da domani a domenica, il quarto Festival di Limes. Titolo: “Chi comanda il mondo”. In altre parole: quale potenza dominerà questo secolo – ancora l’America? O toccherà alla Cina? O semplicemente a nessuno?
Vent’anni fa ci veniva spiegato che la storia è finita. Tipica espressione della vichiana «boria dei dotti». Oggi scopriamo che non solo non è finita, ma corre al galoppo. Proprio perché il mondo attuale è fuori sesto, ingovernabile da un solo centro di potere, vale la pena concentrarsi anche sulle passioni che lo agitano. A muovere attori e decisori non è solo né sempre il calcolo dell’utile. Le teorie della scelta razionale, per cui a motivarci è la valutazione dei costi e dei benefici che ci attendiamo dalle nostre azioni, non sono sufficienti a dar conto delle dinamiche geopolitiche che mettono in crisi paradigmi consolidati. Il segnale che ci viene dal Brexit e da Trump, dalle mischie etniche e dalle guerre a sfondo religioso, è che posta geopolitica decisiva è oggi l’identità. E non c’è identità senza amore di sé e della propria comunità: la patria. Altrimenti perché dovremmo distinguerci dagli altri?
Popoli e nazioni, o aspiranti tali, si battono per il diritto a preservare o affermare le rispettive idee di sé. Entriamo nel campo del sentimento. È l’amore per il proprio insieme – e/o l’odio per l’altrui – a motivare gruppi, comunità e nazioni nelle loro battaglie geopolitiche. Quando Trump proclama «Io amo l’America» o Putin si lascia andare alla commossa rievocazione delle glorie russe, in nome delle quali qualsiasi sacrificio è dovere, non è solo propaganda. Senza la sincera adesione a un sentimento patriottico è impossibile mobilitare il consenso necessario a qualsiasi potere, persino – o tanto più – se autoritario.
Ne sappiamo qualcosa noi italiani, usi a relegare l’amor di patria fra le retoriche del passato, con il risultato di renderci istintivamente disponibili alla guida altrui. Espressione di quella «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi» contro cui si scagliava Carlo Emilio Gadda nel suo Giornale di guerra e di prigionia. Non si intende la teoria e la prassi italiana del “vincolo esterno” – ovvero lasciamo che siano i virtuosi europei a imporci le giuste regole da cui spontaneamente scarteremmo – senza considerare questa anti- passione nostrana. Non stupisce che un paese indisponibile a rispettarsi sia poco rispettato. Proprio perché le passioni contano, pesano più che mai nelle opinioni pubbliche e orientano le scelte dei decisori più di quanto essi siano disposti ad ammettere, ne consegue che il mondo attuale è sempre meno prevedibile. Imbracarlo nelle teorie preconfezionate, nei modelli universali significa perderne di vista alcune tendenze di lungo periodo, espresse ad esempio nella letteratura. Si può intendere l’impero russo senza leggere Puškin, quello britannico scartando Conrad o quello americano trascurando il Fitzgerald del Grande Gatsby?
Nella geopolitica delle nazioni contemporanee la potenza dell’amore si rivela, fra l’altro, nel culto del proprio passato. Passione collettiva, non solo individuale. Per cui si riscoprono o si inventano antichissime, epiche genealogie, che confermerebbero il diritto di una comunità a questo o quello spazio. Sono simili passioni a muovere “il desiderio di territorio”, titolo dell’opera pionieristica di uno studioso francese delle identità, François Thual. Quindi anche la volontà di impero, che secondo lo storico americano William Langer – in polemica con le interpretazioni economiciste dell’espansionismo Usa – dimostra «la sopravvivenza nella società moderna di un’esausta mentalità feudal-militaristica, votata alla conquista per la conquista, senza specifico obiettivo o limite».
Questi sentimenti atavici contribuiscono a spiegare lo scarso fascino del cosmopolitismo e delle grandi utopie universali. Difficile amare tutti. Quando il patriottismo va fuori controllo, come capita nelle età di crisi, ne scaturisce il perfetto opposto: il nazionalismo esclusivo, xenofobo, talvolta razzista, che trasforma l’amore di sé in odio dell’altro. Le tracce di questa perversione sono oggi fin troppo visibili. Al potere dell’amore il Festival dedica la serata di sabato. A trattarne, la storica dell’antichità Eva Cantarella, la scrittrice Michela Murgia, il filosofo Umberto Galimberti, l’artista e cartografa di Limes Laura Canali, che insieme a un’antologia di carte geopolitiche espone la sua opera Le ali della farfalla. Per mostrare come «nel minestrone di questo nostro mondo, dove la geografia è il nastro trasportatore, esiste qualcosa di immutato»: i sentimenti che restano, come scriveva Marina Cvetaeva, «sempre uguali a se stessi», perché «ci sono stati ficcati dentro il petto come fiamme di una torcia».

LUCIO CARACCIOLO

la Repubblica 2 MARZO 2017

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LIMESFESTIVAL

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I RISCHI CHE CORRE L’EUROPA

brexityyyIpotizzare il peggio può aiutare ad aguzzare l’ingegno, a ricercare le soluzioni se il peggio si realizzasse. In questo momento, l’Europa è con il fiato sospeso in attesa del referendum britannico del 23 giugno. Ma le tegole che potrebbero cadere in testa all’Europa nel giro di pochi mesi sono due. Nello scenario più cupo, la Gran Bretagna abbandona l’Unione Europea e pochi mesi dopo Donald Trump viene eletto presidente degli Stati Uniti. Se questi due eventi si realizzassero entrambi, l’Europa si troverebbe a fare i conti con un mondo completamente diverso rispetto a quello fin qui conosciuto e dovrebbe molto presto scegliere fra rassegnarsi alla propria definitiva implosione o impegnarsi in una radicale riorganizzazione di se stessa.

Le conseguenze di una vittoria dei fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione — tutti gli osservatori concordano — sono imprevedibili. I danni economici per la Gran Bretagna sarebbero, presumibilmente, ingenti ma lo sarebbero anche per gli altri Paesi europei data la stretta interdipendenza esistente. I danni politici sono ancora meno calcolabili. È vero che l’Unione sarebbe forse tentata di trattare con la massima durezza la Gran Bretagna allo scopo di farle pagare un prezzo economico salatissimo cercando così di scoraggiare il contagio, di rendere il più possibile difficile la vita agli imitatori, a tutti coloro che in giro per l’Unione vorrebbero seguire le orme del Regno Unito.

Èanche vero che la Gran Bretagna non è la Grecia e che colpirla troppo duramente potrebbe rivelarsi un boomerang, provocare danni altrettanto gravi ai Paesi membri, come hanno giustamente osservato Alesina e Giavazzi sul Corriere di due giorni fa.

In ogni caso, le conseguenze di Brexit sarebbero di vasta portata. Il prestigio e la reputazione dell’Unione, già piuttosto bassi di questi tempi, diminuirebbero ancora nel momento in cui uno Stato membro così importante se ne andasse sbattendo la porta. Lungo tutta la loro storia, le istituzioni europee avevano potuto contare sul fatto che i vari Paesi facessero la fila per entrare, non per uscire. Inoltre, la Brexit modificherebbe i rapporti di forza dentro l’Unione facendo venire meno un contrappeso, che comunque esisteva, rispetto alla potenza tedesca. Da ultimo (ma questo pare interessare solo ai pochi europei che ancora hanno a cuore l’economia liberale), verrebbe meno un elemento di resistenza a quegli eccessi di dirigismo economico sempre troppo apprezzati e praticati sul Continente. In ogni caso, la natura dell’Unione cambierebbe.

Ma l’attenzione spasmodica per la possibile tegola numero 1, la Brexit, non dovrebbe farci dimenticare la possibilità che ci arrivi in testa, nel giro di pochi mesi, anche la tegola numero 2. Forse (qualunque europeo dovrebbe augurarselo) Hillary Clinton vincerà le elezioni presidenziali americane. E forse no. Data la scarsa simpatia che l’ex segretario di Stato riscuote persino fra gli elettori democratici, date le affinità di fondo (il comune sentire economicamente protezionista e politicamente isolazionista) che esistono fra l’elettorato che ha votato Sanders e quello che vota Trump, una vittoria finale di quest’ultimo non può essere esclusa.

Fuori dagli Stati Uniti, chi più potrebbe rallegrarsi per il trionfo di Trump sarebbe Vladimir Putin. Trump significherebbe il definitivo affossamento del trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti. Ma significherebbe, soprattutto, l’apertura di una crisi, la più grave da quando l’organizzazione esiste, della Nato. Gli Stati Uniti di Trump pretenderebbero, come egli ha già anticipato, un impegno finanziario assai più ampio dell’attuale da parte dei Paesi membri dell’organizzazione.

Ma l’America ha sempre accettato fino ad oggi di sopportare gli oneri finanziari maggiori in cambio del riconoscimento della sua leadership da parte degli europei. Un diverso atteggiamento significherebbe rinunciare alla leadership. E poiché i Paesi europei membri della Nato difficilmente potrebbero accedere alle richieste americane, la conseguenza sarebbe una crisi del sistema di sicurezza occidentale.

Si sfregherebbero le mani soddisfatti tutti coloro che, da sempre, vogliono sbarazzarsi dell’«impero» americano. Ma si aprirebbe anche una voragine: chi potrebbe, e come, sostituire la Nato come garante della sicurezza europea? Nascerebbe finalmente il famoso «esercito europeo» sognato da sempre dai federalisti spinelliani? Chi conosce lo stato dell’Europa sa che questa è solo un’illusione. In materia di sicurezza, gli europei, senza gli americani, sono in grado di combinare poco o nulla. È anche la ragione per cui Putin brinderebbe a champagne in caso di elezione di Trump. La sua influenza politica sull’Europa (come sul Medio Oriente) si accrescerebbe. I gravissimi problemi economici della Russia non impedirebbero alla più grande potenza militare che incombe sui nostri confini orientali di sfruttare ogni occasione per condizionarci sul piano politico. Per la gioia dei tanti amici europeo-occidentali dell’uomo forte di Mosca.

Già duramente provati a causa dell’incapacità di trovare soluzioni condivise nel governo dei flussi migratori, gli europei si troverebbero a dover fronteggiare la peggiore combinazione possibile: i danni economici e politici provocati da Brexit e l’avvento di un presidente americano isolazionista e protezionista.

Se ci arrivassero addosso tutte e due le tegole, l’Europa continentale dovrebbe decidere in fretta — prossime elezioni francesi e tedesche permettendo — come riorganizzarsi. Si noti per giunta che una riorganizzazione, che a quel punto dovrebbe anche farsi carico della sicurezza (un tema con cui l’Europa, nonostante Maastricht, non ha alcuna dimestichezza) in una Unione resa ancora più «tedesca» di oggi dall’uscita della Gran Bretagna, richiede rebbe di essere condotta con grande tatto e abilità: per non alimentare sentimenti ancora più forti di quelli che già oggi circolano di ostilità per la Germania.

Magari poi il fosco scenario sopra immaginato non si realizzerà. La Gran Bretagna resterà nell’Unione (i fautori del

Remain vinceranno con un buon margine) e Trump verrà sonoramente sconfitto da Hillary Clinton. L’Europa, allora, continuerà a galleggiare restando così come è oggi ancora per un po’.

Angelo Panebianco

Corriere della Sera 16 giugno 2016

Le cinque incognite

euromigrLe sfide dell’immigrazione, fenomeno inevitabile che va governato al meglio. La ripresa che c’è, ma è troppo debole. Le sanzioni alla Russia che vedono l’Unione divisa. E poi due spettri, Grexit e Brexit, e i timori per ciò che potrebbero scatenare. Ecco i cinque capitoli che minano l’Europa.

 

 

 

GREXIT- LE INCERTEZZE DIETRO AL PIANO

Christine Lagarde, direttore del Fmi, non vuol più sentir pronunciare la parola Grexit, sigla che sintetizza la possibilità di uscita della Grecia dall’Unione. Però allo stesso tempo ammette che «la capacità di Atene di promuovere e rivendicare la proprietà delle misure di cui aveva bisogno è stata sopravvalutata». Dal 2010 a oggi la repubblica ellenica è stata spesso sul punto di lasciare il club di Bruxelles, spontaneamente o buttata fuori dai falchi teutonici. Nell’agosto scorso si è disegnato, a fatica, il piano per riportare il paese e la sua economia sul binario giusto. Oggi siamo ancora qui a parlarne, con la liquidità custodita all’ombra del Partenone che basta a rispettare gli impegni, nazionali e internazionali, sino a giugno. E poi? Serve un accordo per erogare il resto dei miliardi stanziati da Bruxelles con la Bce, soldi che potrebbe arrivare a ore, come no. Se si fallisce, può risaltare tutto. Se si ritarda, potrebbero aversi effetti sul referendum inglese e magari scatenare una bella tempesta sovrana che potrebbe indebolire chi ha più debito. L’Italia, per esempio. Livello di rischio: 5 su 10.

BREXIT- IL PERICOLO SGRETOLAMENTO

Si corre sul filo del rasoio. L’ultimo sondaggio diffuso dal Times sostiene che i «sì all’Europa» e «no all’Europa» sono al 39%, con gli indecisi fotografati al 17%. Finale incerto, più che mai. La macchina pro Ue spiega i pericoli dello star fuori a elettori che voteranno più con la pancia che con la testa. Chi vuole un muro in mezzo alla Manica attacca gli sprechi europei e professa le (dubbie) glorie del ritorno alla piena sovranità nazionale. Il Fmi stima che un voto «contro l’integrazione economica globale rischia di bloccare, se non di invertire, il trend del dopoguerra e rapporti commerciali ancora più aperti». Un rapporto Votewatch sottolinea la schizofrenia britannica, raccontando l’isola come lo stato che ha perso più voti in Consiglio dei ministri, ma anche quello che ha appoggiato il 97% delle decisioni; il socio Ue che ha perso potere negli anni in seno all’Europarlamento, ma che ha guadagnato influenza conquistando poltrone rilevanti. L’ipotesi Brexit sancirebbe la mortalità dell’Ue e creerebbe un precedente. L’unione potrebbe spezzarsi o cambiare forma. Ogni scenario negativo diventerebbe possibile. Livello di rischio: 8 su 10.

ECONOMIA – LA RIPRESA DEBOLE

La ripresa c’è, ma è debole. Troppo debole per cambiare gli umori. Nell’Eurozona i disoccupati restano oltre il 10%, ma se si guardano i giovani, sedici paesi dell’Unione passano il 20, con Grecia e Spagna in area 50, e l’Italia non lontana. Chi non ha, dispera di potersi salvare; chi ha, ha paura di perdere la sicurezza. Il populismo costruisce consensi sulla paura e la paura è merce a buon mercato. «I rischi per l’economia continentale sono al ribasso», ammette la Commissione Ue. Si è incrinata la fiducia, per mancanza di politiche, più che per le politiche adottate. È sparita la leadership, ci si è impiccati ai dogmatismi. Il terrore di sbagliare ha tenuto fermi i governi e le soluzioni, creando spazi per chi gioca contro. La Bce si è sostituita alle capitali e non potrà essere per sempre. Occorrono investimenti e sostegni comuni al ciclo che non scardinino i conti pubblici. Senza risposte, senza più soldi in tasca, senza prospettive, i cittadini si rivolteranno contro l’entità che reputano colpevole di tutto ciò. Non il loro governo, bensì i non meglio precisati «eurocrati di Bruxelles». È più facile anche se fa più male. Livello di rischio: 7 su 10.

MIGRAZIONI – OCCHI PUNTATI SULLA TURCHIA

I flussi dalla Turchia alla Grecia sono calati ai minimi. Ma non quelli verso la mezzaluna e intorno al Mediterraneo. La rotta che congiunge la Libia all’Italia è tornata ad affollarsi. La gente continua a scappare dalle guerre e inseguire un mondo migliore, cioè l’Europa. Dall’inizio dell’anno sono arrivate 179.552 persone, due volte la popolazione di Alessandria. L’Ue deve trovare un modo per controllare l’onda e ridurne il peso. Vuol dire mostrare solidarietà, quindi accoglienza. Vuol dire essere responsabili, dunque rispedire indietro chi non ha diritto di restare, e controllare bene le frontiere. Deve funzionare l’accordo coi turchi, costato 6 miliardi e parecchie concessioni in cambio dello stop ai flussi. Se non va, gli sbarchi riprenderanno copiosi, nella nostra penisola come nelle isole greche. Sarà il fallimento del modulo comunitario, probabilmente sancito in tutte le elezioni che verranno dall’estate in poi. L’insicurezza diffusa anzitutto per ragioni economiche, si materializza nella paura dell’altro e del diverso. Se si andrà troppo oltre, l’Europa annegherà nella sfiducia. Livello di rischio: 8 su 10.

RUSSIA – PAESI DIVISI SULLE SANZIONI

Scadono con giugno le sanzioni russe per la guerra civile in Ucraina. L’Ue ha ritenuto determinante il ruolo di Mosca nel generare le turbolenze che hanno scosso l’ordine nell’ex repubblica sovietica e portato al conflitto nelle sue regioni orientali. Per questo ha inferto allo Zar Putin una serie di sanzioni economiche che hanno fatto male alla Russia, non però senza danneggiare alcuni settori interni, come l’agricoltura. Bisogna decidere se rinnovare la linea dura. La condizione per sospendere le sanzioni è che il pieno rispetto degli accordi di Minsk, con il cessate il fuoco e il ritiro dei russi, cosa che non è ancora successa. Gli europei sono divisi: c’è il fronte del dialogo, più o meno scoperto (comprende l’Italia); e c’è quello del «niet», che abbraccia l’intera blocco centrorientale. Litigio in vista probabile, servirà un compromesso davvero abile. L’esito di un litigio non sarebbe mortale, sebbene le ferite potrebbero essere profonde. In particolare nei Paesi che alla parola «Russia» provano un’incontrollabile pelle d’oca. Livello di rischio: 6 su 10.

Marzo Zatterin

Le cinque incognite che mettono a rischio il futuro dell’Unione europea

La Stampa 20 aprile 2016

 

 

Crolla il rublo

images[5]Continua la caduta del rublo, che venerdì mattina in apertura delle contrattazioni ha toccato un nuovo record storico negativo a causa delle sanzioni occidentali per la crisi ucraina e il calo del prezzo del petrolio. Per la prima volta l’euro ha superato il valore di 60 rubli, mentre la valuta di Mosca si indebolisce anche contro il dollaro, fino a un minimo di 48,47. La banca centrale russa, ha di recente alzato i tassi di interesse portandoli dall’8 al 9,5% per arginare la flessione della moneta, mercoledì però ha annunciato che avrebbe drasticamente limitato gli interventi in difesa della valuta nazionale a un massimo di 350 milioni di dollari al giorno per sostenere il rublo. …

http://www.corriere.it/economia/14_novembre_07/crolla-rubo-riunione-d-emergenza-la-banca-centrale-russa-a897fd90-6667-11e4-a5a4-2fa60354234f.shtml