Twitter e Samsung, gli sconfitti digitali: capitali e clienti in fuga

 
 
twwwwNEW YORK L’americano più celebre del momento si sveglia alle tre di notte per inviare dei tweet in cui stramaledice i suoi nemici. L’ossessione compulsiva di Donald Trump è una pubblicità poderosa per Twitter. Eppure non è bastata a scongiurarne la crisi. Twitter è in vendita da mesi ma gli acquirenti scarseggiano. Ieri stando alle voci di Borsa si sono defilati ben tre candidati all’acquisizione: Apple, Google e Disney. Il titolo del social media è caduto ai minimi. Il valore totale di Twitter ai prezzi attuali è sceso a 12 miliardi, aveva raggiunto i 53 miliardi di dollari nel dicembre 2013. Il re è nudo. Quel che dicono i numeri, è molto semplice. La fama di Twitter è legata a due fasce di utenti forsennati: politici e giornalisti. Ma il pubblico in generale non è entusiasta dei cinguettii da 140 caratteri (presto in aumento), né altre innovazioni introdotte di recente hanno migliorato le cose. Il parco utenti langue o cresce a ritmi lentissimi. Soprattutto, Twitter attira relativamente poca pubblicità, che alla fine è quasi sempre la fonte di entrate e profitti per i social media.
Altra storia di una caduta spettacolare, all’altro capo del globo terrestre e in un mestiere tecnologico di natura diversa: Samsung. Il colosso coreano dei telefonini è incappato in un incidente drammatico, che ne sta scuotendo la reputazione. Alcuni suoi smartphone s’incendiano, letteralmente. C’è stata perfino l’evacuazione di un aereo poco prima del decollo, la settimana scorsa qui negli Stati Uniti, su un jet della Southwest Airlines, dopo che il Samsung di un passeggero aveva preso fuoco. Non si tratta di rischi isolati, visto che la casa coreana è stata costretta a ritirare ben 2,5 milioni di apparecchi della serie Galaxy Note 7. Aggiungendo errori su errori, la Samsung prima aveva minimizzato il problema. Poi ha messo in produzione degli apparecchi sostitutivi che a loro volta soffrivano dello stesso difetto. Al punto che molti esperti ora mettono in dubbio la versione ufficiale che incolpava la sola batteria (peraltro prodotta da una filiale del gruppo, la Samsung Sdi). Mentre la casa coreana assicura che sta prendendo “ulteriori misure per garantire qualità e sicurezza”, gli esperti indipendenti sospettano che a provocare gli incendi contribuiscano altri componenti oltre alla batteria. Intanto si moltiplicano gli avvertimenti e i richiami alla prudenza per gli utenti: quegli smartphone si surriscaldano quando li ricarichi, quindi non è saggio lasciarli incustoditi mentre sono attaccati a una presa elettrica, tanto meno se si trovano vicini a materiali potenzialmente infiammabili. Intanto dopo la disavventura della Southwest le compagnie aeree almeno negli Usa s’interrogano sul da farsi: su molti voli ci sono prese a bordo che consentono di ricaricare apparecchi elettronici. Dalle associazioni dei consumatori piovono critiche verso la Samsung, che rifiuta di rimborsare i clienti e offre solo la sostituzione… ma non ha apparecchi validi per farla. Si avvicina il periodo più ricco dell’anno per i consumi, tra il Black Friday (subito dopo Thanksgiving) e Natale, e il gigante coreano ci arriva nelle peggiori condizioni.
Da Twitter a Samsung, le crisi sono di natura molto diversa. Ricordano però una regola aurea dell’economia digitale: la velocità. Anche in epoche storiche molto diverse, il capitalismo era segnato dai cicli, “la distruzione creativa”, i boom e i crac, le bolle e le depressioni. Nell’economia digitale non è cambiata la natura del gioco ma la sua rapidità. Le star che fino a ieri erano in auge possono incappare in incidenti dagli sviluppi repentini e catastrofici. Ci fu un’epoca in Twitter sognava di fare concorrenza a Facebook, ora fatica a trovare un acquirente a prezzi di saldo (forse sarà Salesforce, tirando giù il prezzo). Samsung è stata per alcuni anni l’incubo di Apple, visto che i suoi smartphone costano molto meno degli iPhone e hanno prestazioni eccellenti. Ma gli manca in dotazione l’estintore. E a una catastrofe d’immagine se n’è aggiunta una di relazioni pubbliche, quando l’azienda ha reagito tardi e male.

la Repubblica, martedì 11 ottobre 2016

Federico Rampini

Vestirsi chic costa sempre meno. E’ colpa del liberismo

abbyAltro che Big Mac. Per misurare il Big Bang della rivoluzione dei consumi ci vorrebbe un Big Mart, in omaggio a Walmart, gigante della grande distribuzione. O un Big H&M, in omaggio al genio scandinavo della moda cheap, capace di sfornare raffiche di abiti under 30 (euro) in bella mostra nelle vetrine di Milano o Parigi che fronteggiano le simil gioiellerie dell’alta moda. Sono loro, secondo Freeman – blog culto della liberista Foundation for Economic Education – i protagonisti della rivoluzione che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del costo dell’abbigliamento. Grazie a loro, sottolinea Jeffrey Tucker in un articolo dal titolo “Il dono del mercato: l’abbigliamento a basso costo”, oggi l’umanità per vestirsi può spendere, se vuole, assai meno di un quarto di secolo fa.

Certo, spiega Tucker, nessuno vuole negare a un nuovo ricco, magari russo, il piacere di spendere una fortuna per un abito griffato. Ma la regina della rivoluzione del XXI secolo è la principessa Kate, scoperta (non a caso) per le strade di Londra in gonna scozzese look Zara da 25 sterline. Una rivoluzione che salta all’occhio davanti a un qualsiasi grafico sull’andamento dell’inflazione: fino al 1990 l’indice generale dei prezzi più o meno correva in parallelo a quello del tessile-abbigliamento. Poi, la forbice s’allarga a tutto vantaggio di giacche, pullover e così sia. Non è un caso, scrive Tucker. Nel tessile-abbigliamento non si è quasi sentita, a ogni latitudine, la mano pesante dello stato imprenditore o regolatore, tanto meno la minaccia della politica industriale che tanti danni ha inferto ai cittadini/consumatori. Non è un caso che la rivoluzione della mano invisibile abbia preso corpo, quasi all’istante, con le prime crepe del Muro di Berlino per poi esplodere con il boom dell’economia cinese.

Una rivoluzione cruenta, come era inevitabile: solo il 2,5 per cento degli abiti venduti negli Stati Uniti è oggi interamente made in Usa. Tre aziende americane su quattro hanno chiuso i battenti, i sopravvissuti viaggiano di commesse in Far East da collocare in giro per il mondo nel modo più efficiente tramite Internet. E’ la globalizzazione, bellezza, con il suo frutto più gustoso: la deflazione “buona”, cioè i prezzi che scendono sotto l’incalzare del vento della concorrenza, capace di mandare all’aria gli ostacoli escogitati dagli stati padrone per tassare con vari inghippi i consumatori. Ma a danno dei produttori che, in questo quarto di secolo, hanno più volte gridato al disastro: stiamo distruggendo le nostre imprese, cancelliamo lavoro in patria protetto dalle nostre leggi per favorire lo sfruttamento dei minori in fabbriche infami in oriente. Tutto questo abbiamo sentito ripetere fino alla nausea, in questi anni. “Ma qual è il risultato – ruggisce Tucker – Andate a fare un giro per la città e scoprirete un mercato assai competitivo in cui le boutique se la vedono con i negozietti o i centri commerciali. Tutti in competizione con i siti Internet che vendono griffe o merce di seconda mano”.

Sia benedetto questo caos supremo, il “glorious result” di una “glorious revolution” che tanto ha pesato anche sulle sorti dell’Italia, paese tra i più colpiti dal vento dell’est sollevato dalla Cina, la nuova fabbrica del mondo che è costata centinaia di migliaia di posti al made in Italy meno preparato a competere sul terreno della qualità o dei brevetti. Oggi quel ciclo sembra esaurito. Molte aziende stanno riportando nella penisola lavorazioni dalla Cina. Le griffe, da Valentino a Versace fino al recente caso di Roberto Cavalli, sono disputate a peso d’oro, ma fa grandi affari anche Yoox, la boutique online che a dicembre ha registrato un ordine ogni due secondi e mezzo. Nel valore di un prodotto conta sempre meno il costo del manufacturing rispetto ai valori intangibili, compresa l’immagine che può emanare dalla maglietta “giusta”. Ma il frutto della rivoluzione non è appassito: i prezzi liberi, figli della competizione, restano più bassi di quelli dei settori protetti. Alla faccia della “politica economica”.

Ugo Bertone  Il Foglio 27 Dicembre 2014

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124147/rubriche/vestirsi-chic-costa-sempre-meno-e-colpa-del-liberismo.htm

 

The Market’s Gift: Low Clothing Prices

Clothing is a wonderfully vibrant market

Over the holiday season, I have been out and about, looking at shoes, coats, suits, ties, and so on. The range of prices, from super low to super high, is remarkable. And not just for men’s clothes. Women’s clothing prices seem particularly chaotic. It’s to the point that when you look at an item, you can’t really anticipate whether it will cost $50 or $500 or even $5,000 (yes, I recently saw a $5,000 dress on a rack in Chicago).

Then you go to secondhand shops and get the real shock. Stuff that costs $100 retail can be $1. Sites like eBay are driving down prices to rock bottom. I can pick up a gorgeous suit or $20. Then there are the online discount shops. Comparing prices across them can play tricks on your mind. I go to Walmart and I can’t believe my eyes: some clothes seem cheaper to buy than to wash.

Clothing has emerged as a great outlier in the general price trend. We pay less for clothing today than we did 25 years ago. It’s worth understanding why……

http://fee.org/freeman/detail/the-markets-gift-low-clothing-prices

 

Cresce la domanda di film in lingua originale

cinemaIl cinema? Meglio nella lingua originale, basta col doppiaggio. Nell’epoca di Internet e dell’inglese per tutti, cresce anche la richiesta fra il pubblico italiano di una maggiore offerta di film non doppiati. La prova? Django Unchained, per esempio, in programma al cinema Barberini di Roma, sta incassando più nella versione originale con sottotitoli che in quella doppiata. D’accordo, le cifre sono sproporzionate: la versione originale del film di Tarantino a Roma è in programmazione in un’unica sala, mentre in italiano occupa 47 schermi. Ma è un segnale …..

Secondo molti critici ci sono film che, a prescindere dalla professionalità dei doppiatori, non si dovrebbero tradurre, la versione italiana risulta sempre deludente. Ha sollevato parecchie riserve, per esempio, il doppiaggio di Lincoln, dove, per dar voce a Daniel Day-Lewis è stato scelto Pierfrancesco Favino, la cui recitazione enfatica non ha convinto tutti. Secondo Marco Mete, direttore di doppiaggio, “non è tanto questione di attore o doppiatore, ma di tempi a disposizione. In un momento di crisi la parola d’ordine è “deve costare meno” e i lavori affrettati non sempre garantiscono qualità”. …

Da regista” dice Pupi Avati “odio il doppiaggio, quando, per problemi tecnici, devo doppiare alcune parti dei miei film soffro da morire. Da spettatore non saprei dire se un film sia più penalizzato dai sottotitoli, che sottraggono qualcosa alla visione, o dal doppiaggio. Ciò che mi infastidisce nelle versioni italiane è un certo compiacimento nella recitazione che si nota spesso nei nostri pur bravissimi doppiatori”. Insomma, per non perdere nulla, non ci sarebbe altra soluzione che vedere un film in originale senza sottotitoli. Assurdo? Non del tutto, secondo Giordana: “Oggi le lingue si parlano molto più di ieri. Per le giovani generazioni che si muovono sulla rete si può quasi dire che l’inglese non sia più una lingua straniera e, dunque, pensare di vedere film in originale senza aiuti aggiuntivi non è così strano”. Del resto i canali di Sky già trasmettono film e telefilm in originale con o senza sottotitoli e probabilmente qualcosa del genere si verifica anche nel consumo domestico di dvd..

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2013/01/28/news/film_lingua_originale-51432963/?ref=HREC2-12