Il caro verdura e il petrolio. Ma dietro il costo della vita quei segnali di mini-ripresa

iflaziones Messi tutti in fila, gli ultimi dati – dall’inflazione italiana all’indice europeo Pmi, senza trascurare l’Ifo – descrivono uno scenario in movimento che sembra dare segnali di ripresa ma che impone nell’interpretazione una certa cautela.
L’inflazione in Italia è in crescita dell’1% rispetto a gennaio 2016. Il Purchasing managers index dell’Eurozona, cioè l’indice composito dell’attività manifatturiera, che tiene conto dei nuovi ordini, delle consegne e delle scorte, è volato ai massimi da quasi sei anni, spinto da Francia e Germania. E l’indice Ifo, che misura la temperatura della fiducia delle imprese tedesche, a febbraio è salito nonostante l’incertezza politica in Europa. che lo aveva fatto calare a gennaio.
Sull’inflazione italiana hanno pesato fattori esterni: la ripresa del petrolio e di conseguenza dei prodotti energetici, a partire da diesel (+13,9%) e benzina (+9,3%), e il maltempo che ha colpito il Centro-Sud, penalizzando le colture e spingendo in alto i prezzi di verdura (+20,4%) e frutta (+7,3%). Però al netto degli alimentari freschi e dei beni energetici, l’inflazione di fondo è calata allo 0,5% dallo 0,6% del mese precedente.
Ma è chiaro che se la tendenza dei prezzi dovesse essere confermata, tenuto conto che in gennaio l’inflazione media nell’eurozona è stata pari all’1,8% e nella Ue a 28 pari all’1,7%, l’obiettivo che si è dato il presidente della Bce Mario Draghi di portarla a un livello vicino ma inferiore al 2% si starebbe avvicinando. Il che avrebbe un impatto sul Quantitative easing messo in campo dalla Bce per stabilizzare i prezzi (ma che ha anche l’effetto di abbassare il costo del rifinanziamento del debito pubblico italiano).
Si tratta ora di capire quanto la domanda sia ripartita anche in Italia, oltre che in Europa. La ripresa del costo della vita fotografa, infatti, un’economia in salute se a fare da traino è la crescita dei consumi che si traducono in un aumento della domanda di beni e servizi. Per Unimpresa si tratta di «segnali di ripresa, anche se timidi» e che «vanno colti subito e non sprecati».
Certo «è un po’ presto per definirlo un segnale positivo», spiega il capoeconomista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice: «La ripresa della domanda resta debole nel nostro Paese. Depurata dai prodotti energetici e dagli alimentari, l’inflazione core rallenta. Il ciclo però si sta stabilizzando in Europa guidato dalla Germania. Siamo in presenza di un quadro discreto nella Ue. Ha sorpreso verso l’alto l’indice Ifo». «Ora bisogna vedere cosa accadrà nei prossimi mesi – conclude De Felice —. Mi riferisco ai rischi politici: il protezionismo promesso da Trump, i movimenti populisti, le elezioni a metà marzo in Olanda e poi in Francia».

FRANCESCA BASSO
Corriere della Sera, 23 gennaio 2017

Tutti vogliono il Btp «Matusalemme»

 
bbttppPiù che la paura potè il digiuno. È così che si può spiegare il successo oltre ogni aspettativa del Btp a 50 anni, il primo nella storia della Repubblica, collocato ieri dal Tesoro per un importo complessivo di 5 miliardi di euro e con un tasso d’interesse lordo del 2,85%. Rendimento che è il risultato di richieste pari a 18,5 miliardi, segno che gli investitori istituzionali (i principali destinatari dell’emissione) hanno messo da parte i timori legati al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, ai possibili cedimenti dell’asse governativo in caso di affermazione dei «no» e alle incognite che gravano sulle banche tricolori. E, perché no, anche al fatto che fra mezzo secolo l’Italia potrebbe essere fuori da Eurolandia.
Questa corsa a mettere le mani sul poliennale Matusalemme si spiega con la fame da rendimento scatenata dalle banche centrali attraverso l’instaurazione della «dittatura» dei tassi bassi (o negativi) per combattere la deflazione e rinsanguare l’economia. Una netta deviazione, rispetto alla tradizionale politica monetaria, che soprattutto i tedeschi vedono come il fumo negli occhi, visto che va a erodere i margini delle banche e impatta sugli investimenti dei fondi pensioni e delle compagnie assicurative. Trovare oggi, a livello globale, titoli con rendimenti appetibili è infatti un’ impresa. Alla fine dello scorso giugno, erano in circolazione in tutto il mondo bond sovrani per un controvalore di 11.700 miliardi di dollari con tassi negativi, mentre nell’eurozona il 50% delle emissioni (sia corporate, sia statali) ha rendimenti sottozero. Ciò pone indubbi problemi ai soggetti che devono avere per natura una gestione di portafoglio prudente, come appunto i fondi previdenziali e le assicurazioni, ma anche alle stesse banche centrali.
La Bce, per esempio, incontra crescenti ostacoli nel rispettare il ritmo di acquisti da 80 miliardi di euro al mese, non essendo consentito lo shopping su titoli con tassi inferiori a -0,40%, cioè il tasso applicato ai depositi presso l’Eurotower. Non è quindi da escludere che il Btp Matusalemme, così come gli omologhi spagnoli, belgi, francesi e irlandesi possa finire nel basket dell’istituto di Francoforte garantendo un po’ di sollievo al direttivo dell’istituto guidato da Mario Draghi. Che secondo alcune fonte sentite da Bloomberg, starebbe studiando di ridurre di 10 miliardi al mese gli acquisti una volta che sarà presa la decisione di concludere il piano. Un argomento comunque ancora prematuro, dal momento che Draghi non ha escluso la possibilità di proseguire il Qe oltre la scadenza del marzo 2017.
Un po’ di sollievo il Btp a 50 anni lo dà anche al Tesoro, che così allunga la duration, cioè la durata media, del debito pubblico, salita da tre a sei anni dal 2012 oggi. Un’operazione a lungo meditata da via XX Settembre a causa dei dubbi sull’effettiva domanda, rivelatasi invece molto più solida di quella sollecitata dal Bonos a 50 anni spagnolo (7 miliardi) e dall’Oat francese (10 miliardi).
Rodolfo Parietti
il Giornale, mercoledì 5 ottobre 2016

Le cose positive dei tassi negativi

aaaeurrrDal 2014 a oggi si è verificato un cambio di paradigma nella politica monetaria delle principali banche centrali globali. I tassi d’interesse hanno cominciato a entrare in territorio negativo, al fine di stimolare una crescita economica stagnante.
Risultati
Le ripercussioni sono state significative sul mercato obbligazionario, sia sovrano sia corporate. Basti pensare che a livello globale poco più di 12.000 miliardi di dollari di bond governativi hanno rendimento negativo. Ma, dopo anni di attesa, qualcosa comincia a funzionare.
Chi la dura la vince. James Mackintosh ha fatto notare sul Wall Street Journal che il rimbalzo economico nell’eurozona inizia a manifestarsi, sia sul piano dell’occupazione sia sul versante degli investimenti fissi lordi, una componente fondamentale del Prodotto interno lordo (Pil). Entrando più nei particolari, secondo il database statistico della Banca centrale europea (Bce), in luglio gli investimenti fissi sono tornati al livello del 31 dicembre 2008. La loro crescita è stata costante dal giugno 2013, ma è nel 2015 che è avvenuta la spinta maggiore. Dopo le operazioni di stimolo, quindi. Se è vero che i risparmiatori tedeschi potranno non apprezzare le politiche della Bce, ricorda Mackintosh, è altrettanto vero che i tassi negativi nell’area euro sono uno strumento destinato a non durare per sempre. Una volta superata la fase di stimolo, la Bce di Mario Draghi procederà alla piena normalizzazione.
Esiste però una questione fondamentale che impensierisce gli investitori istituzionali e i policymaker. Fino a quando mantenere i tassi a questo livello? Traduzione: come riconoscere il momento giusto per avviare l’exit strategy?
Pericoli
Come spiega John Taylor, l’economista di Stanford che ha teorizzato la regola più usata dai banchieri centrali, la Taylor Rule, nel lungo termine è possibile che questa politica monetaria sia controproducente. «Senza dubbio non è possibile convivere con tassi così bassi e con rendimenti negativi su tutta la curva di un bond governativo. Qualunque investitore ha bisogno di rendimenti e di una precisa percezione del rischio di un asset. Chi crede che questa politica monetaria è la nuova normalità si sbaglia di grosso, perché si crea l’illusione che un asset sia sicuro quando non lo è. E inoltre la mancanza di rendimenti laddove ci sono sempre stati, come nel caso delle obbligazioni governative, può portare a sviluppi imprevisti», aggiunge Taylor. Il riferimento è alla nascita di bolle sui prezzi di altri asset, finora ignorati, che promettono un ritorno più elevato dell’investimento. «Il punto è chiaro: se non ci sono rendimenti sul mercato obbligazionario, un investitore li andrà a cercare altrove, anche in modo irrazionale. Ecco perché i tassi negativi possono minare alla stabilità finanziaria globale», continua l’economista.
Secondo la Taylor Rule, le autorità monetarie devono adattare il tasso di interesse nominale di breve periodo affinché sia pari al tasso di interesse reale di equilibrio, in modo da tenere bilanciato il rapporto tra Prodotto interno lordo (Pil), inflazione e il tasso di riferimento. Nel caso così non fosse, allora ci saranno squilibri in uno dei tre fattori, che potenzialmente possono creare scompensi a livello finanziario.
«Non è facile commentare le politiche di Bank of Japan e Bce, ma mi pare evidente che in entrambi i casi l’impatto dei tassi negativi sia modesto sia a livello d’inflazione sia a livello di economia», fa notare Taylor. In compenso, i rischi di questo atteggiamento di politica monetaria non sono pochi. «Il surriscaldamento di alcune aree economiche è possibile, quindi i policymaker devono stare molto attenti. In bilico c’è non solo l’economia globale, ma anche la credibilità stessa delle autorità monetarie», conclude.
Divergenze
È per questo che il numero uno di JP Morgan, James Dimon, ha chiesto a gran voce che la Federal Reserve continui ad alzare i tassi come promesso a più riprese. Questo perché negli Stati Uniti c’è l’evidenza che l’economia ha ripreso a marciare con un ritmo stabile e rilevante. Sono soddisfacenti il livello occupazionale e il tasso d’inflazione, come ricordato anche dal presidente della Fed Janet Yellen a Jackson Hole. E per evitare la creazione di asimmetrie su alcune classi di asset, come nel caso del comparto azionario.
La divergenza della politica monetaria tra la Bce e la Fed, derivante da un differente approccio temporale alla crisi post Lehman Brothers, è destinata a ridursi? Nel lungo periodo sì. Come ha ricordato Draghi durante l’ultima conferenza stampa dell’Eurotower, gli stimoli e i tassi bassi resteranno per un prolungato periodo. Tuttavia, una volta che tutti i segnali microeconomici saranno positivi, si potrà pensare al ritorno alle politiche non straordinarie. E le prime indicazioni stanno già arrivando.
Fabrizio Goria
Corriereconomia, 19 settembre 2016

La Banca centrale europea striglia i governi, stimoli invariati fino a marzo 2017

dadiNella prima riunione dopo la pausa estiva, la Banca centrale europea ha lasciato invariate le misure di stimolo, compresi i tassi di interesse che restano al minimo storico, e ha avvertito i governi che dovrebbero fare di più per stimolare la crescita nell’Eurozona e spingere l’inflazione al rialzo. La Bce ha tenuto i tassi invariati e ha deciso di non estendere, al momento, la durata del programma di acquisto di titoli pubblici, il Quantitative leasing, mentre monitora da vicino le condizioni dell’economia che sono minacciate da rischi globali e politici. Il presidente Mario Draghi, durante la conferenza stampa, ha risposto a quanti da più parti si domandavano quali sarebbero le armi che la Bce potrà sfoderare in futuro per contrastare una crescita anemica e un’inflazione ostinatamente bassa. Draghi ha detto che alcune misure circolate sulla stampa – vedi l’acquisto di azioni oltre alle obbligazioni statali e societarie che già rientrano nel programma di stimoli della Bce – oppure molto dibattute dagli esperti e dagli accademici – come l’helicopter money – non sono state discusse. Draghi ha però detto che il programma di acquisto di titoli di stato da 80 miliardi di euro al mese continuerà fino a marzo 2017 o oltre se sarà necessario.

La situazione è quella di una ripresa graduale ma incerta, in uno “scenario base che rimane soggetto a rischi al ribasso”. E proprio per questo il presidente della Bce ha aggiunto che è stato formato un comitato di esperti per studiare eventuali strade per estendere, se necessario, gli stimoli monetari, qualora si registrassero segnali di deflazione – che “al momento non ci sono” –, nell’economia europea. Un’economia che, nonostante “la trasmissione degli effetti della politica monetaria a quella reale non abbia mai funzionato così bene come oggi”, sta ripartendo a stento, tanto che l’istituto bancario europeo ha abbassato le stime di crescita del pil dell’Eurozona per il 2017 (dall’1,7 all’1,6 per cento), alzando però quelle del 2016 all’1,7 per cento (era all’1,6 per cento).

Per questo motivo Draghi ha strigliato i governi degli stati membri dell’Ue a mettere in cantiere quelle riforme strutturali “necessarie in tutti a paese per aumentare la produttività”, favorendo politiche di bilancio che possano sostenere al ripresa “pur rimanendo nel rispetto delle regole di bilancio dell’Unione europea”: “Altre aree della politica devono contribuire sia a livello nazionale che internazionale per ridurre la disoccupazione strutturale e aumentare la crescita potenziale”, effettuando investimenti pubblici nelle infrastrutture, soprattutto in virtù degli effetti benefici sull’occupazione. Ha inoltre aggiunto che i paesi, come la Germania, “che hanno uno spazio di bilancio devono poterli utilizzare”.

Il presidente della Bce ha poi affrontato la questione banche spiegando che è errato pensare che “i tassi di interessi bassi siano l’unica spiegazione a tutto quello che non va nel settore bancario”.

Il Foglio 9 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/08/mario-draghi-bce-stimoli-invariati___1-v-147104-rubriche_c431.htm

Prezzi freddi

defllazzVent’anni fa, prima di diventare un blogger di successo, Paul Krugman ha avuto un’intuizione brillante. Ha colto quello che sarebbe diventato un tratto dell’epoca, i prezzi freddi.
L’economia mondiale del ventunesimo secolo somiglia a un solo grande mercato, da Ho Chi Minh City a Boston, con al suo interno diseguaglianze enormi. Un operaio cambogiano lavora a una frazione del costo di uno tedesco, e così via. Questa concorrenza fra sette miliardi di persone tiene strutturalmente sotto pressione al ribasso la dinamica dei prezzi nell’emisfero Nord del mondo. Non è un caso se le banche centrali dei Paesi ricchi hanno già stampato qualcosa come settemila miliardi di dollari (quattro volte e mezzo il reddito dell’Italia) nel tentativo di scongiurare la deflazione. Questa è una parola che inquieta, perché ne conosciamo le conseguenze. Le famiglie rinviano gli acquisti aspettando che fra qualche mese un’auto o una vacanza costino meno. Le imprese sospendono gli investimenti perché temono di dover vendere in futuro un manufatto a un prezzo troppo basso rispetto al costo di produzione attuale. Tutti aspettano, i prezzi scendono ancora di più, e la spirale fa un altro giro.

Se ci sono cause secolari di queste minacce (non ancora realtà), ce ne sono altre più vicine. La Cina è in una brusca frenata. In Brasile è ormai aperta quella che chiamano la «Caipirinha Crisis». L’America cresce, ma meno di quanto si sperasse un anno fa, e persino Germania e Spagna danno segnali di affanno.
Questo non è un replay del 2009, perché l’espansione continua. Ma il paradosso per l’Italia è che vive una ripresa più vivace proprio mentre quasi ovunque nel mondo accade il contrario. L’insidia della deflazione prende spunto proprio da qui: meno crescita, dunque meno domanda di petrolio, che ne fa crollare i corsi e spinge verso l’Europa una seconda ondata di freddo sui prezzi.
Per l’Italia possono esserci anche conseguenze positive: la Banca centrale europea reagisce ai rischi creando moneta e iniettandola nell’economia tramite l’acquisto di titoli pubblici, e forse in futuro lo farà ancora di più. Così il governo gode di tassi più bassi. Nessuno beneficia dell’azione della Bce come uno Stato debitore da 2.200 miliardi, che di solito pagherebbe interessi più pesanti degli altri: non è un caso se proprio ora l’Italia migliora, in controtempo sul resto del mondo.

Ci sono però anche dei rischi. Quando l’inflazione è sottozero il reddito nazionale, contato in euro, sale meno di quanto non si sperasse. Soprattutto sale meno del debito, perché questo cresce per inerzia a causa dei tassi d’interesse. Meno euro del previsto in entrate, stessi euro di interessi da pagare. Il risultato può essere un debito pubblico più alto.
Proprio in una fase così il governo sta perseguendo una forte detassazione del mondo produttivo, giusta e coraggiosa. Basta che non dimentichi la profezia di Krugman, se per caso esita di fronte ai tagli di spesa corrispondenti.

Il dilemma dei prezzi

Federico Fubini

Corriere della Sera – 2 ottobre 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_ottobre_02/dilemma-prezzi-12bcbfe2-68c1-11e5-a7ad-17c7443382c3.shtml

Ripresa più lenta del previsto

bceeeeLa ripresa continuerà, ma “ad un ritmo più lento rispetto a quanto previsto in precedenza”. La prognosi è di Mario Draghi, che ha parlato dopo la prima riunione del Consiglio della Banca centrale europea dopo la pausa estiva. E, come i mercati si aspettavano, oltre a lasciare invariato al minimo storico (0,05%) il costo del denaro ha annunciato che alla luce della frenata Francoforte, se sarà necessario, è pronta a prolungare “anche oltre” il settembre 2016 il cosiddetto quantitative easing. Cioè il programma di acquisto di titoli di Stato per un valore di 60 miliardi di euro al mese avviato nel marzo scorso con l’obiettivo di far salire l’inflazione, allentare la stretta creditizia e in ultima analisi rilanciare la crescita economica dell’Eurozona. Traguardi che si stanno allontanando a causa del rallentamento della Cina, che da settimane spaventa gli investitori.

Le stime dello staff della Bce sulla crescita del Pil per il 2015 sono state infatti riviste al ribasso: la crescita, a livello di area euro, dovrebbe fermarsi all’1,4%, contro il +1,5% prefigurato fino a due mesi fa, per poi salire all’1,7% (contro il +1,9% della precedente stima) il prossimo anno e all’1,8% nel 2017. E anche la crescita del livello dei prezzi, parametro fondamentale per valutare l’efficacia del quantitative easing, non sarà in linea con le attese: nel 2016 è vista all’1,1% dall’1,5%, quella per il 2017 è tagliata all’1,7% dall’1,8%. Per quest’anno la stima è tagliata allo 0,1% dallo 0,3%. E “ci sono rischi al ribasso”. ….

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/03/bce-draghi-ripresa-piu-lenta-del-previsto-pronti-a-prolungare-acquisto-titoli-di-stato/2005676/

Prospettive 15 -17

immmg‘Istat rivede al rialzo del stime sulla crescita dell’Italia. Di più: vede rosa fino al 2017 grazie a un recupero del reddito disponibile, un calo della disoccupazione e – a ruota – una crescita della domanda interna destinata a sostenere consumi e Pil. L’Istituto di statistica ha messo tutto nero su bianco nelle “Prospettiva per l’economia italiana nel 2015-2017” che si aprono con una revisione del Pil per l’anno in corso: la crescita reale attesa passa dallo 0,5% stimato a novembre allo 0,7%. Un trend che sarà confermato anche dal prossimo biennio: l’economia crescerà dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% nel 2017.

Domanda interna. Chiari anche i driver della crescita: quest’anno il progresso del Pil sarà sostenuto soprattutto dalla domanda estera (0,4 punti percentuali), mentre nel biennio biennio successivo il rafforzamento ciclico determinerà un apporto crescente della domanda interna (+0,8 e +1,1 punti percentuali) mentre il conseguente aumento delle importazioni favorirà una diminuzione del contributo della domanda estera netta nel 2017. L’Istat si attende anche un aumento della spesa delle famiglie (+0,5%) a seguito del miglioramento del reddito disponibile e scommette sul graduale aumento dell’occupazione che dovrebbe rafforzare i consumi privati (+0,7% l’anno prossimo, +0,9% quello successivo).

Disoccupazione. Come detto, all’aumento dell’occupazione (+0,6% in termini di unità di lavoro) si accompagnerà una moderata riduzione del tasso di disoccupazione che, nel 2015, si attesterà al 12,5%. Nel 2016, poi, diminuirà al 12% per scendere l’anno dopo all’11,4%. Per tornare sotto il 10%, però – come previsto dal governo -, bisognerà aspettare almeno il 2019. Segnali positivi anche dagli investimenti che torneranno a crescere già da quest’anno (+1,2%) grazie al miglioramento delle condizioni di accesso al credito e delle aspettative associate a una ripresa della dinamica produttiva.

Inflazione.  “In prospettiva, l’attenuazione delle spinte deflative esogene, imputabile in via principale al deprezzamento della valuta europea, riporterà l’inflazione su un sentiero positivo”. Nella media dell’anno, l’inflazione si attesterà su un valore positivo ma prossimo allo zero (+0,2%). Nel biennio successivo, nel quadro di una netta inversione di segno del contributo della componente esogena e del miglioramento dello scenario macroeconomico interno, riprenderà il processo inflazionistico. In assenza dell’applicazione delle clausole di salvaguardia relative ad accise e aliquote iva, nel 2016 il deflatore della spesa per consumi finali delle famiglie è previsto in media all’1,4%, mentre nel 2017 si attesterà su un valore appena superiore.

Contesto internazionale. A sostenere la ripresa, secondo l’Istat, sarà soprattutto il rafforzamento della crescita dei paesi avanzati che, dalla fine del 2014, si è contrapposto all’indebolimento delle economie emergenti. In particolare, per gli Stati Uniti si ipotizza nel trienni un ritorno ai tassi di espansione economica vicini al 2,8% annuo. Segnali di ripresa anche dall’area euro con l’attività economica che è tornata a crescere dopo due anni di contrazione e grazie – nei primi mesi del 2015 – a fattori esogeni positivi (Quantitative Easing, discesa dei prezzi dei beni energetici, deprezzamento del cambio) che hanno alimentano il miglioramento del clima di fiducia delle famiglie e delle imprese.

Euro. In particolare si è arrestata la caduta degli investimenti, che ha caratterizzato la fase recessiva europea, e dall’anno prossimo le infrastrutture dovrebbero beneficiare delle recenti misure di politica economica varate dalla Commissione Europea (Piano Juncker). L’azione di stimolo all’economia della Banca centrale europea, inoltre, dovrebbe permettere il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro nella seconda parte del 2015: raggiunta la parità, l’Istat si prevede una stabilizzazione nel biennio successivo. Per quanto riguarda il petrolio si attende un graduale aumento delle quotazioni tra il 2016 e 2017.

 

http://www.repubblica.it/economia/2015/05/07/news/istat_pil_in_crescita_dello_0_7_con_la_domanda_interna-113747560/