I costi della non-Europa

euUna vecchia storiella racconta di un naufrago su un’isola deserta che affronta l’oceano e dopo un giorno di nuoto, quando ormai la terra ferma è in vista, torna indietro perché pensa di non farcela più.

L’Europa è in una situazione simile. Rischia di perdersi per il timore dell’ultimo miglio, senza considerare che il costo a questo punto sarebbe infinitamente superiore a quello richiesto per completare gli sforzi e cercare un maggior grado d’integrazione.

Chi si oppone a questa pericolosa china, lo fa generalmente per motivi idealistici, richiamando le ragioni che hanno consentito di superare atavici conflitti e creato una zona di grande benessere per 500 milioni di persone. Anche se i vantaggi dell’integrazione nella vita di tutti i giorni (dalla libera circolazione all’Erasmus, per non dire della moneta unica) sono sotto gli occhi di tutti, il crescente successo dei movimenti antieuropeisti è la prova che non bastano.

Occorre dunque cambiare narrativa, abbandonando la retorica europeista, che tanto oggi non raccoglie consensi, per concentrarsi piuttosto sui costi che già sopportiamo per effetto dei limiti all’integrazione europea e che sopporteremmo in misura assai maggiore se prevarranno le forze secessioniste o nazionaliste.

Per esempio, secondo uno studio recente effettuato dalla Fondazione Bertelsmann, nel caso gli accordi di Schengen venissero completamente meno, ipotizzando un incremento nel costo delle importazioni dell’1%, il costo per l’Europa, nell’arco di 10 anni, sarebbe di circa 470 miliardi (di cui 50 per l’Italia). Nell’ipotesi più pessimistica di un incremento del 3% il costo supererebbe i 1.400 miliardi (150 per l’Italia). Nelle scorse settimane, poi, l’Associazione degli aeroporti europei ha lanciato un severo monito quantificando in diverse centinaia di milioni di euro il costo per adeguare nuovamente gli aeroporti ai flussi di viaggiatori in un’Europa senza Schengen. Analogamente, la prospettiva della fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione è stata oggetto in questi mesi di numerose analisi per valutarne il possibile impatto in termini economici. Ovviamente variano gli assunti di base, secondo le posizioni politiche di partenza e soprattutto i diversi scenari ipotizzati, e pertanto variano anche le conseguenze economiche. Tra i tanti studi al riguardo, merita citarne uno tra i più recenti predisposto dalla Confederation of British Industry che quantifica in 100 miliardi di sterline e quasi un milione di posti di lavoro il costo per il Regno Unito. Ma i costi sarebbero elevati anche per i paesi dell’Unione, non solo per i maggiori trasferimenti a carico dei rimanenti 27 Stati, ma anche per una verosimile riduzione delle esportazioni, degli investimenti e più in generale per la minore apertura dei mercati. In generale l’idea non è nuova: già Michel Alberte James Ball nel 1983 e poi il nostro Paolo Cecchini nel 1988, curarono la redazione di relazioni che si sforzavano di quantificare in termini economici i possibili vantaggi che sarebbero derivati dal completamento del mercato interno (la famosa Europa del 1992).

L’intuizione, rivelatasi felice, era di determinare i benefici derivanti dall’adozione di politiche comuni in settori di competenza dell’Unione (e per converso il costo economico della mancata adozione di tali politiche), sia in termini di Pil sia di risparmi o maggiori efficienze. Allora il progetto funzionò, spronando gli Stati a completare il mercato interno, ma soprattutto trasmettendo a tutti i cittadini europei la consapevolezza dei vantaggi che ne avrebbero personalmente tratto. L’idea è stata ripresa da qualche anno. Vi è, infatti, un’Unità Valore Aggiunto all’interno del Parlamento europeo che si occupa proprio di calcolare il valore aggiunto europeo (ovvero i vantaggi dell’integrazione) e il costo della non-Europa. Il rapporto generale si basa su diversi studi settoriali che prendono in considerazione molteplici campi: dal mercato unico digitale al completamento del mercato interno e dei trasporti, dalla ricerca e sviluppo all’Europa dei cittadini, dalla politica sociale alla politica di sicurezza, eccetera. La terza edizione di questo rapporto, pubblicata nell’aprile 2015, quantificava in circa 1.600 miliardi, pari a circa il Pil italiano e al 12% del Pil complessivo dell’Unione, il potenziale beneficio annuo per l’Unione. Da allora sono stati pubblicati altri tre studi settoriali sul costo della non-Europa nel settore dell’acqua, della cosiddetta “sharing economy” e l’ultimo, solo poche settimane fa, in materia di criminalità e corruzione. Per quanto questi studi non debbano essere presi alla lettera, perché si fondano su molti assunti che sono difficilmente verificabili, indubbiamente servono per riportare l’attenzione su una semplice verità: avere più Europa non è un sogno per anime belle, ma ci conviene. Senza nulla togliere alle esigenze di una sana politica fiscale, la tanto agognata crescita passa principalmente per l’attuazione di queste misure che favoriscono gli scambi transfrontalieri e riducono i cosiddetti transaction costs in tutti i settori di pertinenza, e pertanto su di esse dovrebbe concentrarsi l’attenzione dei governi e della Commissione. È sconfortante vedere come invece ci si perda spesso a guardare la pagliuzza dei decimali di disavanzo del patto di stabilità, dimenticando la trave delle politiche di liberalizzazione, del completamento del mercato, delle riforme strutturali. Manca purtroppo una forza propulsiva che, come ai tempi della Commissione Delors, spinga a una rapida implementazione di queste normative. E così sopravviviamo principalmente grazie al bazooka di Draghi. D’altronde, si fa la guerra coi soldati che si hanno.

L’Europa impantanata sogna la spinta di un Delors

Alberto Saravalle

Professore di diritto dell’Unione europea Università di Padova

A&F  18 aprile 2016

 

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/04/18/news/il_prezzo_salato_della_non-europa-137936447/

 

 

La Bce non tocca i tassi

dadtassNessun cambiamento del costo del denaro nell’Eurozona: come da attese, la Banca centrale europea ha lasciato il tasso principale di rifinanziamento al minimo storico dello 0,05%.

Spiegando la scelta, il governatore Mario Draghi ha convinto con le sue parole i mercati della volontà – crescente in seno a Francoforte – di essere ancora più accomodanti, cioè pompare più denaro nel sistema. Ha sì confermato ampiezza e portata del piano d’acquisto di titoli lanciato a marzo scorso (Quantitative easing), che sta dando risultati sul miglioramento delle condizioni dell’accesso ai finanziamenti. Ma ha anche rilanciato: possibili modifiche per dare ulteriore supporto all’economia sono rimandate a dicembre, quando saranno disponibili le nuove stime dello staff di economisti della Bce sull’andamento dell’economia e dell’inflazione. Gli investitori hanno interpretato la posizione dell’Eurotower come un annuncio di qualcosa che accadrà, semplicemente poco più avanti nel tempo: l’euro è sceso sotto la soglia di 1,12 dollari, le Borse europee hanno guadagnato quasi tutte il 2% e lo spread tra Btp e Bund tedeschi è calato sotto 100 punti (non accadeva da marzo)……
Secondo gli analisti di Ig Markets, “Draghi ha voluto lasciar intendere in modo forte e chiaro che la Bce terrà una posizione aggressiva sui mercati pronta a intervenire se le pressioni deflazionistiche dovessero aumentare”. Per gli esperti di Barclays, le parole del governatore rafforzano un incremento del Qe entro fine anno e il suo prolungamento – per sei o nove mesi – oltre la scadenza naturale del settembre 2016.

Le attese sono state così centrate: i mercati si aspettavano parole ‘da colomba’, che segnalassero la volontà di agire modulando il ritmo e la quantità degli acquisti di titoli (anche di Stato) nell’ambito del Quantitative easing lanciato nel marzo scorso. “Pensiamo che la Bce segnalerà che è pronta ad agire, se necessario, e che la porta è aperta per un ulteriore allentamento, ma più probabilmente in occasione delle riunioni dicembre o gennaio”, riferivano gli economisti di JPMorgan in una nota.

Già l’austriaco membro del board, Edwald Nowotny, ha notato nei giorni scorsi che fino ad ora non si sono visti grandi risultati sul fronte dell’inflazione. A settembre i prezzi al consumo dell’Eurozona hanno mostrato una dinamica negativa (-0,1% su anno) e, se un livello di inflazione prossimo allo zero proseguisse, la Banca centrale potrebbe decidere di estendere durata o portata del suo programma di acquisto di asset privati e pubblici da 60 miliardi di euro al mese. Il Qe è stato lanciato a marzo per contribuire a riportare il tasso verso l’obiettivo di un rialzo annuo “sotto ma prossimo al 2%”, come da mandato della Bce. Timidi segnali di ripresa sulla dinamica dei prezzi sono emersi dalla lieve risalita del tasso swap cinque anni su cinque anni, cioè l’inflazione che il mercato si aspetta di prevedere fra altri cinque sulla distanza di altri cinque anni. …

Raffaele Ricciardi

La Bce non tocca i tassi, Draghi sposta a dicembre l’ampliamento del Qe

Repubblica 22 ottobre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/22/news/bce_draghi_tassi_interesse_quantitative_easing-125654325/?ref=HREC1-19

 

 

Produttività e selfie

selfiiiLa Silicon Valley invade i nostri pensieri, gadget elettronici e social media dell’economia digitale sono dappertutto nelle nostre vite. Fuorché dove ne abbiamo bisogno: nella produttività del lavoro. Mentre rallentano le locomotive globali della Cina e degli Stati Uniti – la Cina ha la crescita più debole da 20 anni, il Pil Usa è sceso dello 0,7% nel primo trimestre – dall’America arriva l’allarme-produttività. L’assenza di benefici reali dalle innovazioni tecnologiche è in cima ai pensieri di Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve che deve decidere quando rialzare il costo del denaro. Lamenta la produttività immobile anche il Conference Board, il panel di economisti più ascoltato da Barack Obama. Il Fondo monetario conferma: è una malattia che riguarda l’intero Occidente. E rilancia il tema della “stagnazione secolare”, che proietterà la sua ombra sui leader riuniti tra una settimana per il G7 in Germania. La crisi greca farà più notizia al summit dell’8 giugno, ma Atene è quasi un’emergenza secondaria, rispetto al male oscuro delle economie maggiori.
L’ex vicepresidente della Federal Reserve, Alan Blinder, ha fornito questo quadro inquietante: «Su un arco di 143 anni l’aumento medio annuo della produttività è stato del 2,3% annuo. Questo ci ha consentito di moltiplicare 25 volte il nostro tenore di vita. L’Età dell’Oro per l’aumento della produttività, è il quarto di secolo che segue la fine della seconda guerra mondiale, quando l’aumento medio annuo salì fino al 2,8% annuo. Poi ci fu una caduta, sorprendente e misteriosa, dal 1973 al 1995 quando scese all’1,4%. Per fortuna si riprese dal 1995 e nel quindicennio successivo. Ma dall’inizio di questo decennio è crollata. +0,7% all’anno dal 2010 a oggi, cioè la metà della performance peggiore nella storia precedente». I dati elencati da Blinder si riferiscono agli Stati Uniti ma il trend è identico o peggiore nella vecchia Europa, che non ha neppure Apple e Google. È la conferma di quanto denunciano da tempo altri teorici della stagnazione secolare come il Nobel Edmund Phelps: siamo circondati di “app”, ma in questo vortice di innovazioni, la nostra produttività rimane immobile. Perché?
Martin Feldstein, che fu consigliere economico di Ronald Reagan, guida il partito degli ottimisti sempre convinti della forza autopropulsiva del capitalismo. La sua risposta è semplice: le statistiche sono sbagliate, siamo prigionieri di un’illusione ottica, viviamo nel migliore dei mondi possibili. «Le straordinarie innovazioni dalle cure sanitarie ai servizi online al videostreaming – ha scritto Feldstein sul Wall Street Journal – hanno reso la nostra vita migliore e non vengono misurate dai dati che indicano un impoverimento della famiglia media del 10% dal 2000 ad oggi». Per credergli ci vuole un atto di fede. In che cosa il videostreaming (cioè la possibilità di scaricare immagini in diretta da Internet) ha “migliorato le nostre vite”? Una delle invenzioni che definiscono il nostro tempo è il costume di massa del “selfie”. Ha migliorato la qualità della nostra esistenza? Che cosa resterà di questi miliardi di immagini accumulate nei nostri gadget? Che ricchezza durevole avremo creato? A parte, s’intende, i miliardi pagati da Facebook per comprarsi WhatsApp e intascati dai suoi fondatori.
Questo è l’enigma economico del nostro tempo: la produttività quasi immobile. Problema serio. Perché nel lungo termine è dal progresso nella produttività che può derivare un maggiore benessere collettivo. L’altro motore storico dello sviluppo fu la demografia, ma su quello non possiamo più contare, non avremo più una popolazione in forte crescita, ad allargare i mercati di sbocco.
Il vero progresso tecnologico aumenta il frut- to del nostro lavoro. Così fecero l’invenzione della macchina a vapore e della ferrovia, dell’elettricità e del telefono. Le ultime invenzioni capaci di farci fare un balzo di produttività – prontamente registrato nelle statistiche – furono il personal computer e Internet. Dopo di allora, la bonaccia. «Twitter e Snapchat rendono più produttivo il nostro lavoro? – si chiede Blinder – Alcuni di questi servizi online al contrario possono ridurre la nostra produttività, perché una parte delle nostre ore di lavoro le riempiamo con attività che sono di ozio e distrazione, in effetti tempo sprecato». È dello stesso parere il premio Nobel Paul Krugman che è intervenuto al festival dell’Economia di Trento, anche lui severo verso le pseudo-innovazioni. Krugman cita il fondatore di PayPal Peter Thiel, che pur essendo organico alla cultura della Silicon Valley, si chiede come ci siamo ridimensionati dal sogno delle auto volanti ai 140 caratteri di Twitter. «La tecnologia informatica che entusiasma le classi twittanti potrebbe non essere di così gran beneficio per l’economia».
Stagnazione secolare e paralisi della produttività non sono dibattiti per accademici. La Fed deve decidere se concludere in autunno sei anni di “tasso zero”, e avviare una mini-stretta monetaria. Ma la Yellen è costretta a chiedersi quanto sia auto-sufficiente la ripresa americana, ormai giunta al suo sesto anno. Con la produttività ferma, ristagnano i salari. Per gelare il Pil Usa nel primo trimestre è bastato che i mercati anticipassero i rialzi dei tassi americani, rafforzando il dollaro, e togliendo all’industria Usa il beneficio di una moneta debole. Siamo ancora sotto l’effetto del “quantitative easing”, i 4.500 miliardi di liquidità generati dal 2009, usati per comprare dei bond che la banca centrale americana si tiene sempre “in pancia”. Se non si rianima in modo virtuoso la produttività, la fine della droga monetaria può segnare l’inizio di una nuova recessione.

Federico Rampini
la Repubblica, lunedì 1 giugno 2015

PIL PER OGNI ORA LAVORATA (rilevazioni OCSE)

USA 56 dollari
GERMANIA 49 dollari
FRANCIA 49 dollari
SPAGNA 41 DOLLARI
ITALIA 37 dollari

Le armi della BCE

Ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, lasciando fermi allo 0,25% i tassi d’interesse ha aperto all’utilizzo di nuovi strumenti straordinari per aumentare la liquidità in circolazione e rilanciare l’economia. L’acquisto di titoli di Stato andrebbe proprio in questa direzione.

IL POTERE DELLA PAROLA

di Daniele Manca – Corriere della Sera 4 aprile 2014

L’attesa ieri per le parole di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, era la stessa che si era creata attorno alle sue dichiarazioni nel luglio del 2012. L’euro e i Paesi del club della moneta unica sembravano in quei mesi una navicella nella tempesta dei mercati che parevano aver ritirato loro la fiducia. Al numero uno italiano della Bce bastò sottolineare con una frase che avrebbe messo in atto tutto quello che era necessario («Whatever it takes» disse) per salvare l’euro e, quasi di colpo, le aspettative finanziarie ed economiche nel mondo mutarono di segno.
Ancora una volta ieri ha usato il potere della parola per far capire che la Bce è pronta a fare la sua parte per agevolare la crescita e che, se necessario, userà misure anche «non convenzionali» per evitare un periodo prolungato di discesa dei prezzi. Francoforte potrà scegliere l’arma del taglio del costo del denaro ma anche altri strumenti come il quantitative easing (quell’acquisto di obbligazioni utilizzato fortemente dalla Federal Reserve americana che permette, parzialmente, di far arrivare liquidità all’economia).

Il rischio che si vuole evitare è che ci si avviti in una spirale chiamata deflazione fatta di prezzi che calano, crescita bassa o addirittura decrescita che sta provocando il dilagare della disoccupazione. Non che alla Bce si creda che quello sia uno scenario probabile. Anzi, nei prossimi mesi i prezzi potrebbero iniziare a salire.
Ma, come abbiamo imparato in questi anni, i mercati e l’economia non sono fatti soltanto di numeri o di razionalità. Contano anche le aspettative, le attese. Sono quelle che ci spingono a consumare, che permettono alle imprese di investire, alle banche di dare credito. E l’Europa si trova in una congiuntura difficile. Il mese prossimo ci saranno le elezioni per il Parlamento dell’Unione. In quell’assise avranno spazio molti di quelli che non credono all’architettura che ci ha permesso di vivere in pace per quasi settant’anni, oltre che di fronteggiare una delle peggiori crisi economiche dalla Grande depressione del secolo scorso…..

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