Check up sull’ Italia

acheckitStavolta alla lotteria dello zero virgola abbiamo preso un brutto biglietto e leggendolo siamo venuti a conoscenza che nel quarto trimestre 2015 il nostro Pil è cresciuto solo dello 0,1%. Sommando ottobre-dicembre al resto dell’anno alla fine abbiamo portato a casa lo 0,7 in più. Con questi numeri è difficile festeggiare quello che è stato comunque il primo anno post-recessione, il sentimento che prevale infatti è di delusione. Avremmo sperato in qualcosa di più dopo aver riempito tutti i nostri discorsi delle famose «condizioni favorevoli di contesto». E invece no: le politiche della Bce, il cambio favorevole verso gli Usa e il basso prezzo del petrolio di cui abbiamo goduto nel periodo in esame non sono serviti ad assolverci dai nostri difetti. E adesso dobbiamo fare i conti con l’«effetto trascinamento», il rischio di iniziare il 2016 al rallentatore.

La crescita

È significativo come nei giorni scorsi Prometeia abbia rivisto al ribasso la previsione per l’anno in corso portandola a +1,1% mentre il governo è fermo sull’indicazione dell’1,5%. Ma l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo per il solo primo trimestre stima +0,3%. Se dagli aggregati macroeconomici passiamo a leggere l’andamento dei settori possiamo dire che sono due le reti che hanno sorretto la ripresina del 2015, l’industria dell’automotive e quella farmaceutica. Ed entrambe promettono anche nel 2016 di tenere un buon ritmo. Non è poco. Persino a Milano, la capitale del car sharing, le vendite di auto sono andate più che bene facendo segnare +9% nel 2015 (il dato nazionale è del 15% in più di immatricolazioni) e ieri Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, ha potuto esclamare davanti a una platea di imprenditori e giornalisti che la farmaceutica «ha archiviato la crisi economica» perché «nessun settore è cresciuto in produttività ed export come noi, abbiamo tutti i dati in positivo». Anche secondo le rilevazioni del Ceced-Confindustria, l’associazione dei produttori di elettrodomestici, le vendite sono cresciute nel 2015 del 5% dopo anni di grandi difficoltà. In definitiva le famiglie italiane hanno destinato circa un terzo dell’aumento di reddito di cui si sono giovati a rinnovare i beni durevoli e i due terzi invece li hanno destinati a risparmio. L’insieme dei consumi interni ha sofferto di quest’orientamento restando nella buona sostanza al palo mentre le migliori soddisfazioni sono venute dall’export.

L’export e gli esempi di Berlino e Parigi

Nessuno nel 2008 avrebbe scommesso un centesimo che nonostante sette lunghi anni di recessione la nostra capacità di esportazione si sarebbe rafforzata, eppure è accaduto. Il merito va a un raggruppamento di circa 20 mila imprese che vende all’estero con continuità e profitto e che riesce anche a mixare i mercati a seconda delle congiunture che si determinano. Attorno a loro ci sono 60 mila imprese che esportano ancora saltuariamente ma che comunque in questi anni hanno maturato buone esperienze. Questi numeri ci suggeriscono l’ipotesi che il potenziale di export del made in Italy sia ancora ampio: basta pensare che anche nel Paese che ci sta regalando le migliori performance, gli Stati Uniti, le nostre vendite sono concentrate in tre Stati. Tralascio a proposito di spazi potenziali il caso specifico del settore alimentare alle prese con il cosiddetto italian sounding, la contraffazione lessicale che invade i supermercati di tantissimi Paesi. La domanda caso mai è se possiamo porci, a partire dall’anno in corso, l’obiettivo di diventare ancora più simili ai tedeschi (in gergo si dice export led) magari rimediando in parte alla storica sottovalutazione delle nostre reti di distribuzione, che Berlino e Parigi hanno invece curato con grande attenzione. Ci mancano ancora i binari per sfondare davvero nelle esportazioni e se devo dire la verità anche l’avvicendamento di Carlo Calenda come viceministro ad hoc non aiuta.

Il nodo investimenti

Pronunciare la parola «investimenti» equivale a toccare un nervo scoperto del dibattito pubblico italiano. Nel risultato deludente dell’ultimo trimestre 2015 ha contato sicuramente lo stop subito dalla produzione industriale in dicembre ma quando si conosceranno i dati nel dettaglio si saprà che la componente investimenti è andata addirittura in territorio negativo. Fatti salvi i geni dell’export tutti gli altri hanno «il braccino corto» o come dicono gli economisti più critici «una mancanza di progettualità»? Il dato di cui sopra in realtà è molto influenzato al ribasso dal settore delle costruzioni ma il recente studio presentato dall’Ucimu-Confindustria sullo stato di salute del parco macchine impiegato nelle aziende italiane ci rende una fotografia impietosa: l’età media del macchinario italiano non è stata mai così alta e invecchiata negli ultimi 40 anni.

DARIO DI VICO

Corriere della Sera  13 febbraio 2016

http://www.corriere.it/economia/16_febbraio_12/check-up-sull-italia-ripresina-spinta-automotive-farmaceutica-a2beffde-d1ca-11e5-9819-2c2b53be318b.shtml

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Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

Fed : tassi su

imafedLa Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse dei Fed Funds dello 0,25%, portandoli quindi in una banda tra lo 0,25% e lo 0,50% dal precedente range tra zero e 0,25%. Era da nove anni che il costo del denaro in Usa non veniva aumentato e dal 2008 i tassi si trovavano in quella fascia minima. La stessa presidente della Fed, Janet Yellen, ha sottolineato che con la mossa odierna “pone fine a un periodo eccezionale”, caratterizzato dalla crisi finanziaria e dalla più ampia recessione della storia. Ma ora la Fed “riconosce i considerevoli progressi dell’economia”, che crescerà poco più del 2% a fine anno, e per questo il rialzo “è appropriato.

0,25%, dalla quale non ci si era mai spostati. Anche oggi la giornata di Borsa ha ruotato intorno all’attesa per le scelte di Washington, nonostante il calo del prezzo del petrolio resti una preoccupazione per gli investitori. Alla pubblicazione della decisione della Fed, Wall Street ha spiccato il volo: il Dow Jones è salito dell’1,28%, il Nasdaq è avanzato dell’1,52% mentre lo S&P 500 ha messo a segno un progresso dell’1,4%……
http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_tassi_usa_yellen-129627179/?ref=HREC1-6

 

A differenza di quanto accade in condizioni ‘normali’, la politica monetaria non interviene questa volta per combattere le pressioni dell’inflazione. E’ buona norma per il governatore, infatti, agire sui tassi quando vuole calmare un’economia troppo esuberante, che rischia di dar luogo a una corsa dei prezzi inarrestabile. In questa circostanza, dicono invece gli esperti del Crédit Suisse, sono due i razionali che muovono Janet Yellen: limitare la possibile esplosione di bolle nell’immobiliare o sui mercati; e crearsi un cuscinetto per poter in futuro agire con la politica dei tassi, nel caso di un rallentamento economico. Se la crescita cambiasse verso, infatti, oggi la Fed non avrebbe margini d’azione: si deve allontanare dalla fascia dei ‘tassi zero’ che caratterizza ormai la politica della Fed dal lontano 2008 (per ironia della sorte, raggiunta sotto Ben Bernanke proprio il 16 dicembre). C’è anche qualche timore che questa mossa possa portare a una effettiva recessione, ma secondo gli economisti non è ancora il caso di preoccuparsi per l’ingresso in una fase calante dei mercati. Nonostante, ormai da oltre sei anni, il Pil Usa si espanda – e quindi sarebbe lecito attendersi un rallentamento -, gli analisti vedrebbero più a rischio i corsi azionari con una piena occupazione (disoccupazione al 4%, contro il 5% attuale) e una crescita dei salari più sostenuta.

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_in_azione_riflessi_su_dollaro_e_mercati_emergenti-129577836/

Le gang degli economisti

bandbassttIl premio Nobel nasconde una malia: chi lo conquista troppo tardi non se lo gode (gli esempi abbondano e suscitano tristezza); chi lo ottiene troppo presto s’arrabatta per il resto della sua vita nel tentativo di dimostrare che lo meritava (clamoroso il caso di Barack Obama e la pace). Paul Krugman, invece, l’ha guadagnato all’età giusta, nel 2008, quando aveva 55 anni e ha saputo sfuggire alla maledizione. E’ vero, non ha più fornito contributi importanti alla scienza triste, tuttavia ha messo a frutto la sua intelligenza polemica trasformandosi in uno dei più brillanti ed efficaci editorialisti, per lo più da un pulpito di prim’ordine come il New York Times. Ha regalato argomenti di lusso agli anti austerity e agli anti euro che li hanno trasformati in polpette avvelenate. Ma Krugman non si preoccupa di chi lo utilizza, non smetterà mai di tirare sassi. E anche una delle ultime uscite ha sollevato in volo piccioni, falchi e gufi.

Goodbye, Chicago boys. Hello, Mit gang”, ha scritto nella sua colonna sul quotidiano newyorchese. Ciao ciao ai seguaci di Milton Friedman che hanno dettato legge, in teoria e nella prassi, per l’ultimo quarto del Novecento; benvenuta la banda del Massachusetts Institute of Technology che sta rimettendo le cose a posto, grazie all’intervento pubblico in economia, alla moneta facile stampata dalla banca centrale e alla fisarmonica del disavanzo pubblico che si allarga quando c’è la recessione e si restringe con la ripresa. L’America s’è risollevata così e cresce senza sosta da cinque anni; dunque è la ricetta giusta, lo dimostra il fatto che l’Unione europea egemonizzata dal rigorismo tedesco resta ancora nella palude della stagnazione.

Naturalmente, della gang del Mit fa parte lo stesso Krugman che nel prestigioso istituto di Boston ha preso il dottorato e ha poi insegnato per molti anni (oggi ha la cattedra a Princeton). Lì, nel remoto1991 l’ho intervistato per il Corriere della Sera, quando aveva appena vinto il premio dell’American Economic Association, la John Bates Clark Medal, dunque era un virgulto avviato a grandi cose, che pochi in Italia conoscevano. Come tutti i professori, anche i più rinomati, lavorava in un piccolo e spartano ufficio ripieno di libri e giornali accatastati. Poco lontano da lui c’era lo studio appena più spazioso di Franco Modigliani (anche lui premio Nobel) che può essere definito un decano della gang (subito dopo Paul Samuelson, fondatore della cattedra di Economia), anche per la sua influenza enorme sull’economia italiana, attraverso la Banca d’Italia (ha contribuito ad elaborare il modello econometrico con il quale viene calcolato il prodotto interno lordo e tutte le altre variabili collegate), i molteplici legami politici da Ugo La Malfa a Giorgio Napolitano, i talentuosi virgulti che da Roma o da Milano correvano a seguire i suoi insegnamenti: Tommaso Padoa Schioppa, Fiorella Kostoris, Ezio Tarantelli, Mario Baldassarri, Francesco Giavazzi, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi e molti altri.

 

La banda del Massachusetts oggi s’estende a banchieri centrali di primo piano come Ben Bernanke, Stanley Fischer, Mario Draghi, Antonio Fazio, Raghuram Rajan, Lucas Papademos; c’è poi Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale e il suo neonominato successore Maurice Obstfeld, oltre a numerosi altri pluridecorati economisti. Ma ne hanno fatto parte anche uomini politici come Benjamin Netanyahu, David Miliband, Kofi Annan, Ahmed Chalabi, fondatori di imprese, persino astronauti. Una rete vasta che ha esercitato la sua influenza fin dall’età dorata dello sviluppo post-bellico e solo dopo è stata rimpiazzata dalla banda di Chicago che comprende George Stigler, Gary Becker, Ronald Coase, Robert Lucas, Robert Fogel, Lars Peter Hansen, Eugene Fama, per citare soltanto i vincitori del Nobel.

Sono stati questi ultimi a dettare l’agenda fino alla Grande recessione del 2008, ma non è avvenuto per caso, ammette Krugman. A metà degli anni Settanta il brusco innalzamento del prezzo del petrolio fece esplodere i costi delle materie prime e si innestò in un ambiente economico dove i prezzi erano già alti sotto l’effetto della spinta salariale da un lato e della spesa pubblica dall’altro. Ciò ha generato il mostro economico di quei tempi, la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione, bassa crescita ed elevata disoccupazione. Gli economisti di Chicago hanno dimostrato che era frutto delle politiche economiche keynesiane e i monetaristi di quella scuola convinsero i banchieri centrali a innalzare i tassi d’interesse e ridurre la quantità di moneta. La ricetta, inaugurata negli Stati Uniti nel 1979 da Paul Volcker (che pure non è un monetarista ortodosso) e rilanciata da Ronald Reagan, cambiò non solo il punto di vista sull’economia, ma le priorità dei paesi occidentali.

I Chicago boys propriamente detti sono i politici e gli economisti dell’America Latina che realizzarono la frattura con il passato populista, marxista o peronista, imponendo, spesso con metodi dittatoriali, il primato del mercato. Ma anche Deng Xiaoping ha adottato le ricette della scuola di Chicago della quale è figlia la stessa globalizzazione. La crisi, invece, ha riportato sugli altari il Mit dove Keynes non è mai passato di moda, scrive Krugman, ma è stato sempre interpretato in modo aperto e creativo.

L’articolo ha irritato i più giovani epigoni di Friedman. Anche se liberismo, monetarismo e anti-statalismo sono il trittico che definisce il paradigma prevalente, diversi filoni attraversano l’università di Chicago dove insegna anche Luigi Zingales che vuole “salvare il capitalismo dai capitalisti”. Tim Worstall su Forbes con puntigliosa perfidia ricorda il discorso di Bernanke alla conferenza in onore di Friedman che si è tenuta a Chicago nel 2002. In quella occasione il governatore della Federal Reserve ha apprezzato e rilanciato l’insegnamento teorico e l’indicazione pratica del gran sacerdote monetarista: per combattere una lunga e profonda recessione che si trasforma in depressione economica la via maestra è stampare moneta, gettare dollari dall’elicottero come fosse acqua per spegnere il fuoco, secondo la metafora friedmaniana. Durante l’ultima crisi, Bernanke ha seguito esattamente questa indicazione, tanto che lo hanno chiamato Helicopter Ben. Secondo Krugman il banchiere centrale americano ha resistito alle pressioni della destra repubblicana (lui nominato da George W. Bush). In realtà, insiste Worstall, ha applicato la ricetta di Friedman.

Allora, come la mettiamo con il duello delle idee? Ci sono più cose in cielo e in terra di quante contengano le dottrine. Friedman da giovane, negli anni Trenta, era keynesiano, poi ha trascorso il resto della vita a dimostrare gli errori del “cattivo maestro”. Il tedesco Rudi Dornbusch ha insegnato a Chicago (portato da Robert Mundell) prima di approdare al Mit.
Le scuole di pensiero in competizione, del resto, sono certamente più di due. In fondo operano diverse bande nella stessa Boston. Modigliani ha cercato una sintesi tra la concezione classica dell’equilibrio generale e la Teoria generale di Keynes, predicando la politica dei redditi (i salari non debbono crescere più della produttività) e il rigore nei conti pubblici, fino a spingere, nel caso italiano, il capo della Cgil Luciano Lama e il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, sulla via dell’austerità combattuta dall’estrema sinistra anche con le P38 e le bombe (altro che Syriza).

E dove collocare la gang di Goldman Sachs (della quale ha fatto parte sia pur brevemente Draghi)? Fucina di idee oltre che di denaro, ha prodotto più segretari al Tesoro americani di ogni altra istituzione: democratici come Bob Rubin (ministro con Clinton) e repubblicani come Hank Paulson (ministro con Bush). La banca d’affari è la bestia nera di tutti gli antagonisti del mondo, rappresentata come una piovra, con tentacoli che si estendono in ogni angolo del globo e spostano masse ingenti di capitali alla velocità della luce. Realtà e leggenda. I Goldman boys hanno provocato la crisi del 2008 e ci hanno guadagnato. Hanno messo in croce i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) solo per accumulare profitti sulle disgrazie degli stati sovrani. Quanto ad Atene, chi ha aiutato a truccare i conti se non il padrino della finanza mondiale? Gli economisti al soldo della Goldman Sachs si sono inventati formule astruse per riempire i portafogli degli ignari risparmiatori di vere schifezze, pezzi di carta che alla fine della fiera non valgono nulla. Tutto vero, però la banca ha perso milioni di dollari in speculazioni sbagliate. I debiti pubblici li hanno contratti i governi dei vari paesi per tacitare le masse e non pagarne i conti politici. I derivati, sia pur nella loro versione più semplice, risalgono agli albori delle transazioni finanziarie, lo sapeva persino Shakespeare (vedi “Il mercante di Venezia”). Eppure Goldman Sachs non smette mai di mestare nel torbido, inquinare le acque, pagare ex politici e mandare in politica ex finanzieri.

Ognuno ha la sua banda. C’è naturalmente la gang ordoliberista tedesca il cui gran sacerdote era Hans Tietmayer, gran capo della Bundesbank; annovera Axel Weber e il successore Jens Weidmann, ma il più pugnace assertore resta Hans-Werner Sinn, capo dell’istituto della congiuntura, Ifo, vate dei conservatori, gran paladino della Grecia fuori dall’euro. Un vero fuochista che getta benzina sulle fiamme e finisce per alimentare le idee e i buoni affari della gang catastrofista, il cui pontefice massimo resta Nouriel Roubini, l’uomo che avrebbe previsto la crisi del 2008 e da allora non finisce più di vaticinare.

 

Negli ultimi tempi s’è aggiunto un altro gruppo che aspira a diventare una scuola. Ne fanno parte i profeti della “stagnazione secolare”, teoria rilanciata da Larry Summers, anche lui un Mit boy passato a Harvard, un predestinato in quanto nipote di due Nobel come Paul Samuelson e Kenneth Arrow, ex segretario al Tesoro con Clinton. Gli dà man forte la Nuova normalità (in sostanza, non avremo mai più una crescita come quella conosciuta nel quarto di secolo concluso dal crack del 2008) elaborata da James Galbraith (amico e mentore di Varoufakis) figlio del più noto John Kenneth, autore della “Società opulenta”, narratore vivace e accurato del patatrac del 1929 e consigliere di John Kennedy.

 

I declinisti sono l’anello di congiunzione con le molteplici bande che usano il capitalismo per metterlo in discussione. C’è la pitonessa del no global e no logo, Naomi Klein, il nonno francese della decrescita felice, l’ex maoista Serge Latouche, e l’enfant terrible che ha concepito “Il capitale nel XXI secolo”, cioè Thomas Piketty, abilissimo nel cogliere lo Zeitgeist dal quale è nato l’effimero, ma graffiante movimento Occupy che, attraverso gli Indignados, ha figliato in Spagna Podemos e in Grecia Syriza.

 

Su una strada parallela si è avviato un giornalista economico inglese che con il suo libro appena uscito nel Regno Unito (“Postcapitalism, A Guide to our Future”) sta sollevando un polverone. Paul Mason, capo dell’economia alla rete televisiva Channel 4 ed editorialista del Guardian, ripete la solita solfa che il capitalismo, dominante per due secoli, è giunto al capolinea. Ma l’alternativa non è lo statalismo marxista, bensì il neoanarchismo favorito dalla tecnologia dell’informazione. Non la dittatura del proletariato, bensì la liberazione di Wikipedia. Chissà se Casaleggio lo ha già letto, potrebbe lanciare le Five Stars nelle isole britanniche.

 

Scienza triste l’economia? Forse Thomas Carlyle aveva ragione, ma certo non sono tristi gli economisti di successo, i santoni dei nostri tempi, i tempi del calculemus in cui tutto va misurato, persino la felicità. E’ stata la commissione guidata da un para-guru francese come Jacques Attali a lanciare l’idea di un nuovo concetto di prodotto lordo nel quale entrino anche le variabili psicologiche tanto importanti quanto quelle materiali, così avremo il pil dei soddisfatti ben diverso da quello degli ingrugnati. La realtà è che non c’è un economista per tutte le stagioni, ma ogni stagione ha i suoi economisti.

 

C’era la crescita favorita dall’apertura degli scambi mondiali: capitali liberi, occupazione flessibile, borse al galoppo, risparmi legati alle azioni, lo stato in ritirata e il mercato in espansione in tutti i campi, compresa la cultura. E sono fioccati i Nobel a chi inventava l’algoritmo più sofisticato per abolire gli alti e bassi dei cicli economici e prevedere uno sviluppo senza fine (Robert Merton e Myron Scholes) o a chi studiava la domanda e l’offerta di servizi e di beni indivisibili, oppure trasformava la battaglia per il potere politico in comportamenti rivolti alla massimizzazione del benessere del gruppo sociale di riferimento. Era il trionfo della microeconomia, della finanza privata (più o meno turbo) rispetto a quella pubblica. Mentre “Liberi di scegliere” dei coniugi Milton e Rose Friedman diventava il libretto rosso della generazione reaganiana.

 

Poi il vento è girato, sono esplosi i debiti delle famiglie e degli stati, la disoccupazione è tornata sopra il 10 per cento, la crescita s’è fermata. La risposta dell’occidente agli sceicchi e ai sindacati aveva avuto successo, ma ha generato nuovi squilibri e nuove contraddizioni. Così, l’armamentario ammuffito della politica economica è uscito dalle cantine ed è stata riaperta la cassetta degli attrezzi keynesiani, anche quelli arrugginiti. Perché, a differenza dagli anni Trenta o dagli anni Settanta, non c’è un pensiero economico dominante, preciso nella diagnosi ed efficace nella prognosi.

 

Confusion de confusiones, come scriveva Joseph Penso de la Vega a proposito della Borsa di Amsterdam nel 1688. L’economia si occupa della società nella sua versione mercantile e mette insieme discipline e tecniche diverse, dalla matematica alla psicologia fino allo show business. Fu proprio Keynes il primo a capire l’importanza degli economisti anche nel circo politico-mediatico del quale è stato un protagonista indiscusso. E sempre lui ha sentenziato che “gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”. Ma al passato, ormai, appartiene anche il circolo di Bloomsbury.

Stefano Cingolani

Il Foglio 17 agosto 2015

 

 

 

Nati nel 2007

…………..

images2GG5RjghkjkhkgjL’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, dà un voto di “B” all’evoluzione dell’economia globale. Non sembra il caso di assegnare una votazione anche alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è già di per se un fatto positivo. E’ però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva per valutare l’intensità della ripresa e le difficoltà della risalita dal “fosso” in cui si è caduti con la crisi. Un modo per farlo è considerare un individuo che, nato nel 2007 e cioè appena prima dello scoppio della crisi finanziaria, ha oggi 8 anni e domandarsi a che età potrà rivedere il livello medio di benessere (misurato dal reddito pro-capite reale) che caratterizzava l’Italia nell’anno in cui è venuto al mondo. Dipende evidentemente dal ritmo che assumerà la crescita economica nei prossimi anni.

Se il pil aumentasse a un ritmo medio di sviluppo dell’1,5 per cento all’anno, questa persona avrà 19 anni quando, nel 2026, potrà ritrovare il livello del pil pro capite reale che si aveva in Italia alla sua nascita. Con una crescita più consistente, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi, i tempi di recupero si abbrevierebbero di alcuni anni: quell’individuo sarà un quindicenne quando, nel 2022, potrà celebrare la riconquista dei livelli italiani di benessere vigenti alla nascita

Ma anche se lungo e faticoso, il percorso che porta la “classe 2007” a rivedere i livelli italiani di benessere del momento della nascita implica comunque una perdita, da considerare, se non accelera la crescita, in gran parte permanente. (…) La seconda recessione (avviata a metà 2011) ha ulteriormente allontanato il benessere del paese dai livelli impliciti nella dinamica di fondo del periodo 1970-2010. Con una crescita dell’1,5 per cento all’anno, il pil pro capite dell’Italia a prezzi 2014 sarebbe in media nel decennio 2016-2026 di circa 8.000 euro all’anno inferiore rispetto al livello determinato dal trend 1970-2010. Una perdita significativa da considerare, irrecuperabile anche nella prospettiva di lungo periodo. Se invece la crescita fosse più elevata – secondo le ipotesi precedenti, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi – la perdita media nel decennio risulterebbe più contenuta, ma pur sempre consistente (pari a circa 6.000 euro all’anno). Tuttavia, si potrebbe osservare una graduale tendenza dell’indicatore di benessere a riaccostarsi all’evoluzione di lungo periodo che caratterizzava l’Italia prima della seconda recessione: nel 2026, la perdita di pil pro capite rispetto al trend sarebbe di circa 4.000 euro, contro i 7.000 del 2016.

Proiettando in avanti tali dinamiche si osserverebbe che la “classe 2007” potrebbe ricongiungersi ai valori di reddito pro-capite impliciti nel trend 1970-2010 intorno ai 27 anni, cioè nel 2034.

 

Non ci potrà mai essere una ripresa solida e robusta se Renzi non penserà agli italiani “classe 2007

di Sergio de Nardis

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/06/14/non-ci-potr-mai-essere-una-ripresa-solida-e-robusta-se-renzi-non-penser-agli-italiani-classe-2007___1-v-129788-rubriche_c272.htm

Produttività e selfie

selfiiiLa Silicon Valley invade i nostri pensieri, gadget elettronici e social media dell’economia digitale sono dappertutto nelle nostre vite. Fuorché dove ne abbiamo bisogno: nella produttività del lavoro. Mentre rallentano le locomotive globali della Cina e degli Stati Uniti – la Cina ha la crescita più debole da 20 anni, il Pil Usa è sceso dello 0,7% nel primo trimestre – dall’America arriva l’allarme-produttività. L’assenza di benefici reali dalle innovazioni tecnologiche è in cima ai pensieri di Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve che deve decidere quando rialzare il costo del denaro. Lamenta la produttività immobile anche il Conference Board, il panel di economisti più ascoltato da Barack Obama. Il Fondo monetario conferma: è una malattia che riguarda l’intero Occidente. E rilancia il tema della “stagnazione secolare”, che proietterà la sua ombra sui leader riuniti tra una settimana per il G7 in Germania. La crisi greca farà più notizia al summit dell’8 giugno, ma Atene è quasi un’emergenza secondaria, rispetto al male oscuro delle economie maggiori.
L’ex vicepresidente della Federal Reserve, Alan Blinder, ha fornito questo quadro inquietante: «Su un arco di 143 anni l’aumento medio annuo della produttività è stato del 2,3% annuo. Questo ci ha consentito di moltiplicare 25 volte il nostro tenore di vita. L’Età dell’Oro per l’aumento della produttività, è il quarto di secolo che segue la fine della seconda guerra mondiale, quando l’aumento medio annuo salì fino al 2,8% annuo. Poi ci fu una caduta, sorprendente e misteriosa, dal 1973 al 1995 quando scese all’1,4%. Per fortuna si riprese dal 1995 e nel quindicennio successivo. Ma dall’inizio di questo decennio è crollata. +0,7% all’anno dal 2010 a oggi, cioè la metà della performance peggiore nella storia precedente». I dati elencati da Blinder si riferiscono agli Stati Uniti ma il trend è identico o peggiore nella vecchia Europa, che non ha neppure Apple e Google. È la conferma di quanto denunciano da tempo altri teorici della stagnazione secolare come il Nobel Edmund Phelps: siamo circondati di “app”, ma in questo vortice di innovazioni, la nostra produttività rimane immobile. Perché?
Martin Feldstein, che fu consigliere economico di Ronald Reagan, guida il partito degli ottimisti sempre convinti della forza autopropulsiva del capitalismo. La sua risposta è semplice: le statistiche sono sbagliate, siamo prigionieri di un’illusione ottica, viviamo nel migliore dei mondi possibili. «Le straordinarie innovazioni dalle cure sanitarie ai servizi online al videostreaming – ha scritto Feldstein sul Wall Street Journal – hanno reso la nostra vita migliore e non vengono misurate dai dati che indicano un impoverimento della famiglia media del 10% dal 2000 ad oggi». Per credergli ci vuole un atto di fede. In che cosa il videostreaming (cioè la possibilità di scaricare immagini in diretta da Internet) ha “migliorato le nostre vite”? Una delle invenzioni che definiscono il nostro tempo è il costume di massa del “selfie”. Ha migliorato la qualità della nostra esistenza? Che cosa resterà di questi miliardi di immagini accumulate nei nostri gadget? Che ricchezza durevole avremo creato? A parte, s’intende, i miliardi pagati da Facebook per comprarsi WhatsApp e intascati dai suoi fondatori.
Questo è l’enigma economico del nostro tempo: la produttività quasi immobile. Problema serio. Perché nel lungo termine è dal progresso nella produttività che può derivare un maggiore benessere collettivo. L’altro motore storico dello sviluppo fu la demografia, ma su quello non possiamo più contare, non avremo più una popolazione in forte crescita, ad allargare i mercati di sbocco.
Il vero progresso tecnologico aumenta il frut- to del nostro lavoro. Così fecero l’invenzione della macchina a vapore e della ferrovia, dell’elettricità e del telefono. Le ultime invenzioni capaci di farci fare un balzo di produttività – prontamente registrato nelle statistiche – furono il personal computer e Internet. Dopo di allora, la bonaccia. «Twitter e Snapchat rendono più produttivo il nostro lavoro? – si chiede Blinder – Alcuni di questi servizi online al contrario possono ridurre la nostra produttività, perché una parte delle nostre ore di lavoro le riempiamo con attività che sono di ozio e distrazione, in effetti tempo sprecato». È dello stesso parere il premio Nobel Paul Krugman che è intervenuto al festival dell’Economia di Trento, anche lui severo verso le pseudo-innovazioni. Krugman cita il fondatore di PayPal Peter Thiel, che pur essendo organico alla cultura della Silicon Valley, si chiede come ci siamo ridimensionati dal sogno delle auto volanti ai 140 caratteri di Twitter. «La tecnologia informatica che entusiasma le classi twittanti potrebbe non essere di così gran beneficio per l’economia».
Stagnazione secolare e paralisi della produttività non sono dibattiti per accademici. La Fed deve decidere se concludere in autunno sei anni di “tasso zero”, e avviare una mini-stretta monetaria. Ma la Yellen è costretta a chiedersi quanto sia auto-sufficiente la ripresa americana, ormai giunta al suo sesto anno. Con la produttività ferma, ristagnano i salari. Per gelare il Pil Usa nel primo trimestre è bastato che i mercati anticipassero i rialzi dei tassi americani, rafforzando il dollaro, e togliendo all’industria Usa il beneficio di una moneta debole. Siamo ancora sotto l’effetto del “quantitative easing”, i 4.500 miliardi di liquidità generati dal 2009, usati per comprare dei bond che la banca centrale americana si tiene sempre “in pancia”. Se non si rianima in modo virtuoso la produttività, la fine della droga monetaria può segnare l’inizio di una nuova recessione.

Federico Rampini
la Repubblica, lunedì 1 giugno 2015

PIL PER OGNI ORA LAVORATA (rilevazioni OCSE)

USA 56 dollari
GERMANIA 49 dollari
FRANCIA 49 dollari
SPAGNA 41 DOLLARI
ITALIA 37 dollari

L’età dell’abbondanza

 

auttoooPotete chiamarla indifferentemente “L’Età dell’Abbondanza” o “Il Grande Freddo”. Sembra una contraddizione, ma, in realtà, l’uno spiega l’altra. Sulla scia della Grande Crisi del 2008, nuotiamo in un mare di petrolio, cotone, acciaio, automobili. Risparmi e capitale si ammucchiano, i lavoratori abili e disponibili sono decine di milioni. Insomma, tutti gli ingredienti di un’economia rombante sono sul tavolo, ma l’economia mondiale, invece, tossicchia e inciampa: dalla Cina agli Usa. E anche la ripresa europea appare assai pallida. Il risultato è che magazzini, depositi, casseforti scoppiano, in attesa di una domanda che non arriva. A Cushing, in Oklahoma, dove confluisce il grosso del petrolio estratto negli Stati Uniti, le cisterne, sono piene fino all’orlo: settimana dopo settimana, l’inventario delle scorte batte il record precedente e, ormai, sfiora i 500 milioni di barili. Sui mercati mondiali, del resto, ogni giorno arrivano 2 milioni di barili di greggio che faticano a trovare un compratore. Il surplus lo scontano i prezzi: dalla scorsa estate si sono dimezzati. Ma tutto il mondo delle materie prime si muove nella stessa direzione: 110 milioni di balle di cotone, nel mondo, restano nei depositi in attesa di essere venduti. Di conseguenza, il prezzo del cotone, rispetto ad un anno fa, è sceso di quasi il 30 per cento. E così per le altre derrate. Il Baltic Dry Index, che misura il traffico delle merci non liquide come il petrolio, è crollato, da ottobre, circa del 60 per cento. Per i prodotti agricoli, fermi nei silos e nei frigoriferi, il calo dei prezzi va dall’11 al 20 per cento. I metalli, dal ferro al rame, sono crollati di oltre il 18 per cento.
Eppure, di lavoratori per trasformare tutte quelle materie prime ce ne sono fin troppi. Eurolandia, con il suo tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, è la pecora nera, ma, nel mondo, una disoccupazione al 6 per cento significa che ci sono oltre 200 milioni di persone in cerca di un lavoro che non trovano. Nessuno si aspetta che diminuiscano presto: l’Onu prevede anzi che, nel 2019, saranno 212 milioni. Il problema è che anche del terzo elemento del triangolo dell’economia, quello cruciale perché mette in movimento gli altri due, materiali e lavoro, ce n’è troppo: c’è un surplus anche di capitale, fermo nei portafogli e nelle casseforti. Crédit Suisse censisce la ricchezza globale a circa 263 mila miliardi di dollari, più del doppio, rispetto ai 117 mila miliardi di appena 15 anni fa. Niente male, considerando che, nel frattempo, c’è stata la più grave crisi finanziaria da quasi un secolo. Ma il problema è che questi soldi sono incagliati, lamenta Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Il mondo affoga in risparmi che ristagnano, invece di tradursi in investimenti. Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi. E anche la Cina, tradizionalmente risparmiatrice, si è fatta ancora più avara: fatti gli investimenti, le restavano in cassa solo 20 miliardi di dollari nel 2000. Adesso, il divario fra risparmi e investimenti interni è arrivato a 182 miliardi di dollari.
«Abbiamo di fronte uno scenario di bassa crescita, bassa inflazione, bassi tassi d’interesse» ha detto al Wall Street Journal Megan Greene, capo economista di John Hancock, un colosso della gestione finanziaria, e instancabile twittatrice. «E, dunque, dovremo forse impiegare tutti i prossimi dieci anni per smaltire questo ingorgo». Gli economisti avevano avvertito che, quando una crisi scoppia per un crack finanziario, che azzoppa i meccanismi del credito, la ripresa è lenta e stentata. L’ingorgo di risorse inutilizzate, fra capitale, lavoro, materie prime che preoccupa la Greene ne è la conferma ed è lo specchio del ritmo asfittico dell’economia mondiale, Il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo globale continui a crescere, da qui al 2016, fra il 3,4 e il 3,8 per cento, un ritmo da lumaca, rispetto al decennio passato. Quello che preoccupa è la paralisi dei paesi emergenti, il motore dello sviluppo mondiale degli ultimi anni. Il Fmi prevede che il pil dei paesi emergenti, cresciuto del 4,6 per cento nel 2014, mantenga lo stesso ritmo di crescita – e niente più – nei prossimi due anni. Stentano il Brasile, la Russia, i paesi arabi. Il dato cruciale è il brusco rallentamento cinese. Già nel 2014, la surriscaldata macchina economica di Pechino era passata ad un tasso di sviluppo del 7,4 per cento, ma la frenata è solo cominciata: 6,8 per cento in più nel 2015, 6,3 per cento nel 2016, ben lontano dal 10 per cento degli anni scorsi. La tanto sospirata e, oggi, celebrata ripresa europea rischia di sbocciare nel vuoto e di dover trovare dentro la stessa Europa, anziché nelle esportazioni, il combustibile che la alimenti.
Finirà presto? Dobbiamo solo aspettare di smaltire l’ingorgo? O c’è qualcosa che non va con i tubi? Così la pensa Daniel Alpert, che, all’attuale sovrabbondanza ha dedicato un libro, “The Age of Oversupply”: il mondo – dice – ha attraversato, negli ultimi 30 anni, una rivoluzione epocale: la globalizzazione ha inserito nel mercato mondiale due miliardi di nuovi lavoratori, mentre il boom dell’informatica faceva esplodere la produttività. Il risultato è una caduta verticale della forza contrattuale dei lavoratori, tradotta in una diminuzione dei salari e del potere d’acquisto. Meno salari, meno consumi. È questa la benzina che manca all’economia mondiale. Negli Stati Uniti, a febbraio, le scorte di beni durevoli (frigoriferi, tv ecc.) sono arrivate al livello più alto degli ultimi trent’anni. E, in Cina, la mecca del mercato automobilistico, da due anni e mezzo i concessionari non avevano i piazzali così pieni di macchine da vendere: sul totale dell’economia, l’incidenza dei consumi delle famiglie cinesi, in questi anni, è diminuita.
In realtà, in questi anni il reddito globale è aumentato. Ma è un aumento zoppo. Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale sequestra il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento. I ricchi, però, consumano, rispetto ai poveri, poco e i loro soldi finiscono nei risparmi incagliati di Bernanke. L’ineguaglianza, hanno scoperto recentemente sia il Fmi che l’Ocse, non paga: una società diseguale ha una economia poco efficiente. Ma è qui che, alle tendenze di fondo, si sovrappone la situazione post-crisi finanziaria. Mentre reddito e risparmi si concentrano in poche mani, la massa dei consumatori è schiacciata dai debiti. La somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina. I venti della deflazione trovano qui il loro alimento. Gli economisti la chiamano “deflazione da debito”: tutti si preoccupano di ridurre i debiti e non consumano.
Inutile chiedere ai governi di mettersi loro a pedalare per tutti, con programmi di stimolo economico: l’ideologia dell’austerità lo impedisce. A spingere sono rimaste solo le banche centrali, come il programma appena lanciato dalla Bce. Ma, da sole, le iniezioni di denaro facile di Francoforte – Draghi lo ha detto più volte – rischiano di girare a vuoto.

Maurizio Ricci
Repubblica 4 maggio 2015
The Age of Oversupply