Bocciate sotto stress

strePer dirla con la Banca d’Italia «il sistema del credito in Italia è solido». Gli esami della Bce, però, hanno sicuramente messo in evidenza un’immagine tutt’altro che lusinghiera delle nostre banche e, se non fosse stato, per la paziente opera di divulgazione effettuata da Via Nazionale i riscontri mediatici e comunicativi sarebbero stati ben peggiori.

Ma andiamo con ordine. La «valutazione complessiva» della Banca centrale europea su 130 grandi istituti di credito del Vecchio Continente ha bocciato 25 gruppi creditizi, mettendo in evidenza carenze patrimoniali per 25 miliardi di euro. Poiché l’esercizio (revisione degli attivi patrimoniali unitamente agli stress test) è stato condotto sui bilanci al 31 dicembre 2013, le misure messe in campo nei primi nove mesi del 2014 hanno consentito a 12 di esse di supplire alle mancanze per oltre 15 miliardi. Tra le 13 «rimandate» spiccano le italiane Monte dei Paschi di Siena (2,11 miliardi mancanti, 1,35 miliardi al netto della restituzione dei Monti-bond) e Banca Carige (814 milioni). Banca Popolare di Milano e Banca Popolare di Vicenza, che presentavano leggere carenze patrimoniali, hanno comunque passato il test. ……

…. Innanzitutto, va ricordato che nessuna banca italiana è stata bocciata nell’ Asset Quality Review , cioè nella parte dell’esame riguardanti la consistenza dei bilanci e del patrimonio. Nonostante un Pil in calo da cinque anni e un aumento monstre dei crediti in sofferenza, gli istituti di credito italiani sono riusciti a reggere l’onda d’urto. Soprattutto a suon di aumenti.

La bocciatura ha riguardato la fase degli stress test con scenario avverso. In pratica, la Bce ha simulato una crisi economica nel triennio 2014-2016 che in Italia avrebbe determinato un calo cumulato del Pil del 3,2% e un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato al 5,9% dal 2,5% medio attuale con conseguente perdita di valore dei Btp in portafoglio. ….

http://www.ilgiornale.it/news/politica/nuovo-schiaffo-delleuropa-bocciate-9-banche-italiane-1062821.html

Si chiude in recessione

recxL’Italia chiuderà anche il 2014 in recessione. Il governo, come previsto, abbassa le stime di aprile e con la nota di aggiornamento del documento di Economia e Finanza (Def) indica che il Pil chiuderà quest’anno a -0,3% (e l’Istat prevede intanto che anche il terzo trimestre avrà il segno meno) per tornare a crescere, allo 0,6% nel 2015. Pienamente rispettato però, sottolinea il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al termine del Cdm che ha approvato la nota, il «fondamentale vincolo» del 3%. Il rapporto deficit/Pil si attesterà infatti quest’anno precisamente sul filo di questa soglia (al 3%) per calare leggermente al 2,9% il prossimo anno.

Il governo, con le leggi attualmente in vigore, stima il rapporto al 2,2% ma fissa il deficit programmatico al 2,9%. Questo darebbe così margini di iniziativa per stimolare l’economia per il prossimo anno. «Nessuna manovra aggiuntiva» per il 2014, assicura nuovamente il sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio. Ma visto «il quadro macroecnomico deteriorato» è «lecito» però, spiega Padoan, invocare le «circostanze eccezionali» già previste dalle regole Ue per «rallentare» l’aggiustamento strutturale di bilancio e rinviare «al 2017» il raggiungimento del pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact. Certo, bisognerà aspettare il giudizio di Bruxelles ma, assicura il ministro, con la commissione, cui è già stata inviata la nota di aggiornamento, «ci sarà normale dialogo con Bruxelles, sia con commissione uscente sia con quella entrante». E quindi un giudizio che arriverà «sulla legge di stabilità», dopo il 15 ottobre.

La legge di stabilità sarà comunque orientata alla crescita ….

Anche il debito è visto in salita, al 131,7 quest’anno e al 133,6 l’anno prossimo, anche per effetto di un piano di privatizzazioni che va a rilento. Quest’anno «faremo meno di quanto previsto (cioè lo 0,7% del Pil) – ammette Padoan ma recupereremo l’anno prossimo». L’uscita dalla recessione sembra per l’Italia ancora lontana: anche l’Istat, nella nota mensile sull’economia del paese, certifica che nel terzo trimestre ci sarà una «nuova flessione» del Pil. Ciò è dovuto non soltanto alle difficoltà della nostra industria ma anche alla fragilità della domanda interna, e dai consumi deboli. E con i consumi «compressi dalle difficili condizioni del mercato del lavoro», la locomotiva-paese non riparte. Insomma, spiega l’Istat, «l’attuale fase di debolezza del ciclo economico è attesa proseguire anche nel terzo trimestre». In particolare sul mercato del lavoro, «il tasso di posti vacanti permane su livelli molto bassi, a sottolineare la prolungata scarsità di posti di lavoro disponibili che sembra divenire una caratteristica strutturale

http://www.lastampa.it/2014/09/30/economia/verso-un-nuovo-calo-del-pil-nel-terzo-trimestre-M4CGl0VrTakZiZsz55JOXK/pagina.html

Quello che il Pil non misura

bobkNon riusciamo a sbarazzarcene. Che si parli della ricaduta in recessione che colpisce vaste aree delleurozona, o della performance economica americana ben più vigorosa sotto lamministrazione Obama. Alla fine ci aggrappiamo sempre a un dato. Il Prodotto interno lordo continua a dominare il discorso pubblico sulleconomia. Eppure questo indicatore è screditato da molto tempo. Il premio Nobel Paul Samuelson ne aveva mostrato un aspetto assurdo: con il celebre esempio dei lavori domestici. Il Pil (così come una variante più in uso nel passato, il Prodotto nazionale lordo o Pnl) è un aggregato di transazioni monetarie. Misura beni e servizi prodotti in uneconomia nazionale, purché vengano pagati. Se io sposo la mia domestica- disse Samuelson – automaticamente faccio scendere il Pil. Perché? Finché la domestica viene pagata per fare le pulizie di casa, il suo salario entra nel calcolo del Pil. Se diventa la moglie di Samuelson e continua a fareglistessi lavori domestici, ma ora li fagratis, ecco che il valore economico delle sue fatiche scompare. E la nazione sembra più povera. Unaltra critica, celebre e appassionata, è quella espressa da Bob Kennedy, fratello minore del presidente assassinato. Bob era probabilmente il più fine intellettuale in quella famiglia, un avido lettore, un pensatore originale, con valori e convinzioni progressiste più radicate rispetto a John. Il fratello maggiore da presidente lo volle al suo fianco come ministro della Giustizia. E Bob guidò unoffensiva contro la mafia, che secondo alcune ricostruzioni sarebbe poi stata una mandante degli assassini dei Kennedy. A demolire il Pil (anzi allepoca il Pnl) è dedicato il passaggio-chiave di un discorso che Bob pronuncia alluniversità del Kansas il 18 marzo 1968, tre mesi prima di morire ucciso da Shiran Shiran, mentre fa campagna elettorale per conquistare ala Casa Bianca. Per troppo tempo e in misura eccessiva-dice Bob Kennedyabbiamo sacrificato leccellenza personale e i valori comunitari sullaltare di una mera accumulazione di beni materiali. Il nostro Prodotto nazionale lordo oggi è di oltre 800 miliardi di dollari. In quegli 800 miliardi sono addizionati linquinamento atmosferico, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze che trasportano le vittime delle stragi sulle autostrade. Aggiungiamo al conteggio il valore dei lucchetti delle porte di casa, e delle prigioni dove rinchiudiamo quelli che li hanno scassinati. Addizioniamo la distruzione delle sequoie, lurbanizzazione caotica che distrugge le bellezze naturali. Nel Prodotto nazionale lordo ci sono il napalm (agente chimico defoliante usato nei bombardamenti del Vietnam, ndr), le testate nucleari, i blindati della polizia per combattere le rivolte nelle nostre città. Ci sono dentro le pistole e i pugnali, i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Invece il Prodotto nazionale lordo non calcola la salute dei nostri figli, la qualità della loro istruzione, o la serenità dei loro giochi. Non include la bellezza della poesia o la solidità dei nostri matrimoni, lintelligenza del dibattito pubblico o lonestà dei funzionari dello Stato. Non misura il coraggio né la saggezza né lapprendimento, non misura la carità né la dedizione agli interessi del paese. In sintesi: misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci può dire tutto dellAmerica, fuorché la ragione per cui siamo orgogliosi di essere americani. Ora che il mondo è in fiamme su diversi fronti di guerra, e Obama allarga i raid anche sulla Siria, è impossibile non ricordare che la spesa bellica fu determinante per fare uscire lOccidente dalla Grande Depressione degli anni Trenta.  Più del New Deal potè Pearl Harbour

LA LEZIONE DI BOB KENNEDY AL DI LÀ DEL PIL C’È LA REALTA

di Federico Rampini Affari &Finanza

15 settembre 2014

 

Grandissima crisi

Sette anni di crisi infinita mai una depressione è stata così devastante

di Maurizio Ricci

Le parole cominciano a farsi pesanti. Di fronte alla crisi europea, il premio Nobel Joseph Stiglitz parla ormai, apertamente, non più di semplice recessione, ma di vera e propria depressione: il cupo scenario di un’economia che affonda sempre di più e non sembra capace di scuotersi. Al confronto, il «decennio perduto» del Giappone, a cavallo del secolo, appare quasi una prospettiva benigna. E ci sono confronti anche più imbarazzanti. Se quella degli anni ‘30 viene chiamata la Grande Crisi, forse bisogna cominciare a chiamare quella in corso la Grandissima Crisi: a sette anni dal suo innesco, l’economia dell’eurozona sta peggio di quanto stesse l’economia europea a sette anni dal 1929.
«Magari fossero gli anni ‘30» ha scritto Nicholas Craft, lo storico inglese dell’economia che ha messo a confronto l’Europa dopo il «venerdì nero» di Wall Street e l’Europa dopo la domenica buia del collasso Lehman. L’impatto iniziale della crisi fu più brusco, ottant’anni fa, ma la ripresa più vivace e veloce. Soprattutto, in una parte d’Europa. I paesi del blocco della sterlina (Regno Unito e paesi scandinavi, in sostanza) decisero già nel 1931 di abbandonare il collegamento con l’oro. La sterlina fu svalutata, ma i governi furono in grado di varare decisive misure di stimolo monetario e fiscale. Al contrario, i paesi dell’oro (Francia, Italia, Olanda) restarono ancorati al gold standard, sottoponendosi ad un bilancio d’austerità dopo l’altro, fino a che il circolo vizioso fra prezzi in caduta, disoccupazione crescente e tagli di bilancio sempre più grandi non li costrinse a mollare l’oro e a svalutare.
Era l’autunno del 1936: la ripresa comincia allora. Oggi, l’economia europea è ferma, ancora al di sotto ai livelli pre-crisi. Con la Germania che perde anch’essa colpi, praticamente nessuno prevede un rimbalzo nella seconda metà dell’anno. Il risultato è che, a fine 2014, guardando indietro
di sette anni, l’eurozona risulterà più lontana dalla ripresa anche dei fanatici del gold standard del secolo scorso, alla stessa fase della traiettoria post-crisi.
I giudizi di una parte crescente della comunità degli economisti sono aspri. Ad un recente convegno di premi Nobel, in Germania, Stiglitz e i suoi colleghi hanno escluso circostanze eccezionali e hanno parlato esplicitamente di «fallimento della politica», cioè della strategia di austerità imposta da Berlino. Chiamata in causa, Angela Merkel ha risposto a muso duro, ribadendo che è possibile crescere e, contemporaneamente, tagliare i bilanci. Tuttavia, l’attaccamento, in particolare della Germania, al rigido rispetto dei parametri dell’austerità sta giànproducendo risultati paradossali e le contraddizioni rischiano di esplodere. La lunga crisi, infatti, ha ridotto il Pil potenziale (cioè quello che risulterebbe con il massimo di occupazione e investimenti) ad esempio dell’Italia, perché ha intaccato, con la chiusura di impianti e l’espulsione di manodopera, la sua capacità produttiva. Potrebbe essere una curiosità da econometristi, ma il Pil potenziale è cruciale per determinare il deficit strutturale, cioè il disavanzo pubblico che ci sarebbe, anche con la congiuntura più favorevole. E il deficit strutturale è il parametro chiave delle nuove regole europee. Il risultato è perverso. Se il Pil potenziale si abbassa, si allarga il deficit strutturale, cioè il disavanzo che ci sarebbe anche con l’economia a pieno regime, visto che quel pieno regime non è poi granché. Deficit strutturale più alto significa austerità più severa, come rischia di sperimentare l’Italia nei prossimi mesi.
In altre parole, un devastante circolo vizioso in cui le regole sull’austerità impongono automaticamente sempre più austerità, mentre l’economia va in catalessi.
Finora, le speranze di rompere il circolo vizioso si sono appuntate sulla Bce, ma i margini di manovra di Mario Draghi appaiono ristretti. Il compromesso raggiunto a giugno fra falchi e colombe, nel board di Francoforte, ha dato via libera a massicce iniezioni di liquidità attraverso le banche, ma con l’intesa di aspettare fine anno, prima di decidere nuove e più
incisive misure. In una parola, prima di sparare la cartuccia del «quantitative easing», l’acquisto massiccio di titoli (in particolare di Stato) sui mercati, nel tentativo di inondare e drogare l’economia, come hanno già fatto le banche centrali negli Usa, in Gran Bretagna e in Giappone. Tuttavia, di fronte all’avanzare della crisi, anche il «quantitative easing » non appare più, ad alcuni, l’arma decisiva. «La Bce — ha detto un analista — ha perso l’attimo ». Avrebbe dovuto essere varata un anno fa, con i tassi ancora positivi e un’economia ancora immune dalla spirale psicologica della deflazione.
Se i margini della politica monetaria si sono esauriti, cosa resta? Dall’ala keynesiana degli economisti si alza, per la prima volta, in modo esplicito l’appello ad una massiccia manovra espansiva di bilancio: investimenti pubblici, rimpolpamento dei redditi. Perché, anche se, in prospettiva, le riforme di struttura sono importanti, qui ed ora quello che si impone è un massiccio rilancio della domanda, che rianimi subito una congiuntura esangue, nella più pura ortodossia keynesiana. L’appello è abbastanza convinto da aver spinto un economista autorevole come Willem Buiter (capoeconomista a Citigroup) a pubblicare un ponderoso saggio accademico, denso di equazioni, per valutare l’efficacia di quello che gli americani chiamano «helicopter money», soldi buttati dall’elicottero (in una versione più elegante, assegni che arrivano dal Tesoro a casa dei contribuenti). Funziona, assicura Buiter. Sempre.

La Repubblica 24 agosto 2014

http://rassegna-stampa.veneziepost.it/stories/italy/36422_sette_anni_di_crisi_infinita_mai_una_depressione__stata_cos_devastante/#.U_oLrCzlrIU

 

 

Italia in recessione tecnica

recezItalia in recessione tecnica.

Secondo trimestre consecutivo in flessione congiunturale. Il Pil nel secondo trimestre 2014 risulta ancora negativo, scendendo dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, quando aveva segnato un calo dello 0,1%. Su base annua, invece, scende dello 0,3%.

Il calo congiunturale, sottolinea l’Istat, è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in tutti e tre i grandi comparti di attività economica: agricoltura, industria e servizi.

Il dato è peggiore delle attese degli analisti, che indicavano una forchetta tra il -0,1% e il +0,1%. Il ribasso sembra risentire dell’indebolimento della spinta da fuori confine. Dal lato della domanda, spiega infatti l’Istat, il contributo alla variazione congiunturale del Pil della componente nazionale, al lordo delle scorte, risulta nullo, mentre quello della componente estera netta è negativo. Riparte invece la produzione industriale a giugno, ma, dopo due mesi di cali, non è sufficiente a tornare in positivo nell’intero trimestre. E come conseguenza, anche il Pil del periodo resta con il segno meno……

http://www.corriere.it/economia/14_agosto_06/italia-recessione-tecnica-secondo-trimestre-consecutivo-flessione-5271722e-1d48-11e4-863e-cfd50bac8a56.shtml

 

Crisi infinita dell’Italia: l’Istat certifica lo stallo del Pil. Torna lo spettro della recessione. Ma com’è cambiata l’economia negli ultimi 7 anni?

Ecco un video

http://www.lastampa.it/2014/08/06/multimedia/italia/crisi-italia-cos-cambiato-negli-ultimi-anni-u32vanKd3Wdl2YEbB2oK3I/pagina.html

In 5 anni la spesa media mensile degli italiani è calata di 126 euro

Continuano ad aumentare le famiglie che hanno ridotto la qualità o la quantità del cibo acquistato fino a raggiungere il 65% nel 2013 dal 62,3% del 2012. Lo rileva l’Istat. La spesa alimentare resta sostanzialmente stabile (passa da 468 euro a 461), nonostante la «diminuzione significativa» di quella per la carne (-3,2%). La quota della spesa destinata a cibo e bevande aumenta dal 19,4% del 2012 al 19,5% del 2013 a causa della diminuzione dei consumi non alimentari. Sono sempre di più le famiglie che scelgono l’hard discount per l’acquisto di generi alimentari (passano dal 10,5% del 2011 al 12,3% del 2012 fino al 14,4% nel 2013), a scapito prevalentemente di supermercati, ipermercati e negozi tradizionali.

In 5 anni spesa mensile giù di 126 euro

Nel 2013 la spesa media mensile per famiglia è pari a 2.359 euro, in calo del 2,5% rispetto all’anno precedente, dice ancora l’Istat sottolineando che la spesa è diminuita anche in termini reali (l’inflazione lo scorso anno era all’1,2%). Sono i livelli di spesa più bassi da dieci anni, nel 2004 la spesa media era di 2.381 euro. In 5 anni, ossia dal 2008 al 2013, la spesa media delle famiglie è calata di 126 euro, commenta il Codacons, passando da 2.485 euro a 2.359 euro. Metà delle famiglie italiane spende comunque meno di 1.989 euro al mese nel 2013. L’Istat calcola che il valore mediano della spesa mensile è in calo in un anno del 4,3% e di nuovo sotto la soglia dei 2 mila euro (nel 2012 era pari a 2.078 euro)

 

Calano spese per abbigliamento e cultura

A diminuire è soprattutto la spesa non alimentare che risulta «significativamente in calo rispetto al 2012» (-2,7%) e si attesta su 1.898 euro mensili. Continuano a calare in particolare le spese per abbigliamento e calzature (-8,9%), quelle per tempo libero e cultura (-5,6%) e quelle per comunicazioni (-3,5%). Il Trentino-Alto Adige è la regione con la spesa media mensile più elevata, 2.968 euro, di quasi 1.400 superiore a quella della Sicilia, che si conferma ultima con una spesa di 1.580 euro.

Cia: «Si spende più per benzina che per cibo»

«La quota di spesa per alimentari e bevande, nonostante sia cresciuta nel corso dell’anno stabilizzandosi al 19,5 per cento, resta comunque inferiore ai livelli pre-crisi – sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori – quando occupava un quarto della spesa complessiva delle famiglie. Inoltre, le bollette record di luce e gas e il pieno di benzina più caro d’Europa hanno costretto i consumatori a togliere soldi da beni primari come carne, pasta, pane e latte e destinarli altrove. Con la conseguenza che nel 2013 ogni famiglia italiana ha speso più per combustibili, elettricità e trasporti (474 euro al mese) che per il cibo (461 euro al mese)».

http://www.corriere.it/economia/14_luglio_08/consumi-65percento-famiglie-ha-ridotto-quantita-o-qualita-cibo-22b725f2-068b-11e4-addf-a4fb93907d37.shtml

Dove va il PIl?

In Europa le uniche soddisfazione arrivano dai dati sull’economia tedesca che cresce più delle aspettative con un +0,8% nel primo trimestre, mentre la Francia delude le aspettative e l’Italia torna addirittura a vedere il segno negativo: -0,2% trimestrale e -0,5% annuo. Delude nel complesso l’Eurozona, con un timido +0,2%. Fuori dall’Europa, il Giappone segna una crescita del Pil dell’1,5% sui tre mesi precedenti (al passo più veloce degli ultimi 10 trimestri) e del 5,9% su base annualizzata. La forte accelerata include il trend dei consumi, salito del 2,1% sulla spinta del rialzo dell’Iva, passata dal primo aprile dal 5 all’8%. Proprio ad aprile, non a caso, l’indice di fiducia dei consumatori nipponici è risultato in calo a 37 punti, ben lontano dalla soglia di 50 che indica il passaggio a un clima positivo.

http://www.repubblica.it/economia/2014/05/15/news/borsa_15_maggio_2014-86192654/