Italiani all’estero, i loro redditi valgono quasi mezzo punto di Pil

Ogni coincidenza dev’essere senz’altro casuale – ma fa riflettere – se l’Italia per certi aspetti sembra tornata al 1878. Agostino Depretis fu primo ministro in quell’anno di un Paese quantitativamente pari a metà di quello di oggi: lo abitavano poco meno di trenta milioni di persone, contro gli oltre sessanta milioni del 2016; lo lasciavano poco più di 50 mila italiani per cercare fortuna all’estero, contro i 115 mila che ufficialmente hanno compiuto lo stesso passo nel 2016.
In un dettaglio però l’Italia di quasi 140 anni fa e quella attuale si somigliano in modo sorprendente: l’importanza del denaro guadagnato dai suoi cittadini all’estero e portato in patria per garantire il tenore di vita delle famiglie. Quelle somme valevano mezzo punto percentuale del Prodotto interno lordo nel 1878, secondo le stime più accettate, e sono tornate a pesare lo stesso rispetto al reddito nazionale l’anno scorso. Noi italiani non assomigliamo più ai nostri nonni, bisnonni o prozii con le valigie di cartone o i visti laboriosamente ottenuti dopo infinite umiliazioni burocratiche. Non assomigliamo più neppure alla generazione dei nostri padri e alla loro sarcastica e dolorante epopea da pane e cioccolato. Ma siamo tornati a mandare soldi a casa. Neanche pochi.

Il confronto

La sorpresa salta fuori nelle pieghe della bilancia dei pagamenti così come viene declinata negli annessi alla Relazione annuale sul 2016 appena pubblicata dalla Banca d’Italia. L’anno scorso gli italiani hanno guadagnato all’estero e portato a casa 7,2 miliardi di euro. Appena meno di mezzo punto del Prodotto interno lordo, esattamente come nel 1878. Lo hanno fatto, come allora, in grandissima parte come lavoratori dipendenti.
Le differenze è che oggi questa tendenza rivela non solo il disagio economico delle famiglie d’origine, ma anche quanto sia entrata nel sangue degli italiani l’integrazione economica internazionale che va sotto il nome di globalizzazione. Un’occhiata ai dati della bilancia dei pagamenti mostra infatti due flussi paralleli di guadagni all’estero, che gli italiani portano o mandano ai loro congiunti in patria. Il flusso più tradizionale riguarda le rimesse, ovvero i soldi guadagnati all’estero e poi spediti in Italia. Dopo quattro decenni di declino, esse risultano in notevole aumento benché pur sempre in dimensioni contenute.
Le rimesse dei migranti dall’estero verso l’Italia valevano 228 milioni di euro nel 2004 e 478 milioni nel 2011, nel pieno della Grande recessione. Poi nel 2015 e l’anno scorso questa voce della bilancia dei pagamenti è cresciuta a quota 646 milioni di euro, quasi triplicata in poco più di dieci anni.
Era prevedibile, dato che l’emigrazione ufficiale degli italiani verso l’estero è più che raddoppiata dalle 50 mila persone l’anno durante il ventennio chiuso nel 2009, fino ai 115 mila del 2016. Il flusso risulterebbe del resto molto più robusto, se si potessero contare con precisione coloro che lasciano l’Italia per Amburgo, Londra o Zurigo ma non compaiono nelle statistiche perché non cancellano la residenza nei Comuni di provenienza. Nel 2014 per esempio l’ufficio statistico della Germania ha contato in arrivo dall’Italia oltre il quadruplo degli italiani che secondo l’Istat, l’autorità statistica di Roma, erano partiti per la Repubblica federale quell’anno. All’Italia ne risultavano 17 mila, alla Germania 84 mila.

Le famiglie

Viste le dimensioni, queste rimesse di tipo tradizionale probabilmente integrano il reddito di circa 50 o 60 mila famiglie per poche migliaia di euro l’anno. Impossibile dire dove vivano i beneficiari, ma la verità potrebbe sorprendere: forse più a Nord che nel Mezzogiorno, più nelle città che nelle aree rurali. In uno studio per il «National Bureau of Economic Research» americano Massimo Anelli e Giovanni Peri hanno infatti mostrato, sulla base di dati della Farnesina, che l’attuale ondata migratoria verso l’estero viene molto più dal Settentrione d’Italia che dal Sud. E la alimentano più le città e le aree ad alta densità di laureati che le campagne e le aree arretrate. Abbiamo ripreso a mandare soldi a casa, ma non siamo più gente da pane e cioccolata. Produciamo raffinati cervelli in fuga, ma un po’ si sacrificano per la famiglia come i loro progenitori.
Resta il fatto che il grosso dei redditi maturati all’estero entra in Italia in modo meno tradizionale e più contemporaneo. È la linea della bilancia dei pagamenti che mostra in gran parte i redditi dei lavoratori frontalieri (e in parte minore quelli dei dipendenti italiani di aziende del Paese operanti fuori dei confini). Quei valori sono esplosi negli ultimi anni: i redditi dei lavoratori frontalieri riportati in patria valevano 4,5 miliardi nel 2011 e sono saliti fino a 6,6 miliardi l’anno scorso.

Le risorse

Sono i soldi delle decine o centinaia di migliaia italiani che al mattino presto prendono un treno locale e vanno a lavorare in Svizzera, in Francia o in Austria per ritornare la sera. È una forma di emigrazione parziale, sicuramente molto più intonata a un’economia del ventunesimo secolo. Ma conta finanziariamente sempre di più per permettere a centinaia di migliaia di italiani delle provincie del Nord di quadrare la contabilità familiare ogni mese.
La somme delle due fonti di redditi maturati all’estero e trasferiti in Italia – rimesse tradizionali e redditi dei frontalieri – arriva quasi a mezzo punto di Pil. Come nel 1878, se non fosse che allora il pendolarismo attraverso le frontiere era impensabile. La somma totale è comunque salita di 2,3 miliardi di euro fini a 7,2 miliardi dal 2011 e ormai supera quella di tutte le rimesse che gli immigrati stranieri mandano dall’Italia verso il resto del mondo. Quest’ultima, per la crisi e per la repressione di certe frodi dei cinesi a Prato e a Roma, è infatti crollata da 7,3 a 5 miliardi in pochi anni.

FEDERICO FUBINI

Corriere della Sera, 19 giugno 2017

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_18/rimesse-italiani-all-estero-valgono-quasi-mezzo-punto-pil-d58d17a4-5462-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

Stiamo tornando all’ 800?

pikkLa barba non ce l’ha e il soprannome di novello Marx affibbiatogli dall’Economist se lo è aggiudicato con il titolo del suo libro “Il capitale del XXI secolo” (Bompiani) e con il merito di aver riportato il dibattito economico sulle disparità tra ricchi e poveri. Un divario che l’economista francese giudica incolmabile perché chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco perché il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale (Pil) e del reddito, con buona pace di chi vive di solo stipendio. Per di più, in uno scenario come quello europeo, in cui l’economia non cresce, sarà facilissimo per chi vive di rendita mantenere la propria posizione di preminenza. La via d’uscita suggerita da Thomas Piketty è la tassazione progressiva dei grandi patrimoni accompagnata da una politica almeno europea, se non mondiale, capace di smascherare chi vuole celare la propria ricchezza. Come? Con una lotta senza quartieri ai paradisi fiscali e con norme severissime sull’evasione.
Per lei la crescita della ricchezza di pochi a danni di molti è inarrestabile perché il capitale cresce sempre più in fretta dell’economia reale. “Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio”. Come si potrebbe ridistribuire la ricchezza?
“Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita. Il paradosso del matrimonio rappresenta una visione cinica della vita, ma per quanto uno studente possa investire sul suo futuro non potrà mai raggiungere la ricchezza di chi ha ereditato un patrimonio. E così se la sua ambizione è diventare ricco, farà meglio a sposare una ragazza senza qualità, né bella né intelligente, ma molto ricca. L’unica soluzione è quella di ripristinare la meritocrazia, altrimenti nei Paesi a crescita demografica vicina allo zero o negativa le eredità avranno un peso sempre maggiore”.
Una forma di ridistribuzione potrebbe essere il salario minimo: è davvero utile o è solo una battaglia d’immagine che rischia di livellare gli stipendi verso il basso?
“Il salario minimo serve davvero. È un ottimo strumento per avviare la ridistribuzione del reddito, ma da solo non basta. Resto convinto che servano soprattutto investimenti nella formazione dei lavoratori, altrimenti il provvedimento resterebbe lettera morta e si avrebbe un livellamento verso il basso. Di certo bisogna trovare nuove formule di negoziazione contrattuale. E anche il ruolo dei sindacati è destinato a cambiare.”
I rappresentanti dei lavoratori sono ancora importanti? In Italia sono spesso all’angolo.
“Io credo siano molto importanti, basterebbe guardare al ruolo che hanno in Germania con la cogestione e la presenza all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Servono leggi che aumentino le responsabilità dei rappresentati dei lavoratori, in modo da renderli anche più consapevoli. In Francia è stata approvata una legge in questo senso, ma gli imprenditori si sono ribellati e così ai rappresentati dei lavoratori nei consigli di amministrazione spetta solo un posto ogni venti consiglieri: una legge così non serve a molto”.

Dal salario minimo, al tetto di 240mila euro agli stipendi per i manager pubblici. Può servire?
“Certo, ma non solo nel settore pubblico. Un provvedimento del genere, però, ancora una volta, andrebbe coordinato a livello europeo. Oltre certo soglie alcuni stipendi non hanno proprio senso. E poi non si può valutare un manager solo sulla base dei risultati in Borsa e sull’utile. Andrebbe valutato anche per il numero di posti di lavoro che crea per esempio”.
Per Adriano Olivetti “nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Lei ha mai pensato quale dovrebbe essere il giusto rapporto?
“No, ma penso che l’intervento migliore sarebbe sul livello di tassazione. Negli Stati Uniti, tra il 1930 e il 1980, il tasso marginale d’imposta sui redditi più elevati è stato in media all’82% con punte superiori al 90% e di certo non ha ucciso il capitalismo americano, anzi la crescita economica di quegli anni è stata molto più forte che dal 1980 a oggi. Quando è arrivato Ronald Reagan e il tasso marginale è passato dal 1980 al 1988 dal 70% al 27%”.
…..
Nella Legge di Stabilità italiana ci saranno due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola. Sarà inserita pure una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali. E’ la strada giusta?
“Di certo è meglio dell’austerity. E’ un segnale importante, perché si torna a spendere e la crescita si fa con gli investimenti, ma purtroppo la soluzione non può arrivare solo dall’Italia perché questo non è un tema solo italiano. La crescita della Germania sta rallentando e l’Europa è ferma, c’è stata troppa austerity. Serve un cambio di regole a livello europeo: tutto è incentrato sui parametri di Maastricht che sono stati decisi a priori senza un voto del Parlamento. All’Eurozona serve fiducia e senza democrazia non ci può essere fiducia”.
Sta dicendo che i parametri di Maastricht su debito e deficit sono sbagliati?
“Sto dicendo che sono stati fissati in modo sbagliato, senza un intervento del Parlamento europeo. E poi sono convinto che l’Eurozona vada ripensata. Come possiamo avere una moneta unica e poi 18 deficit diversi, 18 debiti pubblici diversi? Come è possibile creare fiducia quando ci sono Paesi che pagano meno dell’1% di interessi sul loro debito pubblico e altri che ne pagano il 4 o 5%? A questi livelli di debito l’uno percento in più o in meno equivale a un punto in più o meno di Pil: stiamo parlando di più dell’intero budget destinato alle scuole e alle università francesi. Gli Stati devono capire che se vogliono creare fiducia non possono più fissare paletti in anticipo senza che ci un voto del Parlamento europeo”.
Nel suo libro, lei chiede più trasparenza sui redditi e sulla ricchezza privata, in modo da mettere i governi in grado di contrastare la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Come si potrebbe ottenerla in un’Europa i cui principali Stati hanno tutti un piccolo paradiso fiscale a disposizione?
“Ancora una volta la risposta è la stessa: serve un’azione coordinata di tutti i Paesi per ridurre questa patina di opacità. Eppure qualcosa sta cambiando. In Svizzera è caduto il segreto bancario e la Ue sta attuando una stretta sull’elusione fiscale. Mi spiace solo che per arrivare a questo punto si siano dovute aspettare le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti delle banche svizzere, altrimenti, probabilmente non sarebbe successo nulla. Bisognerebbe istituire della sanzioni commerciali sia per i Paesi che per i soggetti che sfruttano queste falle nel sistema”.
Davvero solo una guerra potrebbe allentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri?

“No, una guerra no, ma delle pesanti sanzioni commerciali sì”.
Per molti il suo libro è un manifesto politico. Ha ambizioni di questo tipo?
“No, assolutamente. La mia ambizione è studiare e scrivere. Ho il massimo rispetto per chi fa politica, ma non è il mio mestiere. Voglio cercare di far circolare le idee: credo che sia il miglior modo in cui posso aiutare la democrazia”.
Lei però è diventato il simbolo del movimento 99% e di Occupy
“Non so se sono un simbolo, mi fa piacere però pensare di aver contribuito a creare coscienza e conoscenza. Il mio intento era quello di scrivere un libro accessibile a tutti, un libro democratico che raccontasse la verità”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/10/08/news/la_rivoluzione_di_piketty_s_al_salario_minimo_un_tetto_europeo_e_supertasse_per_gli_stipendi_dei_manager_sanzioni_commerc-97663942/?ref=HREC1-21

Thomas Piketty

http://piketty.pse.ens.fr/fr/

 

Se si uscisse dall’euro?

Ecco  alcune parti dell’articolo:

UN EUROSOGNO DA INCUBO

di Alessandro De Nicola

Repubblica 4 aprile 2014

 

Con l’approssimarsi delle elezioni europee, sembra prender fiato anche in Italia una nouvelle vague anti-euro….

Orbene, nessuno nega che un mercato comune con moneta unica, ma senza unione né bancaria né politica né fiscale, abbia insite delle inevitabili fragilità. Tuttavia, senza mettersi a discettare della teoria delle aree valutarie ottimali, è utile riassumere alcune delle bugie più eclatanti sull’euro …..

Prima bugia: l’euro ha rallentato la crescita. Non è corretto. Se vediamo le statistiche dal 1999 (anno in cui i cambi erano già fissi) al 2012, le nazioni dell’area euro sono cresciute in media dell’1% l’anno, più o meno come gli altri paesi avanzati. Solo l’Italia è a zero, indice della presenza di problemi endogeni e non comuni a tutto il Vecchio Continente.

Seconda bugia. L’euro forte ha danneggiato malamente le esportazioni. Può darsi. Non certo quelle della Germania, che è semplicemente riuscita a essere più efficiente di noi, ma, sorpresa-sorpresa, nemmeno l’export italiano. Infatti, mentre secondo i dati Ocse dal 2000 al 2012 il nostro Pil boccheggiava, il costo del lavoro per unità di prodotto cresceva e la nostra produttività diminuiva più di ogni altro paese sviluppato (ancora una volta problemi nostri), le esportazioni se la cavavano assai bene salvo un collasso nel 2009. Le conclusioni sono che le industrie aperte alla concorrenza internazionale si sono ristrutturate, hanno tenuto botta su costo del lavoro e produttività, mentre il settore pubblico, dei servizi e domestico ha fatto molto peggio. Colpa dell’euro?

Terza bugia. È scoppiata l’inflazione e una pizza al ristorante è passata da 6 mila lire a 6 euro. Anche questo è falso. Salvo fenomeni a tutti visibili che pur si sono verificati, il livello dei prezzi al consumo è rimasto sorprendentemente stabile verso il basso per un lunghissimo periodo. Anzi, se guardiamo poi al differenziale dei tassi di interesse tra il periodo prima e post ingresso in area euro, scopriamo che i tassi di interesse sono crollati e i risparmi dello Stato italiano sugli interessi pagati sul debito pubblico sono stati enormi. Alcuni studiosi li stimano addirittura in diverse centinaia di miliardi. ….

È noto che l’argomento forte dei sostenitori della exit strategy è che con la neolira finalmente potremmo svalutare e dare impulso ad esportazioni e Pil.

Ipotizziamo dunque che la popolazione e i mercati prendano sul serio questo obiettivo. Personalmente io andrei in banca, toglierei tutti i miei averi, liquidi e titoli, li trasferirei immediatamente e legittimamente in un altro paese e mi libererei degli euro comprando un bel paniere di franchi, dollari, sterline e yen per evitare di essere soggetto in futuro ad una conversione forzosa dei miei risparmi da euro a svalutatissime lire nonché alla chiusura delle frontiere (provvedimento più difficile, visto che il Trattato Ue proibisce ostacoli alla libera circolazione dei capitali). Gli stranieri, che detengono più di 600 miliardi del nostro debito pubblico, farebbero lo stesso: via tutti i Btp e i Bot, e chi li tiene pretenderà di essere pagato in euro veri. Risultato? È vero che l’inflazione temporaneamente aiuta il debitore emittente titoli a tasso fisso ma più avanti l’Italia non potrebbe più rifinanziare il debito pubblico se non con obbligazioni in carissima valuta straniera o in lire con interessi altissimi e quindi provocando comunque il collasso delle finanze pubbliche. Le banche non avrebbero più uno spicciolo depositato e di conseguenza non potrebbero più prestarli. Ci sarebbe un super credit crunch con fallimenti sia delle banche più deboli (che avrebbero in portafoglio Bot svalutati, dovendo però pagare in pieno i debiti con l’estero) che di migliaia di quelle stesse aziende le quali avrebbero dovuto approfittare della mitica svalutazione ma che si ritroverebbero senza fidi.

In una simile situazione la sfiducia sarebbe generalizzata: investimenti e consumi crollerebbero, mentre l’emigrazione di imprese e persone di alta qualità aumenterebbe.

Ma alla fine le nostre poche imprese sopravvissute riuscirebbero ad esportare di più? Secondo i diretti interessati mica tanto. Il Centro studi della Confindustria ha spiegato che il 60% del valore dei prodotti italiani è costituito da materie prime o semilavorazioni importate il cui prezzo ovviamente aumenterebbe immediatamente, mentre, prima di vedere gli effetti positivi del basso valore della lira, ci vorrebbero da 6 mesi a un anno. Inoltre, ci sarebbero subito svalutazioni di altre nazioni e nel frattempo, al riparo della moneta debole, le nostre imprese perderebbero competitività, risparmiando sull’innovazione ed evitando la riconversione industriale, pagando di lì a pochi anni la sbornia della liretta.

Il tutto accadrebbe mentre i lavoratori dipendenti e i pensionati (nonché gli autonomi, perché non si possono alzare troppo gli onorari se nessuno compra) si vedrebbero mangiati gli stipendi dall’inflazione galoppante (classica conseguenza della svalutazione). …

 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/04/03/un-eurosogno-da-incubo.html

Finti poveri

Veri ricchi che si fingono poveri, persone sane che denunciano gravi malattie e grazie ai falsi certificati riescono a percepire le indennità, figli o fratelli che continuano per anni ad incassare la pensione del parente morto: ogni escamotage è stato sfruttato pur di strappare qualcosa allo Stato. Ma la «voce» più consistente rimane quella dei danni erariali causati dai pubblici dipendenti con oltre un miliardo e mezzo di danni contestati a quei funzionari e impiegati che hanno contribuito a prosciugare le casse di enti e società commettendo falsi e abusi, ma soprattutto intascando «m azzette»…

Tra il primo gennaio e il 30 settembre scorsi sono state controllate 9.643 famiglie e sono stati scoperti ben 2.324 illeciti – la media di uno su quattro – con un esborso non dovuto che supera i 65 milioni di euro. Sono gli ormai famosi «falsi poveri», liberi professionisti e imprenditori che riescono a nascondere i propri guadagni e così finiscono ai primi posti delle graduatorie comunali quando si tratta di ottenere agevolazioni per mense scolastiche, per l’acquisto dei libri, per l’iscrizione dei più piccoli negli asili nido, ma anche sgravi su medicine e assistenza domiciliare….

Nei primi nove mesi del 2012 sono state 278 le persone che hanno percepito la pensione di un genitore o di un fratello deceduto. Uomini e donne che hanno occultato il certificato di morte e si sono regolarmente presentati agli sportelli per ritirare le somme. In alcuni casi hanno potuto godere della complicità dei funzionari, in altri hanno semplicemente sfruttato l’assenza di controlli da parte delle amministrazioni pubbliche. E così il danno per l’Inps è stato superiore ai 10 milioni di euro che si aggiungono agli oltre 2 milioni di indennità concesse nello stesso periodo del 2011….

Quello della sanità si rivela un vero e proprio «buco nero» con frodi e sprechi che si dimostrano clamorosi. Nel 2011 un servizio «mirato» in Puglia aveva consentito di individuare una truffa da 125 milioni di euro. E anche quest’anno numerose verifiche sono state effettuate negli stessi luoghi.
Tra i casi più «remunerativi» c’è quello degli amministratori di un ospedale che «per ottenere finanziamenti dalla Regione hanno inserito nei bilanci voci di costo insussistenti rappresentando l’utilizzazione totale dei fondi assegnati». Ma l’aspetto più inquietante riguarda le forniture. Nonostante uno dei reparti fosse adibito all’assistenza per gli anziani, è stato chiesto il rimborso di derrate alimentari come snack, patate fritte e bibite gassate che i dipendenti, anziché fornire agli ospiti, avevano provveduto a rivendersi privatamente

http://www.corriere.it/politica/12_ottobre_22/tangenti-finti-poveri-3-miliardi-sarzanini_1c0cb8de-1c09-11e2-b6da-b1ba2a76be41.shtml

Vent’anni: troppe cicale e poche formiche

Se compariamo 20 anni dopo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività, Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, al terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica…..

La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993…

L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila. La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno….

In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia. Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%), ….

Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario ………..

La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35 a metà decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico. Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011). E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perché depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo. ……..

http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/461606/