Il paradosso del reddito ( in calo) delle famiglie

redfamiQuello che è successo alla famiglie italiane dal punto di vista economico negli ultimi 40 anni è sintetizzabile in tre formule: dipendono sempre di più dalla ricchezza dei pensionati; il ceto medio si è assottigliato; le diseguaglianze sono aumentate. Lo si ricava da un capitolo aggiunto quest’anno alla Relazione della Banca d’Italia che accompagna le Considerazioni finali del governatore, lette martedì scorso da Ignazio Visco. Il quindicesimo capitolo si intitola: «I bilanci delle famiglie italiane, uno sguardo di lungo periodo». Che è possibile, sottolinea la banca centrale, perché la specifica indagine annuale che Bankitalia dedica a questo tema, «sin dalla metà degli anni Sessanta, è tra le più longeve al mondo».

Come negli anni Settanta

Un primo paradosso che si osserva è che nonostante in quarant’anni ci sia stato un «aumento delle risorse umane disponibili», dovuto soprattutto all’incremento delle donne che lavorano (ma anche al flusso di immigrati) e nonostante i livelli di istruzione siano fortemente cresciuti, «la capacità del Paese di impiegarle in modo efficiente (queste risorse, ndr) ha progressivamente smesso di espandersi». E così «la produttività totale dei fattori, che approssima l’efficienza complessiva del sistema produttivo, ha rallentato da una crescita media annua dell’1,4% nel periodo 1974-1993 allo 0,3% nei vent’anni successivi». Di conseguenza, il reddito annuo medio netto pro capite da lavoro dipendente, dopo essere salito fino alla fine degli anni Ottanta, ha invertito la rotta ed è tornato al livello di fine anni Settanta. A prezzi 2014, calcola Bankitalia, il picco fu toccato nel 1989 con circa 20 mila euro l’anno. Nel 2015 è sceso invece sotto i 17 mila. Un andamento sul quale ha pesato, dice la relazione, anche «la diffusione di forme di occupazione meno stabile», il precariato insomma. Nello stesso arco di tempo, i redditi netti dei pensionati sono invece raddoppiati, da 7 mila a oltre 13 mila euro l’anno. I lavoratori autonomi, come è logico, hanno avuto un andamento altalenante: con la recessione post 2007 sono tornati ai redditi di quarant’anni prima e solo ora si stanno riprendendo, con redditi medi netti di poco oltre i 19 mila euro l’anno. In generale, gli italiani hanno compensato gli effetti della crisi col vecchio e caro mattone.

Il ruolo del mattone

«Nonostante l’andamento complessivamente contenuto del reddito, la ricchezza delle famiglie è cresciuta nell’intero periodo dell’indagine, in modo sostenuto». Le famiglie proprietarie di immobili sono salite «da poco più della metà nel 1977 al 72% nel 2010». Facendo le somme, il reddito disponibile netto pro capite, che tiene conto anche dei canoni d’affitto percepiti e del valore d’uso della prima casa, «è cresciuto, tra il 1977 e il 2006, di circa il 75% in termini reali». Ma la successiva recessione «e i ritmi ancora modesti della successiva ripresa hanno eroso circa un quarto di questo aumento». Così l’aumento complessivo del reddito netto disponibile pro capite fra il 1977 e il 2014 è stato del 54%. Insieme alle case, in soccorso delle famiglie sono arrivati i pensionati. Infatti, dicono i dati di Bankitalia, la quota di popolazione che vive in famiglie con reddito derivante per almeno due terzi da pensione è raddoppiata, passando dall’11% nella fine degli anni Ottanta a quasi il 20%, mentre la quota di chi vive in famiglie con reddito per almeno due terzi da lavoro è scesa dal 74% a circa il 50%. Numeri che dicono molto di come sia cambiata la società. È vero, nel 2014 «sulla base delle statistiche ufficiali, la ricchezza netta delle famiglie ammontava a circa sei volte il prodotto interno lordo», cioè la bellezza di 8.730 miliardi di euro — pari a 145.500 mila euro per ognuno dei 60 milioni di italiani — di cui 5.848 miliardi di euro in immobili e 3.793 miliardi di euro in depositi, conti correnti, titoli e altre attività finanziarie. Ma le distanze tra ricchi e poveri sono aumentate. Sia sui redditi sia sulla ricchezza. Le persone a basso reddito (comprensivo dei proventi da attività finanziarie), rappresentavano il 16% del totale nel 1989, sono salite al 21%, sottolinea Bankitalia, e detenevano meno del 4% della ricchezza netta complessiva, tre punti meno che nel 1995. La classe media, quella con un reddito tra il 60% e il triplo di quello mediano, è invece scesa dall’82% al 76%. La classe ricca (reddito almeno triplo di quello mediano) è passata da poco meno del 2% a poco più del 2%, ma la loro quota di reddito sul totale è salita dal 6% del totale al 9% circa. L’indice di Gini, una misura di disuguaglianza che varia tra zero e 100, dove zero significa uguaglianza totale, è sceso fino alla prima metà degli anni Ottanta, arrivando a 28

Il passo del gambero

Poi ha ripreso a salire e ora è vicino a quota 33, come quarant’anni fa. Anche qui, il passo del gambero. E fa impressione notare che nelle famiglie «con capofamiglia di età non superiore ai 30 anni, oltre una persona su tre è in condizione di basso reddito». Era «solo una su dieci alla fine degli anni Ottanta». I giovani però «possono attendersi una maggiore ricchezza ereditata» rispetto alle precedenti generazioni. Ma anche l’eredità non fa che accentuare le diseguaglianze, conclude la relazione, visto che in Italia c’è scarsa mobilità sociale e il benessere finisce per essere determinato più dalla ricchezza ricevuta dai genitori che dal lavoro esercitato..

Enrico Marro

Corriere della Sera 5 giugno 2016

http://www.corriere.it/economia/16_giugno_04/reddito-in-calo-famiglie-84fb82ba-2a8a-11e6-9c68-4645b6fa27fd.shtml

Prospettive 15 -17

immmg‘Istat rivede al rialzo del stime sulla crescita dell’Italia. Di più: vede rosa fino al 2017 grazie a un recupero del reddito disponibile, un calo della disoccupazione e – a ruota – una crescita della domanda interna destinata a sostenere consumi e Pil. L’Istituto di statistica ha messo tutto nero su bianco nelle “Prospettiva per l’economia italiana nel 2015-2017” che si aprono con una revisione del Pil per l’anno in corso: la crescita reale attesa passa dallo 0,5% stimato a novembre allo 0,7%. Un trend che sarà confermato anche dal prossimo biennio: l’economia crescerà dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% nel 2017.

Domanda interna. Chiari anche i driver della crescita: quest’anno il progresso del Pil sarà sostenuto soprattutto dalla domanda estera (0,4 punti percentuali), mentre nel biennio biennio successivo il rafforzamento ciclico determinerà un apporto crescente della domanda interna (+0,8 e +1,1 punti percentuali) mentre il conseguente aumento delle importazioni favorirà una diminuzione del contributo della domanda estera netta nel 2017. L’Istat si attende anche un aumento della spesa delle famiglie (+0,5%) a seguito del miglioramento del reddito disponibile e scommette sul graduale aumento dell’occupazione che dovrebbe rafforzare i consumi privati (+0,7% l’anno prossimo, +0,9% quello successivo).

Disoccupazione. Come detto, all’aumento dell’occupazione (+0,6% in termini di unità di lavoro) si accompagnerà una moderata riduzione del tasso di disoccupazione che, nel 2015, si attesterà al 12,5%. Nel 2016, poi, diminuirà al 12% per scendere l’anno dopo all’11,4%. Per tornare sotto il 10%, però – come previsto dal governo -, bisognerà aspettare almeno il 2019. Segnali positivi anche dagli investimenti che torneranno a crescere già da quest’anno (+1,2%) grazie al miglioramento delle condizioni di accesso al credito e delle aspettative associate a una ripresa della dinamica produttiva.

Inflazione.  “In prospettiva, l’attenuazione delle spinte deflative esogene, imputabile in via principale al deprezzamento della valuta europea, riporterà l’inflazione su un sentiero positivo”. Nella media dell’anno, l’inflazione si attesterà su un valore positivo ma prossimo allo zero (+0,2%). Nel biennio successivo, nel quadro di una netta inversione di segno del contributo della componente esogena e del miglioramento dello scenario macroeconomico interno, riprenderà il processo inflazionistico. In assenza dell’applicazione delle clausole di salvaguardia relative ad accise e aliquote iva, nel 2016 il deflatore della spesa per consumi finali delle famiglie è previsto in media all’1,4%, mentre nel 2017 si attesterà su un valore appena superiore.

Contesto internazionale. A sostenere la ripresa, secondo l’Istat, sarà soprattutto il rafforzamento della crescita dei paesi avanzati che, dalla fine del 2014, si è contrapposto all’indebolimento delle economie emergenti. In particolare, per gli Stati Uniti si ipotizza nel trienni un ritorno ai tassi di espansione economica vicini al 2,8% annuo. Segnali di ripresa anche dall’area euro con l’attività economica che è tornata a crescere dopo due anni di contrazione e grazie – nei primi mesi del 2015 – a fattori esogeni positivi (Quantitative Easing, discesa dei prezzi dei beni energetici, deprezzamento del cambio) che hanno alimentano il miglioramento del clima di fiducia delle famiglie e delle imprese.

Euro. In particolare si è arrestata la caduta degli investimenti, che ha caratterizzato la fase recessiva europea, e dall’anno prossimo le infrastrutture dovrebbero beneficiare delle recenti misure di politica economica varate dalla Commissione Europea (Piano Juncker). L’azione di stimolo all’economia della Banca centrale europea, inoltre, dovrebbe permettere il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro nella seconda parte del 2015: raggiunta la parità, l’Istat si prevede una stabilizzazione nel biennio successivo. Per quanto riguarda il petrolio si attende un graduale aumento delle quotazioni tra il 2016 e 2017.

 

http://www.repubblica.it/economia/2015/05/07/news/istat_pil_in_crescita_dello_0_7_con_la_domanda_interna-113747560/

Autocorrezione della tirchieria

dekIl primo effetto visibile della politica monetaria estremamente espansiva della Banca centrale europea è che la Germania sta smettendo di essere vagone e ricomincia a fare la locomotiva. Detto in modo un po’ brutale: di fronte a tassi d’interesse bassissimi, se non negativi, i tedeschi vedono meno senso nel risparmiare, spendono di più. Sia nel terzo che nel quarto trimestre 2014, la spesa delle famiglie in Germania è cresciuta dello 0,8% e ha segnato il punto di inversione di una lunga tendenza: la crescita non è più trainata dalle esportazioni ma dai consumi. I tassi bassi non ne sono l’unica ragione, ma influiscono.Dall’inizio di marzo, la Bce sarà tra l’altro sui mercati per dare inizio al programma di acquisto di 1.100 miliardi di titoli, in buona parte pubblici, 60 al mese. Nell’attesa, gli spread si sono ridotti: ieri, quello italiano attorno ai 100 punti sul Bund tedesco. Il complesso dell’operazione non sarà facile: i venditori sui mercati non sono tantissimi, ma a Francoforte c’è fiducia che il Quantitative easing annunciato da Mario Draghi il 22 gennaio avrà successo. Momenti di svolta delicati, insomma.In un paper pubblicato ieri, la società di analisi indipendente Oxford Economics ha previsto che il reddito reale disponibile dei tedeschi quest’anno aumenti del 3,5%: «Sarebbe la crescita più forte dal ’91». Alla base c’è la tendenza già registrata nella seconda metà dell’anno scorso alla quale si aggiunge un mercato del lavoro dove la disoccupazione è bassa (6,5%) e l’offerta di posti è oggi più alta del 14% rispetto a un anno fa. Ciò si traduce in una tendenza alla crescita dei salari, ben registrata dall’accordo siglato pochi giorni fa dalla Ig Metall (sindacato metalmeccanico) nell’industrializzato land del Baden-Württemberg, dove da aprile gli aumenti saranno di un non frequente 3,4% (e rappresentano un modello per il Paese). Visto che l’inflazione nell’anno sarà negativa, calcola Oxford Economics, la crescita reale dei redditi disponibili sarà facilmente del 3,5%.Ciò si dovrebbe tradurre in una spesa delle famiglie in crescita del 2,5% nel 2015, e questa sarà la voce più significativa nella crescita complessiva del Pil, prevista al 2,2%. Perché è importante? «Un periodo di forte crescita tedesca di origine domestica, dice il paper ,  riduce il rischio di una deflazione cattiva nella regione e dovrebbe fornire alle economie più deboli dell’area (europea) una spinta generata dalle importazioni». La «tirchieria» del consumatore tedesco e le politiche solo pro export di Berlino, molto vituperate di recente, sembrano dunque entrate in una fase di autocorrezione: non più priorità alle «egoistiche» esportazioni ma crescita della domanda interna che beneficia anche i vicini…..

Berlino rilancia i consumi E con le misure di Draghi spread vicino a quota 100

Danilo Taino Corriere della Sera 27 febbraio 2015

http://archiviostorico.corriere.it/2015/febbraio/27/Berlino_rilancia_consumi_con_misure_co_0_20150227_a1f78148-be52-11e4-9a5f-71cdcf66063d.shtml

 

Meno consumi, meno PIL

È un cane che si morde la coda: aumentano i disoccupati, il  reddito delle famiglie cala, i consumi crollano e le imprese, sempre più  in difficoltà, licenziano ancora. Gli ultimi dati Istat confermano una  spirale negativa che solo nel 2014 potrebbe cominciare a interrompersi:  ma la lenta ripresa dell’economia farà fatica a trascinare con sé  consumi e lavoro.
Il dato da cui partire è la spesa delle famiglie:  nel 2013 è prevista ancora in contrazione dell’1,6%, per effetto della  diminuzione del reddito disponibile. Per dirla con Confesercenti, le  famiglie dal 2008 al 2012 hanno dovuto tagliare 85 miliardi, 3.500 euro a  testa. Il contributo «marcatamente negativo» della domanda interna (-2%  al netto delle scorte), solo in parte compensato dalla domanda estera  netta (+1,1%) ha a sua volta immediati riflessi sul Pil, il Prodotto  interno lordo: nel 2013 è previsto in calo dell’1,4%, rivisto al ribasso  di nove decimi di punto rispetto alle previsioni di novembre 2012. Non  va meglio sul fronte del mercato del lavoro, che continua a manifestare  «segni di debolezza», con un «rilevante» incremento del tasso di  disoccupazione stimato all’11,9% (+1,2%rispetto al 2012) e al 12,3% nel  2014, che sarebbe il tasso di gran lunga più alto dal 1977, data  d’inizio delle serie storiche.
Un’analisi confermata dai dati Inps  sulla Cassa integrazione: ad aprile sono state autorizzate  complessivamente 100 milioni di ore, il 3,1% in più rispetto a quelle  autorizzate a marzo e il +16,5% da aprile 2012. …..

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/21-politica-a-istituzioni/44850-lil-lavoro-mai-cosi-male-da-36-anni-lunica-nota-positiva-dallexportr-.html