Operai e borghesi escono di scena: ecco come cambiano le classi sociali

’Istat vuole produrre sociologia. Aveva iniziato nel Rapporto dello scorso anno con lo studio dell’avvicendarsi delle generazioni, nel 2017 però l’istituto si è posto un obiettivo più ambizioso: riscrivere e aggiornare la mappa dei principali gruppi nei quali si suddivide la società italiana. Il confronto è con l’elaborazione di Paolo Sylos Labini e con il saggio sulle classi sociali della metà degli anni 70 che classificava i gruppi a partire dai rapporti di produzione, negli anni 90 si sono imposti invece i lavori del sociologo Antonio Schizzerotto imperniati soprattutto sulla professione degli occupati. Ora l’Istat adotta per la classificazione una pluralità di caratteristiche che prendono in considerazione il reddito, l’istruzione, la partecipazione sociale, la posizione nel mercato del lavoro, l’ampiezza della famiglia, la cittadinanza e il luogo di residenza.

Il ruolo della famiglia

Per tutti questi motivi l’esperimento farà discutere animatamente sociologi ed economisti. I gruppi individuati sono nove e vale la pena elencarli per le tante novità che emergono: la classe dirigente, le pensioni d’argento, le famiglie di impiegati, le famiglie degli operai in pensione, le famiglie tradizionali della provincia, i giovani blue-collar, le donne anziane sole e i giovani disoccupati, le famiglie a basso reddito di soli italiani e le famiglie a basso reddito con stranieri.
Gli operai dunque si suddividono in due gruppi per di più «a reddito medio», la piccola borghesia sparisce così come i ceti medi di Sylos Labini, i pensionati da soli (!) danno vita ad altri due gruppi e il peso quantitativo degli impiegati è ragguardevole. Come è facile constatare poi il sostantivo ricorrente è «famiglia», non per una sorta di omaggio alla tradizione culturale italiana ma perché viene individuato come il soggetto che pur nella piena modernità continua a gestire e redistribuire gran parte delle risorse. Assorbendo peraltro al suo interno il conflitto intergenerazionale.
Cominciamo dalla classe operaia che perde la tradizionale identità collettiva che tanto ha contato nella politica del ‘900 e si divide in più gruppi situati però dentro il perimetro delle «famiglie a reddito medio». Le giovani tute blu sono un gruppo formato da poco più di 3 milioni di famiglie e 6,2 milioni di individui, hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano nell’industria, sono spesso coppie senza figli o persone sole, un grado elevato di instabilità coniugale, risiedono prevalentemente nelle regioni settentrionali. Il gruppo delle famiglie degli operai in pensione è molto più corposo (5,8 milioni di nuclei e 10,5 milioni di individui), è presente per lo più nei piccoli centri, ha quasi sempre la casa di proprietà, non ha più i figli conviventi e però dal punto di vista sanitario presenta criticità per eccesso di peso, sedentarietà e consumo di alcol.

A basso reddito

Quali sono invece i gruppi considerati a basso reddito? L’Istat ne individua ben quattro: a) famiglie con stranieri; b) famiglie povere di soli italiani; c) famiglie della provincia; d) anziane sole e giovani disoccupati. In totale fanno più di 8 milioni di nuclei e 22 milioni di individui. È interessante in questo caso sottolineare come la distanza rispetto agli altri gruppi emerga in maniera omogenea non solo se si prendono in considerazione i redditi ma anche la cittadinanza, la residenza territoriale e il (basso) profilo culturale.

Arriviamo alle famiglie che l’Istat definisce «benestanti» e sono formate da tre gruppi: gli impiegati, i pensionati d’argento e la classe dirigente. Il gruppo degli impiegati è consistente (4,6 milioni di famiglie e 12,2 di individui), è localizzato in prevalenza nel Centro-nord, possiede la casa dove abita e si caratterizza per una partecipazione attiva alla vita politica del Paese. Le pensioni d’argento (non privilegiate ma protette dalle favorevoli norme del passato) rimandano a 2,4 milioni di famiglie e per lo più a ex imprenditori ed ex dirigenti non laureati che hanno buoni consumi culturali e un forte impegno sociale.

Le vecchie élite

Infine la classe dirigente (l’Istat ha prudentemente evitato di usare il termine «élite»): ha un reddito del 70% superiore alla media e detiene il 12,2% del reddito totale. Parliamo di 1,8 milioni di famiglie capeggiate per lo più da imprenditori, dirigenti e quadri con titolo universitario che si caratterizzano per una maggiore partecipazione politica/sociale e per un «comportamento culturale pervasivo».
Con l’insieme di questa classificazione l’Istat ha operato una sorta di «seconda lavorazione» dell’enorme quantità di dati che possiede arricchendo sicuramente il dibattito sociologico corrente, anche perché fornisce materiale per una mappatura delle disuguaglianze non monopolizzata dalle sole differenze di reddito e dall’indice di Gini. Ed è sicuramente un passo avanti.

DARIO DI VICO

Corriere della Sera 17 maggio 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_maggio_18/operai-borghesi-escono-scena-istat-millennials-bamboccioni-cd9771b6-3b3a-11e7-935a-b58ef33c02e7.shtml


Rapporto ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/199318


 

Istat: scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia, aumentano le disuguaglianze

Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. Nel Rapporto Annuale 2017 l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Le nuove classi sociali. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. L’istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito. Il gruppo sociale più povero, quello delle famiglie con stranieri, si ferma a una spesa media di 1.697 euro; si arriva poi agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.

Disuguaglianze sempre più cristallizzate. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari. In realtà di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. In effetti funziona quello verso il basso, ma i piani alti sono sempre meno accessibili. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione. L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa, e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due.

E’ soprattutto il reddito a determinare la condizione sociale. Le disuguaglianze in Italia si spiegano soprattutto con il reddito, ed evidentemente con la mancanza di meccanismi di redistribuzione adeguati, a differenza di altri Paesi europei. I redditi da lavoro, spiega l’Istat, spiegano il 64% delle disuguaglianze, però una parte è determinata dai redditi da capitale, non sono solo redditi da lavoro. Le pensioni contribuiscono al 20% della disuguaglianza, e si tratta di un dato in forte crescita dal 2008, anche per via dell’invecchiamento della popolazione (nel 2008 la percentuale si fermava al 12%).

Cresce la deprivazione materiale. Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale, che passa all’11,9% dall’11,5% del 2015. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri, con disoccupati, oppure occupazione part-time, specialmente con figli minori. La povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie che vivono in Italia. Però se si considerano le famiglie, e non gli individui, poiché quelle povere in genere sono famiglie numerose, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più alta, arriva al 7,6% della popolazione.

Il 28,7% a rischio di povertà o esclusione. Sono molte di più le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale: il 28,7% della popolazione. La quota quasi raddoppia nelle famiglie con almeno un  cittadino straniero.

Occupazione di bassa qualità. L’Istat conferma l’aumento dell’occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all’appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. Inoltre, e questo spiega l’impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l’aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua. Il lavoro determina l’appartenenza alle “nuove” classi sociali: nella classe dirigente nove occupati su dieci svolgono una professione qualificata.

Crescita concentrata nei servizi. Nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata nei servizi, settore in cui i livelli occupazionali superano di oltre mezzo milioni quelli del 2008. Prevalgono trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese: l’industria è ancora in arretrato di 387.000 unità rispetto al 2008.

Sono scomparsi i giovani. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di 18-34 anni. Mentre al 1° gennaio 2017 la quota di individui con oltre 65 anni raggiunge il 22%, facendo dell’Italia il Paese più vecchio d’Europa. Nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite, nonostante gli stranieri ,che sono arrivati a poco più di cinque milioni, prevalentemente insediati nel Centro-Nord.

E il 70% vive ancora con i genitori. I giovani sono diminuiti, e nonostante ciò hanno forti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro. Ecco perchè il 68,1% degli under 35 vive a casa con i genitori, si tratta di 8,6 milioni di individui.

Il 6,5% rinuncia a visite mediche. Il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Rosaria Amato

La Repubblica, 17 maggio 2017
http://www.repubblica.it/economia/2017/05/17/news/rapporto_istat-165634199/

Troppi “ricchi di Stato” e la classe media soffoca

supmakkDall’inizio dell’Ottocento a oggi, nei Paesi occidentali il reddito pro capite è aumentato da circa tre a circa 100 dollari al giorno. Due secoli fa l’85% di noi doveva per forza lavorare la terra, per procurarsi di che vivere. Oggi l’agricoltura pesa raramente per più del 5% degli occupati (il 2% negli Stati Uniti e in Svizzera, il 4% in Italia). Eppure non abbiamo mai mangiato tanto e tanto bene. Secondo Deirdre McCloskey, oggi l’americano medio consuma 66 volte più «cose» di quante ne consumasse a inizio Ottocento. Senza considerare i miglioramenti sotto il profilo della qualità: dalle giacche a vento che non lasciano passare una goccia d’acqua alla sicurezza antisismica. Con il Pil è cresciuta anche la popolazione. Nel secolo scorso, la mortalità infantile si è ridotta del 90%: le morti di parto del 99%.

Altrove, questo processo è più recente. È stato chiamato «globalizzazione» e — fra le contraddizioni e gli abusi che inevitabilmente segnano tutte le vicende umane — ha allargato la torta. Nel 1981 più della metà degli abitanti dei Paesi in via di sviluppo viveva con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 era il 21%. Negli ultimi vent’anni il numero totale di quanti soffrono la fame è sceso dal 18,6% al 12,5% della popolazione mondiale. Il dibattito sulle disuguaglianze potrebbe chiudersi così: allargando lo sguardo.

È una discussione in buona parte paradossale. Il capitalismo, come tutte le cose, lo si apprezza quando non lo si ha. Siamo ormai assuefatti al continuo miglioramento delle condizioni di vita. Gli effetti speciali non ci stupiscono più. È normale che anno dopo anno la speranza di vita aumenti. È normale avere sempre «cose» migliori (più efficienti, meno costose, di minor impatto sull’ambiente) di prima.

Peccato che non ci sia niente di normale. Per la gran parte della storia umana, la normalità è stata la stagnazione. Davanti al grande fatto della storia moderna, a questa incredibile moltiplicazione di pani, pesci e bocche da sfamare, l’intellettuale occidentale alza il ditino. Al capitalismo rimprovera di rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. A dire il vero, il capitalismo ha inventato gli uni e gli altri. La società tradizionale era fatta di «stazioni»  uno doveva restare laddove era nato. Il denaro non determinava la classe sociale di appartenenza: lo faceva la nascita. La società di mercato ha aperto il recinto. La rivoluzione industriale trasforma la mobilità sociale, da fatto episodico, nella quotidianità di milioni di persone.

È cresciuta pure la domanda di «parole», grazie agli alti tassi di alfabetizzazione. Ma se la nostra è una società in cui tutti sanno leggere, non tutti leggono «le cose giuste». Il capitalismo ha messo anche le persone meno abbienti in condizione di avere una «dieta» culturale fatta di libri tascabili e film in streaming su internet. Poco, però, poteva fare per elevarne il gusto. Naturale che gli intellettuali lo disprezzino. Dal momento che sarebbe patentemente assurdo processare il cameriere per le ordinazioni dei clienti, si cercano capi d’imputazione differenti.

Le diseguaglianze servono allo scopo. Eccitano gli animi, costruiscono l’impressione che la crisi che stiamo attraversando non abbia cause specifiche (governi che hanno scialato i risparmi di due generazioni, per dire), ma sia l’inevitabile esito delle forze della storia. Chiamano in causa i nostri pregiudizi più profondi. Com’è possibile che la torta sia divisa tanto male? Perché  non tagliare meglio le fette? La risposta «liberale » è che la torta non esiste in natura e il modo in cui le fette vengono fatte influisce sulla solerzia del pasticcere.

Questo non significa affatto, come ha ben spiegato Danilo Taino su «la Lettura» del 5 luglio, che i liberali considerino accettabile qualsiasi disuguaglianza. Ma il problema non risiede nella distanza fra i ricchi e i poveri: quanto, piuttosto, nel modo in cui i ricchi sono diventati tali. Bisogna constatare che alcune, strepitose fortune sono possibili non perché subiamo un eccesso di «neoliberismo» (libera iniziativa, deregolamentazione, eccetera): ma perché lo Stato intermedia, in Europa, grosso modo la metà del Pil. Il pubblico si sostituisce al mercato come arbitro del successo: fabbrica norme che, ovviamente in nome di un qualche interesse superiore, decidono il risultato della gara competitiva prima della partenza. Nell’«1 per cento» dei più ricchi, c’è chi non vive della preferenza che gli accordano i consumatori: ma di appalti, innovazioni lautamente sussidiate, rendite privatamente lucrose e pubblicamente giustificate in nome di qualche interesse superiore. Non è un fenomeno nuovo, nella storia del «capitalismo reale». Mai però aveva interessato settori tanto ampi delle nostre economie.

È giusto chiedersi, come fa Taino, perché oggi parliamo tanto di disuguaglianze. È una moda culturale, un riflesso della crisi? Credo sia anche perché oggi appare in pericolo una delle più apprezzate «creazioni» del capitalismo: la classe media. Le diseguaglianze appaiono più tollerabili quando prevale un’impressione di dinamismo sociale. I figli degli operai hanno potuto diventare dottori non solo grazie all’istruzione pubblica e gratuita ma soprattutto perché una certa, sobria «serenità» finanziaria era un obiettivo a portata di tutti. Oggi la tassazione strangola i redditi delle classi medie. La mobilità sociale è passata anche attraverso il risparmio. Le rinunce dei padri pagavano gli studi e la prima casa dei figli. I tassi per impieghi del risparmio poco rischiosi sono ormai stabilmente prossimi allo zero: il che va benissimo per chi può permettersi scommesse ardimentose, ma umilia le «formichine».

L’età capitalistica ha visto la più grande creazione di ricchezza della storia umana. Il tanto esecrato libero mercato continua a produrre «cose» che ci migliorano la vita. Ma tasse e scelte di politica monetaria oggi frenano quel dinamismo sociale che del capitalismo è stato un (apprezzato) sottoprodotto. L’obiettivo di chi accende i riflettori sulle disuguaglianze è giustificare imposte più alte sui «ricchi», non ridurre le rendite che alcuni percepiscono per buona grazia del sovrano. Sono cinquant’anni che la «passion predominante» dei governi occidentali è ridistribuire il reddito. Chi sostiene che oggi esista un problema di distribuzione della ricchezza dovrebbe ricordarsene.

Alberto Mingardi

Corriere della Sera 12 luglio 2015

http://lettura.corriere.it/debates/troppi-ricchi-di-stato-e-la-classe-media-soffoca/

 

Un futuro per vecchi

anzrob
La caduta delle nascite e la longevità incidono fortemente sulla popolazione Nel 2050 la Germania avrà perso 13 milioni di lavoratori, l’Italia dieci e tra un secolo il Giappone avrà 40 milioni di abitanti. Ecco chi da ora affronta il calo demografico.
DOPO le due guerre e il trauma della disfatta militare del 1940, la Francia della quinta Repubblica prese una decisione per sempre: finanziare con generosità le famiglie per ogni nuovo nato, in modo da non avere mai più una popolazione e dunque un esercito meno numerosi della Germania. La scommessa è riuscita, osserva Thomas Piketty nel suo libro «Il capitale nel XXI secolo». Secondo lo scenario di base delle Nazioni Unite, alle tendenze attuali la popolazione francese dovrebbe superare quella tedesca prima del 2050. La prima a 77 milioni di abitanti, in crescita di circa dieci, la seconda a 71 milioni e in decrescita di altri dieci.
Jens Weidmann, il quarantaseienne presidente della Bundesbank, a quel punto sarà un venerabile pensionato: uno dei 67 che la Repubblica federale dovrà mantenere per ogni cento persone in età da lavoro (l’Italia avrà uno squilibrio simile).
Per adesso però Weidmann è ancora uno dei più giovani banchieri centrali d’Europa e nella sua recente intervista a Repubblica ha parlato anche di questo, benché pochi in Italia sembrino essersene accorti: la Germania, ha osservato, deve ridurre il suo debito perché sta invecchiando e presto avrà bisogno di risorse per mantenere e curare i suoi anziani.
Si può non essere d’accordo con il leader della Bundesbank, non però negare che i tedeschi stiano pensando in termini strategici. Lo fanno al pari della Francia gollista del secondo dopoguerra. Con i suoi effetti di onda lunga, che viene da lontano e approda lontano, la demografia è quanto di più vicino esista a un destino ineluttabile. Per questo in alcuni dei Paesi intellettualmente più avanzati ci si inizia a preparare ad alcune prospettive che somigliano da vicino a delle certezze. Eccone alcune: secondo le proiezioni dell’Onu, per effetto della caduta delle nascite e dell’invecchiamento, nel 2050 la Germania avrà perso 13 milioni di lavoratori autoctoni; l’Italia ne avrà persi dieci; e se il tasso di fertilità e la chiusura ai migranti continua così come oggi, secondo stime dello stesso governo di Tokyo, la popolazione giapponese crollerà dai 120 milioni attuali a 40 milioni fra un secolo. Nel 2014 e il Giappone ha perso 268 mila abitanti grazie al saldo negativo fra nuove nascite e decessi peggiore di sempre.
Queste sono realtà che incidono nel lungo periodo ma impongono ai Paesi ricchi di correre ai ripari subito. C’è chi lo sta facendo. Proprio la Germania, uno dei Paesi più colpiti dall’invecchiamento, è prima al mondo nel puntare sempre di più sull’istruzione dai primi anni di età: poiché le persone in età da lavoro saranno sempre di meno, l’obiettivo adesso è rendere da subito gli adulti del 2050 più capaci di produrre e portare crescita economica. Per questo Basf, leader mondiale della chimica, si è messa al centro di un club di 123 imprese tedesche, dalle medio-piccole a colossi come Daimler, Continental o Boehringer Ingelheim Pharma, in un progetto che hanno chiamato Wissensfabrik : la fabbrica della conoscenza. Non sono solo annunci di buone intenzioni, una fabbrica da convegni. Il gruppo di aziende si è anche collegato a decine di università e centri di formazione, ma soprattutto ha stretto rapporti con qualcosa come 162 scuole materne in Germania, quasi mille scuole elementari, centinaia di medie e di istituti superiori di ogni tipo. Insieme, stabiliscono programmi per bambini fin dalla prima infanzia – uso delle lingue, numeri, strumenti digitali – destinati a rendere gli allievi adulti più capaci in futuro. Una Germania con sempre meno lavoratori pensa già a mettere quelli dei prossimi decenni in condizione di diventare più produttivi.
Alla base di Wissensfabrik c’è la scoperta che è valsa il Nobel per l’Economia a James Heckman, dell’Università di Chicago. Heckman ha seguito un gran numero di persone fin dalla prima infanzia e per decenni. All’inizio ha misurato che nella primissima età scolare i bambini con genitori disoccupati ascoltavano 3 milioni di parole l’anno, quelli con genitori occupati in mestieri umili 6 milioni di parole e i figli di professionisti laureati 11 milioni. Lo scarto fra loro era già enorme all’età di ingresso nella scuola materna: i figli di disoccupati disponevano di un vocabolario di non oltre 500 parole, quelli di genitori con mestieri poco qualificati di 700 parole, mentre i figli dei laureati arrivavano a 1.100. Soprattutto, seguendo il suo gruppo-campione, Heckman ha notato che questo scarto apertosi fra bambini del primo anno dell’asilo sembrava non chiudersi più. Al contrario, negli anni e nei decenni tendeva a crescere. Il livello cognitivo all’età di tre anni, collegato alla cultura della famiglia di origine, permetteva dunque di prevedere il successo nella vita per qualifiche, produttività, reddito, stabilità familiare, salute o la capacità di evitare il vizio del fumo o di obesità.
Per questo Heckman pensa che la «predistribuzione» sia più efficace della redistribuzione: programmi educativi rivolti alla prima infanzia, quando la capacità di assorbimento degli allievi e la loro permeabilità all’istruzione è massima, in modo offrire a tutti opportunità simili. Insegnare alle persone a usare il cervello quando il cervello è più ricettivo all’insegnamento. L’intervento del welfare classico è sì necessario, ritiene Heckman, ma costa di più ed è meno efficace.
L’alleanza fra imprese e scuole in Germania è la prima applicazione della teoria di Heckman a un grande Paese sul quale grava la nube dell’invecchiamento. L’intenzione è preparare una generazione di tedeschi a far funzionare quella che viene chiamata Industrie 4.0 : gli impianti che fra dieci o vent’anni saranno robottizzati e funzioneranno grazie all’integrazione di sistemi meccanici e digitali. Anche a migliaia di chilometri distanza, le macchine di un gruppo globale si invieranno segnalazioni automatiche sullo stadio di produzione, le catene di fornitura, il livello degli stock o il rischio di guasti nel sistema.
Il piano scuola che il governo di Matteo Renzi sta elaborando per ora non tiene conto di tutto questo. Eppure l’Italia è uno dei Paesi che invecchia più in fretta: nel 2014 sono nati oltre 70 mila bebé meno che nel 2008. Certo esiste un’altra strada per compensare il crollo delle nascite, l’immigrazione. Ma poiché la crescita è tanto frutto del numero di lavoratori attivi che della loro produttività, è determinante per l’economia che gli stranieri in arrivo siano persone qualificate. Una banca dati presente da qualche giorno sul sito di Eurostat, l’agenzia statistica europea, fa capire che questa selezione avviene. Ma non per tutti i Paesi nella stessa misura. In Germania ha una laurea (o titolo equivalente) il 26% degli stranieri residenti, in Francia il 22%, in Italia solo il 14%. Questi numeri non sembrano casuali: corrispondono quasi esattamente alla quota dei laureati rispettivamente tedeschi, francesi e italiani sul totale della popolazione nazionale dei tre Paesi. In sostanza tanto più è alto il livello di istruzione di una società, quanto più quella società riesce ad attrarre persone qualificate anche da fuori. Dove l’istruzione è meno diffusa, anche i migranti che arrivano e si trattengono sono meno preparati, meno produttivi e dunque meno utili all’economia. La Gran Bretagna in questo ha una strategia che sembra vincente, perché attrae stranieri più istruiti della media degli stessi britannici. I «nativi » con una laurea sono il 24%, gli stranieri residenti con un titolo di studio superiore invece sono il 42% del totale degli immigrati.
Mentre i Paesi avanzati invecchiano, queste realtà conteranno ogni anno di più e produrranno anchenuove opportunità: in Giappone la carenza di uomini sta già aprendo alle donne professioni tradizionalmente riservate agli uomini come le costruzioni o la guida dei camion. L’invecchiamento porterà opportunità anche nell’innovazione industriale: quando gli ultra-settantenni saranno oltre un quarto della popolazione in Europa o in Giappone, nota l’economista dell’Università di Tokyo Hiroshi Yoshikawa, richiederanno ogni sorta di sistemi e robot disegnati per le loro esigenze: auto, appartamenti, apparecchi medici e di cura personale, modalità di viaggio adatte a loro. Il Boston Group, un consulente industriale, prevede che il giro d’affari della vecchiaia varrà da 8 mila miliardi di dollari di qui a metà secolo. Forse Weidmann dunque ha torto a pensare che l’invecchiamento imponga soprattutto di risparmiare: ma lui, almeno, ha iniziato a porsi il problema.
Federico Fubini
La Repubblica 06/01/2015.
https://triskel182.wordpress.com/2015/01/06/un-futuro-per-vecchi-federico-fubini-e-chiara-saraceno/

About Professor Heckman

http://www.heckmanequation.org/about-professor-heckman

Wissensfabrik

https://www.wissensfabrik-deutschland.de/portal/fep/de/dt.jsp

La lezione di Keynes e il fiscal cliff

Save-the-Middle-Class1[1]La vittoria del presidente piace ai mercati che si piegano al primato della politica, vedono negli Stati Uniti un leader con una strategia chiara, a sostegno della crescita.

Obama infatti aggiunge che la sua manovra fiscale “protegge lavoratori e ceto medio da una stangata fiscale generalizzata che avrebbe avuto effetti recessivi”. La reazione positiva dei mercati nel mondo intero non è solo un riflesso da “scampato pericolo”. È il riconoscimento che una politica economica di sinistra può essere in questa fase la speranza per uscire dalla spirale debito-austerity-disoccupazione, che genera ulteriore impoverimento, e finisce per aggravare il peso degli stessi debiti pubblici. C’è un messaggio importante per l’Europa. Obama fa bene anche a noi. Nel senso più diretto e immediato, la ventata di fiducia che soffia dall’altra sponda dell’Atlantico spinge ancora più giù lo spread, riduce il costo del rifinanziamento dei debiti italiani e spagnoli. Inoltre la vittoria del presidente americano impone dei paragoni. La politica del rigore feroce applicata a Roma, Madrid, Atene e Lisbona, mantiene l’eurozonain uno stato di catalessi. Il continente dell’austerity è il buco nero della crescita mondiale. Altre terapie danno risultati diversi, e sarà difficile continuare a ignorare questo raffronto. Obama crede, e dimostra nei fatti, che equità e crescita devono venire prima del rigore. Questo è il senso della manovra varata in extremis dal Congresso, evitando il “precipizio fiscale” del 2013. Se c’è una politica dei “due tempi”, l’ordine è quello indicatoda Washington. Prima bisognacolpire le aree di opulenza e di privilegio, prima bisogna invertire la tendenza alla dilatazione delle diseguaglianze sociali. È questo il senso del voto nella notte di Capodanno al Senato, ieri alla Camera. I contribuenti americani che hanno la fortuna di guadagnare tra il mezzo milione e il milione annuo, dovranno fare uno sforzo aggiuntivo di 15.000 dollari solo per le tasse sul reddito. Quelli oltre il milione pagheranno 170.000 dollari di tasse in più. Si aggiunge il rincaro del prelievo sulle rendite finanziarie (dividendi e capital gain) e il rialzo al 40% della tassa di successione per le eredità oltre i 5 milioni. È una manovra che rassicura i mercati perché è ispirata a una lucida strategia. La crescita riparte solo se c’è potere d’acquisto ai livelli più bassi, tra i lavoratori e nel ceto medio. Redistribuire, non significa solo riparare alle ingiustizie di un capitalismo oligarchico, ma anche diffondere potere d’acquisto e capacità di consumo dove ce n’è bisogno. È così che l’economia reale può tornare a generare reddito e lavoro. È una lezione antica, fu uno dei capisaldi di quelle politiche keynesiane che contribuirono a guarire l’ Occidente dalla Grande Depressione degli anni Trenta. Il capitalismo salvato da se stesso, guarito dai propri impulsi autodistruttivi con l’intervento di una politica decisionista: funzionò con Franklin Roosevelt, ci riprova Obama. …..

Da un articolo di Federico Rampini su Repubblica del 3 gennaio 2013

La rivincita sul neoliberismo