Automobili e computer meno cari, così il libero scambio ci ha aiutato

 gloglonSe oggi compriamo per poche centinaia di euro un computer laptop più che efficiente, per poche migliaia un’auto di media cilindrata, o possiamo permetterci a un prezzo ragionevole un capo di moda pret-à-porter, lo dobbiamo alla globalizzazione, cioè alla possibilità che venga assemblato un pc o una macchina con componenti fabbricate in diversi Paesi del mondo, oppure che si faccia lavorare la maglieria in aree a più basso costo del lavoro (ferma restando la condanna a qualsiasi forma di sfruttamento). Un mondo in cui, come spiegò due secoli fa l’economista inglese David Ricardo, il primo teorico della globalizzazione, «ad ogni Paese viene affidato il compito di fare quello che sa far meglio così che tutti possano goderne i vantaggi comparativi».
Secondo questa logica, aggiornata da Dani Rodrik, economista di Harvard, nessuno deve restare indietro perché in Italia sarà valorizzata la produzione di abbigliamento di alta qualità, oltretutto a più alti margini, così come in Germania si faranno le macchine di maggior prestigio, in Francia le fragranze più raffinate, in America i computer più costosi e sofisticati, e così via. Insomma quello che nei Paesi emergenti hanno più difficoltà a confezionare efficacemente per carenze di esperienza, know-how, cultura. Così facendo non è un’equazione “a somma zero”, in cui alla ricchezza creata nei Paesi terzi corrisponde un simmetrico impoverimento in occidente, bensì un gioco a valori moltiplicati perché le economie di scala che diventano possibili innescano un meccanismo di crescita generalizzata. Ma qui cominciano i guai: lo stesso Rodrik ne La globalizzazione intelligente parla della «trinità impossibile»: l’esperienza insegna che è durissima avere nello stesso tempo stati nazionali, democrazia e mercati aperti. Uno dei tre salta sempre, come Trump insegna.
La globalizzazione ha riscattato dalla fame centinaia di milioni di persone, ma ha creato incertezza e paure in altrettanti come non finisce di ricordare papa Francesco.
Le istituzioni internazionali, come quella del commercio, non hanno sostenuto un equilibrato sviluppo tra le diverse aree.
Eppure il concetto, che porta in sé la libertà degli scambi, dei commerci, della localizzazione, è affascinante, Ma perché la teoria virtuosa venga convertita in pratica occorre una classe politica internazionale all’altezza della sfida, in grado di coordinare efficacemente questa complessa transizione. Negli ultimi 40 anni la distribuzione senza più frontiere del lavoro e della produzione ha subito una brusca accelerazione, nella finanza è caduto il rapporto fra il risparmio di un Paese e il finanziamento del suo sistema produttivo, qualsiasi servizio – dai call center alle analisi di Borsa – viene ormai gestito telefonicamente in posti remoti spesso sconosciuti purché parlino un po’ della lingua dell’interlocutore. L’evoluzione è irrefrenabile: i cinesi, che da beneficiari sono diventati i vessilliferi della globalizzazione, cominciano – perché il costo del lavoro è triplicato – a costruire fabbriche all’estero, Italia e America comprese, una delocalizzazione produttiva alla rovescia.
La globalizzazione è la caratteristica più appariscente della moderna economia. Ma è anche l’accusato numero uno per le diseguaglianze, le povertà, le tensioni, le crisi. Le si fanno pagare anche colpe non sue: le viene attribuita l’emorragia di posti di lavoro in patria, e quindi l’impoverimento della classe media, mentre parte delle cause attengono sicuramente da un lato alla recessione e dall’altro all’innovazione tecnologica e alla carenza di investimenti (che andrebbero a loro volta canalizzati con una gestione politica). Le mancanze dei politici si riflettono nelle istituzioni sovranazionali: Joseph Stiglitz sostiene che il Fondo monetario, spingendo su privatizzazioni e austerity, ha messo in ginocchio le economie asiatiche nel 1997, l’Argentina nel 2001, la Grecia nel 2012. Altre istituzioni altrettanto internazionali come il Wto sono nate per contenere questi effetti negativi ripristinando condizioni di libero scambio e valorizzando la globalizzazione “buona”. Ma ora Trump lo ripudia, così come fecero i Samurai contro la prima industrializzazione nel ‘700 facendo perdere al Giappone due secoli di storia.

EUGENIO OCCORSIO

la Repubblica, 3 marzo 2017

Il dado invisibile

 

mnplyOttant’anni di Monopoly: 300 versioni ufficiali tradotte in 47 lingue e localizzate in 114 paesi, oltre un miliardo di giocatori nel mondo, innumerevoli sfide in famiglia – appena più serene di quelle immortalate nella casa al lago di Janice Soprano o nei bagni di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, con Jack Nicholson costretto a pacificare la compagnia di picchiatelli a colpi di doccino.

 

Tutto merito, secondo la vulgata, dell’estro di Charles Darrow, un quarantacinquenne di Filadelfia a cui la Grande depressione aveva sottratto il lavoro, ma non la voglia di mettere a profitto quell’inatteso esubero di tempo libero. Il prototipo nacque nel suo salotto: un pezzo di tela cerata per il tabellone, i ciondoli di un braccialetto come segnaposto, i talloncini compilati a mano con i luoghi della sbrilluccicosa Atlantic City: dal quartiere periferico di Marven Gardens – inavvertitamente ribattezzato in “Marvin Gardens”: è uno dei refusi più longevi della storia americana – a quella Boardwalk su cui tante volte abbiamo ammirato sfilare gl’impeccabili tre pezzi di Steve Buscemi.

 

Darrow tentò di vendere la propria creatura alla Parker Brothers, che declinò enucleando cinquantadue “errori fondamentali”, destinati a ostacolarne irrimediabilmente il successo. E però, quando Darrow avviò la produzione in proprio e cominciò a distribuire il gioco nei grandi magazzini di Filadelfia, la risposta del pubblico propiziò un ripensamento. L’azienda acquistò non solo il brevetto, ma anche l’inventario, che già contava quasi 6.000 esemplari: un’inezia rispetto agli oltre due milioni che sarebbero stati smerciati nei successivi diciotto mesi.

 

Ma l’epopea di Darrow è un’illustrazione assai parziale della storia del Monopoly. All’inizio del secolo, Lizzie Magie era una giovane stenografa con ambizioni letterarie e una fascinazione per le idee di Henry George, che le erano state tramandate dal padre. Pensatore originale e sostanzialmente autodidatta, George fu un autore di straordinaria rilevanza nel dibattito politico-economico di fine Ottocento: “Progress and poverty”, il suo lavoro più celebre, vendette oltre tre milioni di copie. La sua elaborazione conteneva elementi che lo resero gradito tanto ai liberisti – fu un ardente sostenitore del libero scambio – quanto ai socialisti – con la sua fiera opposizione a tutte le rendite.

 

In particolare, sviluppando suggestioni già presenti in Mill e Ricardo, George prese di mira l’istituto della proprietà fondiaria, giungendo a sostenere l’illegittimità di ogni forma di controllo esclusivo su beni che andavano considerati di pertinenza comune di tutti gli uomini. Per eliminare il problema alla radice, propugnò la sostituzione di tutti i tributi con un’imposta da applicarsi sul valore fondiario, che considerava una forma di ricchezza immeritata. Sarebbe facile obiettare che il prezzo della nuda terra incorpora l’attesa dei miglioramenti umani – ma divaghiamo. L’imposta unica avrebbe generato tutto il gettito necessario alle esigenze comuni e avrebbe prodotto una redistribuzione della terra appropriata ma inutilizzata.

 

Alla ricerca di uno strumento didattico per popolarizzare queste teorie, la Magie iniziò a lavorare a un gioco da tavolo; il suo Landlord’s Game fu brevettato nel 1904 e poi, di nuovo, nel 1924. Il tabellone era simile a quello che conosciamo – dove oggi c’è la casella del via, c’era la munifica Madre Terra – ma i giocatori potevano scegliere tra due regolamenti: quello monopolistico e quello georgista, in cui le rendite erano incassate dall’erario e lotti e stazioni finivano progressivamente nazionalizzati.

 

Secondo Mary Pilon, che alla storia del gioco ha dedicato il libro “The Monopolists: Obsession, Fury, and the Scandal Behind the World’s Favorite Board Game”, si trattava di un modo per istruire il 99 per cento sull’ineguaglianza dei redditi. Inutile dire che il 99 per cento – più interessato al profilo ludico che a quello formativo – preferì in massa il “monopoly game”; e proprio questa versione, attraverso una vasta successione di evoluzioni caserecce, giunse fino a Darrow.

 

Il passatempo sbarcò quasi immediatamente anche in Italia, importato dalla neonata Editrice Giochi in un’inattaccabile versione autarchica: il nome s’imbastardì in “Monòpoli” e la toponomastica milaneseggiante era a prova di MinCulPop, con i giocatori invitati a districarsi tra via Vittorio Emanuele, i Giardini Margherita, largo Littorio e via del Fascio – ma anche corso Impero e l’iconico Parco della Vittoria, indicazioni abbastanza ambigue da sopravvivere al repulisti repubblicano, ma evidentemente intonate alle pulsioni espansionistiche del regime. La grande propensione al riadattamento (geografico o tematico) è, senza dubbio, una delle chiavi del successo duraturo del gioco – talora si è spinta sin troppo in là: si pensi alla raccapricciante versione cashless, molto apprezzata negli ambienti dell’Agenzia delle entrate.

 

Il più potente richiamo del Monopoly, però, resta l’adrenalina dell’affare, l’identificazione con il nostro tycoon interiore. Gioco e gioco economico si rincorrono, come aveva intuito confusamente Lizzie Magie, come sanno bene gli ex studenti di economia che, all’Università di Chicago, sul finire degli anni ’70, conciliarono la devozione al Monopoly e quella a Milton Friedman ottenendo che questi ne autografasse un esemplare – il maestro vi appose le parole “down with”, per formare un evocativo “abbasso il monopolio”. In una nottata leggendaria, poi ripercorsa sul New York Times, la ribellione ai lacci e lacciuoli del regolamento: ogni giocatore avrebbe potuto edificare senz’altro limite che quello fisico del tabellone. L’ammutinamento mercatista si scontrò con i vincoli di liquidità: fu allora che i giovani adepti monetaristi rinnegarono se stessi, stampando moneta e avvitandosi in un turbine inflazionistico.

 

E pensare che il gioco avrebbe, senza il bisogno di snaturarne lo svolgimento, molti insegnamenti salutari da distillare: sull’imputazione a ritroso del prezzo, sulla struttura di produzione, sul ruolo fondamentale dell’accumulazione di capitale, sul pericolo d’investimenti non sufficientemente ponderati. Certo, vi resta legata un’idea bellicosa del commercio, irrealistica e fuorviante; ma si tratta di una licenza che ci sentiamo di condonare, purché si tenga a mente che, al di là dal tabellone, il mercato non è un gioco a somma zero. Abbasso il monopolio, lunga vita al Monopoly.

Massimiliano Trovato

Il Foglio 3 gennaio 2016

 

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/01/03/monopoli-il-dado-invisibile___1-v-136594-rubriche_c502.htm

 

 

Il fantasma di Ricardo dà la caccia a Renzi e alla sua manovra in deficit

Mercoledì scorso, all’indomani dell’approvazione anche in Senato della Legge di Stabilità per il 2016, il Sole 24 Ore titolava così in prima pagina: “La manovra è legge: meno tasse, più deficit”. Il primo giornale economico-finanziario del paese, dunque, ci stava comunicando una buona notizia o una cattiva notizia? Gli economisti, sul punto, sono piuttosto divisi. Tutti però devono fare i conti con le teorie di uno dei più grandi economisti di sempre, l’inglese David Ricardo vissuto tra il 1772 e il 1823.
Ricardo è noto innanzitutto per l’assalto intellettuale che mosse contro le “new corn laws” approvate in Inghilterra nel 1816, vale a dire delle tariffe così elevate da impedire l’ingresso del grano straniero nel paese. Nel suo trattato più importante, “Principles of Political economy and Taxation”, Ricardo si opponeva a tale deriva protezionista. Ma è un’altra l’opera che qui interessa per valutare l’impatto di una manovra che nel breve termine modera la tassazione – visto che i numeri complessivi smentiscono un vero e proprio taglio – in cambio di un aumento del deficit fiscale, risale al 1820, e si intitola “Essay on the Funding System”. E’ in questo libro che gli economisti individuano una particolare interpretazione dell’indebitamento pubblico di un paese. L’interpretazione tradizionale del debito pubblico – spiega l’economista di Harvard Gregory Mankiw nel suo manuale di macroeconomia – si fonda sul presupposto che, quando il governo abbatte le imposte, finanziando la spesa con un deficit di bilancio, i consumatori reagiscono al maggior reddito disponibile aumentando la spesa. Un’interpretazione alternativa, detta appunto “equivalenza ricardiana”, mette in discussione questo presupposto. Secondo l’interpretazione ricardiana, i consumatori sono previdenti e, perciò, basano la loro spesa non solo sul reddito disponibile attuale ma anche sul reddito futuro atteso. Il problema sorge quando il governo taglia sì le tasse, ma finanzia tale diminuzione di imposte con maggiore debito. Appunto il titolo del Sole 24 Ore: “Meno tasse, più deficit”. Il consumatore previdente ritiene che il governo dovrà aumentare di nuovo le imposte in futuro per rimborsare questo maggior debito e gli interessi accumulati. Detto in altri termini: una riduzione delle imposte finanziata con il debito non riduce il carico fiscale, ma lo trasla nel futuro e perciò non dovrebbe incoraggiare i consumatori a spendere di più. Ecco l’equivalenza ricardiana: il debito pubblico equivale a tasse future.

Secondo Olivier Blanchard, già capoeconomista del Fondo monetario internazionale fino a quest’anno, possiamo spiegare la teoria di equivalenza ricardiana anche ragionando in termini di risparmio invece che in termini di consumo. Perché “affermare che i consumatori non variano il loro consumo in seguito alla riduzione delle imposte equivale ad affermare che il risparmio privato aumenta esattamente di tanto quanto è cresciuto il disavanzo fiscale dello Stato. Il teorema di equivalenza ricardiana ci dice quindi che se il governo finanzia una data spesa pubblica con debito, il risparmio privato aumenterà in misura pari alla riduzione del risparmio pubblico, lasciando invariato il risparmio totale”.

Ma il consumatore, poi, è davvero così razionale e previdente come nell’interpretazione ricardiana della politica fiscale? Secondo alcuni economisti, gli individui hanno piuttosto la vista corta, pensano in cuor loro che domani pagheranno le stesse tasse che pagano oggi oggi, e dunque una riduzione delle imposte, pur finanziata in deficit, farà effettivamente aumentare i loro consumi. Altri economisti sostengono che, nella decisione di consumare o meno, il reddito corrente ha un’importanza maggiore di quello permanente; in ogni dato momento, molti individui consumerebbero di più se solo avessero un reddito corrente maggiore o se potessero indebitarsi di più; un governo che abbatte le tasse oggi, anche se aumenta quelle future, è come se concedesse un prestito a questi contribuenti, che quindi lo utilizzeranno per consumare. Infine un’altra tesi che rema contro quella del consumatore previdente tira in ballo le generazioni future: oggi il governo, per abbassare le tasse, si indebita ed emette titoli di Stato a scadenza trentennale; tra trent’anni, quando occorrerà rimborsare quel debito, toccherà farlo alle generazioni future. Il debito pubblico, come noto, è un trasferimento di ricchezza dalle generazioni future a quelle attuali. Ma su questo tornerò in una prossima puntata.

La storia recente può forse aiutarci a capire se l’equivalenza ricardiana – quella per cui più debito è uguale a più tasse – influenza i comportamenti dei cittadini di fronte a tagli di tasse in deficit? Secondo i detrattori di questa teoria, all’inizio degli anni 80 gli Stati Uniti tagliarono le tasse concedendosi anche un forte aumento del disavanzo pubblico; eppure questo maggior deficit fu accompagnato da una riduzione del risparmio privato. I cittadini apparivano tutt’altro che previdenti, non accumulavano ma spendevano il maggior reddito disponibile. Rispondono i sostenitori dell’equivalenza ricardiana: il risparmio era basso perché gli individui erano ottimisti sulla crescita futura, o forse perché si fidavano della promessa del presidente Ronald Reagan che si era impegnato a non aumentare le tasse in futuro.

Entrambe le ricostruzioni sono verosimili. Ciò detto, il governo Renzi, che per il secondo anno consecutivo ha lasciato nel dimenticatoio un necessario processo di revisione della spesa pubblica, farebbe bene a non sottovalutare il senso comune diffuso oramai almeno in una parte dei contribuenti italiani, oltre che dei tanto evocati “mercati”. Nel debito pubblico italiano che non scende c’è, implicito, un messaggio di incertezza fiscale futura per tutti noi.

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http://www.ilfoglio.it/economia/2015/12/28/la-lezione-di-ricardo-d-la-caccia-a-renzi-e-alla-sua-manovra-in-deficit___1-vr-136457-rubriche_c974.htm