Le linee della riforma

imagesYV1IRBVHTerzo sì alla Camera, con 357 Sì, 125 no e 7 astenuti, al ddl Boschi che torna all’esame del Senato per l’avvio della seconda lettura, trattandosi di riforme costituzionali, e lascia dietro di sé la spaccatura di Forza Italia. Avendo ottenuto “solo” 375 sì, e dunque al di sotto del quorum dei due terzi previsti dalla Costituzione per evitarlo, il cammino delle riforme prevede anche un referendum cui Renzi guarda già come “parola ai cittadini” a conferma del cammino riformatore

http://www.lastampa.it/2015/03/10/italia/politica/ddl-riforme-atteso-il-voto-finale-alla-camera-zjtGVXq5rLMhTcIHsKgIMK/pagina.html

Le linee della riforma

Un Senato composto da 100 senatori eletti dai Consigli regionali, con meno poteri nell’esame delle leggi; nuovo Federalismo, con abolizione delle materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni e alcune competenze strategiche riportate in capo allo Stato. Ecco i punti principali della riforma che la Camera ha votato in seconda lettura.

 CAMERA – Sarà l’unica Assemblea legislativa e anche l’unica a votare la fiducia al governo. I deputati rimangono 630 e verranno eletti a suffragio universale, come oggi.

 SENATO – Continuerà a chiamarsi Senato della Repubblica, ma sarà composto da 95 eletti dai Consigli Regionali, più cinque nominati dal Capo dello Stato che resteranno in carica per 7 anni. Avrà competenza legislativa piena solo sulle riforme costituzionali e le leggi costituzionali e potrà chiedere alla Camera la modifica delle leggi ordinarie, ma Montecitorio potrà non tener conto della richiesta. Su una serie di leggi che riguardano il rapporto tra Stato e Regioni, la Camera potrà non dar seguito alle richieste del Senato solo respingendole a maggioranza assoluta.

SENATORI-CONSIGLIERI – I 95 senatori saranno ripartiti tra le regioni sulla base del loro peso demografico. I Consigli Regionali eleggeranno con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti; uno per ciascuna Regione dovrà essere un sindaco.

 IMMUNITÀ – I nuovi senatori godranno delle stesse tutele dei deputati. Non potranno essere arrestati o sottoposti a intercettazione senza l’autorizzazione del Senato.

TITOLO V – Sono riportate in capo allo Stato alcune competenze come energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto. Su proposta del governo, la Camera potrà approvare leggi nei campi di competenza delle Regioni, «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale».

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA – Lo eleggeranno i 630 deputati e i 100 senatori (via i rappresentanti delle Regioni previsti oggi). Per i primi tre scrutini occorrono i due terzi dei componenti, poi dal quarto si scende ai tre quinti; dal settimo scrutinio sarà sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti.

CORTE COSTITUZIONALE – Cinque dei 15 giudici Costituzionali saranno eletti dal Parlamento: 3 dalla Camera e 2 dal Senato.

 REFERENDUM – Serviranno 800.000 firme. Dopo le prime 400.000 la Corte costituzionale darà un parere preventivo di ammissibilità. Potranno riguardare o intere leggi o una parte purché questa abbia un valore normativo autonomo.

DDL DI INIZIATIVA POPOLARE – Salgono da 50.000 a 250.000 le firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare. Però i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame, clausola che oggi non esiste.

LEGGE ELETTORALE – Introdotto il ricorso preventivo sulle leggi elettorali alla Corte Costituzionale su richiesta di un quarto dei componenti della Camera. Tra le norme provvisorie c’è anche la possibilità di ricorso preventivo già in questa legislatura per le leggi elettorali (es. Italicum) che verranno approvate dal Parlamento.

http://www.lastampa.it/2015/03/10/italia/politica/l-abc-della-riforma-dal-titolo-v-al-senato-FoPc964Yn2X1Uc34ouGdcJ/pagina.html

 

Le riforme cambiano il ruolo del Presidente

 

 

 

quirrSe tutto fila liscio il prossimo presidente della repubblica dovrà fare i conti con un quadro istituzionale significativamente diverso da quello dei suoi predecessori. La riforma elettorale e quella costituzionale – non ancora definitivamente approvate – produrranno effetti rilevanti sul ruolo del capo dello stato. Non si tratta di modifiche di natura giuridica. I poteri formali del presidente non cambieranno. L’articolo 87 della Costituzione non è stato toccato. Cambia il meccanismo di elezione. Questa è la modifica più importante. Dal quinto scrutinio ci vorrà la maggioranza dei tre quinti e solo dopo l’ottavo basterà la maggioranza assoluta. Ma non è questo che conta veramente. Sarà invece la nuova legge elettorale a incidere sul ruolo del capo dello stato dandogli una responsabilità ancor più delicata di quella che ha avuto finora.

Con l’approvazione dell’Italicum e con il superamento del bicameralismo paritario si completerà l’evoluzione maggioritaria del nostro sistema politico. Ancor più che nel passato recente i governi si formeranno non in Parlamento ma nelle urne. L’Italicum è un sistema elettorale decisivo. Chi vince – primo o secondo turno non importa – ottiene la maggioranza assoluta dei seggi nell’unica camera che dà la fiducia. Il governo si formerà così. In questo modo il presidente del consiglio è di fatto eletto direttamente dai cittadini. È dal 1993 – con la legge Mattarella- che il sistema si è avviato in questa direzione. Certo, l’Italia resta una repubblica parlamentare.

Formalmente è il parlamento a fare e disfare i governi. Ma è difficile negare che con l’affermazione di sistemi elettorali maggioritari, che producono risultati elettori “decisivi”, di fatto il governo non si forma in parlamento ma nelle urne. In un quadro di questo genere il ruolo del presidente della Repubblica è più o meno quello di un notaio . Non esistono margini di discrezionalità. Il suo potere di nomina del capo del governo viene drasticamente ridimensionato. Questo è uno dei possibili scenari.

Ma le cose potrebbero andare diversamente. Nonostante il premio alla lista e il doppio turno senza apparentamento, l’Italicum potrebbe produrre governi di coalizione. Le liste infatti potrebbero essere formate da più partiti che si presentano insieme. Lo abbiamo già visto. Al secondo turno uno dei partiti al ballottaggio potrebbe fare – anche senza apparentamento formale – accordi con altri partiti per avere i voti dei loro elettori in cambio di posti di governo. Questi stratagemmi non possono essere esclusi. Nella cultura istituzionale della nostra classe politica non ci sono antidoti a questo tipo di comportamenti

E mancano al momento norme che li possano impedire. E allora, se ci saranno governi di coalizione, occorre mettere in conto che le coalizioni si possano disintegrare. E per finire non si può nemmeno essere certi che il partito vincente non si divida nel corso della legislatura e metta in crisi il governo. Insomma la stabilità promessa dall’Italicum potrebbe non materializzarsi. O potrebbe farlo col tempo. In questi casi come si comporterà il nuovo presidente della Repubblica? Certamente non potrà essere un notaio.

Se sono gli elettori a scegliere chi governa è legittimo che i partiti in parlamento possano non tener conto di questa decisione elettorale e avocare a sé il diritto di sostituire il governo deciso nelle urne con un governo deciso nelle aule parlamentari? Formalmente la risposta è sì, ma non si può negare che un nuovo governo che sia sostanzialmente diverso da quello che ha vinto le elezioni, e che ha incassato un premio di maggioranza, sconti un difetto di legittimità politica, soprattutto nel caso in cui a formarlo siano in parte o in toto partiti di opposizione. Potrebbe accadere. Insomma l’evoluzione maggioritaria del sistema politico crea una potenziale tensione con l’impianto parlamentare e proporzionale della Costituzione. L’Italicum e il superamento del bicameralismo paritario accentueranno questo problema.

D’altronde non si può sostenere che tra parlamentarismo e regole di voto maggioritarie esista incompatibilità. Sarebbe una tesi assurda in presenza di molte democrazie in cui i due elementi coesistono. Ma la loro coesistenza è complessa e delicata. Si fonda su una cultura politica e giuridica più pragmatica che dogmatica, sul buon senso, sul rispetto dei ruoli e sul voto retrospettivo degli elettori. Alla fine dovranno essere loro a giudicare nelle urne il merito degli eventuali cambiamenti intervenuti nell’esecutivo tra una elezione e l’altra. Ma tutto ciò non è scontato. Il ruolo del capo dello stato sarà decisivo. Sarà lui a dover reinterpretare la Costituzione in chiave maggioritaria trovando il giusto punto di equilibrio tra legittimità costituzionale e legittimità politica

Roberto D’Alimonte

http://docenti.luiss.it/dalimonte/

 

Il Sole24ore 30 gennaio 2015

La personalizzazione della politica

Un estratto dall’articolo di Ilvo Diamanti. “La democrazia per caso” – Repubblica 4 agosto 2014

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lesdLa personalizzazione della politica e dei partiti. È in atto dagli anni Ottanta. Interpretata da Craxi. E, in modo diverso, anche da Berlinguer. Ma ha conosciuto una forte accentuazione negli anni Novanta. Assieme alla fine della Prima Repubblica, fondata sui partiti (di massa). Allora si è sviluppato il rapporto diretto fra cittadini e leader. Soprattutto dopo la “discesa in campo” di Berlusconi. Che ha usato le (proprie) televisioni come canale di partecipazione e di consenso. Gli altri partiti si sono adeguati. O hanno cercato di farlo. Con maggiore o minore successo. Si è aperta così l’era dei “partiti personali”, la cui identità ed esistenza coincidono con quella del Capo. Sorti e scomparsi, oppure ridimensionati, insieme ai loro leader. Senza un leader capace di comunicare con gli elettori in modo “diretto”, è divenuto pressoché impossibile vincere le elezioni. Per questo il Centrosinistra, da ultimo il Pd, erede dei partiti di massa, ha sempre stentato ad affermarsi. E, ancor più, a durare. Fino all’arrivo di Renzi, appunto.

La stessa – contestata – mutazione “genetica” delle istituzioni democratiche ha origini lontane. Anche in questo caso, è dagli anni Novanta che si assiste alla progressiva presidenzializzazione dei governi, peraltro coerente con quanto avviene altrove in Europa (come ha sottolineato una ricerca di Poguntke e Webb). Da allora, infatti, tutti i capi dei governi territoriali sono eletti “direttamente”. Non solo i Sindaci, ma anche i Presidenti di Provincia e di Regione, rispondono direttamente ai cittadini. Allo stesso tempo, il peso politico dei Presidenti del Consiglio è aumentato, coerentemente con il loro legame “diretto” con i cittadini. Sottolineato dalla tendenza, consolidata, ad associare le coalizioni al candidato premier. Il cui nome è accostato al simbolo del partito, nelle stesse schede elettorali. Una consuetudine denunciata, da anni, da Giovanni Sartori come incostituzionale. Perché aggira le logiche della nostra democrazia. Parlamentare. Peraltro, anche il Presidente della Repubblica ha assunto un ruolo ben diverso da quel che eravamo abituati. Da Cossiga a Scalfaro, da Ciampi a Napolitano è divenuto un protagonista delle vicende politiche e istituzionali.

Infine, la concertazione. Il ridimensionamento del negoziato con i gruppi di interesse. Si era affermata negli anni Novanta, non a caso, nel vuoto politico e di governo lasciato dal crollo della Prima Repubblica. Ma, al tempo stesso, ha sottratto competenze e responsabilità alla politica e ai suoi attori. Oggi, però, i sindacati e le stesse associazioni imprenditoriali rappresentano sempre meno il mercato del lavoro. I sindacati: hanno una base composta perlopiù da pensionati e da impiegati pubblici. Mentre molti imprenditori si rappresentano da soli. E le loro organizzazioni si sono frammentate. Come il mercato.

Così, nel corso degli anni, l’Italia ha cambiato forma istituzionale e costituzionale. A metà fra presidenzialismo e premierato. Fra accentramento e federalismo. Senza disegni né riforme di sistema. Di fatto. Inseguendo emergenze continue e in-finite. Reagendo a spinte particolari e faziose. Chi accusa Renzi, oggi, di stravolgere la Costituzione dimentica, dunque, che ciò è già avvenuto. Da tempo. Almeno da vent’anni. E da vent’anni siamo divenuti una Repubblica “preterintenzionale”. Dove vige una democrazia ibrida, a metà fra personalizzazione ultrà e partecipazione diretta. Fra leaderismo e rete. Fra Tv e Web…….

http://www.repubblica.it/politica/2014/08/04/news/mappe_democrazia_per_caso-93071281/

 

Ed ecco il canguro….

In questi giorni si sta discutendo a Palazzo Madama di riforma costituzionale del Senato.
Si è parlato spesso di canguro.
Di cosa si tratta?
cangurooIl ‘canguro’ è una prassi parlamentare, già usata in passato, che consente di votare gli emendamenti raggruppando non solo quelli uguali, ma anche quelli di contenuto analogo: una volta approvato o bocciato il primo, decadono tutti gli altri. Il termine ‘canguro’ è un’invenzione lessicale: la parola non è messa per iscritto in nessuna norma. Ma nel ‘gergo’ parlamentare ha già dato vita a numerosi derivati, come ‘cangurato’, ‘incangurabile’.
Non è nuovo il ‘canguro’ alle Aule parlamentari italiane, ma è al centro della scena in Senato da quando ha fatto decadere ben 1400 emendamenti alla riforma costituzionale. Ieri infatti a Palazzo Madama la decisione di Grasso di applicare il ‘canguro’ dopo la bocciatura di un emendamento di Sel, ha fatto decadere automaticamente centinaia di proposte di modifica analoghe. Per fare un esempio, l’emendamento di Sel bocciato diceva tra le altre cose che la Camera è composta da 300 deputati. E allora è stato considerato superato l’emendamento successivo che era praticamente identico, con l’unica differenza di indicare un numero di 360 deputati.
Il meccanismo del ‘canguro’ non è mai stato previsto dal regolamento del Senato. Ma la giunta per il regolamento di Palazzo Madama nel 1996 lo aveva preso ‘a prestito’ dal regolamento della Camera. Oggi la stessa giunta riconferma la legittimità della sua applicazione anche per le leggi costituzionali, facendo rientrare la tecnica ‘anti-ostruzionismo’ tra i poteri del presidente del Senato previsti dall’articolo 102 comma 4 del regolamento (“Il presidente ha facoltà di modificare l’ordine delle votazioni quando lo reputi opportuno ai fini dell’economia o della chiarezza delle votazioni stesse”, dispone la norma).
Nel frattempo, però, nel 1997 il regolamento della Camera è stato modificato. E oggi all’articolo 85 bis prevede espressamente che la tecnica di accorpamento delle votazioni non può essere utilizzata per i progetti di legge costituzionale. Dunque, quando il ddl di riforma del Senato arriverà a Montecitorio, il ‘canguro’ non dovrebbe essere applicato.
30 luglio 2014
COME POTREBBE DIVENTARE IL SENATO

DDL costituzionale per la riforma del Senato

Ecco come sarà il nuovo Senato”. Il premier Matteo Renzi, insieme al ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e al sottosegretario Graziano Delrio, ha presentato in conferenza stampa il ddl di riforma costituzionale del Senato e del Titolo V, approvato oggi all’unanimità dal Consiglio dei ministri. Questi i principali punti della riforma sulla quale – parole dello stesso premier – “si gioca una intera carriera politica”:

–  Senato delle autonomie.  Il futuro Senato “si chiamerà Senato delle autonomie” e sarà composto da 148 persone; 21 nominati dal Quirinale e 127 rappresentanti dei Consigli Regionali e dei Sindaci, che non avranno alcuna indennità. Renzi ha escluso la proposta di arrivare a 630 parlamentari, divisi in 420 deputati e 210 senatori (fermo restando il superamento del bicameralismo perfetto), in quanto uno degli obiettivi prioritari è ridurre i costi della macchina dello Stato. Il ddl prevede una composizione paritaria di tutte le Regioni e tra Regioni e Sindaci, ma, secondo la Boschi, c’è “la disponibilità a esaminare una composizione proporzionale al numero degli abitanti di ciascuna Regione”.

Fine del bicameralismo perfetto. Secondo la proposta del governo, il nuovo Senato delle autonomie, rispetto a quello attuale, perderà molti poteri, e cioè: 1) voto di fiducia; 2) voto sul bilancio; 3) elezione diretta dei senatori; 4) indennità per i senatori. Con queste novità, verrebbe abolito il cosiddetto “bicameralismo perfetto” per gran parte del processo legislativo e di controllo. Il ministro delle Riforme Boschi ha assicurato, tuttavia, che “il bicameralismo perfetto resterà solo in materia costituzionale, come previsto ad esempio in Germania. Su quelle che sono le regole fondamentali del nostro vivere insieme rimane una doppia lettura come maggiore garanzia”.

……..

I senatori a vita. Gli ex presidenti della Repubblica e gli attuali senatori a vita andranno comunque a far parte del nuovo Senato delle autonomie “in quanto figure super-partes e non legate al vincolo della fiducia”.
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http://www.repubblica.it/politica/2014/03/31/news/scheda_nuovo_senato-82405856/?ref=HREA-1

Centotrentotto

C_aeb54aef33[1]Il finimondo è un numero a tre cifre: 138. Scritto con un pennarello nero sulle mani sventolanti dei grillini, agitato come un altolà da quanti s’oppongono al disegno di riforma, o al contrario usato a mo’ di grimaldello per forzare la serratura della Costituzione. Sicché è guerra sulle regole, tanto per cambiare. Però stavolta la guerra investe il «come», non il «cosa». Perché l’articolo 138 detta le procedure per correggere la Carta. E perché in questo caso il Parlamento sta applicando il 138 per introdurre una procedura in deroga al medesimo 138. Da questa seconda procedura nascerà (forse) la riforma. Ma c’è già chi la reputa illegittima, al di là dei suoi eventuali contenuti. Per il metodo, prima ancora che nel merito. Cominciamo bene. Messa così, verrebbe da dire: lasciate perdere. Tornate alla via maestra del 138, senza cercare scorciatoie. E guardate alla sostanza, piuttosto che alla forma. Tanto più se la forma diventa un elemento divisivo, quando ogni riforma costituzionale andrebbe viceversa condivisa. D’altronde non è forse vero che l’articolo 138 incarna la sentinella della Costituzione? Vero, al punto che un celebre paradosso (quello di Alf Ross) lo dichiara immodificabile. Ma sta di fatto che noi italiani abbiamo già sfidato un paio di volte il paradosso: nel 1993 e nel 1997, quando due leggi costituzionali battezzarono altrettante Bicamerali, e dunque un procedimento specialissimo per rovesciare come un calzino usato la Carta del 1947. Senza barricate in Parlamento, né tumulti nelle piazze. Però magari a quel tempo eravamo un po’ distratti.
E allora esaminiamo la forma della riforma, non foss’altro che per vederci chiaro. Primo: stavolta non è alle viste una rivoluzione, bensì una semplice manutenzione della Carta. Difatti ne rimane fuori il sistema delle garanzie (dalla magistratura ordinaria alla Consulta), su cui aveva invece carta bianca la Bicamerale presieduta da D’Alema. Secondo: non c’è nemmeno un ordine di sfratto per le assemblee parlamentari, come sarebbe accaduto viceversa con la Convenzione (aperta a membri esterni) evocata dal presidente Letta nelle sue dichiarazioni programmatiche. Terzo: la nuova procedura rafforza il potere di controllo degli elettori sugli eletti, e perciò rafforza la rigidità costituzionale. Giacché permette un referendum conclusivo, anche se la riforma fosse approvata a maggioranza dei due terzi. E in secondo luogo perché i referendum saranno tanti quanti i capitoli costituzionali riformati (bicameralismo, forma di governo, Regioni e via elencando). Mentre l’articolo 138 può aprire la strada a un plebiscito, a un prendere o lasciare, com’è avvenuto nel 2006 con la maxiriforma (55 articoli) cucinata dal centrodestra……..

Michele Ainis

Chi ha paura delle riforme
Corriere della Sera 12 settembre 2013
ARTICOLO 138 DELLA COSTITUZIONE

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata , se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

ECCO IL TESTO DEL DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

http://www.camera.it/leg17/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=17&codice=17PDL0007080&back_to=http://www.camera.it/leg17/126?tab=2-e-leg=17-e-idDocumento=1359-e-sede=-e-tipo=

La maturità non vale una pizza

Massimo Gramellini su La Stampa del 27 giugno 2013

Insegna italiano in un istituto tecnico della periferia romana ed è commissaria interna agli esami di maturità. Da quando ha ricevuto quella telefonata, le si è rovesciato il mondo. «Professoressa? Sono il padre di Andrea». Uno dei suoi maturandi migliori. Un adolescente caparbio che per tutto l’anno si è diviso fra lo studio e il lavoro in nero ai tavoli di una pizzeria. «Professoressa, la chiamo per la maturità di mio figlio…». «Non si preoccupi, Andrea la supererà senza problemi». «E’ proprio questo il punto… Ho bisogno che lei me lo bocci».

La prof ha abbozzato un sorriso. In tanti anni di onorata carriera aveva dovuto fronteggiare ogni genere di richieste da parte dei genitori. Ma un padre che ti chiama a casa per chiederti di bocciare suo figlio non le era mai capitato. Si trattava chiaramente di una battuta… «Non sto scherzando, professoressa. La pizzeria ha detto ad Andrea che può assumerlo in pianta stabile grazie alla nuova legge sul lavoro: però le agevolazioni valgono solo per i ragazzi senza diploma». La prof ha deglutito: «Lei mi sta chiedendo…» «… di aiutare mio figlio. Il diploma potrà sempre prenderlo l’anno prossimo». Così la prof ha cominciato a covare in solitudine il suo dubbio amletico. Fare il proprio dovere e promuovere Andrea, trasformandolo in un disoccupato? O bocciare un ragazzo meritevole per consentirgli di ottenere il posto? Consapevole che in questo caso boccerebbe anche se stessa, accettando il principio che l’insegnamento a cui ha dedicato la vita non rappresenta più un vantaggio, ma un handicap? Ci sarebbe da diventare pazzi, se non lo fossimo già.

http://www.lastampa.it/2013/06/27/cultura/opinioni/buongiorno/la-maturit-non-vale-una-pizza-UOsEaiuQrLC25UPbWP6bmI/pagina.html

Costituzione: liberare la sua energia repressa

costituzL’avvio della campagna elettorale? Molte facce, poche idee. E un tema completamente oscurato nel dibattito: la riforma delle istituzioni. Eppure è da lì che occorre ripartire, se vogliamo uno Stato più efficiente e più autorevole. Anzi: se intendiamo restaurare il senso stesso della legalità. Perché non puoi prendere sul serio alcuna legge, se chi governa si mette regolarmente sotto i tacchi la legge più alta. E perché è esattamente questo il destino confezionato dai partiti per la Carta del 1947: non essendo capaci d’aggiornarla, hanno finito per disapplicarla in via di fatto, contrapponendole il fantasma della Costituzione «materiale». Sicché abbiamo in circolo due Costituzioni, ma in realtà nessuna.

Di tanto in tanto, fra un talk-show e una conferenza stampa, salta fuori qualche cenno alla riforma costituzionale. Però si tratta di frasi generiche o allusive, parole che svolazzano nell’aria, come bolle di sapone. ……..

…………. non c’è bisogno di riscrivere daccapo la nostra Carta. C’è bisogno casomai di liberarne l’energia repressa, restituendo quote di sovranità al popolo italiano, come afferma l’art. 1. C’è bisogno d’adeguarne gli strumenti per realizzarne i fini, per sanare la frattura tra lo Stato e i cittadini. C’è bisogno, in breve, di una legislatura costituzionale , anziché costituente. In che modo i programmi dei partiti si fanno carico di tale esigenza? ……….

C’è allora una richiesta (per carità, sommessa) da girare ai protagonisti della campagna elettorale. Diteci se e come intendete rafforzare quei pochi strumenti di decisione in mano ai cittadini, a partire dal referendum. Spiegateci quale federalismo avete in mente, e se per esempio sposereste un sistema premiale, che assegni nuove competenze alle Regioni più virtuose. Raccontateci il vostro modello di bicameralismo (o anche una Camera soltanto, perché no? Funziona così nel Nordeuropa, e s’ottengono governi stabili e parlamentari più influenti). Dite la vostra sulla giustizia, sul presidenzialismo, sulla legge elettorale. Anzi no, su quest’ultimo argomento sappiamo già tutto. Difatti mentre intessono discorsi sui massimi sistemi, i nostri leader sono indaffarati a nominare un deputato di qua, un senatore di là. Quant’è comodo il Porcellum, anche se non si può dire.

http://www.corriere.it/opinioni/13_gennaio_11/tante-facce-poche-idee-ainis_10df95a0-5bbd-11e2-b348-07f13d8a1ca0.shtml

La Camera dei Lord e la sua riforma

La Camera dei Lord, detta anche Camera dei pari, risale al XIV secolo e rappresenta una delle due camere che compongono il Parlamento britannico, insieme alla Camera dei Comuni. La sua funzione principale è di verificare e modificare i progetti di legge proposti dalla Camera dei Comuni, prima della votazione finale. La Camera dei Lord non ha alcun potere decisionale sulla durata del governo in carica, né può sfiduciare il primo ministro. Negli ultimi anni ha acquisito la funzione di convertire in legge le direttive dell’Unione Europea.

La sua composizione è molto particolare: attualmente ha 826 membri (peers, “pari”), ma il suo numero non è fisso, e solitamente chi ne fa parte è nominato (e non eletto) e ha una carica a vita. Le nomine sono di diversa provenienza. Possono venire dal primo ministro o da altri leader di partito, che nominano politici ma anche esperti in specifici settori come scienziati e generali dell’esercito: per queste nomine “politiche”, i nominati ricevono il titolo nobiliare di barone, anche se non possono trasmetterlo ai propri figli. Ventisei (questo numero è fisso) sono membri perché vescovi importanti della Chiesa anglicana, i cosiddetti Lords Spiritual in contrapposizione a tutti gli altri, i Lords Temporal. 92 membri (anche questo numero è fisso, dal 1999) lo sono perché “pari ereditari”, ovvero perché membri della nobiltà britannica che hanno ereditato il titolo dai loro genitori.

L’ultima proposta di riforma Il disegno di legge presentato dal partito liberaldemocratico del vice primo ministro Nick Clegg prevede la riduzione di quasi la metà del numero dei membri che compongono la Camera dei Lord, passando dagli attuali 826 a 450. Il disegno di legge prevede l’elezione diretta dell’80% dei rappresentanti della Camera, mentre per la parte restante, 90 membri, si continuerà con l’attuale metodo che prevede la nomina da parte del governo. Per controllare il corretto svolgimento delle nomine, è prevista la creazione di una commissione che dovrà verificare che gli eletti non abbiano legami con i partiti. Se il disegno di legge verrà approvato scomparirà il diritto di nomina ereditario e saranno ridotti da 26 a 12 i seggi riservati ai vescovi anglicani

http://www.ilpost.it/2012/07/14/la-riforma-della-camera-dei-lord/