Il voto e la psicologia della rinuncia

…. La crisi economica ha alimentato una psicologia della rinuncia. La sua radicalità ha tolto a molti il senso della possibilità effettiva di fare scelte lavorative e di carriera, di impegnarsi con successo per un futuro migliore o semplicemente sapendo che quel che fanno non è futile. L’idea che l’impegno individuale abbia efficacia, che ci sia un senso tangibile nel fare e sacrificarsi: questo sentimento è deperito insieme ai posti di lavoro. Ed è il segno della gravità della crisi. La comparazione tra quel che era e che è ora remunerativo fare; la riflessione al ribasso di quel che si può realizzare oggi rispetto a quel si poteva ieri: queste valutazioni comparative delle circostanze di vita sociale e di scelta portano molti italiani/e a concludere che ci sono pochi margini per rovesciare la loro condizione. In sostanza, il fare ha sempre meno potere. Il senso di futilità si è travasato anche nella sfera politica.
Anche come cittadini, molti sentono che il potere di voce che il diritto di voto dà è poco o per nulla efficace. Le barriere che ostruiscono l’intraprendenza sociale esistono anche nella sfera politica. Dove chi sta “dentro” o è “in politica” è percepito come depositario di un potere che molti, troppi, tra coloro che stanno “fuori”, sentono di non riuscire ad influenzare. Evidentemente i cittadini ordinari avvertono una lontananza tale da chi sta dentro la politica da sapere che la loro voce non arriva e se arriva non ha effetto. Si tratta di una preoccupante erosione del potere della cittadinanza.
Vi era negli anni Cinquanta una scuola americana di pensiero che sosteneva che l’apatia e la non partecipazione fossero un segno di salute della democrazia: come non si va dal medico quando si sta bene, così non si va a votare quanto non si ha nulla di cui lamentarsi. Chi tace (o sta a casa) acconsente. L’espansione sociale e il benessere a portata di mano rendevano forse plausibile questa interpretazione. Applicata all’Italia questa lettura non funziona: né per gli anni Cinquanta, quando il paese, dopo il fascismo, viveva la rinascita economica e quella democratica con comprensibile entusiasmo partecipativo; né per il presente, poiché l’astensionismo avviene in un clima di depressione economica estrema. Nella vita economica come in quella politica, se sempre più persone oggi non fanno o non cercano di fare è perché ritengono che non ne valga la pena. Questo spiega le cifre impressionanti dei giovani che non studiano e non cercano lavoro. E spiega le cifre del crollo della partecipazione elettorale…….

Da un articolo di nadia Urbinati su Repubblica
(18 giugno 2013)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/laventino-del-voto/