Gli italiani non si accorgono della ripresa

 La crescita dell’economia si consolida, ma la soddisfazione del governo non trova uguale riscontro nelle famiglie. Che spesso non si accorgono di questa ripresa. Perché? Una prima risposta è che essa è piccolina, intorno all’1,5% quest’anno, forse un po’ meno nel 2018. Lontana, per pio, dalla crescita del 2,1% prevista dall’Ocse per l’area euro o dal 2,2% stimato per la Germania. Inoltre, da noi la recessione è stata più lunga e duratura. Tanto che il Pil in Italia è ancora di circa 6 punti inferiore a quello del 2007. E se il Pil pro capite era di 28.700 euro dieci anni fa, nel 2016 è stato di 25.900 euro. Ogni italiano deve insomma recuperare ancora 2.800 euro per tornare ai livelli pre crisi, sottolinea il centro studi Impresa Lavoro. È vero, nel 2016 c’è stato un miglioramento (che continua anche quest’anno) rispetto ai 25.600 euro di Pil pro capite del 2015, ma si tratta di 300 euro: in media 25 euro al mese a testa, «che non cambiano certo la vita delle persone», osserva Enrico Giovannini, ordinario di Statistica economica all’Università Tor Vergata e portavoce dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile.

Giovannini, già presidente dell’Istat e poi ministro del Lavoro, ha introdotto in Italia gli indicatori del Bes, il Benessere equo e sostenibile, che hanno proprio lo scopo di andare oltre il parametro del Pil per rappresentare lo stato di salute di un’economia. Nel Def dello scorso aprile il governo ha per la prima volta inserito un allegato con quattro indicatori del Bes (su un totale di dodici) messi a punto da una commissione di esperti cui ha partecipato lo stesso Giovannini. Ci sono il reddito medio disponibile pro capite, l’indice di diseguaglianza, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, le emissioni di CO2 e altri gas inquinanti. Entro febbraio di ogni anno il governo dovrà presentare una relazione al Parlamento sull’impatto delle politiche di bilancio sugli indicatori del Bes. Il reddito medio disponibile pro capite «aggiustato», ovvero inclusivo del valore dei servizi in natura forniti dalle istituzioni pubbliche e senza fini di lucro, era nel 2016 di 21.725 euro, meglio del 2015 (e il miglioramento continua nel 2017) ma ancora sotto i 22.154 euro del 2008. Del resto, anche il livello dei consumi delle famiglie, sebbene in ripresa (+ 1,3% nel primo trimestre dell’anno), è ancora di oltre 3 punti inferiore a quello del 2007. Nel frattempo le persone in condizioni di povertà assoluta sono raddoppiate, da 2,4 milioni nel 2007 a 4,7 milioni nel 2016. E così il tasso di disoccupazione, passato dal 5,7% dell’aprile 2007 all’11,3% del luglio scorso, in pratica da circa 1,5 milioni a 3 milioni di persone in cerca di un lavoro.
È vero, gli occupati sono tornati ai livelli pre crisi, con circa 23 milioni di persone che lavorano. Ma in termini di Ula, cioè Unità di lavoro a tempo pieno, mancano 1 milione di unità, sottolinea ancora Giovannini. Questo significa, tra l’altro, che è aumentata l’incidenza del lavoro a tempo parziale (dal 14 al 19% degli occupati), mentre, come confermano i dati di ieri dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, meno di un’assunzione su quattro (il 24,2%) di quelle effettuate nei primi sette mesi di quest’anno è stata a tempo indeterminato, contro il 38,8% dello stesso periodo del 2015, l’anno della decontribuzione. Esaurita la quale, i contratti precari sono tornati a farla da padrone. E le retribuzioni lorde di fatto restano al palo: perdono nel secondo trimestre del 2017 lo 0,3% rispetto a un anno prima.
La ripresina è stata trainata dalle esportazioni più che dalla domanda interna. Ne hanno beneficiato soprattutto le aziende che producono per l’estero, che hanno goduto anche del petrolio a buon mercato, dei tassi d’interesse ai minimi e del taglio di Ires e Irap. La pressione fiscale azionata dallo Stato è leggermente scesa anche per le famiglie, soprattutto per i lavoratori dipendenti tra 8 e 26 mila euro di reddito, grazie al bonus da 80 euro. Ma il beneficio è stato spesso compensato dalla corsa delle tasse locali. Insomma, nonostante il peggio sia alle spalle, non c’è da scialacquare.

 

Enrico Marro

Corriere della sera, 22 settembre 2017

http://www.corriere.it/economia/17_settembre_21/ma-italiani-non-si-accorgonodella-ripresa-616979f2-9f04-11e7-8e38-5c41d07827be.shtml

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Ripresa più solida, ma pressioni sui prezzi ancora insufficienti

 La ripresa “si sta irrobustendo”. E siccome è anche sospinta dalla domanda interna, Mario Draghi ritiene sia “meno vulnerabile” rispetto ad eventuali “shock esterni”, ossia agli scossoni geopolitici che stanno agitando il mondo da mesi. Ma a fronte delle pressioni crescenti, sopratutto dei Paesi nordeuropei, Germania in testa, perché la Bce esca dal lungo periodo di emergenza, Draghi ha messo le mani avanti. 

Il presidente della Bce ha ricordato qual è l’obiettivo principale dei guardiani della moneta – l’inflazione al 2% – e ha sottolineato che le pressioni sui prezzi sono ancora insufficienti per abbassare la guardia: “Abbiamo ancora bisogno di politiche monetarie molto accomodanti”. I salari “crescono ancora troppo lentamente”, per dirne una. Alcuni analisti hanno cominciato a scommettere su una diminuzione degli acquisti dei bond da 60 miliardi già a settembre – il presidente della Bce li ha invitati a mantenere il sangue freddo.

A una settimana da una riunione della Bce che rivedrà le stime sul Pil e sull’inflazione dell’eurozona e che molti analisti attendono con ansia per avere indicazioni sull’avvio dell’uscita dal Quantitative easing – l’acquisto di bond pubblici e privati da 60 miliardi di euro al mese – e persino l’orizzonte in cui Francoforte potrebbe ricominciare ad alzare i tassi, Draghi ha raffreddato le aspettative. 

Il presidente della Bce, solitamente restìo a fare commenti politici (a una domanda sulle elezioni in Italia ha risposto infatti di non essere la persona adatta per un commento sul tema), ha ribadito che l'”euro è irreversibile”, ma soprattutto che “non bisogna avere paura di cambiare i Trattati”, con evidente riferimento all’attuale ripartenza del motore franco-tedesco e ai piani annunciati da Angela Merkel ed Emmanuel Macron di voler rafforzare l’eurozona anche rivedendo i Trattati. “Dobbiamo assicurare l futuro dell’eurozona attraverso una costruzione più stabile e resistente”, ha detto.

Draghi, europeista di ferro, ha puntualizzato che “la vulnerabilità dell’eurozona” può anche essere ricondotta “una mancanza di autonomia fiscale – e la questione ora è capire come arrivarci”: Ma i due pilastri per raggiungerla sono “la fiducia e la convergenza”, secondo il presidente della Bce. D’altra parte, per il banchiere centrale italiano è chiaro che l’eterogeneità dei tassi di crescita tra le varie economie dell’area dell’euro rappresentino una fragilità e che siano riconducibili ai ritardi nelle riforme strutturali. Dunque, “servirebbe una discussione sulle riforme strutturali come quella che si fa sul bilancio”. 

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 maggio 2017

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/29/news/mario_draghi_parlamento_europeo-166723528/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

 

Perché cresciamo poco, nonostante Yellen e Draghi

yell-dragLa politica invia segnali confusi ai cittadini. E spesso scambia la forza dei suoi slogan con la solidità delle argomentazioni. È per questo che quando si muovono con le parole o le scelte Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, e il suo collega Mario Draghi alla Banca centrale europea, diventano argomento di riflessione nei Paesi e non solo tra economisti, finanzieri, imprenditori, politici. Da Washington la prima e da Francoforte il secondo, hanno fatto in modo che la crisi peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale avesse effetti meno devastanti possibili. All’indomani delle dichiarazioni di Yellen, che ha arricchito la serie di indizi che parlano di un imminente probabile rialzo dei tassi americani, l’attesa è ora per le parole di Draghi giovedì prossimo. I tassi bassi per l’economia sono lo strumento più efficace nei periodi legati a crescita stagnante. Le imprese e gli Stati possono chiedere crediti pagando meno il costo del denaro. Questo facilita la spesa per gli investimenti dando una spinta allo sviluppo. Il fatto che in America la tendenza sia al rialzo fa pensare che l’economia abbia raggiunto un punto di svolta. Le Borse americane sono ai massimi storici. La disoccupazione è al 4,8%, l’inflazione è attorno all’obiettivo stabilito del 2%. Donald Trump continua a indicare in tre assi la sua politica di sviluppo: taglio delle tasse al ceto medio, meno regole e più spesa per le infrastrutture.

Il passaggio dal messaggio della Casa Bianca all’azione concreta sarà meno semplice, ma è quello che vogliono sentirsi dire le imprese e la finanza per continuare a scommettere sulla crescita. Analoghi segnali sembrano potersi rintracciare in Europa. L’inflazione in Germania ha superato il 2%. Persino in Italia ha toccato quota 1,5%. La fiducia delle imprese in Germania, Francia e Italia è in aumento costante. La Spagna continua a segnare buoni livelli di crescita. Tanto che si dice possano aumentare le pressioni su Mario Draghi affinché tolga il piede dell’acceleratore della politica espansiva per evitare pericolose fiammate dell’inflazione. Cosa che produrrebbe per un Paese come l’Italia, fortemente indebitato, conseguenze negative sugli interessi da pagare sui titoli di Stato e quindi sui conti pubblici. Al di qua e al di là dell’Atlantico i segnali positivi ci sono e non vanno sottovalutati. Ma sono molto sulla carta. O meglio tutt’altro che soddisfacenti. Le aree di disagio sembrano allargarsi invece che diminuire. La stessa elezione di Trump ne è il sintomo più evidente. Nonostante e il costo del capitale sia così basso il livello degli investimenti non è stato del livello atteso. Sir John Cunliffe, vice governatore della Banca d’Inghilterra in un discorso riportato da The Economist di questa settimana ha notato come negli ultimi quarant’anni prima del 2007 la crescita media degli investimenti è stata del 3%, mentre da quell’anno in poi è scesa all’1,5%. Ci potrà essere stata difficoltà nell’accesso al credito sicuramente. Ma altrettanto sicuramente c’è la percezione di un aumento dei pericoli o perlomeno di una loro non riduzione.

Il disagio del quale si parlava è riferito non al momento che stiamo vivendo , quanto al futuro. Le famiglie e i lavoratori sono portati a risparmiare piuttosto che a spendere. E analogamente si muovono le imprese che custodiscono ingente liquidità preferendo distribuirla ai propri soci invece di metterla a rischio investendo senza sufficienti ritorni. È come se gli attori economici, cittadini, aziende, istituzioni finanziarie stessero perdendo la pazienza. Forse si dimentica che negli ultimi anni proprio grazie all’azione delle banche centrali americane, europee, ma anche cinesi e giapponesi, si sono superati choc internazionali importanti. La crisi russa nel 2014, come quella delle materie prime con i prezzi del petrolio in forte discesa, la cinese nel 2015 e, in misura minore, quella finanziaria del 2016. Senza contare le tensioni in medio Oriente e le successive ondate di migranti. Crisi che hanno spostato in avanti il recupero atteso. È evidente che averle superate e registrare gli evidenti segnali di ripresa non basta in poche settimane a consolidare la fiducia necessaria che spinge a investire a guardare con più serenità al futuro. È per questo che la cautela con la quale usano le parole Yellen e Draghi associata alle loro forti azioni di sostegno alle economia, la si vorrebbe ritrovare nelle istituzioni e nei protagonisti della politica. Sarebbe il segnale della comprensione che fiducia e riforme sono da sempre i veri motori di riprese più solide.

DANIELE MANCA

Corriere della Sera, 3 marzo 2017

http://www.corriere.it/economia/17_marzo_03/perche-cresciamo-poco-nonostante-yellen-draghi-fcddcc16-0054-11e7-92b1-e1f58b14debd.shtml

Il caro verdura e il petrolio. Ma dietro il costo della vita quei segnali di mini-ripresa

iflaziones Messi tutti in fila, gli ultimi dati – dall’inflazione italiana all’indice europeo Pmi, senza trascurare l’Ifo – descrivono uno scenario in movimento che sembra dare segnali di ripresa ma che impone nell’interpretazione una certa cautela.
L’inflazione in Italia è in crescita dell’1% rispetto a gennaio 2016. Il Purchasing managers index dell’Eurozona, cioè l’indice composito dell’attività manifatturiera, che tiene conto dei nuovi ordini, delle consegne e delle scorte, è volato ai massimi da quasi sei anni, spinto da Francia e Germania. E l’indice Ifo, che misura la temperatura della fiducia delle imprese tedesche, a febbraio è salito nonostante l’incertezza politica in Europa. che lo aveva fatto calare a gennaio.
Sull’inflazione italiana hanno pesato fattori esterni: la ripresa del petrolio e di conseguenza dei prodotti energetici, a partire da diesel (+13,9%) e benzina (+9,3%), e il maltempo che ha colpito il Centro-Sud, penalizzando le colture e spingendo in alto i prezzi di verdura (+20,4%) e frutta (+7,3%). Però al netto degli alimentari freschi e dei beni energetici, l’inflazione di fondo è calata allo 0,5% dallo 0,6% del mese precedente.
Ma è chiaro che se la tendenza dei prezzi dovesse essere confermata, tenuto conto che in gennaio l’inflazione media nell’eurozona è stata pari all’1,8% e nella Ue a 28 pari all’1,7%, l’obiettivo che si è dato il presidente della Bce Mario Draghi di portarla a un livello vicino ma inferiore al 2% si starebbe avvicinando. Il che avrebbe un impatto sul Quantitative easing messo in campo dalla Bce per stabilizzare i prezzi (ma che ha anche l’effetto di abbassare il costo del rifinanziamento del debito pubblico italiano).
Si tratta ora di capire quanto la domanda sia ripartita anche in Italia, oltre che in Europa. La ripresa del costo della vita fotografa, infatti, un’economia in salute se a fare da traino è la crescita dei consumi che si traducono in un aumento della domanda di beni e servizi. Per Unimpresa si tratta di «segnali di ripresa, anche se timidi» e che «vanno colti subito e non sprecati».
Certo «è un po’ presto per definirlo un segnale positivo», spiega il capoeconomista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice: «La ripresa della domanda resta debole nel nostro Paese. Depurata dai prodotti energetici e dagli alimentari, l’inflazione core rallenta. Il ciclo però si sta stabilizzando in Europa guidato dalla Germania. Siamo in presenza di un quadro discreto nella Ue. Ha sorpreso verso l’alto l’indice Ifo». «Ora bisogna vedere cosa accadrà nei prossimi mesi – conclude De Felice —. Mi riferisco ai rischi politici: il protezionismo promesso da Trump, i movimenti populisti, le elezioni a metà marzo in Olanda e poi in Francia».

FRANCESCA BASSO
Corriere della Sera, 23 gennaio 2017

Inflazione Ue, timori sui tassi

L’inflazione nella zona euro è tornata a correre e si sta avvicinando alla soglia per la stabilità dei prezzi che la Banca centrale europea si è posta come obiettivo: «Vicina ma inferiore al 2%». Il tasso di inflazione annuale a gennaio nell’eurozona — ha certificato ieri Eurostat — è atteso in netto rialzo all’1,8% rispetto all’1,1% di dicembre, trascinato dai prezzi dell’energia. Certamente la salute dell’eurozona è in netto miglioramento, ha ripreso a crescere e anche l’andamento dell’inflazione lo dimostra . In Germania è ormai vicina all’1,9%, in Spagna è volata al 3% annuale a gennaio, ai massimi da oltre quattro anni (a dicembre era dell’1,4%). E in Francia ha sì registrato un calo dello 0,2% nel primo mese del 2017 (comunque meglio delle attese degli analisti), ma su base annua l’incremento sarà dell’1,4%. In questo scenario si distingue l’Italia, che stima un +0,2% per il quarto trimestre 2016 e secondo Bankitalia va verso un +0,9% nell’intero 2016. A riprova che la ripresa nel nostro Paese resta fragile. Ad aprile la Bce rallenterà il quantitative easing dagli attuali 80 miliardi al mese a 60 miliardi, sino a fine anno. Ma ci sono i tedeschi, che andranno alle urne in autunno, in pressing sulla Banca centrale europea. E per l’Italia sarà un problema.

Francesca Basso

Corriere della SerA, 1 Febbraio 2017

 

Senza i consumi dei Millennials non ci sarà ripresa

millllllSi cambia cavallo. Nei dati sui conti economici trimestrali diffusi dall’Istat lo scorso 31 maggio c’è la conferma che a spingere la ripresa dell’economia italiana sono oggi i consumi più che le esportazioni. Nel primo trimestre il contributo alla crescita offerto dalla domanda estera netta – la differenza tra export e import – è stato negativo. Gli investimenti sono rimasti al palo. L’apporto positivo di consumi e scorte ha permesso al Pil di segnare un incremento trimestre su trimestre che conferma la proiezione di una crescita annua dell’ordine di un punto percentuale. L’indebolimento delle esportazioni nette non sorprende. Il commercio mondiale rallenta e le prospettive delle grandi economie extra-europee rimangono relativamente incerte. Il passaggio della barra della ripresa nelle mani dei “driver” domestici rimane, però, altrettanto esposto a rischi che meritano attenzione, a breve come a medio termine.

Due i fattori chiave: i redditi e la demografia. I consumi dipendono dal reddito e dalla propensione a spendere. Per la prima volta dal 2008, nel 2015 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato a crescere di quasi un punto percentuale. Merito della fine del calo dell’occupazione e dei segnali di recupero che ad aprile 2016 portano l’aumento degli occupati a colmare metà della caduta di 1,1 milioni realizzata tra il 2008 e il 2013. A rimettere in moto i consumi è servito tutto, dagli sgravi contributivi alle nuove regole del mercato del lavoro agli 80 euro. Ugualmente, a tonificare il potere d’acquisto delle famiglie contribuisce il lato buono dell’inflazione zero, con le rate dei mutui che diventano più lievi e il pieno di carburante che costa meno di uno o due anni fa. Meno sfiduciati che in passato, gli italiani tornano a spendere, soprattutto nell’acquisto di beni durevoli che nei dati del primo trimestre aumentano di ben sei punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2015. È l’auto la regina della ripresina dei consumi, con le immatricolazioni di nuovi veicoli che continuano a marcare incrementi annui a due cifre. Dopo anni di freno a mano tirato, i consumi ripartono mettendo la prima. Il punto è creare le condizioni perché la marcia prosegua, magari salendo di rapporto. L’approvazione dei target italiani di finanza pubblica per il 2016 da parte della Commissione Europea garantisce un sostegno importante, ancorché misurato, al consolidamento della ripresa dei redditi e dei consumi. Questo nell’orizzonte dell’anno. Ma, oltre il 2016, incombe una sfida ben più impegnativa i cui contorni divengono via via più chiari. È la sfida del cambiamento demografico. Ancora una trentina di anni fa la distribuzione per età della popolazione italiana era graficamente rappresentata da una piramide. Oggi assomiglia a una teiera e nell’arco di un paio di decenni assumerà le forme di un vaso che si allarga verso l’alto. Ancora negli anni Ottanta le età percentualmente più numerose erano quelle giovanili, tra i 20 e i 30 anni. Oggi la pancia della distribuzione è salita tra i 50 e i 60 anni. Alla metà del secolo il baricentro muoverà ancora più in alto. L’Italia invecchia, e deve porsi il problema di invecchiare bene ricucendo in fretta i divari profondi che si sono scavati tra le generazioni. Divari a danno dei giovani, di lavoro e di reddito che più di altri fattori minano il potenziale di sviluppo dell’economia e della società. Altro che “output- gap” e “digital-divide”. Oggi il reddito medio di un membro di una famiglia il cui capofamiglia ha non più di 30 anni è tornato indietro ai valori di quaranta anni fa. Ben diversa e migliore risulta invece la situazione di chi può contare su un capofamiglia ultra-sessantacinquenne o anche solo cinquantenne. Cresce il peso delle famiglie che trovano nelle pensioni la fonte prevalente di reddito, mentre raddoppia rispetto agli anni Ottanta la quota di giovani tra 25-34 anni che vive ancora nella famiglia d’origine. Magra consolazione, la riduzione del numero medio dei figli aumenta la misura dei lasciti. Non è con maggiori eredità che si potranno sostenere i consumi futuri dei “millennials” quando saranno finite le pensioni dei “baby-boomers”. Servono lavoro e lavori nuovi e sostenibili, da creare con l’innovazione, le riforme e il buon senso.

Giovanni Ajassa

Direttore Servizio Studi Bnl Gruppo Bnp Paribas

A&F 13 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/06/13/news/senza_i_consumi_dei_millennials_non_ci_sar_ripresa-141977708/

Le cinque incognite

euromigrLe sfide dell’immigrazione, fenomeno inevitabile che va governato al meglio. La ripresa che c’è, ma è troppo debole. Le sanzioni alla Russia che vedono l’Unione divisa. E poi due spettri, Grexit e Brexit, e i timori per ciò che potrebbero scatenare. Ecco i cinque capitoli che minano l’Europa.

 

 

 

GREXIT- LE INCERTEZZE DIETRO AL PIANO

Christine Lagarde, direttore del Fmi, non vuol più sentir pronunciare la parola Grexit, sigla che sintetizza la possibilità di uscita della Grecia dall’Unione. Però allo stesso tempo ammette che «la capacità di Atene di promuovere e rivendicare la proprietà delle misure di cui aveva bisogno è stata sopravvalutata». Dal 2010 a oggi la repubblica ellenica è stata spesso sul punto di lasciare il club di Bruxelles, spontaneamente o buttata fuori dai falchi teutonici. Nell’agosto scorso si è disegnato, a fatica, il piano per riportare il paese e la sua economia sul binario giusto. Oggi siamo ancora qui a parlarne, con la liquidità custodita all’ombra del Partenone che basta a rispettare gli impegni, nazionali e internazionali, sino a giugno. E poi? Serve un accordo per erogare il resto dei miliardi stanziati da Bruxelles con la Bce, soldi che potrebbe arrivare a ore, come no. Se si fallisce, può risaltare tutto. Se si ritarda, potrebbero aversi effetti sul referendum inglese e magari scatenare una bella tempesta sovrana che potrebbe indebolire chi ha più debito. L’Italia, per esempio. Livello di rischio: 5 su 10.

BREXIT- IL PERICOLO SGRETOLAMENTO

Si corre sul filo del rasoio. L’ultimo sondaggio diffuso dal Times sostiene che i «sì all’Europa» e «no all’Europa» sono al 39%, con gli indecisi fotografati al 17%. Finale incerto, più che mai. La macchina pro Ue spiega i pericoli dello star fuori a elettori che voteranno più con la pancia che con la testa. Chi vuole un muro in mezzo alla Manica attacca gli sprechi europei e professa le (dubbie) glorie del ritorno alla piena sovranità nazionale. Il Fmi stima che un voto «contro l’integrazione economica globale rischia di bloccare, se non di invertire, il trend del dopoguerra e rapporti commerciali ancora più aperti». Un rapporto Votewatch sottolinea la schizofrenia britannica, raccontando l’isola come lo stato che ha perso più voti in Consiglio dei ministri, ma anche quello che ha appoggiato il 97% delle decisioni; il socio Ue che ha perso potere negli anni in seno all’Europarlamento, ma che ha guadagnato influenza conquistando poltrone rilevanti. L’ipotesi Brexit sancirebbe la mortalità dell’Ue e creerebbe un precedente. L’unione potrebbe spezzarsi o cambiare forma. Ogni scenario negativo diventerebbe possibile. Livello di rischio: 8 su 10.

ECONOMIA – LA RIPRESA DEBOLE

La ripresa c’è, ma è debole. Troppo debole per cambiare gli umori. Nell’Eurozona i disoccupati restano oltre il 10%, ma se si guardano i giovani, sedici paesi dell’Unione passano il 20, con Grecia e Spagna in area 50, e l’Italia non lontana. Chi non ha, dispera di potersi salvare; chi ha, ha paura di perdere la sicurezza. Il populismo costruisce consensi sulla paura e la paura è merce a buon mercato. «I rischi per l’economia continentale sono al ribasso», ammette la Commissione Ue. Si è incrinata la fiducia, per mancanza di politiche, più che per le politiche adottate. È sparita la leadership, ci si è impiccati ai dogmatismi. Il terrore di sbagliare ha tenuto fermi i governi e le soluzioni, creando spazi per chi gioca contro. La Bce si è sostituita alle capitali e non potrà essere per sempre. Occorrono investimenti e sostegni comuni al ciclo che non scardinino i conti pubblici. Senza risposte, senza più soldi in tasca, senza prospettive, i cittadini si rivolteranno contro l’entità che reputano colpevole di tutto ciò. Non il loro governo, bensì i non meglio precisati «eurocrati di Bruxelles». È più facile anche se fa più male. Livello di rischio: 7 su 10.

MIGRAZIONI – OCCHI PUNTATI SULLA TURCHIA

I flussi dalla Turchia alla Grecia sono calati ai minimi. Ma non quelli verso la mezzaluna e intorno al Mediterraneo. La rotta che congiunge la Libia all’Italia è tornata ad affollarsi. La gente continua a scappare dalle guerre e inseguire un mondo migliore, cioè l’Europa. Dall’inizio dell’anno sono arrivate 179.552 persone, due volte la popolazione di Alessandria. L’Ue deve trovare un modo per controllare l’onda e ridurne il peso. Vuol dire mostrare solidarietà, quindi accoglienza. Vuol dire essere responsabili, dunque rispedire indietro chi non ha diritto di restare, e controllare bene le frontiere. Deve funzionare l’accordo coi turchi, costato 6 miliardi e parecchie concessioni in cambio dello stop ai flussi. Se non va, gli sbarchi riprenderanno copiosi, nella nostra penisola come nelle isole greche. Sarà il fallimento del modulo comunitario, probabilmente sancito in tutte le elezioni che verranno dall’estate in poi. L’insicurezza diffusa anzitutto per ragioni economiche, si materializza nella paura dell’altro e del diverso. Se si andrà troppo oltre, l’Europa annegherà nella sfiducia. Livello di rischio: 8 su 10.

RUSSIA – PAESI DIVISI SULLE SANZIONI

Scadono con giugno le sanzioni russe per la guerra civile in Ucraina. L’Ue ha ritenuto determinante il ruolo di Mosca nel generare le turbolenze che hanno scosso l’ordine nell’ex repubblica sovietica e portato al conflitto nelle sue regioni orientali. Per questo ha inferto allo Zar Putin una serie di sanzioni economiche che hanno fatto male alla Russia, non però senza danneggiare alcuni settori interni, come l’agricoltura. Bisogna decidere se rinnovare la linea dura. La condizione per sospendere le sanzioni è che il pieno rispetto degli accordi di Minsk, con il cessate il fuoco e il ritiro dei russi, cosa che non è ancora successa. Gli europei sono divisi: c’è il fronte del dialogo, più o meno scoperto (comprende l’Italia); e c’è quello del «niet», che abbraccia l’intera blocco centrorientale. Litigio in vista probabile, servirà un compromesso davvero abile. L’esito di un litigio non sarebbe mortale, sebbene le ferite potrebbero essere profonde. In particolare nei Paesi che alla parola «Russia» provano un’incontrollabile pelle d’oca. Livello di rischio: 6 su 10.

Marzo Zatterin

Le cinque incognite che mettono a rischio il futuro dell’Unione europea

La Stampa 20 aprile 2016