Perché l’incertezza pesa più del rischio

riscViviamo nel tempo dell’incertezza. Ma che cos’è con precisione l’incertezza, e che effetti ha sul comportamento delle persone, in particolare degli investitori finanziari? L’Italia sta entrando in un periodo di elevata incertezza politica: che effetti può avere sui mercati? Vi sono modi per attenuarli? Esporsi a situazioni che comportano dei rischi fa parte della nostra vita quotidiana, ma l’incertezza è diversa dal rischio. Come spiegò un economista americano, Frank H. Knight, nel 1921, affrontare un rischio significa esporsi ad un evento aleatorio essendo in grado di stimare la probabilità che esso si verifichi: gioco alla roulette e so che (se non è truccata) la probabilità che esca il rosso è esattamente 50 per cento. In situazioni di incertezza, invece, questa stima non è possibile.

Un esempio di questi giorni è la possibilità di trovarsi nel mezzo di un attentato terroristico: non c’è modo per stimare la probabilità che un terrorista si faccia saltare in aria nell’aereoporto dal quale partirò domani. Come reagiscono le persone in queste due situazioni? Spiegano i miei colleghi Pierpaolo Battigalli, Simone Cerreia, Fabio Maccheroni e Massimo Marinacci, grandi esperti di incertezza, che le persone di solito preferiscono fare scelte che comportino rischi conosciuti invece che sconosciuti, cioè preferiscono esporsi al rischio che all’incertezza. Per esempio, preferiscono investire in una tecnologia già adottata che in una nuova, anche se sanno che la prima risulta efficace solo nel 50 per cento dei casi. Questo atteggiamento è conosciuto come «avversione all’ambiguità».

L’avversione all’ambiguità ha due conseguenze. Innanzitutto, più le persone sono avverse all’ambiguità, più insistono nelle loro scelte, con la conseguenza che diventa difficile indurle a cambiare il loro comportamento. Per esempio, indurle a lavorare di più cambiando la tassazione sul lavoro. Un altro modo in cui le persone reagiscono all’ambiguità è rifugiandosi in «porti sicuri»: questo accade nei mercati finanziari con un fenomeno che viene chiamato flight to quality. Pensiamo a quanto accadde il 14 settembre 2008, il giorno del fallimento della banca statunitense Lehman Brothers. Ex post, è relativamente facile individuare ciò che fece esplodere quella banca, ma ex ante è questione diversa. Gli investitori sapevano che la realtà dei mercati finanziari è molto complessa, con milioni di potenziali punti deboli, ma non li avevano mai presi in considerazione perché li ritenevano irrilevanti in tempi normali. Quando Lehman fallì, e le interdipendenze fra quei punti deboli divennero essenziali, si trovarono catapultati da un situazione di rischio, in cui erano abituati a operare, a una di incertezza. E reagirono proprio come suggerisce la teoria dell’avversione all’ambiguità, abbandonando tutti gli strumenti finanziari (i cui prezzi crollarono) e rifugiandosi nei titoli garantiti dallo Stato. Qualcosa di simile è accaduto dopo la Brexit. Dalla sera alla mattina gli investitori si sono trovati di fronte ad una situazione difficile da valutare con gli strumenti usuali: che sarebbe accaduto alle relazioni commerciali fra Gran Bretagna e Unione Europea, come sarebbero stati riscritti i trattati con Stati Uniti, Canada, India e gli altri grandi partner commerciali della Gran Bretagna? Ancora una volta la reazione è stata una fuga dalla sterlina per rifugiarsi in Paesi meno incerti.

Un’altra conseguenza dell’avversione all’ambiguità riguarda il modo in cui le persone reagiscono alle riforme. Pensiamo al dibattito attualmente in corso su una possibile modifica di alcune regole pensionistiche. Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto (Il Sole24Ore del 7 agosto) che occorre trovare «misure di solidarietà interne al sistema previdenziale che aiutino le carriere discontinue a colmare alcuni vuoti contributivi». In altre parole, occorre ridurre le pensioni relativamente più elevate per compensare quelle che altrimenti sarebbero troppo basse. Ma senza specificare che cosa si intende per pensioni relativamente più elevate, si introduce un elemento di incertezza: alcuni pensionati non sanno né se saranno fra coloro che verranno colpiti, né di quanto. Di fronte a questa incertezza possono solo cercare di risparmiare di più, preparandosi al peggio. Lo stesso accadde in Germania nei mesi precedenti le elezioni del settembre del 1998. Durante la campagna elettorale Gerhard Schröder si era impegnato, qualora avesse vinto, a cancellare la riforma pensionistica appena varata dal suo avversario, il cancelliere Helmut Kohl. Ma non disse quali provvedimenti alternativi avrebbe adottato, poiché tutti sapevano che il sistema pensionistico tedesco non era sostenibile. Di fronte all’incertezza, nei mesi precedenti quell’elezione vi fu una caduta dei consumi e una forte crescita del risparmio privato. Evidentemente i cittadini tedeschi reagirono all’incertezza proteggendosi e risparmiando di più. Il risultato fu un forte rallentamento dell’economia anche perché Schröder, che vinse quelle elezioni, impiegò alcuni anni prima di varare la sua riforma pensionistica.

Il referendum costituzionale del prossimo autunno, e le conseguenze che provocherà, sono un’importante fonte di incertezza. Gli investitori esteri — che detengono più della metà del nostro debito pubblico — leggono che la vittoria del No potrebbe provocare la caduta del governo. Dopo essere stati esposti alla narrazione di una nuova era politica, si chiedono se sia stata solo un’illusione, non capiscono che cosa potrebbe accadere dopo. In altre parole non si trovano ad affrontare un rischio dal quale hanno gli strumenti per proteggersi, ma una situazione di incertezza. Nel motivare la sua decisione di cambiare opinione sull’Italia, da stabile a negativa, l’agenzia canadese Dbrs ha scritto venerdì scorso che il motivo principale è «l’incertezza politica riguardo all’esito del referendum costituzionale». Ciò che li preoccupa non è se la riforma della Costituzione verrà approvata, ma, nel caso non lo fosse, chi gestirà la trattiva con Bruxelles sulla legge di Stabilità i cui tempi si sovrappongono a quelli del referendum. Come nel caso della Brexit, la risposta degli investitori internazionali potrebbe essere l’abbandono dei nostri titoli pubblici, alla ricerca di porti rischiosi ma meno incerti. Che fare? Poco per influenzare il risultato del referendum, tranne informare con chiarezza i cittadini sui quesiti che verranno loro sottoposti. Questa incertezza non si può cancellare. Ma qualcosa si può fare per eliminare altre fonti di incertezza. Ad esempio varare e far approvare da Bruxelles e dal Parlamento la legge di Stabilità prima della data del referendum e smetterla di annunciare riforme del sistema previdenziale senza indicarne i dettagli.

Assuefatti alla crescita “zero virgola”

deffflLa doccia fredda è arrivata il 15 marzo dall’Istat: l’inflazione a febbraio segna un meno 0,3 per cento su base annua, siamo in deflazione. Segue l’altra cattiva notizia di pochi giorni prima: la stima di un aumento del Pil nel primo trimestre dell’anno solo dello 0,1 per cento. E c’era stata pure la lettera di richiamo della Commissione europea a causa del rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici verso l’obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio. “L’Italia deve ridurre il debito”, ha precisato perentorio il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis. Nel mezzo, c’è stato il potenziamento del programma di quantitative easing della Bce di Mario Draghi.

Ma ormai siamo assuefatti a una crescita da “zero virgola”. Hai voglia a dire la recessione è finita. Tecnicamente è così, dopo anni di segni meno. Ma la delusione da attese tradite è cocente. Il rischio vero da cui guardarsi, a questo punto, è la deflazione delle aspettative.
Tutti presi a misurare le variazioni al rialzo degli indicatori economici, per poi smorzare la disillusione per aver constatato che il campo di oscillazione stentava nell’ordine di qualche decimale di punto percentuale, i commentatori hanno dato poca attenzione a due cose importanti che sono successe negli anni della crisi.

La prima è che, mentre gran parte dell’informazione mainstream batteva sul tasto della retorica pauperista del “non arriviamo alla fine del mese”, gli italiani diventavano l’azienda più liquida d’Italia. Il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie (quindi esclusa la ricchezza patrimoniale concentrata negli immobili di proprietà) si è gonfiato fino a un ammontare complessivo di 4.000 miliardi di euro (cioè due volte e mezza il valore del Pil). Giù le quote di azioni e obbligazioni, boom di contante e depositi bancari: valevano un quarto della torta nel 2007, sono diventati oggi il 31 per cento del totale.

Certo, siamo stati tutti scottati dalla crisi. Ci siamo detti: meglio tenere i soldi in tasca o fermi sui conti correnti, pronti all’uso per ogni evenienza. E intanto i consumi flettevano del 7,5 per cento nel periodo 2007-2014 e i volumi del mercato immobiliare si dimezzavano (siamo passati da 800mila a 400mila compravendite di abitazioni all’anno). In sintesi, la bolla del risparmio e del cash cautelativo, insieme alla bassa propensione all’assunzione individuale  del rischio, rappresentano per noi la legacy della crisi, il suo lascito.

Per evitare la sclerotizzazione su questo atteggiamento difensivo della gran parte degli italiani, si è provato a stimolare la domanda interna attraverso misure come il bonus Irpef di 80 euro o il taglio della Tasi. Risultato, conti alla mano: i soldi ci sono ma non girano, i consumi non decollano, la produzione industriale non ritrova slancio, la ripresa occupazionale è ancora debole, l’inflazione resta inchiodata intorno allo zero (nonostante il fiume di liquidità iniettato nel sistema dalla Bce) e gli investimenti si fanno col contagocce. Per la verità, siamo ai minimi dal dopoguerra in termini di incidenza degli investimenti sul Pil: nel 2015 in Italia hanno pesato per il 16,5 per cento del prodotto interno lordo, rispetto al 17,3 per cento del Regno Unito, il 20 per cento della Germania, il 21,2 per cento della Francia.

Quello che più conta è che c’è stato un vero cambiamento di paradigma con cui oggi fare i conti, che va al di là dei dati macroeconomici, senza sconfinare però in teorie di parapsicologia collettiva (manca la fiducia! manca la fiducia!). Il punto cruciale è che il grande assente sulla scena ormai da parecchio tempo è il rischio. Rischio calcolato, beninteso. Il problema è che gli italiani non tornano a una confidente assunzione del rischio individuale, consapevoli che l’azzardo lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle proprie solitarie biografie personali. Solitarie? Perché? Il fatto è che nella percezione collettiva è svaporata la figura dello Stato come garante di ultima istanza delle “avventure” individuali ‒ quel ruolo che nei decenni passati, trascorsi nel segno dell’accrescimento della società affluente, l’autorità statuale aveva saputo esercitare tramite gli strumenti redistributivi di welfare finanziati con il debito pubblico, fomentando la grande saga della “cetomedizzazione”, che si basava proprio sull’assunzione individuale del rischio (mi compro la casa, apro un negozio, metto su un’impresa, e così via).

Quando lo Stato debitore è quotato sui mercati finanziari internazionali e i conti pubblici sono sottoposti al giudizio delle agenzie di rating, c’è la rottura di paradigma. Naturalmente, questo è un processo di lunga deriva. C’è stato però un preciso momento in cui tutti hanno definitivamente aperto gli occhi, costretti a farlo dall’esperienza traumatica della crisi del debito sovrano (ricordate lo spread rispetto ai Bund tedeschi schizzato alle stelle? E il rischio di default per la Grecia?). In quel momento abbiamo perso l’innocenza. Da allora i cittadini sottilmente disconoscono ai politici nazionali la piena autorità deliberativa: sanno che le loro azioni verranno sottoposte a un giudizio finale, dei mercati o di Bruxelles (vedasi le estenuanti trattative sulle clausole di flessibilità sui conti pubblici).

La seconda cosa che è successa durante gli anni della crisi è l’affermazione del nuovo ciclo della economia della disintermediazione digitale, che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. In questi anni gli italiani hanno risparmiato praticamente su tutto, tenendo stretti i cordoni della borsa all’insegna di una riscoperta sobrietà (adieu ai fasti del consumismo, solo un lontano ricordo). Ma non hanno lesinato sulle tecnologie digitali. Che anzi sono state premiate dal processo selettivo dei consumi innescato dalla crisi e hanno assunto una connotazione anticiclica: hanno conosciuto una fase espansiva in controtendenza, come dimostra il vero e proprio boom di smartphone e connessioni mobili. Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2014, la spesa per telefoni e traffico dati è più che raddoppiata (più 146 per cento: parliamo di 27 miliardi di euro nell’ultimo anno).

Insomma, gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media digitali connessi in rete. Perché? Perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Grazie alle piattaforme digitali, scompare la mediazione tra il fornitore dei servizi e l’utente finale, visto che non è più necessario recarsi all’agenzia turistica per prenotare un viaggio oppure in un negozio di calzature per comprare un paio di scarpe. Usare internet per informarsi, per acquistare beni e servizi, per prenotare viaggi e vacanze, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

Nel frattempo, i big player della rete si attrezzavano per presidiare in maniera sempre più efficace la nuova frontiera, cioè i tre perni fondamentali del commercio: la fase dell’acquisto (di ogni cosa), la gestione di strumenti di pagamento tramite smartphone (alternativi ai tradizionali circuiti bancari), la logistica (robot nei magazzini, droni nei cieli). Ai vertici mondiali per fatturato e capitalizzazione di Borsa – le prime cinque aziende Ict messe insieme valgono un paio di migliaia di miliardi di dollari, pari al Pil di una media potenza europea come l’Italia –, rappresentano il nuovo volto del capitalismo del XXI secolo. La continuità personalizzata tra online advertising e e-commerce è il segreto del successo. Internet sembra così proiettata a diventare una nuova, gigantesca piattaforma commerciale taylor-made: un grande villaggio digitale, con le sue piazze, i cinema e la city hall, gli uffici pubblici e le banche, i centri commerciali.

Che cosa hanno in comune le due novità che ci ritroviamo dopo i lunghi anni della crisi? Risposta: il trionfo dell’individualismo. Orfani di uno Stato nazionale solido, sostituito da una governance sovranazionale che non ha retto alla prova della depressione economica e della gestione degli esodi migratori, l’individuo si ritrova solo. E anche i processi di disintermediazione digitale, basati su un ricentraggio soggettivo e sulla disarticolazione delle filiere del lavoro tradizionali, vanno in questa direzione, nell’inveramento dello slogan planetario della piattaforma video più popolare sul web: broadcast yourself!

Nessuno rimpiange uno Stato che accumula debito pubblico (i conti, prima o poi, bisogna pagarli). Ma ad oggi non abbiamo ancora trovato un valido rimpiazzo per quel ruolo che spingeva ad assumersi i rischi. Per riattivare i circuiti dell’economia reale la politica monetaria non basta, bisogna tornare a investire, cioè a rischiare. Di qui l’impasse in questa fase di transizione epocale. Che durerà fino a quando non avremo riscoperto una nuova cultura del rischio.

 

Assuefatti alla crescita “zero virgola”, che durerà finché non riscopriremo la cultura del rischio

Massimiliano Valerii

Direttore generale del Censis

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/17/assuefatti-alla-crescita-zero-virgola-che-durer-finch-non-riscopriremo-la-cultura-del-rischio___1-v-139526-rubriche_c328.htm

La patente che tutela il risparmio

apatLa tutela del risparmio di cui tanto si parla ha bisogno di due cose. Da un lato sono necessari controlli e regole sul comportamento delle banche e dei gestori di fondi, comprese severe punizioni per chi viola quelle norme. Dall’altro serve una maggiore educazione finanziaria del risparmiatore e del cittadino. Gli importanti lavori di ricerca in merito di una economista italiana, Annamaria Lusardi, come ricordava Federico Fubini su questo giornale il 20 dicembre scorso, dimostrano che, non solo in Italia ma anche in molti altri Paesi europei, oltre che negli Stati Uniti, il livello di diseducazione finanziaria è strabiliante.

Molti risparmiatori italiani, anche con livelli di istruzione elevati, non sanno rispondere correttamente a domande semplicissime. Arrivano a sbagliare l’ordine di grandezza di quanto un investimento di 100 euro renderebbe in 20 anni a un tasso del due per cento. Spesso non capiscono l’importanza della diversificazione del rischio; non si rendono conto cioè che investire in una singola azione è molto più pericoloso che investire in un fondo comune. Non comprendono bene lo scambio tra rischio e rendimento. Vale a dire che se qualcuno promette loro rendimenti elevati senza rischi, ebbene sta mentendo. Infine pochi realizzano che investire in un prodotto del quale fanno fatica a comprendere la natura e la reale composizione non è mai una buona idea.

Non solo, molti cittadini (soprattutto gli uomini, meno le donne) pensano di avere una sufficiente conoscenza di economia e finanza, ovvero non si rendono conto di cosa non capiscono. Il sapere di non sapere è invece il primo passo verso l’apprendimento. La diseducazione finanziaria può avere effetti disastrosi per i risparmiatori e, se generalizzata, può avere conseguenze macroeconomiche gravi.

Che fare? Ecco un’idea. Chiunque apra un conto in banca (o ne abbia già uno) dovrebbe disporre anche di una «patente finanziaria». Dovrebbe cioè superare un esame tipo quello di teoria che si sostiene nel caso della patente auto. Un esame con una cinquantina di domande alle quali rispondere con esattezza. La licenza garantirebbe che chi è «idoneo» è a conoscenza di poche ma importanti cose: che un rendimento alto senza rischio non esiste, che il tasso di interesse reale è molto diverso da quello nominale, che mettere tutte le uova in un paniere è pericolosissimo, come pure decidere se indebitarsi a un tasso fisso o variabile quando si compra una casa richiede un’attenta valutazione della situazione economica propria e generale.

Questa sorta di «patente finanziaria» dovrebbe prevedere anche un rinnovo a distanza di una decina d’anni. In ogni caso si dovrebbe insegnare un minimo di economia e finanza di base nelle scuole superiori. Nei licei, che ambiscono a rappresentare il meglio dell’istruzione, accade invece che economia e finanza siano ignorate, quasi fossero materie «indegne» rispetto al latino o alla filosofia.

Ma nell’attesa che i programmi scolastici cambino e con questi l’istruzione delle generazioni future, la «patente finanziaria» è un primo passo, relativamente facile, verso la consapevolezza finanziaria. In fondo, per guidare un’auto e garantire la sicurezza di chi guida e degli altri cittadini, viene richiesta una patente. Ottenerla non significa diventare un pilota di Formula 1, bastano le basi. Lo stesso valga per l’educazione finanziaria: basterebbe sapere poche cose necessarie. Non aspettiamoci che tutti i risparmiatori siano dei Warren Buffett così come tutti gli automobilisti non sono Sebastian Vettel.

Alberto Alesina

Come si misura la povertà

Guadagnano meno del 60% del reddito che porta a casa la metà delle famiglie del loro Paese. Non possono allo stesso tempo permettersi l’acquisto in un anno di una lavatrice, di un televisore, di un telefono e pure affrontare una spesa imprevista. Oppure faticano a pagare l’affitto, riscaldare l’abitazione, mettere in tavola sufficienti proteine e andare in vacanza per una settimana. Ancora, vivono in una famiglia dove si lavora due mesi su dieci, mentre per il resto del tempo non si ha un’occupazione degna di tal nome. Sono questi i tratti della povertà in Italia ed Europa, che si celano dietro la definizione di “persone a rischio povertà o esclusione sociale”. Il potere semplificante della statistica ci dice che vi rientrano 18,2 milioni di persone in Italia, il 29,9% della popolazione contro una media Ue del 24,8%.

Ma cosa significa in termini concreti scivolare in quella soglia di rischio?
Secondo la definizione di Eurostat, le persone “a rischio di povertà o esclusione sociale” sono quelle che ricadono in almeno una delle tre seguenti categorie: sono “a rischio povertà”, sono in stato di “severa deprivazione materiale” o vivono in famiglie con una “bassa intensità di lavoro”. Queste asettiche definizioni svelano il ritratto della povertà secondo le statistiche di Bruxelles. È importante sottolineare il tentativo di tenere insieme differenti parametri di misura: il primo indice riguarda il reddito, ma rischia di non includere tutte quelle forme di sostegno (ad esempio, all’interno della famiglia) che magari garantiscono ai nuclei possibilità di spesa superiori a quelle che deriverebbero solo dalle entrate. Motivo per cui l’Istat calcola le soglie di povertà (tanto relativa quanto assoluta) sulla base della spesa. Accorgimento che anche Eurostat fa proprio aggiungendo gli altri due parametri.
Per essere “a rischio povertà” si intende infatti la fetta di popolazione che ha un reddito disponibile equivalente sotto la soglia del “rischio povertà”, che si colloca al 60% del reddito mediano disponibile nel Paese di riferimento(quel livello che divide in due gruppi uguali i redditi del Paese). In Italia, secondo i dati Istat del 2010, quest’ultimo corrisponde a 2037 euro mensili e pone la soglia a 1.200 euro circa. Questo parametro – ponderato per i componenti della famiglia – serve a indicare il basso livello di reddito in rapporto a quanto avviene nel Paese in cui si vive, non necessariamente una situazione di povertà o ricchezza in termini assoluti.
Diverso il procedimento che porta gli statistici a definire le persone che sono materialmente indigenti, che non si misurano in base al reddito ma alla possibilità di spesa e con un ragionamento qualitativo. Nella “severa deprivazione materiale” vi ricade, infatti, chi non riesce a garantirsi quattro delle nove seguenti incombenze: pagare l’affitto, il mutuo o le bollette; mantenere la casa sufficientemente riscaldata; affrontare spese impreviste; mangiare carne, pesce o proteine equivalenti ogni due giorni; andare in vacanza via di casa per una settimana; mantenere un’auto; una lavatrice; un televisore; un telefono o un cellulare. Si tratta quindi di una situazione di ristrettezza economica durevole, che porta all’incapacità forzata (non frutto di una libera scelta di consumo) di soddisfare alcune di quelle esigenze.
Da ultimo, si guarda al lavoro svolto in famiglia. L’allarme scatta quando i membri del nucleo familiare hanno un coefficiente di “intensità del lavoro” inferiore alla soglia di 0,2. In pratica, si tratta dei nuclei dove le persone in età lavorativa (18-59 anni ad esclusione degli studenti fino a 24 anni) hanno lavorato in un anno meno del 20% dei mesi durante i quali potevano teoricamente essere occupati.
Questi tre parametri, se letti nel loro modificarsi nel tempo, rendono l’idea di come la recessione economica abbia modificato i tratti della povertà in Italia. Nei sei anni di crisi, tra il 2007 e il 2012, la fetta di popolazione con bassa intensità di lavoro è rimasta in linea con la media europea intorno al 10%. Nel povero Belpaese la quota delle persone a rischio di povertà ha oscillato intorno al 19% (con un balzo dal 18,2 al 19,6% tra il 2010 e il 2011, per poi confermarsi al 19,4% lo scorso anno).

Ma a peggiorare sensibilmente è stata la qualità della vita, rappresentata dall’indigenza e dalla deprivazione materiale. Nel 2007, mentre il 19,9% degli italiani era “a rischio povertà”, quindi con reddito di gran lunga inferiore alla media, solo il 6,8% aveva problemi sul versante della spesa. Significa che il sistema era iniquo in quanto a distribuzione del reddito, ma tutto sommato la qualità della vita era un problema limitato a pochissimi casi; lo squilibrio opposto, come quello dell’Ungheria, rappresenta invece una società meno iniqua ma nella quale chi ha un reddito basso soffre veramente. Oggi, in Italia, le persone indigenti sono balzate al 14,5%: la rete di protezioni – come quella familiare – non basta più e anche le fredde statistiche certificano che la qualità della vita è pessima per una fetta sempre crescente di popolazione.

http://www.repubblica.it/economia/2013/12/14/news/povert_eurostat_istat-73231617/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Irrazionali per colpa dell’amigdala

sorte…… È ovvio che contabili, ragionieri, commercialisti e amministratori sempre calcolano il risultato finale di guadagni e perdite mediante somme e sottrazioni. Un introito di 10 e una perdita, o spesa, di 2, rappresentano un guadagno netto di 8. Le cose, però, non vanno così nella nostra testa. Innumerevoli esperimenti di laboratorio e una robusta teoria, chiamata «teoria del prospetto», che è valsa allo psicologo cognitivo Daniel Kahneman il premio Nobel per l’economia nel 2002, confermano che la perdita di una somma, quale che sia, pesa nella nostra mente, soggettivamente, assai più della vincita di quella stessa somma.

Poniamo che al mattino ci si sia accorti di aver perso, non si sa come, 100 euro. Il nostro stato psicologico di sconforto non verrà veramente cancellato anche se poi, nel pomeriggio, ci cadono dal cielo 100 euro inaspettati. Per la maggioranza di noi, la bilancia soggettiva torna all’equilibrio, cioè ritroviamo la serenità economica, per questa particolare vicenda, solo se la somma piovuta dal cielo è tra 225 e 250 euro. In circa 35 anni di ricerche nelle scienze cognitive applicate all’economia, questo dato, cioè un’asimmetria di un fattore tra 2,25 e 2,50 tra guadagni e perdite, è tra i più consolidati. Il fenomeno psicologico va sotto il nome di «avversione alle perdite» ( loss aversion ). Si noti, nessuno psicologo, nemmeno un premio Nobel, sarebbe autorizzato a criticarci per il fatto che perdere denaro «fa male» e che vincere denaro, invece, «fa bene». L’intoppo, cioè l’irrazionalità economica, si manifesta nella nostra tendenza a rifiutare una scommessa nella quale c’è il 50% di probabilità di perdere 10 e il 50% di guadagnare 15 o 18 o perfino 20. Eppure così siamo fatti.

Le dinamiche dei mercati internazionali di investimenti, ritorni e aspettative mostrano molti comportamenti poco razionali. Non è un caso, quindi, che la ricerca del San Raffaele sulle basi cerebrali dell’avversione alle perdite ha avuto il supporto finanziario della Schroders, il più grande gruppo al mondo di fondi di investimento e risparmio gestito, con sede nella City di Londra. Da alcuni anni si è cominciato, infatti, a sondare i processi cerebrali fondamentali che sorreggono e producono le scelte (o le non-scelte) economiche. Spiega uno dei principali autori del lavoro, Matteo Motterlini, fondatore e direttore del Centro di ricerche Cresa di psico-economia al San Raffaele: «Il nostro cervello non traffica con guadagni-perdite allo stesso modo. Li tratta come fenomeni distinti. Non è «progettato» per fare quello che vuole la teoria economica neoclassica, cioè soppesare razionalmente la combinazione di probabilità, in particolare di rischio, e rendimenti attesi. Il cervello non fa naturalmente tale tipo di operazione, ma tratta il rendimento come anticipazione di guadagno – il centro cerebrale responsabile è il nucleo accumbens -; e elabora il rischio con altre aree, tipicamente aree della corteccia frontale e l’incertezza con l’insula».

In ogni processo psicologico legato al timore, o addirittura alla paura, spicca come protagonista un’area cerebrale molto antica chiamata amigdala. La ritroviamo molto attiva, ora, anche nell’avversione alle perdite.

…….. si sono misurate le differenze individuali nell’avversione alle perdite e nella stima (direi piuttosto il timore) del rischio. Motterlini è lapidario: «I presupposti dell’economia della razionalità sono neurobiologicamente falsi o irrealistici. Possiamo imparare a essere razionali nelle scelte economiche, ma non lo siamo naturalmente, quando si attivano i processi automatici e in larga parte inconsci. Ciò non può non avere conseguenze su come progettiamo interventi di politica economica e sulle nostre istituzioni finanziarie».

…… Per concludere, un piccolo consiglio: se vi offrono una scommessa in cui si perde 10 ma si vince anche solo 11 o 12 con la stessa probabilità, mettete a tacere la vostra amigdala e accettate.

Massimo PIattellini Palmarini

Se Pinocchio fosse stato femmina…….

00385310_b[1]Se Pinocchio fosse stato femmina, avrebbe sotterrato, mandandoli in fumo, i suoi zecchini d’oro, come consigliavano il Gatto e la Volpe? E se al posto della banca di investimenti Lehman Brothers fallita clamorosamente ci fossero state le “sorelle” Lehman, le cose sarebbero andate in modo diverso?

Ciò che, forse, caratterizza un genere nei confronti dell’altro è che le donne avvertono meno degli uomini la tentazione di farsi “dominare” dal denaro, farne la misura del valore della cose. Il denaro “rosa” è “un mezzo, non un fine, o segno di successo e di potere – commenta Paola Profeta, docente di Scienza delle Finanze all’Università Bocconi -. Le donne hanno una maggior propensione al risparmio. E un diverso stile decisionale. Tendono, più degli uomini, a utilizzare il denaro per scopi di investimento duraturi, per esempio investendo in capitale umano dei loro figli. Risparmiano per la pensione, per acquistare la casa”.……

“Meno amanti del rischio degli uomini, le donne tendono a privilegiare scelte più prudenti, in tutti i campi, dalla pratica di sport estremi, alle scelte di mobilità geografica, a quelle che implichino rischi per la salute, all’investimento finanziario”, si…………. All’origine ci sarebbero differenze psicologiche: emotività diverse; differenze nella “self confidence”; reazioni emotive diverse di fronte al pericolo: paura, tendenzialmente, nelle donne (sentimento che induce avversione); rabbia negli uomini, che spinge, appunto, al rischio. Le prime avvertono la minaccia, gli altri la sfida, l’opportunità. Il tutto, tradotto in scelte finanziarie, si declina in soluzioni meno “aggressive”. Studi di finanza comportamentale sembrano confermare che uomini giovani che gestiscono fondi tendono a essere più spregiudicati, operando un numero maggiore di transazioni e correndo più rischi. Donne più anziane, avrebbero la tendenza a generare risultati più stabili e migliori.

Come clienti, dicono gli assicuratori, le donne sono più difficili da convincere. Vogliono capire e studiare. La loro diffidenza verso i prodotti finanziari, sarebbe in realtà sana e intelligente prudenza: “Caratteristiche da rivalutare, in tempi di crisi”, sottolinea Profeta.

……

http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-senso-delle-donne-per-il-denaro/