Come pesci nell’acquario

acquL’uomo moderno ha rinunziato alla possibilità d’essere felice in cambio di un po’ di sicurezza, diceva Sigmund Freud. Se la felicità degli uomini è come quella degli uccelli, se vibra attraverso un battito d’ali libere nell’aria, allora sì: siamo meno liberi, e siamo più infelici. È questa la lezione che ci impartisce lo scandalo del «Prism», il sistema di controllo usato dal Dipartimento di Stato americano per spiare email, telefonate, carte di credito, contatti informatici di milioni di cittadini. Nel loro interesse, come no: per proteggerli dagli attentati. Ma anche a loro insaputa, e questo apre un fronte che ci riguarda tutti, non solo chi abita sotto una bandiera a stelle e strisce. Perché ormai viviamo tutti in una sorta di libertà vigilata (in Gran Bretagna le telecamere a circuito chiuso sono già 4 milioni). Perché ciascuno di noi lascia una scia elettronica quando parla al cellulare o chatta con gli amici. E perché siamo inquilini d’una «società del rischio», come la definisce Beck: rischio atomico, ecologico, finanziario, migratorio, terroristico. Ma il rischio alleva la paura, e le paure si convertono in pulsioni autoritarie – a scapito, per l’appunto, delle nostre libertà.

Da qui un grumo di domande: fin dove può spingersi la protezione dello Stato? Ed è lecito che lo Stato ti protegga, non solo dagli altri, bensì pure da te stesso? Succede quando al divieto di fumo s’accompagna un interdetto per le bibite gassate, o castighi fiscali per gli obesi. Quando insomma il salutismo converte il diritto alla salute in un dovere: sicché lo Stato, per salvarti la pelle, t’impedisce di vivere. Anche in questo caso è la privacy che va a farsi benedire, non meno che durante un’intercettazione telefonica. Perché la privacy costituisce un argine contro l’invadenza dei poteri pubblici e privati, e segna quindi la linea di confine che protegge l’individuo dallo Stato protettore. The right to be let alone , dicono gli americani: il diritto d’essere lasciati soli. Anche nelle proprie scelte, nei propri stili di vita.

Ma sta di fatto che non ne abbiamo mai avuta così poca come da quando sulla privacy vigila un plotone di garanti, ciascuno col suo codice in mano (quello italiano comprende 186 articoli). Colpa della tecnologia, che ci denuda come pesci nell’acquario. Colpa altresì delle nostre insicurezze. Quelle invocate da Obama a sua discolpa, in nome della prevenzione. D’altronde ormai pure le guerre sono quasi sempre preventive: si fa la guerra per evitare la guerra.

Mentre ci aggiriamo in questo teatro dell’ossimoro, mentre ci interroghiamo a vuoto sul bilanciamento fra libertà e sicurezza, esistono però tre condizioni che andrebbero sempre rispettate. Primo: serve un preavviso. Quando lo Stato si arroga il diritto d’origliare, noi abbiamo il diritto di saperlo. Secondo: il preavviso si giustifica solo in situazioni d’emergenza. Terzo: ogni emergenza è per definizione temporanea, ed è regolata dal diritto. E infatti loro, gli americani, dal 2001 hanno il Patriot Act. Invece da noi è ancora vigente un decreto regio del 1938, che ospita la legge di guerra. Magari sarà il caso d’aggiornarlo.

Michele Ainis

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 9 giugno 2013

 

http://www.corriere.it/editoriali/13_giugno_09/come-pesci-acquario_1b0657a0-d0be-11e2-9e97-ce3c0eeec8bb.shtml

La privacy a scuola

Il Garante della privacy detta le regole della riservatezza tra i banchi di scuola. Una sorta di ‘galateo’ dei rapporti tra professori, alunni e genitori, ispirato al rispetto del decoro e contro le discriminazioni

http://www.garanteprivacy.it/

No alle foto su Facebook senza consenso. Non c’è niente di male a immortalare con la telecamera i propri figli mentre vestono i panni dei re magi durante la recita di Natale. Né a scattare un intero servizio fotografico della scolaresca in gita. Purché le immagini si vogliano conservare nell’album dei ricordi. Altro discorso se invece l’idea è di pubblicarle online. Se s’intende diffonderle sul web, anche sui social network, occorre il consenso delle persone presenti. Guai a postare su Facebook o Twitter scatti rubati, senza chiedere il permesso degli interessati, ammonisce il Garante.

Sugli smartphone decide la scuola. La regola generale prevede che l’utilizzo di cellulari, smartphone e tablet sia consentito solo «per fini strettamente personali e sempre nel rispetto delle persone». Si possono usare per registrare e poi sbobinare le lezioni, ad esempio. Oppure per consultare e-book e versioni digitali dei testi. Tuttavia ogni scuola può decidere liberamente come regolarsi in materia. Se bandire del tutto i telefonini o permettere ai ragazzi di tenerli accesi in classe. Fermo restando il divieto di divulgare video e foto su internet senza il consenso delle persone riprese. Con «la diffusione di filmati e foto lesivi della riservatezza e della dignità delle persone – ammonisce l’authority presieduta da Antonello Soro – si può incorrere in sanzioni disciplinari e pecuniarie, oltre che commettere veri e propri reati

Voti pubblici, ma niente discriminazioni. I voti sono sempre pubblici: sia le valutazioni delle prove svolte in classe, che l’esito delle interrogazioni e degli esami di Sato. Il ministero dell’Istruzione impone che siano trasparenti e accessibili. Tuttavia, nell’affiggere i voti nelle bacheche pubbliche, gli insegnanti devono prestare attenzione a non mettere in evidenza la condizione di un allievo disabile rispetto agli altri…..

http://canali.kataweb.it/kataweb-consumi/2012/09/13/quel-tema-viola-la-privacy-il-garante-fissa-le-regole-a-scuola/?h=0