Troppi “ricchi di Stato” e la classe media soffoca

supmakkDall’inizio dell’Ottocento a oggi, nei Paesi occidentali il reddito pro capite è aumentato da circa tre a circa 100 dollari al giorno. Due secoli fa l’85% di noi doveva per forza lavorare la terra, per procurarsi di che vivere. Oggi l’agricoltura pesa raramente per più del 5% degli occupati (il 2% negli Stati Uniti e in Svizzera, il 4% in Italia). Eppure non abbiamo mai mangiato tanto e tanto bene. Secondo Deirdre McCloskey, oggi l’americano medio consuma 66 volte più «cose» di quante ne consumasse a inizio Ottocento. Senza considerare i miglioramenti sotto il profilo della qualità: dalle giacche a vento che non lasciano passare una goccia d’acqua alla sicurezza antisismica. Con il Pil è cresciuta anche la popolazione. Nel secolo scorso, la mortalità infantile si è ridotta del 90%: le morti di parto del 99%.

Altrove, questo processo è più recente. È stato chiamato «globalizzazione» e — fra le contraddizioni e gli abusi che inevitabilmente segnano tutte le vicende umane — ha allargato la torta. Nel 1981 più della metà degli abitanti dei Paesi in via di sviluppo viveva con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 era il 21%. Negli ultimi vent’anni il numero totale di quanti soffrono la fame è sceso dal 18,6% al 12,5% della popolazione mondiale. Il dibattito sulle disuguaglianze potrebbe chiudersi così: allargando lo sguardo.

È una discussione in buona parte paradossale. Il capitalismo, come tutte le cose, lo si apprezza quando non lo si ha. Siamo ormai assuefatti al continuo miglioramento delle condizioni di vita. Gli effetti speciali non ci stupiscono più. È normale che anno dopo anno la speranza di vita aumenti. È normale avere sempre «cose» migliori (più efficienti, meno costose, di minor impatto sull’ambiente) di prima.

Peccato che non ci sia niente di normale. Per la gran parte della storia umana, la normalità è stata la stagnazione. Davanti al grande fatto della storia moderna, a questa incredibile moltiplicazione di pani, pesci e bocche da sfamare, l’intellettuale occidentale alza il ditino. Al capitalismo rimprovera di rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. A dire il vero, il capitalismo ha inventato gli uni e gli altri. La società tradizionale era fatta di «stazioni»  uno doveva restare laddove era nato. Il denaro non determinava la classe sociale di appartenenza: lo faceva la nascita. La società di mercato ha aperto il recinto. La rivoluzione industriale trasforma la mobilità sociale, da fatto episodico, nella quotidianità di milioni di persone.

È cresciuta pure la domanda di «parole», grazie agli alti tassi di alfabetizzazione. Ma se la nostra è una società in cui tutti sanno leggere, non tutti leggono «le cose giuste». Il capitalismo ha messo anche le persone meno abbienti in condizione di avere una «dieta» culturale fatta di libri tascabili e film in streaming su internet. Poco, però, poteva fare per elevarne il gusto. Naturale che gli intellettuali lo disprezzino. Dal momento che sarebbe patentemente assurdo processare il cameriere per le ordinazioni dei clienti, si cercano capi d’imputazione differenti.

Le diseguaglianze servono allo scopo. Eccitano gli animi, costruiscono l’impressione che la crisi che stiamo attraversando non abbia cause specifiche (governi che hanno scialato i risparmi di due generazioni, per dire), ma sia l’inevitabile esito delle forze della storia. Chiamano in causa i nostri pregiudizi più profondi. Com’è possibile che la torta sia divisa tanto male? Perché  non tagliare meglio le fette? La risposta «liberale » è che la torta non esiste in natura e il modo in cui le fette vengono fatte influisce sulla solerzia del pasticcere.

Questo non significa affatto, come ha ben spiegato Danilo Taino su «la Lettura» del 5 luglio, che i liberali considerino accettabile qualsiasi disuguaglianza. Ma il problema non risiede nella distanza fra i ricchi e i poveri: quanto, piuttosto, nel modo in cui i ricchi sono diventati tali. Bisogna constatare che alcune, strepitose fortune sono possibili non perché subiamo un eccesso di «neoliberismo» (libera iniziativa, deregolamentazione, eccetera): ma perché lo Stato intermedia, in Europa, grosso modo la metà del Pil. Il pubblico si sostituisce al mercato come arbitro del successo: fabbrica norme che, ovviamente in nome di un qualche interesse superiore, decidono il risultato della gara competitiva prima della partenza. Nell’«1 per cento» dei più ricchi, c’è chi non vive della preferenza che gli accordano i consumatori: ma di appalti, innovazioni lautamente sussidiate, rendite privatamente lucrose e pubblicamente giustificate in nome di qualche interesse superiore. Non è un fenomeno nuovo, nella storia del «capitalismo reale». Mai però aveva interessato settori tanto ampi delle nostre economie.

È giusto chiedersi, come fa Taino, perché oggi parliamo tanto di disuguaglianze. È una moda culturale, un riflesso della crisi? Credo sia anche perché oggi appare in pericolo una delle più apprezzate «creazioni» del capitalismo: la classe media. Le diseguaglianze appaiono più tollerabili quando prevale un’impressione di dinamismo sociale. I figli degli operai hanno potuto diventare dottori non solo grazie all’istruzione pubblica e gratuita ma soprattutto perché una certa, sobria «serenità» finanziaria era un obiettivo a portata di tutti. Oggi la tassazione strangola i redditi delle classi medie. La mobilità sociale è passata anche attraverso il risparmio. Le rinunce dei padri pagavano gli studi e la prima casa dei figli. I tassi per impieghi del risparmio poco rischiosi sono ormai stabilmente prossimi allo zero: il che va benissimo per chi può permettersi scommesse ardimentose, ma umilia le «formichine».

L’età capitalistica ha visto la più grande creazione di ricchezza della storia umana. Il tanto esecrato libero mercato continua a produrre «cose» che ci migliorano la vita. Ma tasse e scelte di politica monetaria oggi frenano quel dinamismo sociale che del capitalismo è stato un (apprezzato) sottoprodotto. L’obiettivo di chi accende i riflettori sulle disuguaglianze è giustificare imposte più alte sui «ricchi», non ridurre le rendite che alcuni percepiscono per buona grazia del sovrano. Sono cinquant’anni che la «passion predominante» dei governi occidentali è ridistribuire il reddito. Chi sostiene che oggi esista un problema di distribuzione della ricchezza dovrebbe ricordarsene.

Alberto Mingardi

Corriere della Sera 12 luglio 2015

http://lettura.corriere.it/debates/troppi-ricchi-di-stato-e-la-classe-media-soffoca/

 

Ed ecco la bolla cinese

bolleLa via al comunismo finanziario di Pechino si è rivelato un disastro. Con 3 mila miliardi di dollari bruciati nelle ultime settimane – mentre l’Europa ne perdeva 1 miliardo sull’onda della Grexit – che hanno cancellato i risparmi dei cinesi. Intanto la popolazione diventa sempre più povera e scontenta, come il loro Paese che ha dimenticato gli anni nei quali si cresceva a due cifre. Fitch ha stimato che il Pil in Cina aumenterà soltanto del 6,8% quest’anno, del 6,5 nel 2016 e al 6 nel 2017: il tasso più basso da 20 anni a questa parte…. LA GUERRA PER LA SALVAGUARDIA DEL PARTITO. Secondo il South Morning quello che sta vivendo il Dragone non è altro che la guerra finale per «la salvaguardia del partito comunista». Iniziata da quando i nuovi vertici del Paese (il presidente Xi Jinping e Li Keqiang) hanno esasperato il dettato dei loro due predecessori (Hu Jintao e Wen Jiabao) assertori del «mantenimento totale della stabilità». E si sono resi conto che per realizzare questo progetto non restava che la strada dell’isolamento. LE MISURE PER FRENARE L’INFLAZIONE. Prima hanno continuato le purghe nel partito, colpendo le ali più aperte agli stranieri (come il protomaiosta Bo Xilai) o provando a limitare il potere d’interdizione del mandarino – Zhou Xiaochuan, presidente della People’s Bank – che più di altri ha portato soldi cinesi in Occidente. Quindi hanno frenato la macchina produttiva cinese, nella speranza di rallentare l’inflazione e abbassare i prezzi per spingere i loro concittadini a spendere, a creare una domanda interna e a rifinanziare un’industria alimentata contro il surplus delle esportazioni. Ma questo processo sta avendo, per ora, soltanto un risultato: portare il Paese verso l’implosione sociale ed economica. CONTI DEPOSITO POCO CONVENIENTI. In quest’ottica c’è una bomba posta sotto la Borsa di Shanghai, che per qualcuno è già scoppiata. Come detto, da anni le autorità cinesi stanno provando a spingere la popolazione a spendere i loro eccezionali risparmi (si calcola almeno il 50% del Pil). Inutilmente. Poi le cose sono cambiate quando il governo ha ribassato oltre il dovuto i tassi d’interesse, rendendo poco fruttifero tenere i propri soldi fermi su un conto di deposito. Questo, più di una serie di articoli della stampa governativa sulle magnificenze borsistiche che qualcuno ha letto come una garanzia statale su quel tipo di investimento, ha permesso alle banche di utilizzare tutta la raccolta per comprare azioni in proprio oppure per finanziare i grandi fondi. Risultato? Al giugno scorso i listini cinesi avevano visto una crescita negli ultimi otto mesi del 150%. Tuttavia, come avviene quando la misura è colma, gli investitori istituzionali legati a realtà statali hanno venduto in tempo. Mentre i piccoli borsini sono rimasti con il cerino in mano e con titoli che valgono un terzo rispetto a quando li avevano acquistati. Ed è scoppiato il panico. Il governo è intervenuto tardi. Prima ha fatto finta di non vedere che la massa di acquisti in Borsa era legata ad acquisti a leva, utili soltanto a remunerare le società di intermediazione. …… http://www.lettera43.it/economia/finanza/cina-a-rischio-bolla-finanziaria-crolla-la-borsa_43675177957.htm   La borsa di Shanghai, la principale borsa valori cinese, è in caduta dal 12 giugno scorso. Nei 12 mesi precedenti, dal 12 giugno 2014, la borsa di Shanghai era cresciuta tantissimo, del 150 per cento: vuol dire che, in media, il valore di un’azione in un anno era più che raddoppiato. Dal 12 giugno di quest’anno invece è scesa di più del 30 per cento: si tratta di più di 3mila miliardi di dollari. Per dare un’idea di che cifre stiamo parlando: l’intero grande debito della Grecia è di circa 330 miliardi di dollari, circa un decimo. Ci sono interi mercati finanziari, come quello spagnolo o quello indiano, che valgono meno di quanto perso dalla Cina nell’ultimo mese. Com’è cominciata la crisi Oltre alla borsa di Shanghai, è stata coinvolta da questa crisi anche l’altra borsa cinese, quella di Shenzen, e quella di Hong Kong. La condizione in cui si trova il mercato cinese sembra avere tutte le caratteristiche di una bolla finanziaria: i prezzi delle azioni nell’ultimo anno sono cresciuti moltissimo, senza particolari ragioni collegate ai risultati delle aziende. Il grafico dell’Economist qui sotto rende bene l’idea di quanto il mercato finanziario nell’anno scorso si sia distanziato dall’andamento del PIL cinese, quella che viene definita spesso come “economia reale” (GDP è il PIL in inglese). Schermata 2015-06-29 alle 6.27.55 PM   Gran parte della crescita della borsa di Shanghai è stata trainata da ChiNext, l’indice che raccoglie le maggiori società tecnologiche della Cina: il corrispettivo di quello che è il NASDAQ per la borsa statunitense. Secondo molti analisti quello che sta avvenendo nel mercato finanziario cinese è molto simile alla bolla dei titoli “dotcom” del 1999, la cosiddetta “bolla della new economy”: una crisi finanziaria generata da un eccessivo entusiasmo per le nuove aziende digitali statunitensi. Cosa ha fatto la Cina Le autorità cinesi hanno fatto di tutto per evitare che si diffondesse il panico e che il valore delle azioni continuasse a scendere, apparentemente senza molto successo: sono state vietate le IPO, le quotazioni in borsa di nuove aziende; sono stati autorizzati nuovi metodi di indebitamento per permettere agli investitori di avere maggiore liquidità da immettere nel mercato finanziario; quando la situazione si è fatta molto grave, nell’ultima settimana, sono state sospese le contrattazioni di moltissimi titoli; oggi non è possibile comprare o vendere circa il 70 per cento delle azioni sulla borsa di Shanghai. Come spesso accade, quando le autorità finanziarie dicono di non spaventarsi succede proprio che gli investitori si spaventino…..-. http://www.ilpost.it/2015/07/08/bolla-finanziaria-cinese/

L’economia? Va ancora a petrolio

oilQuali sono gli effetti di un calo del prezzo del petrolio? Sono buoni, direte voi che pagate di meno la miscela del motorino (anche il 20% in meno non è male). Ma qui parlo degli effetti a livello dell’economia intera. Saprete che l’Italia non produce petrolio (o ne produce pochissimo) e deve importarlo: quindi, direte, gli effetti sono buoni anche per l’Italia, perché pagherà dimeno (il nostro Paese è il quarto importatore di petrolio al mondo). E qui avreste ancora ragione. Naturalmente, c’è qualcuno in Italia che non sarà contento, come le società petrolifere che faranno meno profitti. Ma non si può fare una frittata senza rompere le uova, e l’importante è che per il resto degli italiani la frittata sia una portata in più. Ma non è ancora questo il problema. Il problema è se il prezzo basso del petrolio sia una cosa buona per l’economia mondiale nel suo insieme. Come fare a saperlo Ogni prezzo è anche un reddito. Quando pagate il pane quel che pagate è un reddito per il fornaio, per il produttore di farina, per il costruttore dei forni o per chi fa la pulizia del negozio del fornaio… Se ogni prezzo è anche un reddito, questo vuoi dire che a prezzi bassi corrispondono redditi bassi. Chi compra petrolio e spende meno avrà più soldi in tasca, ma chi vende petrolio e riceve meno avrà meno soldi in tasca.

Allora l’effetto è zero? Non proprio. Per capire questo punto bisogna passare dai prezzi alle quantità. Quel che importa per l’economia sono i beni e i servizi prodotti, i volumi, il Pil reale, non quello nominale. E il Pil reale dipende quanto la gente (famiglie e imprese) vogliono spendere e spendono, per consumi e investimenti. È la domanda che attiva la produzione. Certo, spendere vuoi dire non risparmiare, e fin da piccoli ci hanno inculcato l’idea che il risparmio è una cosa buona. Ma di troppo risparmio si può anche morire. Keynes scrisse: «Ogni volta che risparmiate cinque scellini togliete a un uomo una giornata di lavoro». Cioè a dire, se i soldi invece di essere spesi sono risparmiati, vengono tolti dalla caldaia dell’economia, il circuito prezzi/ redditi si interrompe. Se adottata su vasta scala, la virtù individuale del risparmio diventa vizio collettivo. Allora, per sapere se un prezzo più basso del petrolio è cosa buona o cattiva, bisogna chiedersi: quale effetto ha il prezzo basso sul totale della domanda? Riflettiamo: il prezzo basso del greggio va a vantaggio dei Paesi consumatori e a detrimento dei Paesi produttori. A questo punto bisogna confrontare le propensioni alla spesa degli uni e degli altri. Se il tipico consumatore di petrolio si trova con cento euro in più in tasca, quanti ne spenderà? E se il tipico produttore di petrolio si ritrova con cento euro in meno in tasca, di quanto diminuirà la sua spesa? In genere i Paesi produttori tendono a risparmiare una parte più grande del reddito rispetto ai Paesi consumatori. Quindi se questi ultimi spendono, mettiamo, il 90% del loro reddito, i cento euro in più che si ritrovano in tasca attiveranno una domanda addizionale di 90.

Mentre, nel caso dei produttori, se questi spendono, mettiamo, il 70% del loro reddito, i cento euro in meno che si ritrovano porteranno a una caduta della domanda pari a 70. Il risultato netto è +20: la caduta del prezzo del petrolio si rivela positiva per l’economia mondiale. Per la stessa ragione, una impennata del prezzo del petrolio è invece negativa. Come successe nelle passate “crisi petrolifere”. La più grossa di queste, nel 1973/74, minacciò addirittura una penuria fisica di petrolio. In effetti, nel dopoguerra, le due crisi più gravi, prima dell’ultima Grande recessione, furono causate dal prezzo del petrolio . Quando invece, come adesso, il prezzo del petrolio crolla,ci sono anche qui dei problemi di altro genere. La penuria lascia il posto all’abbondanza, e questo è un bene. Ma se la discesa del prezzo è troppo rapida si creano grossi problemi in tutto il settore dell’esplorazione, della trivellazione, della raffinazione. E la sospensione degli investimenti in questi settori rischia di portare problemi più in là nel tempo: il prezzo del petrolio può risalire fortemente se non si sono fatti gli investimenti per produrre una quantità adeguata a una domanda che è destinata a risalire man mano che l’economia mondiale cresce. Un altro problema, caro a chi abbia a cura l’ambiente, sta nel fatto che una caduta troppo forte del prezzo del petrolio porta, come detto, a consumare di più di questa fonte energetica inquinante, e a sconsigliare gli investimenti nelle energie “pulite“, da quella solare a quella eolica. E questo non è bene.

Tratto da un articolo di Fabrizio Galimberti sul Sole 24 ore del 1 febbraio 2015

Un mercato per vecchietti….

suvvvQuesta è una storia di baby boomers che stanno invecchiando e che stanno cambiando le loro abitudini. Cresciuti in un mondo di sogni “a livello asfalto”, oggi quelli nati tra la metà degli anni Cinquanta e Sessanta si ritrovano alle soglie dei sessant’anni con acciacchi vari con cui fare i conti e comunque una voglia intatta di spostarsi e di viaggiare (possibilmente comodi). Nel nostro Paese l’età media, quest’anno, ha toccato i 43,7 anni. Una specie di record europeo. Per fare un esempio, in Francia questo dato è di 39,4 anni, in Germania è di 43,4 e in Svezia è di 41,6 anni. Lo “sboom” delle nascite e anche la crisi economica ha reso l’Italia un Paese quasi sterile che sta invecchiando e che sta cambiando pelle. Non più “Grande proletaria” come raccontava Pascoli, ma Vecchia d’Europa. E questa mutazione sociologica coincide anche con un cambio di abitudini automobilistiche. Berline e sportive appaiono in via d’estinzione, largo, invece, alle macchine alte (con le sedute dei sedili a livello dell’anca) tipo crossover e Suv. E questo tipo d’auto sono anche quelle suggerite dai geriatri. Dice il professor Giuseppe Paolisso, presidente della società italiana di geriatria: «L’auto per chi è in là con gli anni deve essere comoda. L’accesso e la discesa devono essere facili e la visibilità deve essere ottima». Auto senza problemi, dunque. Così, a sud delle Alpi, gli unici segmenti in crescita . ,,,,

È vero anche che gli “anziani” italiani, in questo momento, sono quelli che hanno conservato il maggior potere di acquisto. Il precariato diffuso di chi si affaccia al mondo del lavoro, il basso reddito delle fasce d’età più giovani mette in fibrillazione la situazione economica generale, quindi figuriamoci il mercato dell’auto. Così molti padri e madri comprano l’auto per il figlio e magari se la fanno intestare perché il finanziamento altrimenti non potrebbe partire (in questo è sintomatico l’iniziativa della Hyundai che aveva offerto finanziamenti ai giovani anche con lavoro precario, ma i figli non hanno voluto rinunciare all’aiuto delle famiglie e l’iniziativa non è decollata). I clienti invecchiano e cambiano le richieste di mobilità…..

Assicurare la mobilità a chi ha problemi fisici è uno degli scopi delle auto che si guidano da sole». Questo è il futuro, ma già oggi, il ‘parcheggio automatico’, per esempio, può risolvere molti problemi per chi trova grasse difficoltà a girarsi. …

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/12/01/news/47_8_-101842984/

 

 

Deflazione non è il contrario di inflazione

 

deflSecondo quanto riporta il sito ufficiale della Bce, nel discorso alla Brookings Institution di Washington il 9 ottobre il presidente Draghi notava che la Bce si trova in una transizione da un quadro di politica monetaria fondato prevalentemente sulla fornitura passiva di credito della banca centrale, ad una gestione più attiva e controllata del proprio bilancio, nel tentativo di sollevare l’inflazione dal suo basso livello. Abbiamo verso il popolo europeo la responsabilità di assicurare la stabilità dei prezzi, il che oggi significa sollevare l’inflazione dal suo livello eccessivamente basso. E faremo esattamente questo’. Draghi interpreta correttamente e certo non pedissequamente il suo mandato, che è quello di assicurare la stabilità dei prezzi al 2%. Lo statuto della Bce si fonda sul concetto di simmetria della politica monetaria nel suo effetto sull’inflazione. Dato che per la Bce l’inflazione è un fenomeno monetario, se essa è eccessiva alla Bce tocca adottare una politica monetaria restrittiva, se essa è inferiore al 2% annuo alla Bce si impone una politica monetaria espansiva.

Quest’affermazione di fede monetarista, quale espressa nello statuto della Bce, ha il problema che la politica monetaria non è simmetrica nella sua azione deflattiva e in quella inflattiva. Per fare uscire un’area dalla deflazione non si usa il contrario della politica monetaria che si adopera per ridurre il tasso di inflazione perché il fenomeno inflazione è qualitativamente diverso dalla deflazione. Supponiamo che per ridurre il tasso di inflazione si riduca la quantità di moneta. Se lo si vuol far salire basta incrementare in quantità equivalente la massa monetaria? Purtroppo no, perché quando si è determinato uno stato di deflazione per far sì che l’economia ne esca bisogna convincere imprenditori e consumatori a investire e consumare di più, mentre quando si vogliono spezzare le reni all’inflazione basta chiudere il rubinetto del credito e investitori e consumatori saranno obbligati a ridurre investimenti e consumi. Convincere è diverso da obbligare. Quando si è spento un incendio versandovi una montagna d’acqua, se si vuol ridar fuoco a quello che si è spento non basta avvicinare ai materiali inondati d’acqua una fonte di fuoco. Prima i materiali devono asciugarsi e poi prenderanno di nuovo fuoco. Per accelerare il processo non si può moltiplicare la forza della fonte di fuoco. Altrimenti, i materiali all’inizio non si accendono e poi – ma in economia non lo si sa con la stessa certezza che danno le analisi fisiche e chimiche – la forza eccessiva della nuova fiamma determina un nuovo rovinoso incendio e non una utile fonte di calore. Si aggiunga che i materiali coi quali si ha a che fare non sono sempre gli stessi, in uno stesso Paese o in Paesi diversi. Confrontando Europa e Stati Uniti si nota che l’indebitamento privato delle due aree e la sua composizione strutturale sono assai diversi. Se basta togliere credito ai consumi e ai mutui negli Usa dove tutti sono ultraindebitati per ottenere una riduzione di domanda, in un’Europa nella quale Italia, Germania e Francia conoscono un forte risparmio individuale, occorre una azione monetaria ben diversa per ottenere una riduzione di domanda equivalente a quella ottenuta diminuendo il credito negli Stati Uniti. Se è vero che persino nel credito automobilistico le differenze sono forti tra Europa e Usa perché gli europei comprano le auto in contanti, per non parlare di case, elettrodomestici, elettronica, è facile dedurre che l’effetto reflazionistico di una politica monetaria espansiva sarà più pronto e profondo negli Stati Uniti che in Europa. Si aggiunga che una cospicua parte della popolazione europea sente l’influenza del suo passato agricolo (con gli imperativi di risparmio che i contadini hanno avuto per qualche migliaio di anni) e che la classe dirigente europea incoraggia quest’atteggiamento perché le banche, che in Europa espletano gran parte dell’intermediazione, operano raccogliendo risparmi delle famiglie e prestandoli alle imprese piccole e medie che in Europa prevalgono. Tradizionalmente in Europa il debito pubblico è stato in buona misura detenuto, fino a pochi anni fa, dalle famiglie. Non è solo una differenza soggettiva, ma un’oggettiva necessità delle economie europee, dove buona parte del risparmio delle famiglie prende la forma dei depositi bancari, a far pendere la bilancia dalla parte della deflazione. Se si aggiunge che le banche, in vista della asset quality review, hanno aumentato il capitale di 200 miliardi di euro, togliendo munizioni a una reflazione creditizia, si conclude che inflazione e deflazione non sono solo fenomeni asimmetrici, ma hanno caratteristiche diverse in Europa e Usa. La Gran Bretagna va esclusa perché somiglia più, dal punto di vista finanziario, dell’indebitamento privato e della attitudine dei cittadini verso i debiti, agli Stati Uniti che all’Europa. In Europa il risparmiatore è un uomo virtuoso che si comporta secondo i precetti sia della tradizione romana che di quella cristiana (ma anche di quella coranica). La formica è la virtù, la cicala è il vizio, in Europa è diventata da due anni perfino una regola costituzionale. Malgrado il monetarismo di Chicago, gli Stati Uniti sono invece un paese post-keynesiano dove le formiche distruggono l’economia e le cicale la salvano. Sarebbe vero anche in Europa, ma bisognerebbe che le riforme delle quali parla Draghi portassero a comportamenti bancari di incentivazione del debito, alla riduzione dei controlli sullo shadow banking, in breve alla liberalizzazione in senso americano dell’economia europea. Ma è questo che vogliono veramente la signora Merkel e i suoi caudatari finlandesi o olandesi? Si direbbe il contrario, a giudicare dalle prediche ai paesi mediterranei. E’ bene che questi signori si chiariscano le idee prima di prendersela coi debitori e persino, come ha fatto il governatore della Bundesbank qualche giorno fa, con lo stesso Draghi.

Marcello De Cecco

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/13/news/deflazione_non_il_contrario_di_inflazione-97966228/

In 5 anni la spesa media mensile degli italiani è calata di 126 euro

Continuano ad aumentare le famiglie che hanno ridotto la qualità o la quantità del cibo acquistato fino a raggiungere il 65% nel 2013 dal 62,3% del 2012. Lo rileva l’Istat. La spesa alimentare resta sostanzialmente stabile (passa da 468 euro a 461), nonostante la «diminuzione significativa» di quella per la carne (-3,2%). La quota della spesa destinata a cibo e bevande aumenta dal 19,4% del 2012 al 19,5% del 2013 a causa della diminuzione dei consumi non alimentari. Sono sempre di più le famiglie che scelgono l’hard discount per l’acquisto di generi alimentari (passano dal 10,5% del 2011 al 12,3% del 2012 fino al 14,4% nel 2013), a scapito prevalentemente di supermercati, ipermercati e negozi tradizionali.

In 5 anni spesa mensile giù di 126 euro

Nel 2013 la spesa media mensile per famiglia è pari a 2.359 euro, in calo del 2,5% rispetto all’anno precedente, dice ancora l’Istat sottolineando che la spesa è diminuita anche in termini reali (l’inflazione lo scorso anno era all’1,2%). Sono i livelli di spesa più bassi da dieci anni, nel 2004 la spesa media era di 2.381 euro. In 5 anni, ossia dal 2008 al 2013, la spesa media delle famiglie è calata di 126 euro, commenta il Codacons, passando da 2.485 euro a 2.359 euro. Metà delle famiglie italiane spende comunque meno di 1.989 euro al mese nel 2013. L’Istat calcola che il valore mediano della spesa mensile è in calo in un anno del 4,3% e di nuovo sotto la soglia dei 2 mila euro (nel 2012 era pari a 2.078 euro)

 

Calano spese per abbigliamento e cultura

A diminuire è soprattutto la spesa non alimentare che risulta «significativamente in calo rispetto al 2012» (-2,7%) e si attesta su 1.898 euro mensili. Continuano a calare in particolare le spese per abbigliamento e calzature (-8,9%), quelle per tempo libero e cultura (-5,6%) e quelle per comunicazioni (-3,5%). Il Trentino-Alto Adige è la regione con la spesa media mensile più elevata, 2.968 euro, di quasi 1.400 superiore a quella della Sicilia, che si conferma ultima con una spesa di 1.580 euro.

Cia: «Si spende più per benzina che per cibo»

«La quota di spesa per alimentari e bevande, nonostante sia cresciuta nel corso dell’anno stabilizzandosi al 19,5 per cento, resta comunque inferiore ai livelli pre-crisi – sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori – quando occupava un quarto della spesa complessiva delle famiglie. Inoltre, le bollette record di luce e gas e il pieno di benzina più caro d’Europa hanno costretto i consumatori a togliere soldi da beni primari come carne, pasta, pane e latte e destinarli altrove. Con la conseguenza che nel 2013 ogni famiglia italiana ha speso più per combustibili, elettricità e trasporti (474 euro al mese) che per il cibo (461 euro al mese)».

http://www.corriere.it/economia/14_luglio_08/consumi-65percento-famiglie-ha-ridotto-quantita-o-qualita-cibo-22b725f2-068b-11e4-addf-a4fb93907d37.shtml

Giù le vendite

Le vendite al dettaglio nel 2013 segnano un crollo del 2,1% rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat, spiegando che si tratta del calo annuo più forte dall’inizio delle serie storiche comparabili, ovvero almeno dal 1990. E stavolta a scendere sono anche gli alimentari (-1,1%).   Per il resto dei prodotti va ancora peggio (-2,7%), ma questa non è una novità. Infatti anche nel 2012 il non alimentare aveva fatto registrare la stessa caduta. A fare la differenza sono quindi il cibo e le bevande.

Guardando nel dettaglio tutti i settori è evidente che nessuno si salva, persino i farmaci segnano una riduzione (-2,4%). Ribassi superiori alla media si registrano, tra gli altri, anche per abbigliamento (-2,7%) calzature (-3,0%), elettrodomestici-radio-tv (-3,1%) e mobili (-3,2%).

http://www.corriere.it/economia/14_febbraio_25/commercio-crollano-vendite-dettaglio-mai-cosi-male-24-anni-042a5484-9e02-11e3-a9d3-2158120702e4.shtml