L’oro bifronte

alkimC’ è qualcosa che accomuna alchimisti e mercanti tra XII e XIII secolo: la febbre dell’oro. Certo, non allo stesso modo. Da una parte c’è l’oro come metafora della bellezza e dell’equilibrio, creato da un’arte capace di «unire la Terra al Cielo e mettere in contatto il mondo interiore con le forze del mondo superiore», secondo la celebre espressione di Pico della Mirandola. Dall’altra c’è l’oro come elemento del profitto, il moltiplicatore che permette di costruire la ricchezza con la ricchezza: l’elemento fondante di una società che muove ora i suoi primi passi, che si regge su una nuova idea che ammalia. L’idea del mercato e del capitale. Tuttavia, qualche analogia tra i due universi c’è. Innanzitutto di mentalità, di un pensiero, comunque, innovatore. Vedere insieme il maestro e l’apprendista, lavorare indaffarati al riverbero del crogiolo, non rimanda soltanto la mente a pratiche occulte o a derive esoteriche ma alla sperimentazione che, per la prima volta, emerge, sebbene in maniera spesso oscura, come strumento della conoscenza. D’altronde, che cos’è l’alchimia, se non una scienza della materia, una scienza del fare e dell’operare? E il mondo dei mercanti, non è, in prima battuta, un universo che mescola insieme intraprendenza, intuito, informazioni, saperi, conoscenza’ L’altro elemento di analogia è che i nostri due mondi attingono allo stesso bacino, che è quello della grande civiltà musulmana. Non c’è niente da fare e bisogna constatarlo: il mondo occidentale di XI, XII, XIII secolo è in marcia, ma ancora sottosviluppato nei confronti della grande civiltà urbana che va da Baghdad a Granada e forma una grande koiné culturale e un’economia-mondo che si sviluppa dall’Oceano Indiano a quello Atlantico. Tra le discipline che l’Islam aveva ereditato dalla tarda antichità greca c’è l’alchimia. Con tante nuove sfumature e modifiche, con nuovi innesti indiani e persiani. Che dal XII secolo sbarcano in Europa. Il fine: trasmutare e invertire i processi naturali. Permettere all’uomo di mutare il metallo vile in oro. O di ottenere l’elisir di lunga vita. Tutto sulla base di un vocabolario protoscientifico calato dalla tradizione musulmana, con termini per noi comuni come amalgama, alcali, nafta, alcol, elisir e la stessa parola alchimia. Ci riuscirono gli alchimisti a rivoluzionare il mondo? Prendendo alla lettera la ricerca alchemica, scrive Michela Pereira, «si deve concludere con la constatazione del suo fallimento, perché né l’oro artificiale né l’elisir dell’eterna giovinezza sono stati mai prodotti». Ma è stato creato altro: un bagaglio di conoscenze e di tecniche che contribuirono alla futura sperimentazione chimica. Andò molto meglio ai mercanti. Che l’oro non lo seppero trasmutare, ma furono abilissimi a ottenerlo attraverso un’innovazione che ha avuto un discreto successo: il Mercato. All’epoca l’oro si produceva specialmente in Africa. Il cuore della produzione era il Sudan dell’impero del Malì. Da lì mille mani lo manipolavano: cercatori d’oro, cammellieri tuareg, mercanti mandingo, commercianti dei porti del Mediterraneo africano, dove la corrente si interrompeva. Gli operatori italiani, specialmente toscani e liguri, intercettano questo flusso. E vi si immettono, coi loro prodotti: armi, lane, tessili in lino ecc. E hanno successo, creando uno sbocco mediterraneo che arriva fino ai porti di Pisa, di Genova, di Marsiglia ecc. e da qui in tutto l’Occidente. Fino ad arrivare a una città che è l’emblema stessa della rivoluzione commerciale: Firenze. Dove nel 1252, per la prima volta dopo secoli e secoli in Europa, si riprendono a coniare monete d’oro. E nasce il fiorino, il «gold standard» del medioevo. Che ebbe così tanti imitatori che alla fine del Quattrocento se ne contarono 61! Una bella storia, quella della febbre dell’oro medievale, vissuta agli antipodi tra due modi diversi di sognarla: di chi tentò di sperimentare la Creazione, sperando di fare di sé un novello demiurgo, senza purtroppo mai riuscirci; e di chi, più prosaicamente, immaginò che tutto quell’oro africano che passava fra le sue mani, avrebbe un giorno formato il calcestruzzo della repubblica internazionale del denaro, modificando una volta e per tutte gli assetti dell’economia europea.

Feniello Amedeo

http://archiviostorico.corriere.it/2015/settembre/03/oro_bifronte_co_0_20150903_a2e65512-51fe-11e5-bfa6-3f6f4e3f8987.shtml

L”oro bifronte

Corriere della sera 3 settembre 2015

 

Il primo diritto o l’ultimo dei privilegi?

MHMHMHTra celebrazioni e discussioni, ieri si sono festeggiati gli ottocento anni della Magna Charta. Il documento che il re inglese Giovanni Senzaterra fu costretto a concedere ai nobili, fu firmato a Runnymede, lungo il Tamigi, il 15 giugno del 1215. Era la prima volta che il sovrano limitava il proprio potere assoluto e per questo quell’atto viene considerato come il momento in cui nasce il costituzionalismo inglese. Il fatto che quel patto venga modificato molte volte nei tempi successivi non fa che attestare la sua importanza.
Da qualche giorno la stampa anglosassone non parla d’altro. Sul Tamigi sono state organizzate parate e sono arrivate decine di telecamere a riprendere la regina Elisabetta e il premier David Cameron. La British Library ha inaugurato una grande esposizione, e perfino Google ieri celebrava sulla homepage l’evento con un doodle animato. Ma tra gli storici le opinioni divergono. Tutto ruota intorno a una domanda: la Magna Charta è davvero il documento fondativo delle nostre libertà democratiche e costituzionali? A tanti secoli di distanza la questione è aperta. Con quel documento il re assicurava ai baroni che non potevano essere catturati, torturati, sbattuti in prigione indiscriminatamente. In poche parole non potevano essere spossessati dei loro diritti, né violati nella loro integrità fisica. Stefano Rodotà che da anni si occupa dei diritti della persona spiega: «È chiaro che la Magna Charta non è una concessione di diritti a tutti i cittadini ma solo ad alcune categorie, come ecclesiastici e nobili. Ma ha una simbolicità innegabile, soprattutto per quanto riguarda l’articolo trentanove, in cui è introdotto l’Habeas corpus, a garanzia del corpo e dei diritti della persona ». Quell’articolo dice: «Non metteremo le mani su di te. Per questo fu uno strumento importante della limitazione del potere».
Nel corso degli anni, la Magna Charta è chiamata in causa ogni volta che ci sono lotte per la libertà degli individui. C’è una Magna Charta dietro Oliver Cromwell, una che attraversa l’oceano e arriva ad animare la rivoluzione americana, una Magna Charta dietro le lotte per l’indipendenza di Gandhi e di quelle di Nelson Mandela. Claire Breary, a capo dei manoscritti medievali della British Library ha detto: «È diventata un simbolo di libertà e di diritti, è nota in tutto il mondo come il testo che difende da qualunque tirannia». Dunque, sebbene vada inscritta nel quadro di una giurisprudenza feudale, la Magna Charta Libertatum è stata interpretata come il documento che pone le basi per il riconoscimento universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Non tutti però sono d’accordo. Tra gli studiosi c’è chi considera certi toni esageratamente celebrativi. «In realtà si tratta solo del risultato di una lotta interna alle élite per i loro privilegi », ha scritto sul New York Times Tom Ginsburg, professore di diritto internazionale a Chicago. E Carlo Galli, filosofo politico, chiarisce: «La Magna Charta non è altro che una delle tante forme di pattuizione che nel Medioevo intercorrono tra monarchi e nobili, i quali ottengono che il re non possa chiedere loro aiuti economici senza prima averli consultati. Tutte le altre valutazioni sono costruzioni ideologiche posteriori, narrazioni, invenzioni ideate nel XVI e XVII secolo e portate avanti nell’Ottocento. Dire che si fonda sui diritti umani uguali per tutti è come dire che Giulio Cesare andava in bicicletta. Ma così l’Inghilterra ha costruito il suo mito politico». Quindi, non dobbiamo considerare la democrazia occidentale come figlia della Magna Charta? «La nostra democrazia si fonda sulla rivoluzione francese e sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, in cui il potere appartiene a tutto il popolo». In un articolo sul
New Yorker , Jill Lepore, docente di storia ad Harvard, ha scri to che «l’importanza della Magna Charta è stata sopravvalutata e il suo significato distorto ». Per uno storico del diritto penale antico attento a questi temi come Adriano Prosperi è invece proprio da questo documento che prende vita il parlamentarismo, attraverso la nascita delle prime assemblee dei baroni ed è lì che si pone la «questione decisiva della protezione dei diritti della persona». Il problema è semmai un altro: il modo in cui noi occidentali siamo riusciti a dimenticare i sacri principi di quella Charta. Dice Prosperi: «In nome del terrorismo come nemico assoluto ha prevalso il principio dell’efficacia. Viviamo ormai in uno stato d’eccezione permanente che erode ogni diritto». Il tema è infinito e nell’era di Internet si complica. «Oggi avremo bisogno di proteggere il nostro corpo elettronico», dice Rodotà, che sta coordinando la commissione parlamentare per la “Dichiarazione dei diritti di Internet”. Il prossimo passaggio sarà la nascita dell’Habeas Data.

Raffaella De Santis

Repubblica  16 giugno 2015

BRITISH LIBRARY

Foundation of democracy or rallying cry for modern rights? One of the world’s most famous documents, Magna Carta has inspired some of today’s fundamental liberties. Yet it started as a practical solution to a political crisis 800 years ago. Since 1215, Magna Carta has evolved from a political agreement to an international symbol of freedom. Uncover the story of how its power has been used – and abused – from its genesis through to today’s popular culture, in the largest exhibition ever staged about this world-famous document. Explore centuries of dramatic history, from King John, medieval battles, revolution, wars, empire and the struggle for the right to vote, right up to today’s satirical commentaries …….

http://www.bl.uk/events/magna-carta–law-liberty-legacy?ns_campaign=magna-carta-exhibition&ns_mchannel=bl_website&ns_source=carousel&ns_linkname=magna-carta-exhibition_more_link&ns_fee=0

IL TRAMONTO DELLA CITTADINANZA

citteuropLA CITTADINANZA europea, il progetto politico più coraggioso di cui é stato capace il vecchio continente, subisce i colpi della crisi economica in due sensi: per gli effetti elefantiaci che le strutture euro-burocratiche hanno in tempi in cui ci sarebbe bisogno di coraggiose scelte politiche comunitarie; e per gli effetti regressivi causati dalla rinascita dei nazionalismi. La debolezza della politica comunitaria alimenta indirettamente la propaganda dei confini. A soffrire gli effetti di questa spirale perversa sará la cittadinanza europea, quel nucleo di diritti civili e politici che hanno aperto spazi enormi alla creativitá e alla libertá. Le grida ringhiose di Salvini e alcuni governatori delle regioni del Nord contro rifugiati e profughi avranno effetti perversi sulla cittadinanza europea. La quale si è sviluppata proprio sul diritto di movimento: diritto non solo di uscita, giá contemplato nelle costituzioni democratiche, ma di entrata, ovvero diritto di emigrare.

Il Trattato di Roma stabilì le condizioni di questa libertá fondamentale, perfezionata dai successivi trattati, e fece del continente uno spazio aperto, senza steccati, senza dentro e fuori. Qui sta l’embrione della cittadinanza sovrannazionale, del cosmopolitismo democratico; l’opposto é la cittadinanza identificata all’appartenenza nazionale, che chiude ed esclude.
L’Unione europea è nata su una premessa rivoluzionaria, simile a quella che portò alla genesi della cittadinanza nazionale con la Rivoluzione francese. Se nel 1789 la nazione conquistò lo stato, dal Trattato di Roma in poi prese avvio un processo più compiutamente universalista e più coerente con i principi del 1789, perché propose di disarticolare la cittadinanza dalla nazionalità per farne espressione piena dei diritti della persona.
Si trattó di una rivoluzione silenziosa, che marció attraverso trattati e abiti giuridici e mutó gradualmente il modo di concepire lo spazio di vita. La cittadinanza europea dissocia i due paradigmi che hanno segnato, nel bene e soprattutto nel male, la storia della cittadinanza moderna: ovvero la cittadinanza come assoggettamento alla legge dello stato e la cittadinanza come espressione di identità nazionale. Come ha scritto Ulrick Preuss, la “cittadinanza europea può essere considerata come un passo ulteriore verso un nuovo concetto di politica simultaneamente dentro e fuori la cornice di significato tradizionale che le diede lo stato-nazione”. Cittadini degli stati membri e cittadini di un ordine post- nazionale: questa doppia identitá rafforza le nostre libertá e ci assegna più poteri.
È l’immigrazione quindi la pietra di paragone per valutare la cittadinanza europea. In questi anni di destabilizzazione dell’ordine regionale in molte parti del globo e di impoverimento di un numero crescente di popoli, le frontiere sono tornate a essere il luogo della politica identitaria e le ragioni delle nazioni hanno ripreso forza contro le ragioni delle persone e della libera circolazione. Non ci si deve illudere dicendo che la chiusura delle nostre frontiere riguarda i non europei. Questo é un argomento sofistico: saranno anche i cittadini europei a subirne le conseguenze. E le recenti contestazioni di Schengen hanno un significato sinistro poiché se il bisogno della difesa dei “nostri” territori contro “gli altri” si fa strada, allora tra gli altri ci finiranno prima o poi anche coloro che provengono dagli stati membri, per esempio i più bisognosi di muoversi per cercare lavoro ed emigrare.
Insieme all’euro-burocrazia, dunque, la questione dell’immigrazione sta cambiando la natura del progetto europeo perché mette in moto gli unici soggetti di decisione politica al momento esistenti, ovvero gli stati nazionali. Con la contestazione di Schengen riprende forza la cittadinanza etnica e con essa la politica si riposiziona pericolosamente verso ragioni di esclusione. La cittadinanza torna a prendere i colori delle etnie, a usare i linguaggi della purezza da preservare dalla contaminazione con gli stranieri. Rispolvera il gergo del populismo crudo e di pancia che alimenta le retoriche semplicistiche della destra etno-fascista.
Come contro altre minoranze in passato, i populisti di oggi si appellano alla cittadinanza “nostra” per censurare tutto quel che la macchia. Fanno della cittadinanza un’arma di esclusione. Con la lungimiranza che veniva dal ricordo vivo delle sofferenze della guerra e delle persecuzioni, il Trattato di Roma aveva messo alla base del futuro la libertá di movimento. I destini della nostra libertá, negli stati membri come in Europa, sono ancora oggi aggrappati alla forza di quella libertá. L’immigrazione é dunque una sfida alle ambizioni progressiste e democratiche dell’Europa perché mentre nessuno puó mettere in dubbio la ragionevolezza della necessitá di regolare i flussi migratori nei nostri paesi, non tutti sono convinti che questa regolamentazione debba avvenire nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignitá delle persone. Per sconfiggere sul nascere la propaganda etno- fascista dei populismi di destra, occorre che l’intera comunitá europea si impegni, non alcune regioni o alcuni stati membri; poiché, appunto, la questione della libertá di movimento é un bene di tutti i cittadini europei.
Nadia URBINATI
Da La Repubblica del 15/06/2015.

Vestirsi chic costa sempre meno. E’ colpa del liberismo

abbyAltro che Big Mac. Per misurare il Big Bang della rivoluzione dei consumi ci vorrebbe un Big Mart, in omaggio a Walmart, gigante della grande distribuzione. O un Big H&M, in omaggio al genio scandinavo della moda cheap, capace di sfornare raffiche di abiti under 30 (euro) in bella mostra nelle vetrine di Milano o Parigi che fronteggiano le simil gioiellerie dell’alta moda. Sono loro, secondo Freeman – blog culto della liberista Foundation for Economic Education – i protagonisti della rivoluzione che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del costo dell’abbigliamento. Grazie a loro, sottolinea Jeffrey Tucker in un articolo dal titolo “Il dono del mercato: l’abbigliamento a basso costo”, oggi l’umanità per vestirsi può spendere, se vuole, assai meno di un quarto di secolo fa.

Certo, spiega Tucker, nessuno vuole negare a un nuovo ricco, magari russo, il piacere di spendere una fortuna per un abito griffato. Ma la regina della rivoluzione del XXI secolo è la principessa Kate, scoperta (non a caso) per le strade di Londra in gonna scozzese look Zara da 25 sterline. Una rivoluzione che salta all’occhio davanti a un qualsiasi grafico sull’andamento dell’inflazione: fino al 1990 l’indice generale dei prezzi più o meno correva in parallelo a quello del tessile-abbigliamento. Poi, la forbice s’allarga a tutto vantaggio di giacche, pullover e così sia. Non è un caso, scrive Tucker. Nel tessile-abbigliamento non si è quasi sentita, a ogni latitudine, la mano pesante dello stato imprenditore o regolatore, tanto meno la minaccia della politica industriale che tanti danni ha inferto ai cittadini/consumatori. Non è un caso che la rivoluzione della mano invisibile abbia preso corpo, quasi all’istante, con le prime crepe del Muro di Berlino per poi esplodere con il boom dell’economia cinese.

Una rivoluzione cruenta, come era inevitabile: solo il 2,5 per cento degli abiti venduti negli Stati Uniti è oggi interamente made in Usa. Tre aziende americane su quattro hanno chiuso i battenti, i sopravvissuti viaggiano di commesse in Far East da collocare in giro per il mondo nel modo più efficiente tramite Internet. E’ la globalizzazione, bellezza, con il suo frutto più gustoso: la deflazione “buona”, cioè i prezzi che scendono sotto l’incalzare del vento della concorrenza, capace di mandare all’aria gli ostacoli escogitati dagli stati padrone per tassare con vari inghippi i consumatori. Ma a danno dei produttori che, in questo quarto di secolo, hanno più volte gridato al disastro: stiamo distruggendo le nostre imprese, cancelliamo lavoro in patria protetto dalle nostre leggi per favorire lo sfruttamento dei minori in fabbriche infami in oriente. Tutto questo abbiamo sentito ripetere fino alla nausea, in questi anni. “Ma qual è il risultato – ruggisce Tucker – Andate a fare un giro per la città e scoprirete un mercato assai competitivo in cui le boutique se la vedono con i negozietti o i centri commerciali. Tutti in competizione con i siti Internet che vendono griffe o merce di seconda mano”.

Sia benedetto questo caos supremo, il “glorious result” di una “glorious revolution” che tanto ha pesato anche sulle sorti dell’Italia, paese tra i più colpiti dal vento dell’est sollevato dalla Cina, la nuova fabbrica del mondo che è costata centinaia di migliaia di posti al made in Italy meno preparato a competere sul terreno della qualità o dei brevetti. Oggi quel ciclo sembra esaurito. Molte aziende stanno riportando nella penisola lavorazioni dalla Cina. Le griffe, da Valentino a Versace fino al recente caso di Roberto Cavalli, sono disputate a peso d’oro, ma fa grandi affari anche Yoox, la boutique online che a dicembre ha registrato un ordine ogni due secondi e mezzo. Nel valore di un prodotto conta sempre meno il costo del manufacturing rispetto ai valori intangibili, compresa l’immagine che può emanare dalla maglietta “giusta”. Ma il frutto della rivoluzione non è appassito: i prezzi liberi, figli della competizione, restano più bassi di quelli dei settori protetti. Alla faccia della “politica economica”.

Ugo Bertone  Il Foglio 27 Dicembre 2014

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124147/rubriche/vestirsi-chic-costa-sempre-meno-e-colpa-del-liberismo.htm

 

The Market’s Gift: Low Clothing Prices

Clothing is a wonderfully vibrant market

Over the holiday season, I have been out and about, looking at shoes, coats, suits, ties, and so on. The range of prices, from super low to super high, is remarkable. And not just for men’s clothes. Women’s clothing prices seem particularly chaotic. It’s to the point that when you look at an item, you can’t really anticipate whether it will cost $50 or $500 or even $5,000 (yes, I recently saw a $5,000 dress on a rack in Chicago).

Then you go to secondhand shops and get the real shock. Stuff that costs $100 retail can be $1. Sites like eBay are driving down prices to rock bottom. I can pick up a gorgeous suit or $20. Then there are the online discount shops. Comparing prices across them can play tricks on your mind. I go to Walmart and I can’t believe my eyes: some clothes seem cheaper to buy than to wash.

Clothing has emerged as a great outlier in the general price trend. We pay less for clothing today than we did 25 years ago. It’s worth understanding why……

http://fee.org/freeman/detail/the-markets-gift-low-clothing-prices

 

L’Europa salvata dai ragazzi di Erasmus

Let the next generation speak up for Europe

erasmus“I was mad at you,” says Mario, an Italian student. He was angry about a column I wrote just after the European elections in May arguing that to choose Jean-Claude Juncker as president of the European commission was the wrong answer to the continent-wide discontent those elections revealed.

Well, as the commission president, Juncker, proposes a prestidigitated investment package to boost the European economy, and the former Polish prime minister Donald Tusk prepares to chair his first summit of EU heads of government, it’s worth asking again who is going to save the European project. My answer: it will not be saved without the more active engagement of Mario and his contemporaries – the Erasmus and easyJet generation.

Of course, the rescue also requires good policies from above. But Super Mario – that’s Draghi, chairman of the European Central Bank, not Balotelli, the Instagram footballer – can’t do it on his own, even with another €1tn on his balance sheet. It needs young Mario too.

I have never known a time when there was so much intellectual pessimism about the future of the EU among those (including myself) who have been its ardent supporters. Here are three big reasons for this pessimism. First, the eurozone. Loukas Tsoukalis, a pro-European expert, notes that “the design was wrong, and so was membership”. Too many, too diverse economies were hitched together in a common currency without a common treasury. These fundamental design flaws have been exacerbated by German-led austerity policies, which underestimate the differences between national economic cultures, and the need for more investment and demand.

Second, the politics. Election after election, opinion poll after opinion poll, has revealed that European voters are deeply disillusioned with their current politics and political elites. That expresses itself both in more apathy and in more votes for anti-establishment, anti-system parties of every colour – from Hungary’s Jobbik and France’s Front National, through Britain’s Ukip, and Germany’s Alternative for Germany, all the way to Italy’s Five Star Movement, Spain’s Podemos and Greece’s Syriza.

If this is so within the member states of the EU, how much more is it true of the European institutions? Planet Brussels has become the showcase example of remote elites. The television shots from European summits show endless middle-aged men in suits getting in and out of large black cars.

Despite direct elections to, and enhanced powers for, the European parliament, there is scant sense of popular representation. And there is no pan-European political theatre. Fewer than 500,000 Europeans watched any of this spring’s three pan-European televised debates between the main party groupings’ Spitzenkandidaten (lead candidates) for the post of European commission president, whereas more than 67 million Americans watched the first US presidential debate between Barack Obama and Mitt Romney in 2012.

This brings me to a third ground for gloom: there is no shortage of manifestos, plans and books dedicated to saving the European Union, but most of them are written by people the wrong side of 50. Appeals for more “leadership” pour from retired leaders, who imply that everything was better in their day.

I see few proposals coming from the generation of young Mario. On the face of it, this is odd, because his is the first generation to have enjoyed Europe as a single space of freedom, from Lisbon to Tallin and Athens to Edinburgh. When I invited suggestions for this column on Twitter, Dan Nolan replied: “Compulsory Erasmus for all”.

He linked to an interview with Umberto Eco in which that great sage argued that the university exchange programme Erasmus “has created the first generation of young Europeans. I call it a sexual revolution: a young Catalan man meets a Flemish girl – they fall in love, they get married and they become European, as do their children. The Erasmus idea should be compulsory – not just for students, but also for taxi drivers, plumbers and other workers.”

Quite what the priest Desiderius Erasmus of Rotterdam would make of becoming a synonym for sexual revolution I’m not sure, but there is something in this. There is a lived, everyday Europe of transnational intermingling. In the EU-wide Eurobarometer opinion polls, the most popular answer to the question “What does the EU mean to you personally?” is “freedom to travel, study and work anywhere in the EU”.

Although those who “tend to distrust” the EU outnumber those who “tend to trust” it by nearly two to one, the younger the respondents, the more likely they are to express trust – though that’s still only 46% of 15- to 24-year-olds. One in two young people in Greece and Spain are unemployed, and they can reasonably ask: “What has Europe done for me lately?”

Nonetheless, there are many young Europeans – including a whole post-1989 cohort of central and east Europeans – who have been great beneficiaries of the European project. Yet we hardly hear their voices on Europe. In part, I think this is precisely because they already have the Europe that earlier generations aspired to.

They like Europe, but it is not their great cause or dream. Instead, they become passionate about other issues and places: the environment, sexual equality, global poverty, animal rights, online freedom, climate change, China, Africa. If the basic freedoms they value in the EU were suddenly revoked, they would surely mobilise to defend them – but Europe’s decline, if it happens, is probably not going to be like that. The institutions will remain, but gradually be hollowed out, like those of the Holy Roman Empire. There may be no sufficiently dramatic wake-up call until it is too late. (For some east Europeans, Vladimir Putin is that wake-up call, but apparently not for most west Europeans.)

Yet I also think we older Europeans don’t ask them often enough what kind of Europe they want. I was recently asked by a European academic institution to participate in formulating a new version of the Schuman declaration, the seminal 1950 proposal for the first steps to today’s EU. I replied that I thought we would do better to ask the post-89er, Erasmus generation. The last I heard, this institution was planning to approach a clutch of former European heads of state to draft such a declaration.

Well, good luck with that. Another one of those is just what we need.

So I’m really grateful to young Mario for caring enough to be mad at me. Go on, be angry. Be mad at us. But change Europe. It needs it.

Timothy Garton As The Guardian, Sunday 7 December 2014

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/dec/07/europe-brussels-european-eu?CMP=share_btn_tw

“L’Europa salvata dai ragazzi di Erasmus”,

di Timothy Garton Ash
Mario, studente italiano, mi dice che ce l’aveva con me. Si era arrabbiato per l’articolo che scrissi dopo le europee di maggio, in cui criticavo la candidatura di JeanClaude Juncker alla presidenza della Commissione europea definendola la risposta più sbagliata al diffuso scontento emerso da quell’elezione. Ora che Juncker tira fuori dal cilindro un pacchetto di investimenti a sostegno della traballante economia europea e l’ex primo ministro polacco Donald Tusk si prepara a presiedere il primo vertice dei capi di governo dell’Ue, vale la pena di tornare a chiedersi chi salverà il progetto Europa. La mia risposta è che non si può salvare senza un più attivo coinvolgimento di Mario e dei suoi contemporanei, la generazione Erasmus e Eeasyjet. Ovviamente il salvataggio esige anche valide politiche dall’alto. Ma Super Mario cioè Draghi, il presidente della Bce, non può farcela da solo, neppure con un altro migliaio di miliardi di dollari in bilancio. Serve anche il giovane Mario. Non ho mai visto tanto pessimismo intellettuale riguardo al futuro dell’Ue tra chi (come me) ne è stato appassionato sostenitore. Le cause sono principalmente tre. Innanzitutto l’Eurozona. Loukas Tsoukalis, autorità in materia, nonché filoeuropeo, osserva che «il progetto era sbagliato tanto quanto le adesioni».
Troppe economie, troppo eterogenee, legate da una valuta comune senza fondi comuni. Questi fondamentali difetti di fabbrica sono stati aggravati dalla politica di austerità a guida tedesca che sottovaluta le differenze tra le culture economiche nazionali e la necessità di maggiori investimenti e di aggregazione della domanda all’interno dell’Ue. La seconda causa di pessimismo è la politica. Elezione dopo elezione, sondaggio dopo sondaggio, è emersa la profonda delusione degli elettori. Essa trova espressione sia in una maggiore apatia che nel successo elettorale dei partiti anti-sistema di ogni colore – dallo Jobbik in Ungheria al Fronte Nazionale francese passando per l’Ukip britannico e il tedesco Alternativa per la Germania fino al Movimento 5Stelle italiano al Podemos spagnolo e al Syriza greco.
Lo scontento nei confronti delle istituzioni europee supera quello a livello nazionale. Il pianeta Bruxelles è diventato simbolo della distanza tra élite politiche e cittadinanza. Benché il Parlamento europeo sia a elezione diretta e gli siano stati attribuiti maggiori poteri, l’impressione è di una rappresentanza popolare scarsa. E non esiste un’arena politica pan europea. I tre dibattiti televisivi tra gli Spitzenkandidaten, i principali candidati dei raggruppamenti partitici europei per il seggio di presidente della Commissione, sono stati seguiti da meno di 500.000 spettatori, mentre l’audience del primo dibattito tra i candidati alla presidenza Usa Barack Obama e Mitt Romney nel 2012 era sopra i 67 milioni.
Questo mi porta alla terza triste considerazione. Non mancano i manifesti, i progetti e i libri mirati al salvataggio dell’Unione Europea, ma in massima parte sono scritti da persone che si collocano dalla parte sbagliata dello spartiacque anagrafico dei 50 anni. Un valanga di appelli a rafforzare la “leadership” vengono da leader in pensione con l’idea che ai loro tempi le cose andassero meglio.
Vedo poche proposte da parte della generazione del giovane Mario. È strano, perché la sua è la prima generazione che ha vissuto l’Europa come unico spazio di libertà da Lisbona a Tallin, ad Atene, a Edimburgo. Ho chiesto su Twitter dei suggerimenti per questo articolo e qualcuno ha risposto «parla dei bambini nati da Erasmus ». Dan Nolan ha aggiunto «Erasmus obbligatorio per tutti», facendo riferimento all’intervista in cui Umberto Eco, il grande saggio, sostiene che «l’Erasmus ha dato vita alla prima generazione di giovani europei ed ha segnato una rivoluzione sessuale: un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga; i due si innamorano, si sposano e diventano europei, come pure i loro figli. L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i tassisti, gli idraulici e i lavoratori».
Non sono proprio certo che il religioso Desiderius Erasmus da Rotterdam apprezzerebbe il fatto di essere sinonimo di rivoluzione sessuale, ma davvero esiste una realtà quotidiana vissuta così, un amalgama transnazionale. Nei sondaggi Eurobarometer condotti in tutta l’Ue la risposta più comune al quesito «che cosa significa per te l’Ue?» è «libertà di viaggiare, studiare e lavorare in tutti i Paesi dell’Unione». Anche se coloro che tendenzialmente non hanno fiducia nell’Ue sono quasi il doppio rispetto a quelli che tendono a riporvi fiducia, quest’ultima cresce col diminuire dell’età degli intervistati. Ad essere fiduciosi sono solo il 46% dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Un giovane su due in Grecia e in Spagna è disoccupato e può a buona ragione domandarsi «cosa ha fatto per me l’Europa ultimamente? ».
Ciò nonostante sono numerosi i giovani — incluso un intero esercito di cittadini dell’est e del centro Europa post-1989 — ad aver tratto grande beneficio dal progetto europeo. Ma la loro voce in Europa si sente poco. In parte, credo, è proprio perché hanno già a disposizione l’Europa cui aspiravano le generazioni precedenti. Amano l’Europa ma essa non è la loro causa, il loro sogno. Ad appassionarli sono altre tematiche, altri luoghi: l’ambiente, la parità sessuale, la povertà globale, i diritti degli animali, la libertà di Internet, il cambiamento climatico, la Cina, l’Africa. Se le libertà fondamentali che apprezzano nell’Ue venissero improvvisamente revocate, senza dubbio si mobiliterebbero per difenderle — ma il declino dell’Europa, se ci sarà, probabilmente non porterà a questo. Le istituzioni resteranno, ma gradualmente si svuoteranno, come quelle del Sacro Romano Impero. Forse non sarà lanciato un allarme serio finché non sarà troppo tardi. (Per alcuni est europei il campanello d’allarme è Vladimir Putin, ma a quanto sembra non per la maggior parte degli europei dell’Ovest).
Però io sono anche del parere che noi europei più anziani non chiediamo ai giovani con frequenza e insistenza sufficiente che tipo di Europa essi vogliano. Qualche tempo fa sono stato contattato da un’istituzione europea che voleva verificare la mia disponibilità a partecipare alla formulazione di una nuova versione della dichiarazione di Schuman, che nel 1950 pose le basi di quelli che sarebbero stati i primi passi del cammino verso l’Ue odierna. Ho risposto che era meglio chiedere alla generazione post ‘89, alla generazione Erasmus. A quanto ne so l’istituzione ha in programma di contattare un gruppo di capi di Stato per redigere questa nuova dichiarazione. Buona fortuna. Abbiamo giusto bisogno di un’altra cosa del genere.
Sono quindi davvero grato al giovane Mario che si è dato la pena di arrabbiarsi con me. Forza, arrabbiatevi. Prendetevela con noi. Ma cambiatel’Europa. Bisogna farlo. ( Traduzione di Emilia Benghi)
la Repubblica 9 dicembre 2014
Timothy Garton Ash is a historian, political writer and Guardian columnist. His personal website is http://www.timothygartonash.com

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