l mistero dei salari perduti

  C’è una cosa che accomuna Janet Yellen, Mario Draghi e gli altri colleghi delle banche centrali e non è quella che pensate: non è né l’ombra di una bolla finanziaria, né il trend delle valute. È la stessa preoccupazione che fa il giro degli uffici studi di grandi istituzioni come il Fmi, l’Ocse e la Bce e non è la prospettiva del commercio internazionale. Ci pensano sempre più spesso gli economisti di grido, a Harvard o al Mit, ma non è l’ombra della stagnazione secolare. La sorpresa è che quella preoccupazione è anche il cruccio quotidiano di Jeremy Corbyn e Susanna Camusso.

Il misterio del salario scomparso è il thriller dell’estate ed è ancora in attesa di una soluzione. Mai, nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari. Interi modelli econometrici sono costruiti sul presupposto che, quando l’economia riparte, le imprese assumono, i lavoratori diventano scarsi e, in base alla legge della domanda e dell’offerta, i salari salgono. Ma, questa volta, no: l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione. E non va bene affatto.

Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato. Peggio: il 70 per cento dell’economia moderna è fatto di consumi e se la gente non ha i soldi per comprare, il sistema resta, come Wile Coyote, sospeso nel vuoto. O, come ripete più solennemente Draghi, la ripresa non è in grado di sostenersi da sola. Da un anno, dunque, il dibattito economico mondiale è centrato, neanche fosse un congresso della IV Internazionale, su questo scollamento fra ripresa e salari. L’ultimo Outlook del Fmi dedica un intero capitolo alla questione, per sottolineare che ai capitalisti va sempre più grassa: la quota del lavoro sulla ricchezza nazionale è scesa dal 54 al 50 per cento negli ultimi decenni, un mutamento epocale nel rapporto di forza. I sindacati, lamentano quelli che, una volta, venivano definiti “i cani da guardia del neoliberismo” non sono stati in grado di contrastare due tendenze di fondo. Quelle che vengono subito alla mente: tecnologia e globalizzazione. Insieme sono responsabili dei tre quarti del declino del lavoro sul Pil in paesi come l’Italia e la Germania. La prima pesa, probabilmente, più della seconda: quest’anno le aziende della robotica tedesca aumenteranno il fatturato del 7 per cento e un economista, David Autor, calcola che ogni robot che entra in fabbrica cancella sei posti di lavoro (3 dentro e 3 nell’indotto).
L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro. Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività, è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio. Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta. Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi).
In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento. L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25. A Francoforte, sono tornati a giugno sull’argomento con un nuovo studio che illustra come funziona l’esercito industriale di riserva. In buona sostanza, spiegano le imprese, siamo in grado di “aggiustare” i salari, non tanto di chi è già dipendente, ma dei nuovi assunti.
Insomma, raccontano i ben torniti rapporti di istituzioni al di sopra di ogni sospetto di radicalismo, il monte salari non si muove perché le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso. Il futuro non sembra più confortante. Secondo due noti economisti, David Autor e Lawrence Katz, quel futuro, infatti, è delle aziende Superstar. Sono le imprese di successo, capaci di grande produttività, pochi lavoratori molto qualificati, grandi profitti. Man mano, negli Usa e in Europa, fanno fuori le altre, che hanno più lavoratori, ma sono meno produttive. I loro addetti sono ben pagati, ma sono pochi. La massa complessiva dei salari, quindi, diminuisce. Anche se per Draghi e Yellen è un problema.

MAURIZIO RICCI

 

Il «robot contribuente» e la tassa per il lavoro

L’idea di una tassa sui robot è stata sollevata lo scorso maggio in un rapporto al Parlamento europeo redatto dall’eurodeputata Mady Delvaux della commissione giuridica. Sottolineando come i robot potrebbero incrementare le disuguaglianze, il rapporto ha suggerito che potrebbe esistere la «necessità di introdurre obblighi aziendali di comunicazione su dimensioni e proporzioni del contributo della robotica e dell’intelligenza artificiale ai risultati economici di una azienda al fine di imporre una tassazione e contributi previdenziali». La reazione dell’opinione pubblica alla proposta di Delvaux è stata assolutamente negativa, con la notevole eccezione di Bill Gates, che l’ha sostenuta. Ma non dovremmo respingere l’idea pregiudizialmente. Solo l’anno scorso, abbiamo visto il proliferare di dispositivi quali Google Home e Amazon Echo Dot (Alexa), che vanno a sostituire alcuni aspetti dell’aiuto domestico. Allo stesso modo, i taxi senza conducente di nuTonomy e Delphi in servizio a Singapore hanno iniziato a subentrare ai tassisti. Inoltre Doordash, che utilizza veicoli autoguidati in miniatura della Starship Technologies, sta sostituendo il personale per la consegna dei pasti a domicilio.
Se queste e altre innovazioni che cancellano posti di lavoro avessero successo, sicuramente le richieste di una loro tassazione diventerebbero più frequenti, a causa dei problemi individuali che sorgono quando le persone perdono il lavoro, un lavoro con cui spesso si identificano fortemente e che può aver significato anni di preparazione.
Gli ottimisti sottolineano che ci sono sempre stati nuovi posti di lavoro destinati alle persone sostituite dalla tecnologia; ma, poiché la rivoluzione dei robot è in accelerazione, continuano ad aumentare i dubbi su come questa potrà funzionare. I suoi sostenitori sperano che una tassa sui robot possa rallentare il processo, almeno temporaneamente, e fornire entrate per finanziare adeguamenti, come i programmi di riqualificazione professionale per i lavoratori licenziati.
Tali programmi possono essere essenziali tanto quanto il nostro lavoro lo è per una vita sana come noi la conosciamo. Nel suo libro “Rewarding Work”, Edmund S. Phelps ha sottolineato l’importanza fondamentale di mantenere un «posto nella società, una vocazione». Quando molte persone non sono più in grado di trovare un lavoro per sostenere la famiglia, ne possono derivare preoccupanti conseguenze, e, come Phelps sottolinea, «il funzionamento di tutta la comunità può essere compromesso». In altre parole, vi sono esternalità dovute alla robotizzazione che giustificano eventuali interventi del governo.
I critici nei confronti di una tassazione dei robot hanno sottolineato che l’ambiguità del termine “robot” rende difficile la definizione della base fiscale. I critici sottolineano anche gli innegabili ed enormi benefici delle nuove tecnologie robotiche per la crescita della produttività.
Ma non dobbiamo escludere così in fretta almeno un modesto carico impositivo sui robot nel corso della transizione verso un diverso mondo del lavoro. Tale imposizione fiscale dovrebbe essere parte di un piano più ampio di gestione delle conseguenze della rivoluzione robotica.
Tutte le tasse, ad eccezione di una “tassa forfetaria”, introducono distorsioni nell’economia. Ma nessun governo può imporre una tassa forfetaria – lo stesso importo per tutti, indipendentemente dal loro reddito o spese – perché essa graverebbe in maniera drammatica su coloro che percepiscono redditi inferiori, e schiaccerebbe i poveri, che probabilmente non sarebbero affatto in grado di pagarla.
Quindi, le tasse devono essere correlate ad una attività indicativa della capacità di pagare le tasse, e, di conseguenza, qualsiasi attività interessata ne sarà scoraggiata.
Nel 1927, Frank Ramsey ha pubblicato un studio classico in cui sosteneva che per ridurre al minimo le distorsioni fiscali indotte, si dovrebbero tassare tutte le attività, e ha proposto come impostare le aliquote fiscali.
La sua teoria astratta non ha mai costituito un principio pienamente operativo per aliquote fiscali effettive, ma fornisce forti argomentazioni contro il presupposto che le imposte dovrebbero essere pari a zero per tutte le attività eccetto alcune, o che tutte le attività dovrebbero essere tassate allo stesso livello.
Le attività che creano esternalità potrebbero avere un tasso fiscale superiore a quello che Ramsey avrebbe proposto. Ad esempio, le imposte sulle bevande alcoliche sono molto diffuse. L’alcolismo è un grave problema sociale. Distrugge i matrimoni, le famiglie e la vita. Dal 1920 al 1933, gli Stati Uniti hanno sperimentato un intervento sul mercato molto più rigido: il divieto puro e semplice di bevande alcoliche.
Ma si è rivelato impossibile eliminare il consumo di alcol. L’imposta sugli alcolici che ha accompagnato la fine del proibizionismo è stata una forma di scoraggiamento più leggera.
Il dibattito riguardo all’opportunità di una tassa sulla robotica dovrebbe prendere in considerazione le alternative disponibili rispetto all’aumento delle disuguaglianze. Sarebbe naturale considerare un’imposta sul reddito più progressiva e un “reddito di base”. Ma, queste misure non hanno prodotto un consenso popolare diffuso. Se il consenso non è molto esteso, la tassa, seppure imposta, sarà destinata a non durare.
Quando le imposte sui redditi alti vengono incrementate, come solitamente avviene in tempo di guerra, risulta trattarsi di una misura solo temporanea. In definitiva, sembra naturale alla maggior parte della gente che tassare le persone di successo a beneficio di quelle soccombenti è umiliante per quest’ultime, e perfino i destinatari di sussidi spesso in realtà non li desiderano.
I politici lo sanno: di solito non conducono una campagna elettorale su proposte per il prelievo sui redditi più
alti e l’aumento di quelli bassi.
Quindi, le tasse devono essere riformulate per rimediare alle disuguaglianze di reddito indotte dalla robotizzazione. Potrebbe essere politicamente più accettabile, e quindi sostenibile, tassare i robot, invece che solo le persone ad alto reddito. E sebbene questo non significherebbe tassare il successo dei singoli individui, come fanno le imposte sul reddito, potrebbe in effetti implicare tasse un po’ più incidenti sui redditi più alti, qualora questi ultimi fossero guadagnati in attività che coinvolgono la sostituzione di esseri umani con robot.
Una tassa moderata sui robot, anche una tassa temporanea che rallenta soltanto l’adozione di una tecnologia dirompente, sembra una componente naturale di una politica tesa ad affrontare crescenti disuguaglianze.
I ricavi potrebbero essere indirizzati verso assicurazioni salariali, per aiutare le persone sostituite dalle nuove tecnologie ad effettuare la transizione verso una carriera diversa.
Ciò potrebbe accordarsi con il nostro naturale senso di giustizia e, quindi, probabilmente sarebbe destinato a durare.
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ROBERT J. SHILLER

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-03-30/il-robot-contribuente-e-tassa-il-lavoro-231750.shtml?uuid=AEQRycw

 

Se il lavoro va ai robot: un automa vale sei operai

 Chiamiamola la beffa del condizionatore d’aria “made in Usa”. La marca è Carrier, filiale della multinazionale United Technologies. Un caso ormai celebre, che Donald Trump addita come un esempio della sua azione efficace a tutela della classe operaia. A novembre, appena eletto presidente (ma non ancora in carica), Trump si occupa dello “scandalo Carrier”: vogliono chiudere una fabbrica di condizionatori a Indianapolis per trasferirla in Messico, delocalizzando a Sud del confine 800 posti di lavoro. Il presidente-eletto fa fuoco e fiamme, chiama il chief executive dell’azienda. Forse interviene la casa madre, United Technologies, che ha grosse commesse per l’esercito e non vuole inimicarsi il neo-presidente. Sta di fatto che Carrier cede alle pressioni, fa dietrofront: la fabbrica resta sul suolo Usa, nello Stato dell’Indiana. Tripudio di Trump che canta vittoria via Twitter: «Ecco come si difende l’occupazione e l’economia nazionale». Passano i mesi e il caso viene dimenticato. Fino a quando il chief executive Greg Hayes rivela ai sindacati che i 16 milioni di investimento nella sede di Indianapolis vanno tutti in robotica, automazione: «Alla fine ci saranno meno posti di prima. Dobbiamo ridurre i costi, per essere competitivi».
La morale è crudele, la vittoria di Trump si trasforma in boomerang, anche se nel frattempo l’attenzione dei media si è spostata altrove. Ma il problema è generale. L’agenzia Reuters diffonde un’indagine della PwC fra i chief executive americani, secondo cui l’80 per cento delle aziende Usa che vogliono tagliare gli organici hanno l’intenzione di sostituire uomini con robot, computer, intelligenza artificiale. Come dire: oggi l’occupazione umana viene minacciata e distrutta più dall’automazione che dalle delocalizzazioni nei paesi emergenti. L’impatto della robotica rappresenta una sfida diretta alle politiche protezioniste di Trump: rischiano di sbagliare bersaglio. Non che le multinazionali Usa abbiano smesso del tutto di trasferire fabbriche e impieghi in Messico o in Cina. Però non è più quello il motore principale dei risparmi sui costi, dei guadagni di efficienza. Se questo è vero, potrebbe deludere anche la riforma fiscale che Trump vuole dal Congresso, sempre in chiave protezionista: con l’introduzione di una “border tax” che penalizzi le importazioni dall’estero. (Per aggirare le regole del Wto ed evitare rappresaglie c’è chi pensa di costruire la “border tax”, o tassa di confine, in modo che assomigli il più possibile all’Iva europea; l’intento protezionista e discriminatorio resterebbe comunque). Magari riuscirà ad incoraggiare davvero una re-industrializzazione degli Stati Uniti. Ma le nuove fabbriche saranno popolate di computer e robot, con un’occupazione umana ridotta ai minimi termini. Si avvera quella battuta da humour nero che da anni ormai circola fra gli esperti di automazione: «La fabbrica del futuro darà lavoro a un uomo e un cane. L’uomo dovrà nutrire il cane. Il cane dovrà tenere l’uomo a distanza dalle macchine».
Una conferma autorevole arriva da una ricerca appena pubblicata da due economisti: Daren Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology e Pascual Restrepo della Boston University. Ne ha dato conto ieri il New York Times, mettendo in evidenza che Acemoglu e Restrepo hanno rovesciato completamente le conclusioni di un loro studio precedente. L’anno scorso avevano pubblicato una previsione molto ottimista, in base alla quale l’automazione industriale distruggerà posti operai dequalificati, ma li sostituirà con nuove mansioni più specializzate e meglio pagate, dai tecnici informatici agli ingegneri. È lo scenario virtuoso su cui sono basati i manuali di economia dai tempi della rivoluzio- ne industriale inglese di fine Settecento: dando torto a quei “luddisti” che distruggevano fisicamente i primi telai meccanici per difendere i posti di lavoro degli operai tessili. La “distruzione creatrice” del capitalismo, ci è stato insegnato, con l’automazione ci porta verso un mondo migliore: meno fatica fisica, più lavoro intellettuale, più benessere.
La prima ricerca Acemoglu-Restrepo però era basata su proiezioni teoriche. Quando i due economisti si sono immersi in uno studio dal vivo, raccogliendo dati sull’economia reale, le conclusioni si sono ribaltate in modo drammatico. Nel settore manifatturiero l’occupazione distrutta dall’automazione supera di gran lunga quella che viene creata. L’industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l’automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l’automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l’intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 30 marzo 2017

http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/03/30/news/ecco_quanto_pesano_sull_occupazione_un_automa_vale_sei_operai-161757530/

Perché non dobbiamo temere che la tecnologia ci impedisca di lavorare

robbbLungo l’Alzaia del Naviglio Grande, a Milano, si vedono ancora i piani inclinati di cemento o di pietra dietro i quali nell’800 e ancora nei primi decenni del ‘900 centinaia di lavandaie si inginocchiavano per svolgere il loro lavoro durissimo, con le mani nell’acqua gelida proveniente direttamente dal Ticino. Nei decenni successivi, l’avvento delle lavatrici, intese come elettrodomestico, spazzò via tutte quelle lavandaie, che si riconvertirono in operaie di fabbrica, dattilografe, cameriere o altro. Dall’inizio della rivoluzione industriale l’innovazione tecnologica ha continuamente rivoluzionato il modo di essere del lavoro, rendendolo al tempo stesso meno faticoso, meno pericoloso e più produttivo. Lavandaie, tagliaghiaccio, persone che accendevano i lampioni o bussavano alle porte per svegliare i lavoratori di mattina, non esistono più da tempo; ma il tasso complessivo di occupazione è dovunque aumentato, non diminuito.
La rivoluzione cui stiamo assistendo oggi consiste nell’avvento dell’innovazione digitale, che si manifesta soprattutto nell’Internet of things, che ha reso gli oggetti capaci di inviare e ricevere dati; nell’industria 4.0, cioè nell’automazione alimentata dallo scambio di dati negli ambienti produttivi; e nell’intelligenza artificiale, cioè nelle macchine che possono prendere decisioni sulla base di dati via via appresi. Questa fase del progresso tecnologico presenta due aspetti notevolmente diversi rispetto all’introduzione di elettrodomestici e macchinari avvenuta nel corso del ’900. Innanzitutto, le mansioni che oggi si possono automatizzare non sono solo quelle manuali, e neppure solo quelle delle tre D ( dull, dirty and dangerous : noiose, sporche e pericolose), ma anche alcune mansioni di concetto, come quelle di un impiegato bancario, o quelle svolte da persone con competenze sofisticate: dai revisori contabili agli agenti assicurativi, dai commercialisti ai radiologi. Sono suscettibili di automazione tutti i lavori in cui ci siano molti dati da processare, regole chiare da applicare e la necessità di un prodotto standardizzato. La possibilità di tradurre le immagini e i suoni in informazioni digitalizzate al servizio di un pilota automatico, poi, consentirà presto di sostituire del tutto tassisti, camionisti e autisti.
Per questo, Bill Gates – il quale ha tratto personalmente beneficio considerevole dall’innovazione tecnologica – ha recentemente sostenuto che i robot dovrebbero pagare un ammontare di tasse equivalente al gettito di tasse e contributi relativi alle persone da essi rimpiazzate. Ma è davvero questa la soluzione del problema? Quand’anche fosse possibile accertare e misurare la «quantità di sostituzione» dell’uomo da parte della macchina, e fosse possibile gravare il progresso tecnologico di un’imposta applicabile in modo uguale in tutti i Paesi del mondo, questo gioverebbe poco al genere umano. Se negli anni ’50 fosse stata messa un’imposta sulle lavatrici, essa non avrebbe giovato alle lavandaie chine sui lavatoi del Naviglio Grande: avrebbe solo ritardato il loro passaggio a lavori meno faticosi e più produttivi.
Il problema non è di ritardare il progresso tecnologico, ma di redistribuirne i benefici e di riqualificare le persone cui i robot si sostituiscono, in modo che esse possano dedicarsi ai molti altri lavori richiesti ma vacanti già oggi, e soprattutto all’infinità di lavori nuovi che saranno richiesti domani e che le macchine non potranno svolgere. Oggi in Italia c’è almeno mezzo milione di posti di lavoro che rimangono permanentemente scoperti per mancanza di persone competenti: tecnici informatici, elettricisti, falegnami, infermieri, artigiani dei mestieri più vari. Domani ci sarà comunque – se gli consentiremo di esprimersi – un bisogno senza limiti di lavoro umano non sostituibile dalle macchine nei settori dell’assistenza medica e paramedica alle persone, dell’istruzione, della diffusione delle conoscenze, dei servizi qualificati alle famiglie e alle comunità locali, della ricerca in tutti i campi, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Per altro verso, davanti a noi non c’è solo la prospettiva dell’automazione, ma anche quella dell’“accrescimento” (augmentation), per cui la tecnologia supporta il lavoro umano: non lo sostituisce, ma lo arricchisce e lo rende più efficace. Sono già molti i casi in cui persone e macchine sono tra loro complementari: dalla telemedicina all’analisi di big data, dai controlli che assistono un pilota in volo, al computer che stiamo usando per scrivere questo articolo. E sono altrettanto numerosi i casi di disabilità gravi che possono essere neutralizzate con l’uso delle nuove tecnologie, consentendo di entrare nel mondo del lavoro a chi altrimenti ne sarebbe escluso. Qui il progresso tecnologico, lungi dall’essere penalizzato fiscalmente, dovrebbe al contrario essere incentivato.

PIETRO ICHINO E PIETRO MICHELI

Corriere della Sera, 5 marzo 2017

Un futuro per vecchi

anzrob
La caduta delle nascite e la longevità incidono fortemente sulla popolazione Nel 2050 la Germania avrà perso 13 milioni di lavoratori, l’Italia dieci e tra un secolo il Giappone avrà 40 milioni di abitanti. Ecco chi da ora affronta il calo demografico.
DOPO le due guerre e il trauma della disfatta militare del 1940, la Francia della quinta Repubblica prese una decisione per sempre: finanziare con generosità le famiglie per ogni nuovo nato, in modo da non avere mai più una popolazione e dunque un esercito meno numerosi della Germania. La scommessa è riuscita, osserva Thomas Piketty nel suo libro «Il capitale nel XXI secolo». Secondo lo scenario di base delle Nazioni Unite, alle tendenze attuali la popolazione francese dovrebbe superare quella tedesca prima del 2050. La prima a 77 milioni di abitanti, in crescita di circa dieci, la seconda a 71 milioni e in decrescita di altri dieci.
Jens Weidmann, il quarantaseienne presidente della Bundesbank, a quel punto sarà un venerabile pensionato: uno dei 67 che la Repubblica federale dovrà mantenere per ogni cento persone in età da lavoro (l’Italia avrà uno squilibrio simile).
Per adesso però Weidmann è ancora uno dei più giovani banchieri centrali d’Europa e nella sua recente intervista a Repubblica ha parlato anche di questo, benché pochi in Italia sembrino essersene accorti: la Germania, ha osservato, deve ridurre il suo debito perché sta invecchiando e presto avrà bisogno di risorse per mantenere e curare i suoi anziani.
Si può non essere d’accordo con il leader della Bundesbank, non però negare che i tedeschi stiano pensando in termini strategici. Lo fanno al pari della Francia gollista del secondo dopoguerra. Con i suoi effetti di onda lunga, che viene da lontano e approda lontano, la demografia è quanto di più vicino esista a un destino ineluttabile. Per questo in alcuni dei Paesi intellettualmente più avanzati ci si inizia a preparare ad alcune prospettive che somigliano da vicino a delle certezze. Eccone alcune: secondo le proiezioni dell’Onu, per effetto della caduta delle nascite e dell’invecchiamento, nel 2050 la Germania avrà perso 13 milioni di lavoratori autoctoni; l’Italia ne avrà persi dieci; e se il tasso di fertilità e la chiusura ai migranti continua così come oggi, secondo stime dello stesso governo di Tokyo, la popolazione giapponese crollerà dai 120 milioni attuali a 40 milioni fra un secolo. Nel 2014 e il Giappone ha perso 268 mila abitanti grazie al saldo negativo fra nuove nascite e decessi peggiore di sempre.
Queste sono realtà che incidono nel lungo periodo ma impongono ai Paesi ricchi di correre ai ripari subito. C’è chi lo sta facendo. Proprio la Germania, uno dei Paesi più colpiti dall’invecchiamento, è prima al mondo nel puntare sempre di più sull’istruzione dai primi anni di età: poiché le persone in età da lavoro saranno sempre di meno, l’obiettivo adesso è rendere da subito gli adulti del 2050 più capaci di produrre e portare crescita economica. Per questo Basf, leader mondiale della chimica, si è messa al centro di un club di 123 imprese tedesche, dalle medio-piccole a colossi come Daimler, Continental o Boehringer Ingelheim Pharma, in un progetto che hanno chiamato Wissensfabrik : la fabbrica della conoscenza. Non sono solo annunci di buone intenzioni, una fabbrica da convegni. Il gruppo di aziende si è anche collegato a decine di università e centri di formazione, ma soprattutto ha stretto rapporti con qualcosa come 162 scuole materne in Germania, quasi mille scuole elementari, centinaia di medie e di istituti superiori di ogni tipo. Insieme, stabiliscono programmi per bambini fin dalla prima infanzia – uso delle lingue, numeri, strumenti digitali – destinati a rendere gli allievi adulti più capaci in futuro. Una Germania con sempre meno lavoratori pensa già a mettere quelli dei prossimi decenni in condizione di diventare più produttivi.
Alla base di Wissensfabrik c’è la scoperta che è valsa il Nobel per l’Economia a James Heckman, dell’Università di Chicago. Heckman ha seguito un gran numero di persone fin dalla prima infanzia e per decenni. All’inizio ha misurato che nella primissima età scolare i bambini con genitori disoccupati ascoltavano 3 milioni di parole l’anno, quelli con genitori occupati in mestieri umili 6 milioni di parole e i figli di professionisti laureati 11 milioni. Lo scarto fra loro era già enorme all’età di ingresso nella scuola materna: i figli di disoccupati disponevano di un vocabolario di non oltre 500 parole, quelli di genitori con mestieri poco qualificati di 700 parole, mentre i figli dei laureati arrivavano a 1.100. Soprattutto, seguendo il suo gruppo-campione, Heckman ha notato che questo scarto apertosi fra bambini del primo anno dell’asilo sembrava non chiudersi più. Al contrario, negli anni e nei decenni tendeva a crescere. Il livello cognitivo all’età di tre anni, collegato alla cultura della famiglia di origine, permetteva dunque di prevedere il successo nella vita per qualifiche, produttività, reddito, stabilità familiare, salute o la capacità di evitare il vizio del fumo o di obesità.
Per questo Heckman pensa che la «predistribuzione» sia più efficace della redistribuzione: programmi educativi rivolti alla prima infanzia, quando la capacità di assorbimento degli allievi e la loro permeabilità all’istruzione è massima, in modo offrire a tutti opportunità simili. Insegnare alle persone a usare il cervello quando il cervello è più ricettivo all’insegnamento. L’intervento del welfare classico è sì necessario, ritiene Heckman, ma costa di più ed è meno efficace.
L’alleanza fra imprese e scuole in Germania è la prima applicazione della teoria di Heckman a un grande Paese sul quale grava la nube dell’invecchiamento. L’intenzione è preparare una generazione di tedeschi a far funzionare quella che viene chiamata Industrie 4.0 : gli impianti che fra dieci o vent’anni saranno robottizzati e funzioneranno grazie all’integrazione di sistemi meccanici e digitali. Anche a migliaia di chilometri distanza, le macchine di un gruppo globale si invieranno segnalazioni automatiche sullo stadio di produzione, le catene di fornitura, il livello degli stock o il rischio di guasti nel sistema.
Il piano scuola che il governo di Matteo Renzi sta elaborando per ora non tiene conto di tutto questo. Eppure l’Italia è uno dei Paesi che invecchia più in fretta: nel 2014 sono nati oltre 70 mila bebé meno che nel 2008. Certo esiste un’altra strada per compensare il crollo delle nascite, l’immigrazione. Ma poiché la crescita è tanto frutto del numero di lavoratori attivi che della loro produttività, è determinante per l’economia che gli stranieri in arrivo siano persone qualificate. Una banca dati presente da qualche giorno sul sito di Eurostat, l’agenzia statistica europea, fa capire che questa selezione avviene. Ma non per tutti i Paesi nella stessa misura. In Germania ha una laurea (o titolo equivalente) il 26% degli stranieri residenti, in Francia il 22%, in Italia solo il 14%. Questi numeri non sembrano casuali: corrispondono quasi esattamente alla quota dei laureati rispettivamente tedeschi, francesi e italiani sul totale della popolazione nazionale dei tre Paesi. In sostanza tanto più è alto il livello di istruzione di una società, quanto più quella società riesce ad attrarre persone qualificate anche da fuori. Dove l’istruzione è meno diffusa, anche i migranti che arrivano e si trattengono sono meno preparati, meno produttivi e dunque meno utili all’economia. La Gran Bretagna in questo ha una strategia che sembra vincente, perché attrae stranieri più istruiti della media degli stessi britannici. I «nativi » con una laurea sono il 24%, gli stranieri residenti con un titolo di studio superiore invece sono il 42% del totale degli immigrati.
Mentre i Paesi avanzati invecchiano, queste realtà conteranno ogni anno di più e produrranno anchenuove opportunità: in Giappone la carenza di uomini sta già aprendo alle donne professioni tradizionalmente riservate agli uomini come le costruzioni o la guida dei camion. L’invecchiamento porterà opportunità anche nell’innovazione industriale: quando gli ultra-settantenni saranno oltre un quarto della popolazione in Europa o in Giappone, nota l’economista dell’Università di Tokyo Hiroshi Yoshikawa, richiederanno ogni sorta di sistemi e robot disegnati per le loro esigenze: auto, appartamenti, apparecchi medici e di cura personale, modalità di viaggio adatte a loro. Il Boston Group, un consulente industriale, prevede che il giro d’affari della vecchiaia varrà da 8 mila miliardi di dollari di qui a metà secolo. Forse Weidmann dunque ha torto a pensare che l’invecchiamento imponga soprattutto di risparmiare: ma lui, almeno, ha iniziato a porsi il problema.
Federico Fubini
La Repubblica 06/01/2015.
https://triskel182.wordpress.com/2015/01/06/un-futuro-per-vecchi-federico-fubini-e-chiara-saraceno/

About Professor Heckman

http://www.heckmanequation.org/about-professor-heckman

Wissensfabrik

https://www.wissensfabrik-deutschland.de/portal/fep/de/dt.jsp

Robot che rubano lavoro

robot1«I robot che rubano il lavoro all’uomo? Fesserie: l’automazione consente alle industrie dei Paesi più avanzati di competere, di recuperare produzioni che erano finite in Cina o in Messico, Paesi a basso costo del lavoro. E i robot che sostituiscono la manodopera generano nuovo lavoro, a cominciare da quello per costruirli, programmarli ed effettuare la loro manutenzione». Parola della Robot Industries Association, che ha appena celebrato a Chicago Automate 2013, il suo salone che è anche una “convention” annuale. La lobby Usa dell’automazione industriale alza la voce perché da un po’ di tempo a questa in America si diffondono le tesi allarmate di alcuni esperti circa l’impatto negativo della tecnologia sul mondo del lavoro….

Race Against the Machine, un libro pubblicato nel 2011 da Erik Brynjolfsson ed Andrew McAfee, è diventato la bibbia di chi sostiene che l’insidia per i lavoratori dei Paesi avanzati non viene tanto dalle nazioni emergenti, quanto da un progresso tecnologico troppo veloce e troppo concentrato sulle tecnologie informatiche. Un processo che non riesce ad aprire la strada a nuove produzioni e a nuovi mestieri con la stessa velocità con cui scarica gli addetti resi superflui dai processi di automazione. La rivoluzione industriale degli ultimi due secoli ha camminato su innovazioni radicali – dal motore a vapore all’elettricità – che hanno letteralmente generato nuovi settori industriali e la capacità di soddisfare nuovi bisogni. La rivoluzione delle tecnologie digitali sta forse cambiando le nostre vite in modo altrettanto radicale, ma i nuovi lavori che nascono dal mondo delle applicazioni, pur numerosi, non sono la valanga che sarebbe necessaria….

Nessuno, ad oggi, ha tutte le risposte. Non si può certo chiudere la porta alla tecnologia, anche se non c’è alcuna certezza che il «contagio dello sviluppo» che abbiamo vissuto negli ultimi due secoli continui anche nell’era del digitale. Fa, però, impressione leggere che la metà dei 7,5 milioni di posti di lavoro persi negli Usa durante la Grande recessione iniziata del 2008-2009 erano impieghi ben pagati del ceto medio. Le aziende, superata la recessione, sono tornate ai vecchi livelli di attività produttiva, più efficienti e redditizie. Ma quei posti di lavoro non sono tornati. E anche in Europa, dal 2008 al giugno 2012 sono svaniti 7,6 milioni di posti di lavoro ben pagati. Non saranno gli ultimi. Basti pensare ai droni, aerei che si guidano da soli, all’auto senza conduttore (in sperimentazione sulle strade della California e dell’Arizona) e ai treni automatici (già in servizio, dalla baia di Tokio a Dubai). Trema chi lavora con un volante in mano. Negli Stati Uniti sono un esercito: oltre tre milioni i camionisti, quasi 600 mila gli autisti di autobus, 340 mila i tassisti.

http://www.corriere.it/economia/13_gennaio_24/robot-occupazione_af7b02c0-6672-11e2-a999-f4ff91782969.shtml