Il paradosso del Pil

pilNEW YORK – “Perché il Pil puzza e perché nessuno ci fa attenzione“: con questo titolo colorito il Wall Street Journal riassume le reazioni delle Borse alla notizia di una presunta “frenataccia” dell’economia americana. Meno 2,9%, il Pil nel primo trimestre di quest’anno. Un dato pessimo, mette l’America “in rosso” dopo cinque anni di ripresa, la sbatte dietro ai malati cronici dell’eurozona.

É il peggiore dato dal primo trimestre del 2009, quando gli Stati Uniti erano ancora nel mezzo della recessione. Ma questa revisione del Pil ha lasciato indifferenti i mercati e gli esperti. L’unica vittima? La credibilità stessa del Prodotto interno lordo come indicatore sullo stato di salute dell’economia. Un tempo a contestare il Pil erano soprattutto economisti di sinistra, come i premi Nobel Amartya Sen e Joseph Stiglitz, ambedue autori di statistiche “alternative”. Oppure, ancora più radicali, c’erano le critiche dei teorici della decrescita come Serge Latouche, per i quali l’aumento del Pil è sinonimo di sviluppo insostenibile, distruzione di risorse naturali. La novità: adesso agli attacchi contro il Pil si uniscono l’establishment, i mercati, gli organi del neoliberismo.

“L’incidente del primo trimestre 2014”, come si può intitolare la vicenda dello scivolone in negativo, è davvero esemplare. Tra i fattori che hanno frenato la crescita Usa, il più potente è la riforma sanitaria di Barack Obama. A gennaio di quest’anno entrava in vigore il nuovo sistema assicurativo. La sua prima conseguenza è stata un calo delle tariffe sulle polizze sanitarie. E qui si tocca l’incongruenza dell’indicatore Pil: se gli americani hanno finalmente speso un po’ meno per le assicurazioni mediche questa è un’ottima notizia, ma riduce il Pil che è un aggregato di tutte le spese. Il Pil non dice se stia migliorando la qualità delle cure mediche e quindi la salute, misura solo la spesa nominale. Una sanità inefficiente e costosa “fa bene” alla crescita, se invece si riducono sprechi e rendite parassitarie delle compagnie assicurative, l’economia apparentemente ne soffre.

L’attacco al Pil trova concorde il Financial Times. “Come il Pil è diventato un’ossessione globale”, è il tema di un’inchiesta del quotidiano inglese. Che parte da alcune sconcertanti revisioni nella contabilità nazionale che hanno fatto notizia.

La Cina, secondo uno studio recente della Banca mondiale, è molto più ricca di quanto credevamo: sta per sorpassare gli Stati Uniti, da un mese all’altro. Anche l’Inghilterra ha un’economia più prospera di quanto si pensava. Perché? Il “riesame” del Pil cinese, è stato deciso per correggere errori del passato. Sopravvalutando il costo reale di alcuni generi di prima necessità come gli spaghetti, si era simmetricamente “impoverito” (nelle statistiche) il potere d’acquisto dei consumatori. Errore corretto, e oplà, di colpo la Cina nel suo nuovo Pil misurato “a parità di potere d’acquisto” diventa quasi eguale all’America.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il suo “arricchimento” improvviso (+5%) nasce dall’inclusione nel Pil di attività illecite e sommerse come la prostituzione e il traffico di droga. Nel caso cinese come in quello inglese è evidente che siamo di fronte a operazioni contabili del tutto discrezionali, arbitrarie. Non è cambiato nulla per il cittadino, il lavoratore, l’imprenditore di quei paesi. É cambiato solo un numero, deciso dagli economisti. Per la Gran Bretagna, poi, è evidente l’aspetto paradossale di questo massaggio delle statistiche: siamo proprio sicuri che l’inclusione della droga nel Pil sia un indicatore fedele del benessere nazionale?

L’economista Diane Coyle, che è stata consigliera del ministero del Tesoro britannico, ha pubblicato un libro sulla storia del Pil: “Gdp: A Brief But Affectionate History“. Documentato, erudito, ironico, ma anche sferzante. La Coyle ci ricorda che “non esiste una cosa reale che gli economisti misurano e chiamano Pil”. Quell’indicatore statistico è un’astrazione, un aggregato di spese dove entra di tutto: dai manicure alla produzione di trattori ai corsi di yoga. Primo consiglio della Coyle: liberiamoci dall’idea che la rilevazione del Pil sia come la misurazione del perimetro terrestre, un’operazione complessa ma scientificamente rigorosa.

Del resto il Pil è un’invenzione recente, e strumentale. Il primo a lavorarci fu l’economista americano di origine bielorussa Simon Kuznets, negli anni Trenta. La missione gli era stata affidata dal presidente Franklin Delano Roosevelt. Nel bel mezzo della Grande Depressione, Roosevelt aveva bisogno di una misura dello stato di salute dell’economia, che non fosse di tipo settoriale o aneddotico come quelle usate fino ad allora. Ma lo stesso Kuznets dopo avere “inventato” il Pil cominciò a esprimere serie riserve sulla sua validità. Nella maggior parte dei paesi sviluppati bisogna attendere gli anni Cinquanta perché il Pil entri nelle consuetudini.

Un indicatore ben più completo e utile è quello elaborato per le Nazioni Unite da Amartya Sen ed altri, lo Human Development Index (indice dello sviluppo umano): misura per esempio la qualità della salute e dell’istruzione. Perché non riesce a spodestare il Pil nel dibattito pubblico? La spiegazione che dà Sen è disarmante, o inquietante: “Il Pil misura un tipo di crescita quantitativa che ha coinciso con l’arricchimento di minoranze privilegiate. L’indice dello sviluppo umano sposterebbe l’attenzione verso attività e settori che vanno a beneficio degli altri”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/07/06/news/il_paradosso_del_pil_in_usa_sta_frenando_ma_il_benessere_cresce_con_la_sanit_meno_cara-90824614/

 

 

Sindrome giapponese: pericolo all’orizzonte

“La ricetta di Stiglitz agli italiani incerti”

lente_5[1]Pochi giorni fa il premio Nobel americano Joseph Stiglitz — noto per le sue posizioni anti austerità — ha svolto, nell’Aula Magna dell’Università Luiss di Roma, una Lezione — dedicata ad uno dei più importanti Presidenti di Confindustria del dopoguerra, Angelo Costa — dal titolo: “L’euro può essere ancora salvato?”.
La sua risposta ha quanto mai colpito un pubblico, quello italiano, non abituato a un linguaggio così tagliente quando si tratta di parlare dell’economia europea. Per anticipare la risposta, se è vero che i Paesi non lasceranno l’euro, vi è un altro pericolo all’orizzonte: quello di una “sindrome giapponese” in cui si fa il minimo necessario per preservare la valuta comune, ma ci si condanna a sopportare costi enormi, danneggiando le capacità di lungo periodo dell’economia europea di crescere e generare occupazione.
La sindrome giapponese, è il caso di notare, fu fatta di deflazione e crescita pressoché nulla per quasi un ventennio: due fenomeni che si rafforzano a vicenda tenendo conto che la riduzione dei prezzi è figlia della crisi da domanda e che quest’ultima peggiora con la deflazione, che fa posticipare i consumi, aumentando il costo reale del debito per i debitori già in difficoltà e il costo del lavoro per le imprese che non riescono più a trattenere il personale. Che la Banca Centrale Europea stia annunciando nuove misure di espansione monetaria con i tassi praticamente a zero e che i dati sulla crescita italiana in questo primo trimestre siano peggiori del previsto non fanno che rafforzare i timori che la sindrome sia drammaticamente reale. Proprio quando, ecco l’ironia, il Giappone stesso pare pronto ad uscirne grazie allo stimolo alla domanda proveniente dal piano di consistenti investimenti pubblici annunciati dal premier Abe prima del rialzo della tassazione indiretta sui consumi per finanziarli.
La soluzione proposta da Stiglitz? Visto che l’austerità non ha essenzialmente mai funzionato, c’è bisogno di un piano europeo in cui il Nord (la Germania) espanda più del Sud (l’Italia) la sua economia, così che ambedue sollevino il Continente senza al contempo che si allarghino le differenze nelle nostre rispettive bilance commerciali, accumulando con ciò insostenibili debiti esteri nel Sud dell’Europa.
È il primo passo verso una unione fiscale che sappiamo bene essere lenta e graduale e dunque impossibile da ottenere nel breve periodo, come ci insegna anche la storia degli Stati Uniti, in cui la vera Unione si è celebrata solo dopo più di un secolo e mezzo con l’arrivo del New Deal di Roosevelt. Quando Jean Monnet, padre fondatore dell’Europa, affermava che «i paesi della Comunità Europea sono in procinto di stabilire tra loro relazioni d’uguaglianza e solidarietà, sarebbe a dire delle relazioni simili a quelle che già esistono in seno ai nostri propri paesi» dava il segno più di una direzione da intraprendere che di una soluzione a portata di mano. Il primo gesto di solidarietà che si richiede dunque alla Germania non è poi così drammatico: aiutare se stessa permettendo ai propri lavoratori di spendere di più (abbassando le tasse ed aumentando i salari ai lavoratori tedeschi) fa bene all’export italiano e ci aiuta a guadagnare tempo riprendendo fiato per fare le riforme che servono al Paese.
La prima riforma che ci spetta di fare è quella della lotta alla corruzione, come dimostra la vicenda Expo, ben più dura come sforzo di quella che coinvolge la vendita delle auto blu. Da essa proverranno le risorse per fare anche noi senza debito quegli investimenti pubblici che rimettono in piedi il Paese.
Stiglitz giustamente ricorda come la crisi di cui viviamo le conseguenze non è un disastro naturale ma una situazione che ci siamo masochisticamente imposti. Solo nel tempo ne sentiremo gli effetti se non arrestiamo l’emorragia: scoraggiamento giovanile, distruzione di piccole imprese e anche disillusione verso i meccanismi democratici di rappresentanza.
Ecco, le elezioni. Come ha notato Gustavo Piga, professore di Economia a Tor Vergata e organizzatore dell’evento, l’appuntamento europeo di questo fine settimana, di fatto, diventa un’ultima ciambella per inviare al Parlamento europeo chi potrà con tenacia difendere gli interessi italiani all’interno del progetto europeo: nell’euro, in un’altra Europa.

Mario Pirani

La Repubblica 19.05.14

Pericle il keynesiano

pericleChe lo «Stato sociale» sia un peso lo pensano soprattutto coloro che non hanno problemi economici. Essi predicano, con calore e convinzione, la virtù. Va da sé che lo Stato sociale è costoso. E infatti coloro che se la passano bene temono sempre che, in un modo o nell’altro, il peso di esso ricada sulle loro spalle. Di qui la loro costante esortazione all’altrui virtù e l’ostilità che essi sempre manifestano verso i politici che dallo Stato sociale traggono forza e consenso.
L’archetipo occidentale dello Stato sociale fu l’Atene di Pericle, fatte salve beninteso le differenti misure e proporzioni. Roosevelt, figura-simbolo dello Stato sociale nella prima metà del Novecento, non ne ebbe forse sentore, ma subì, per molti aspetti, contraccolpi e ottenne successi analoghi rispetto a quelli che toccarono all’aristocratico ateniese alla metà del V secolo a.C. L’ostilità di cui Pericle fu bersaglio ci è nota soprattutto grazie alla Vita di lui scritta da Plutarco sulla base di buone fonti che colmano egregiamente la distanza tra Pericle e l’età di Nerva e Traiano (in cui Plutarco visse e scrisse le Vite parallele ). La massa di informazioni allarmanti su Pericle che Plutarco riesce a mettere insieme — le insinuazioni sulla sua vita privata, i processi contro i suoi migliori collaboratori e in primis contro Fidia, vero cervello della sua politica urbanistica e di lavori pubblici, gli attacchi velenosi dei comici etc. — non deve portarci fuori strada. Sul piano della comprensione storica, il fatto principale è che Pericle è riuscito a farsi rieleggere stratego per decenni e decenni consecutivamente. Ciò significa che affrontava ogni anno la campagna elettorale e ogni anno la vinceva. Il che non era certo fatica da poco con un elettorato così politicizzato e volubile. Non si riflette a sufficienza sulle implicazioni concrete di questo fatto macroscopico. Dunque il consenso (fino all’incauta decisione di entrare in guerra nel 431 a.C.) non gli è mai mancato. (Anche lui, come Roosevelt, ha dovuto faticare per convincere i concittadini della necessità di entrare in quella guerra, ma è morto troppo presto per poter vedere gli effetti di tale scelta).
Come si consolidava un tale ininterrotto consenso? La grande politica di lavori pubblici gli consentiva di assicurare lavoro e salario a molti. Né mancava, nel meccanismo della «democrazia» ateniese il modo di far gravare, al tempo stesso, il peso di tante spese per la città (feste, teatro, arsenali, navi: le cosiddette «liturgie») sui ricchi. Scrisse nei primi anni di Weimar un notevole storico berlinese, allora comunista, Arthur Rosenberg, che i ricchi erano, all’interno del «sistema Atene», la «mucca da spremere». Non espropriare, dunque, ma costringere la ricchezza (la quale di solito, diceva Benjamin Constant, «si nasconde e fugge» e perciò è «più forte del governo») a farsi piegare per usi sociali.
…. Diamo la parola a Plutarco (Vita di Pericle ): «Tali opere — edifici ecc. — comportavano lavori di ogni genere e suscitavano le più svariate necessità: stimolando tutte le arti, mobilitando ogni mano, davano occupazione retribuita a tutta la città, la quale si trovava perciò nella condizione di mantenersi e al tempo stesso abbellirsi. (…) Pericle propose al popolo grandi progetti di costruzioni e disegni di opere la cui esecuzione richiedeva tecniche e tempi lunghi. Ogni arte radunava sotto di sé, come un generale il proprio esercito, una massa di manovali e lavoratori non specializzati che servivano quali membra e strumenti. Così le diverse necessità di lavoro distribuivano e diffondevano il benessere in tutta la popolazione. Gli edifici sorgevano dovunque, magnifici nella loro grandiosità, e inimitabili per bellezza perché gli artigiani facevano a gara per superarsi l’un l’altro. Si era creduto che ciascun edificio sarebbe giunto a compimento solo con l’opera di parecchie generazioni e invece furono tutti terminati al culmine di un solo governo. (…) Da questi monumenti emana come una perenne giovinezza che li preserva dal logorio del tempo. Direttore e sovrintendente dei lavori per incarico di Pericle fu Fidia, anche se ciascuna costruzione ebbe propri e grandi architetti. Callicrate ed Ictino ad esempio lavorarono al Partenone». E segue un’ampia esemplificazione di monumenti e rispettivi direttori dei lavori.
Pericle, amico del filosofo Anassagora e della audace Aspasia, etèra di Mileto, non era certo un bigotto. Ciò non gli impedì di riuscire a trasformare in miracolo un infortunio sul lavoro. Un operaio che lavorava ai Propilei sull’Acropoli cadde dall’impalcatura e fu quasi in fin di vita. Ma Pericle fece sapere che la dea Atena, protettrice della città, gli era apparsa in sogno e gli aveva dettato la cura. In breve l’infortunato si riprese. Pericle fece subito innalzare una statua in bronzo ad «Atena Igea», patrona della salute. Padre Pio non ha inventato nulla. …….

Corriere 12.1.14
Il primo Stato keynesiano fu l’Atene di Pericle e Fidia
di Luciano Canfora