Se l’amore è un fattore geopolitico

geopolllIl mondo non risponde più ai comandi. Mai come oggi il potere è disperso in un pianeta senza centro, sovraffollato e turbolento. Certo, l’America resta il Numero Uno per la strapotenza militare,”l’esorbitante privilegio” del dollaro, l’innovazione tecnologica. Ma più che a un sovrano universale, somiglia a un primo della classe annoiato e irritato, preoccupato che meno dotati compagni gli copino il compito e gli rubino il voto. Dopo due decenni di retorica americana della globalizzazione, Donald Trump è più preoccupato di costruire muri e tagliare ponti per difendersi dal mondo che di consolidarvi ed estendervi l’impero americano. Perché «non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». Con ciò il presidente esprime un sentimento diffuso nell’America profonda. Quanto all’altro, originario ceppo dell’Occidente: l’Europa rischia la disgregazione, avviata dal voto britannico sul Brexit. Eppure solo un secolo fa era il centro del potere planetario. Nove decimi delle terre abitate erano rette da europei o loro discendenti. E l’umanità era segmentata in gerarchie razziali, con i bianchi europei in vetta e i neri (allora negri) in fondo all’abisso. Sulla competizione per il potere in questo mondo da sette miliardi e mezzo di anime si concentra a Genova, da domani a domenica, il quarto Festival di Limes. Titolo: “Chi comanda il mondo”. In altre parole: quale potenza dominerà questo secolo – ancora l’America? O toccherà alla Cina? O semplicemente a nessuno?
Vent’anni fa ci veniva spiegato che la storia è finita. Tipica espressione della vichiana «boria dei dotti». Oggi scopriamo che non solo non è finita, ma corre al galoppo. Proprio perché il mondo attuale è fuori sesto, ingovernabile da un solo centro di potere, vale la pena concentrarsi anche sulle passioni che lo agitano. A muovere attori e decisori non è solo né sempre il calcolo dell’utile. Le teorie della scelta razionale, per cui a motivarci è la valutazione dei costi e dei benefici che ci attendiamo dalle nostre azioni, non sono sufficienti a dar conto delle dinamiche geopolitiche che mettono in crisi paradigmi consolidati. Il segnale che ci viene dal Brexit e da Trump, dalle mischie etniche e dalle guerre a sfondo religioso, è che posta geopolitica decisiva è oggi l’identità. E non c’è identità senza amore di sé e della propria comunità: la patria. Altrimenti perché dovremmo distinguerci dagli altri?
Popoli e nazioni, o aspiranti tali, si battono per il diritto a preservare o affermare le rispettive idee di sé. Entriamo nel campo del sentimento. È l’amore per il proprio insieme – e/o l’odio per l’altrui – a motivare gruppi, comunità e nazioni nelle loro battaglie geopolitiche. Quando Trump proclama «Io amo l’America» o Putin si lascia andare alla commossa rievocazione delle glorie russe, in nome delle quali qualsiasi sacrificio è dovere, non è solo propaganda. Senza la sincera adesione a un sentimento patriottico è impossibile mobilitare il consenso necessario a qualsiasi potere, persino – o tanto più – se autoritario.
Ne sappiamo qualcosa noi italiani, usi a relegare l’amor di patria fra le retoriche del passato, con il risultato di renderci istintivamente disponibili alla guida altrui. Espressione di quella «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi» contro cui si scagliava Carlo Emilio Gadda nel suo Giornale di guerra e di prigionia. Non si intende la teoria e la prassi italiana del “vincolo esterno” – ovvero lasciamo che siano i virtuosi europei a imporci le giuste regole da cui spontaneamente scarteremmo – senza considerare questa anti- passione nostrana. Non stupisce che un paese indisponibile a rispettarsi sia poco rispettato. Proprio perché le passioni contano, pesano più che mai nelle opinioni pubbliche e orientano le scelte dei decisori più di quanto essi siano disposti ad ammettere, ne consegue che il mondo attuale è sempre meno prevedibile. Imbracarlo nelle teorie preconfezionate, nei modelli universali significa perderne di vista alcune tendenze di lungo periodo, espresse ad esempio nella letteratura. Si può intendere l’impero russo senza leggere Puškin, quello britannico scartando Conrad o quello americano trascurando il Fitzgerald del Grande Gatsby?
Nella geopolitica delle nazioni contemporanee la potenza dell’amore si rivela, fra l’altro, nel culto del proprio passato. Passione collettiva, non solo individuale. Per cui si riscoprono o si inventano antichissime, epiche genealogie, che confermerebbero il diritto di una comunità a questo o quello spazio. Sono simili passioni a muovere “il desiderio di territorio”, titolo dell’opera pionieristica di uno studioso francese delle identità, François Thual. Quindi anche la volontà di impero, che secondo lo storico americano William Langer – in polemica con le interpretazioni economiciste dell’espansionismo Usa – dimostra «la sopravvivenza nella società moderna di un’esausta mentalità feudal-militaristica, votata alla conquista per la conquista, senza specifico obiettivo o limite».
Questi sentimenti atavici contribuiscono a spiegare lo scarso fascino del cosmopolitismo e delle grandi utopie universali. Difficile amare tutti. Quando il patriottismo va fuori controllo, come capita nelle età di crisi, ne scaturisce il perfetto opposto: il nazionalismo esclusivo, xenofobo, talvolta razzista, che trasforma l’amore di sé in odio dell’altro. Le tracce di questa perversione sono oggi fin troppo visibili. Al potere dell’amore il Festival dedica la serata di sabato. A trattarne, la storica dell’antichità Eva Cantarella, la scrittrice Michela Murgia, il filosofo Umberto Galimberti, l’artista e cartografa di Limes Laura Canali, che insieme a un’antologia di carte geopolitiche espone la sua opera Le ali della farfalla. Per mostrare come «nel minestrone di questo nostro mondo, dove la geografia è il nastro trasportatore, esiste qualcosa di immutato»: i sentimenti che restano, come scriveva Marina Cvetaeva, «sempre uguali a se stessi», perché «ci sono stati ficcati dentro il petto come fiamme di una torcia».

LUCIO CARACCIOLO

la Repubblica 2 MARZO 2017

http://www.limesonline.com/rubrica/se-lamore-e-un-fattore-geopolitico?refresh_ce

LIMESFESTIVAL

http://www.limesonline.com/tag/limesfestival

Quella diffusa voglia di uomini forti in politica

aaaaooRiflettori puntati sull’affermazione di leader forti. Sostenuta senza mezzi termini da Grillo, è incarnata nell’attualità dal decisionista Trump e da Marine Le Pen, candidata-presidente a donna forte francese che sfida Europa e Nato.
Secondo “La Politica” di Aristotele, che si può considerare un testo evangelico per le democrazie moderne, la debolezza delle classi medie è la causa dell’ascesa di capi demagoghi- tiranni al tempo, “uomini forti” oggi. Accade quando in un Paese i ricchi diventano sempre più ricchi e potenti e, al contempo, aumenta il disagio sociale tra la maggioranza della popolazione. Una società diseguale, secondo Aristotele, radicalizza la democrazia e incoraggia estremismi tirannici. La preminenza della medietà sociale, al contrario, dà stabilità alla politica, equilibrio alla democrazia. Questa è la spiegazione sociologica all’insorgenza di Trump negli Usa, dove le classi medie hanno preso un’indiscutibile batosta dalla terza rivoluzione tecnologica (Ict) – risparmiatrice di lavoro ripetitivo – e poi dalla crisi economico-finanziaria. La debolezza delle classi medie spiega anche l’ascesa di Putin, uomo forte in una Russia in cui le disuguaglianze economiche sono le più elevate al mondo: l’1% più ricco degli adulti possiede il 75% della ricchezza nazionale(Global Wealth Report 2016); e ancora, la vittoria schiacciante di Modi – uomo forte in India – nel 2014, contro il partito del Congresso, che aveva dominato per decenni senza una lotta efficace alla povertà.
Si tratta di capi che sanno andare direttamente al popolo per via plebiscitaria, cercando di dis-intermediare il rapporto tra istituzioni politiche e popolo “sovrano”. Sfruttano (ma anche compensano) il discredito delle nomenclature di partito e la sfiducia diffusa verso le élite democratiche ormai implose, accusate dal popolo di autoreferenzialità e soprattutto di non averlo protetto con efficacia dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria. È da questo mood popolare che nasce il risentimento anti-establishment anche di Brexit.
Se c’è un trend verso l’uomo “forte”, vanno tuttavia tenute in conto le diversità di contesto. Trump si può spiegare anche con lo spiccato “nuovismo” degli statunitensi o con un pregiudizio di genere nei confronti della sua rivale. Putin con una propensione storica dei russi allo zar, si chiami Pietro Romanov, Stalin o Putin. Modi, orgoglio hindu, anche con appartenenze religiose. Differente è anche il caso della Merkel, che spicca in un’Europa a forte trazione tecnocratica, ma affetta da gravi squilibri tra Stati (“le due velocità”) e da nanismo politico su scala globale. Il mondo che l’Europa ha dominato per oltre quattro secoli, uscito dal letargo, con la sua crescita giovane e dinamica l’ha infiltrata e irrevocabilmente ridimensionata.
Le differenze permangono anche tra leader occidentali atlantici. Trump vince sfruttando il proverbiale nuovismo americano, puntando sul risentimento delle classi medie e sul disagio sociale diffuso. Merkel, al contrario, si è affermata per l’orientamento conservatore degli europei e per una miglior tenuta della classe media rispetto a quella degli Stati Uniti.
A dispetto di tutte queste differenze, è innegabile che ci sia una tendenza, anche in Occidente, verso capi forti, che riducono i partiti a organizzazioni personali e le élite a stuoli di fedeli nominati. Anche i media – odierno scenario della politica – non hanno bisogno di partiti né di élite, ma di pochi leader dei quali poter esaltare ambizioni, fascino, carisma e, soprattutto, il potenziale anti-casta. La personalità del leader può persino trascendere il contenuto del messaggio politico, il che ovviamente crea incertezza, come nel caso di Trump o in quello della Le Pen.
Modi, primo leader tra quelli delle democrazie rappresentative a essersi affermato tre anni fa in quanto “uomo forte” e “messia dei poveri”, con provvedimenti come la recente demonetizzazione o l’introduzione di una tassa unica sui beni (sostituendo i mille balzelli dei singoli stati), può essere preso a esempio di coerenza con i suoi intenti programmatici. Sta forgiando un nuovo blocco sociale di potere e alimenta il suo carisma populista con la demonetizzazione, che ha lo scopo di colpire la ricchezza indebita da evasione fiscale, illegalità e corruzione: obiettivi che piacciono a un’India che conta il 42% dei poveri del pianeta e in cui l’1% della popolazione adulta più ricca ha ben il 59% della ricchezza nazionale. Modi rilancia il potere centrale nazionale di cui è a capo.
Questo nazionalismo sovranista è un driver comune per tutti i potenti leader populisti: con mille sfumature diverse rende gli slogan di Modi analoghi a “Prima l’America” di Trump o all’esumazione della grandeur nazionale della Le Pen). Assume, tuttavia, connotati e significati diversi: forse un passo avanti per la policentrica India, ancora con i piedi d’argilla sul piano della modernizzazione; un passo indietro per la nazione guida dell’Occidente, che non può permettersi chiusure nazionaliste alla Trump. Sarebbe, infine, un anacronismo gollista nella Francia europea del XXI secolo.
Nel mondo globale, le politiche protezioniste e dei “muri”, come le bugie, hanno le gambe corte.

Carlo Carboni

Il Sole 24 ore 13 febbraio 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-02-13/quella-diffusa-voglia-uomini-forti-politica-075420_PRV.shtml

 

Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

La tecnica unirà l’Europa

tervIl problema dell’unità politica dell’Europa richiede di essere affrontato tenendo conto di due tendenze che, sebbene contrastate, sono nell’ordine delle cose. La prima è quell’infittirsi dei rapporti economici tra Europa e Russia che (nonostante l’attuale stato di tensione) prelude a forme sempre più strette di cooperazione, peraltro ostacolate dagli Stati Uniti. La seconda — che include la prima ed è la più decisiva — consiste nella progressiva trasformazione degli Stati più ricchi in società tecnocratiche (che tra l’altro hanno di per sé la capacità di risolvere il problema della fame nel mondo e alla fine saranno esse, appunto in quanto tecnocratiche, a risolvere il problema della pressione dei popoli poveri su quelli ricchi).
Tendenze entrambe contrastate e in se stesse contrastanti in modo estremamente complesso. L’avvicinamento dell’Europa alla Russia, ad esempio, è rallentato dagli Stati Uniti, che però stanno prendendo coscienza di ciò che li unisce alla Russia — cioè la necessità di far fronte comune contro il fondamentalismo islamico — e che quindi li rende meno intransigenti rispetto a quell’avvicinamento (e alla questione nucleare iraniana). E d’altra parte esso è oggettivamente favorito proprio da quelle forze che in Europa sarebbero le più disposte alla cosiddetta Grexit e che insieme sono le più intransigenti nei confronti della Russia. Infatti è venuto del tutto in chiaro che l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe un’occasione, per la Russia, di presentarsi come salvatrice dell’economia greca, aumentando in modo consistente, anche se oneroso, la propria presenza in Europa e nel Mediterraneo.
L’unità politica dell’Europa non conviene alla Germania. Tra i vari motivi, anche perché un Superstato europeo dovrebbe pur sempre mostrare di essere democratico, in cui l’assegnazione del potere sarebbe il risultato di libere elezioni dove gli interessi della Germania potrebbero venir posti in minoranza. Non solo, ma, se ci si porta al fondo del problema — e nonostante quello che si continua a dire — l’unità politica dell’Europa non conviene nemmeno all’Europa. È un seme che tende a generare un frutto già vecchio.
Perché, infatti, si continua a invocare da più parti l’unità politica, sostenendo che l’unità monetaria non basta? Perché, si risponde, una moneta unica sulla cui gestione possono influire forze diverse e tra loro contrastanti, cioè gli Stati nazionali europei, circola in modo esso stesso contraddittorio, non può cioè assolvere ai propri compiti. E si conclude dicendo che, responsabili di questa disfunzione essendo appunto gli Stati nazionali, è necessario sostituirli con l’unione politica dell’Europa, con un Superstato politico.
Proviamo a saggiare la consistenza di questo ragionamento. È viziato, perché da una premessa valida trae una conclusione arbitraria: dalla necessità di una gestione unitaria della moneta unica (premessa valida) inferisce arbitrariamente che tale gestione non possa esser data che dall’unità politica dell’Europa. Il presupposto è che tale gestione possa venir praticata soltanto dallo Stato inteso come forza politica.
Ma la politica è in crisi. Come sono in crisi — e inevitabilmente — tutti i valori della tradizione occidentale. A questi valori la politica si è ispirata. Oggi la democrazia procedurale gestisce valori in crisi — ed è essa stessa in crisi perché nonostante la sua apparente neutralità condivide a sua volta alcuni di quei valori (eguaglianza, libertà, ad esempio). Da tempo la politica ha ceduto all’economia la guida della società. Nelle società capitalistiche la politica (ormai anche quella di sinistra) mira a garantire il miglior funzionamento dell’economia di mercato. Di fatto, lo Stato non è più Stato politico, ma economico. Ne è una prova, in Europa, l’esistenza di più di sessant’anni di cooperazione economica tuttavia priva di unità politica — questo, anche se la cooperazione non ha certo eliminato i contrasti politico-nazionali e la gestione contraddittoria della moneta unica. Proporsi l’unità politica dell’Europa è comunque mirare a una politica che garantisca la gestione unitaria, dunque efficiente, del capitalismo europeo.
Ma è già in atto il processo in cui l’economia sta a sua volta cedendo alla tecnica la guida della società. Come altre volte ho chiarito anche in questa sede, lo scopo delle società capitalistiche tende a non esser più l’incremento indefinito del profitto privato, ma l’incremento indefinito della potenza prodotta dalla tecno-scienza. Un processo che si lascia alle spalle ogni nostalgia del marxismo, della politica, della tradizione morale-religiosa. Un processo, dunque, dove è il capitalismo stesso a portare al tramonto se stesso. Lasciandosi alle spalle il proprio scopo, infatti, il capitalismo non è più capitalismo.
Esso è diventato dominante perché la produzione industriale si serve della forza che si mostra la più potente di tutte: la tecnica moderna. La potenza di questa serva è destinata a diventare la padrona — a differenza dei cosiddetti «governi tecnici» comparsi in Europa, che rimangono al servizio del capitale. Il capitalismo stesso è interessato a rendere sempre più potente lo strumento tecnico di cui esso si serve.
Gli Stati nazionali europei, da Stati politici (cioè economici) stanno pertanto diventando sempre più funzionali al Superstato tecnico europeo, esso stesso in via di formazione, ossia tendono a cedere la propria sovranità non a un Superstato politico, ma ad una organizzazione tecnica dello Stato, in grado tra l’altro di gestire la moneta unica in modo unitario, e per definizione razionale, senza gli inconvenienti della gestione politica. (Quindi il reciproco avvicinamento di Europa e Russia di cui si diceva all’inizio è destinato a non avere un carattere politico, ma a realizzarsi come marcia di entrambe, certamente lunga e non priva di incognite anche gravi, in direzione del Superstato tecnico).
Orbene, là dove lo scopo della società riesce a diventare la crescita indefinita della potenza, il denaro rappresenta pur sempre beni, strumenti, competenze, ecc., tuttavia coordinati non più alla crescita del profitto, ma alla crescita della potenza. Marx rileva che alla circolazione delle merci, dove il denaro serve a scambiare un certo tipo di merce con un altro, il capitalismo ha sostituito una circolazione dove la produzione delle merci serve ad accrescere il capitale inizialmente investito. (Descrizione difficilmente contestabile — a meno che non si voglia sottoscrivere l’improbabile tesi che il capitalista produca merci allo scopo di farle consumare agli acquirenti). Nello Stato tecnico il denaro abbandona il proprio carattere di scopo e riprende quello di rappresentazione, ma, questa volta, di rappresentazione di beni, strumenti, competenze, eccetera, coordinati alla crescita della potenza.
D’altra parte il capitalismo fornisce alla tecnica lo schema della crescita indefinita di ciò che viene inizialmente impiegato. Ma il capitalismo impiega il denaro, la tecnica impiega la potenza. Inoltre il capitalismo non produce beni che non siano merci, ossia beni da vendere. Invece, nello Stato tecnico i beni prodotti possono sì diventare merci, ma non li si produce allo scopo di renderli merce, bensì allo scopo di aumentare la potenza complessiva dello Stato. Nel quale il denaro può sì continuare a produrre merci per incrementare se stesso (ossia per realizzare profitto), tuttavia questo incremento non è più lo scopo della produzione, come invece avviene nel capitalismo, ma la stessa produzione capitalistica diventa mezzo per accrescere la potenza — e dunque è una produzione che non è più capitalistica. L’incremento tecnico della potenza è il «bene comune» destinato a prevalere anche sul «bene comune» che il cristianesimo esorta a perseguire in modo che a esso il profitto resti subordinato.
Si continua a sostenere che la crisi del capitalismo non è dovuta al capitalismo in quanto tale, ma a quella forma del capitalismo finanziario che ha separato la circolazione del denaro dalla produzione di beni. Da questo punto di vista, una volta eliminata tale separazione, il capitalismo tornerebbe in salute e sarebbe anche in grado di evitare la propria subordinazione alla tecnica. Sennonché quella separazione non appartiene alla patologia, bensì alla fisiologia del capitalismo. Ne è lo sviluppo fisiologico. Infatti è il capitalismo in quanto tale, sin dal suo inizio, a separare il denaro dalla produzione dei beni. Se il bene prodotto serve primariamente a incrementare il capitale — e pertanto è merce —, alla produzione capitalistica è indifferente quale merce produrre. La produzione è sì unita alla merce in generale, ma è separabile da ogni merce determinata. Nelle esorbitanze del capitalismo finanziario questa separabilità fa poi perdere di vista anche quell’unità.
Le considerazioni che abbiamo tratteggiato non hanno nulla a che vedere con una esortazione — l’esortazione alla tecnica. Sono piuttosto la constatazione di un processo in atto, tanto più incisivo e inevitabile quanto meno ci si accorge della sua presenza e quanto più le forze oggi dominanti credono di poter continuare a servirsi della tecnica senza che i nodi abbiano mai a venire al pettine. Non si esortano i fiumi a scendere verso il mare.
Si tratterà poi di vedere quali minacce il mare tenga in serbo.
Emanuele Severino
Corriere della Sera 3 agosto 2015

Emanuele Severino

Le previsioni del Fondo monetario

 

sferLe prospettive di crescita per l’anno in corso rimangono sostanzialmente invariate, secondo le previsioni che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha appena divulgato a Washington. L’economia mondiale crescerà del 3,5 per cento come previsto dalla medesima istituzione lo scorso gennaio.

Il complesso delle economie avanzate dovrebbe registrare un tasso di espansione del 2,4 per cento, riflettendo il ridimensionamento della crescita dell’economia americana (dal 3,1 previsto lo scorso gennaio al 2,5) compensato in parte da una maggiore crescita dell’Eurozona pari all’1,5 per cento (contro l’1,2 di gennaio).

Nell’Eurozona, i paesi core sospingono la ripresa con Germania e Francia che crescono dell’1,6 e dell’1,2 per cento rispettivamente, un aumento di quasi un terzo di punto percentuale rispetto allo scorso esercizio previsionale. Per l’Italia, le previsioni parlano di una crescita dello 0,5 per cento, un decimale in più di quanto ci si attendeva a gennaio.

Ma è la Spagna a confermarsi l’elemento di sorpresa nell’Eurozona, con un tasso previsto di espansione pari al 2,5 per cento, in rialzo di mezzo punto dallo scorso esercizio previsionale, sospinto da una favorevole dinamica del mercato del lavoro, dalle esportazioni trainate dal deprezzamento dell’euro e, infine, da un miglioramento dell’accesso al credito facilitato dalle politiche di Quantitative easing (o allentamento quantitativo) della Banca centrale europea.

Tra le economie emergenti, in Asia le previsioni per la Cina rimangono stabili al 6,8 per cento, mentre l’India registra una sorpresa positiva con un tasso di crescita in aumento al 7,5 per cento. Alla sostenuta dinamica dei giganti asiatici, si contrappongono le previsioni meno favorevoli di Russia e Brasile, il cui pil dovrebbe contrarsi, rispettivamente, del 3,8 e dell’1,1 per cento nell’anno in corso.

Eppure, a fronte della dinamica sostanzialmente invariata rispetto al precedente ciclo previsivo, le analisi dell’istituzione multilaterale rivelano un persistente deterioramento del tasso di crescita potenziale dell’economia mondiale negli anni a venire. Per le economie avanzate, la compressione del tasso potenziale era evidente già prima della crisi; l’eruzione di quest’ultima ha finito dunque con l’accentuare la dinamica già in atto. L’invecchiamento della popolazione, la caduta nella spesa degli investimenti e, durante la crisi, il deterioramento della situazione occupazionale hanno determinato tale ridimensionamento delle prospettive di crescita nel medio periodo rispetto al contesto pre-crisi. Per le economie emergenti, inoltre, si va attenuando l’elemento propulsivo che ne ha sospinto sinora la convergenza verso le economie avanzate.

La risposta, secondo l’istituzione di Washington, consiste nel sostenere la domanda aggregata nel breve periodo sfruttando tutti gli elementi di flessibilità disponibili, per esempio con politiche monetarie nell’Eurozona in cui l’inflazione dovrebbe rimanere sotto il 2 per cento fino al 2020. Allo stesso tempo, il Fmi raccomanda un aumento degli investimenti, infrastrutturali e in ricerca e sviluppo, per espandere l’offerta aggregata. L’Italia è il fanalino di coda: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono tra i più bassi tra le economie dell’Eurozona sia rispetto al pil sia come numero di addetti rispetto al totale degli occupati. Nel complesso, le analisi del Fmi aggiungono ulteriore urgenza alla necessità di introdurre riforme strutturali per dare più slancio alla crescita che, in Italia, vuole anche dire sostenibilità di un’enorme massa di debito pubblico che a febbraio, secondo la Banca d’Italia, ha raggiunto la nuova cifra record di 2.169,2 miliardi.

Magre consolazioni sul pil e una lunga lista di consigli. Il Fmi sull’Italia<!– –>

di Domenico Lombardi | 15 Aprile 2015 | Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/04/15/pil-italia-magre-consolazioni-e-una-lunga-lista-di-consigli-il-fmi___1-v-127795-rubriche_c283.htm

Rublo ko

imagesQ086ZYXS

 

 

 

 

1 -Il crollo  

Dopo l’ennesimo “lunedì nero”, il rublo è oggi la valuta con la peggiore performance al mondo: dall’inizio del 2014 si è svalutato di più del 50%. Il 1 gennaio 2014 un dollaro Usa valeva 32,66 rubli, oggi 66. Solo il 15 dicembre ha perso il 10% del suo valore contro il dollaro Usa in un giorno. 

2-Le regole

Il cambio del rublo viene stabilito dalla Banca Centrale russa sulla base delle contrattazioni valutarie alla Borsa di Mosca. Fino a un mese fa vigeva un “corridoio” del cambio, superati i limiti del quale la Banca Centrale interveniva comprando o vendendo valuta, ma ora il cambio è libero. Negli ultimi 12 mesi la Banca Centrale ha speso 80 miliardi di dollari di sue riserve per frenare la caduta del rublo. 

3-La corsa verso il dollaro e l’euro

Il rublo può essere scambiato liberamente con il dollaro e l’euro, e nelle città russe si incontrano a ogni angolo punti di cambio di contante. Oggi i pagamenti contanti in valuta estera e i cartellini dei prezzi in dollari, comuni negli anni ’90, sono proibiti, ma possedere monete estere e tenervi i propri risparmi è legale, e molto diffuso. Il ricordo della iperinflazione spinge ancora molti russi a cambiare i rubli che guadagnano in dollari o euro per tenerli a casa, oppure sul conto in banca. 

4-Il cambio del rublo  

E’ un indicatore di salute fondamentale per un’economia basata sulle materie prime come quella russa. La Russa ricava i tre quarti delle sue esportazioni dalle materie prime, in primo luogo petrolio e gas, i proventi dai quali vanno a comporre metà del bilancio dello Stato. Con i profitti energetici Mosca si paga più o meno tutto il resto: quasi la metà degli alimentari consumati dai russi vengono importati, e la quota delle componenti importate, e pagate in valuta estera, è molto alta anche per le industrie localizzate in Russia. Perciò una fluttuazione del cambio del rublo si riflette subito sui prezzi al dettaglio, e interi settori stanno risentendo della svalutazione.

5-Le cause  

Lo stop della crescita alimentata dal petrolio era stato pronosticato dal governo e dalle istituzioni economiche internazionali già l’anno scorso. Ma la crisi ucraina ha accelerato il declino: dall’inizio dell’anno la fuga di capitali da un Paese che gli investitori consideravano a rischio politico sempre maggiore ha superato i 100 miliardi di dollari. Di questi più di un terzo viene stimato sia stato comprato dai russi stessi, privati e società, che volevano mettere in sicurezza i loro soldi sbarazzandosi dei rubli.

6-Le sanzioni  

L’embargo dell’Ue e degli Usa contro la Russia per l’annessione della Crimea e l’ingerenza militare nell’Est ucraino ha ulteriormente aggravato la situazione: le banche e le grandi società statali russe si sono viste impedire l’accesso ai prestiti occidentali. Le scadenze dei pagamenti di fine anno – valutati in decine di miliardi di dollari – hanno aumentato la domanda di valute estere, senza più la possibilità di cercare credito all’estero. Tra le teorie del complotto che circolano a Mosca c’è anche quella che a far franare ieri il rublo sia stata la major petrolifera statale Rosneft, che avrebbe convertito precipitosamente in dollari i 625 miliardi di rubli di prestito ottenuto dal governo per far fronte alle sanzioni.

7-Il prezzo del petrolio  

E’ stato l’ultimo colpo. La precipitosa caduta del rublo negli ultimi due mesi è infatti quasi parallela a quella del prezzo del barile. Per un’economia basata sul petrolio non è difficile stimare le mancate entrate dalle esportazioni di greggio e gas (il cui prezzo viene calcolato in base a quello petrolifero). E siccome la Russia non offre praticamente nient’altro che possa interessare i mercati esteri, le sue prospettive vengono valutate negativamente dagli investitori.

8-La reazione

Le mosse del governo non hanno rassicurato i mercati. Due mesi fa Vladimir Putin aveva detto che la discesa del prezzo del barile a 80 dollari sarebbe stata “una catastrofe per l’economia mondiale”, e i suoi ministri consideravano impossibile un calo a 60. Oggi il barile viaggia verso i 55$, ma Putin ha firmato la finanziaria per il 2015 che si basa sulla previsione del prezzo medio per l’anno prossimo a 95$. Il presidente russo ha anche dato la colpa della caduta del rublo agli “speculatori”, rifiutandosi di ammettere la crisi. Solo dieci giorni fa il ministero dello Sviluppo economico ha ammesso che la Russia poteva entrare in recessione, stimandola al 0,8% e contando che il peggio sarebbe passato già per la metà del 2015. Oggi invece la Banca Centrale stima la recessione in un 5%, e questo oscillare dei pronostici non fa che spaventare ulteriormente i mercati.

9-Le conseguenze  

Il governo ha già varato tagli lineari del 10% alla spesa pubblica, già sforbiciata nei mesi scorsi soprattutto nella sanità e nell’istruzione. Mentre gli economisti discutono sull’entità della riduzione dei redditi reali dei russi, avvenuta per la prima volta in 15 anni di governo Putin, la vicepremier Olga Golodez prospetta un ricalcolo delle pensioni e pronostica un aumento del numero dei poveri, già stimati in 16 milioni su una popolazione di 144 milioni di persone. Il welfare basato sul petrolio è a rischio, anche se Putin qualche giorno fa ha consolato i russi: la svalutazione del rublo rispetto alle monete estere aiuterà il bilancio russo a quadrare nonostante le perdite dalle entrate petrolifere. In effetti la tassazione sull’esportazione di idrocarburi in Russia è calcolata in dollari, e quindi le minori entrate vengono in parte coperte dal cambio del rublo precipitato. Ma è una questione solo di numeri, mentre la svalutazione ha già colpito diversi settori, soprattutto legati alle importazioni. Le multinazionali presenti in Russia cambiano ogni giorno i cartellini dei prezzi, le prenotazioni per i viaggi all’estero per le vacanze di Natale sono più che dimezzate, e nei banchetti di cambio è frequente la scritta “dollari ed euro esauriti”, a dimostrazione che il panico non accenna a diminuire. 

10-Le prospettive  

La mossa della Banca Centrale di aumentare il costo del denaro dal 10,6% al 17% rischia, secondo molti esperti, di uccidere definitivamente le prospettive di crescita rendendo i crediti per banche e imprese troppo costosi. E’ a rischio anche il sistema dei mutui, che aveva contribuito negli anni precedenti al boom dei consumi. L’inflazione, già raddoppiata al 9% rispetto agli obiettivi della Banca Centrale per il 2014, non accenna a diminuire, mentre quasi tutte le statistiche sull’economia russa, dall’indice degli investimenti alla produzione industriale, segnano un meno. Anche se il Cremlino decidesse, come auspicano gli esperti internazionali, di fermare l’escalation con l’Occidente e lanciare riforme strutturali del sistema per renderlo più trasparente, liberalizzato e aperto, gli effetti non sarebbero certo immediati.

http://www.lastampa.it/2014/12/16/economia/crollo-del-rublo-le-cose-da-sapere-iR3ynxasGRsVJibA3WQFFJ/pagina.html

Crolla il rublo

images[5]Continua la caduta del rublo, che venerdì mattina in apertura delle contrattazioni ha toccato un nuovo record storico negativo a causa delle sanzioni occidentali per la crisi ucraina e il calo del prezzo del petrolio. Per la prima volta l’euro ha superato il valore di 60 rubli, mentre la valuta di Mosca si indebolisce anche contro il dollaro, fino a un minimo di 48,47. La banca centrale russa, ha di recente alzato i tassi di interesse portandoli dall’8 al 9,5% per arginare la flessione della moneta, mercoledì però ha annunciato che avrebbe drasticamente limitato gli interventi in difesa della valuta nazionale a un massimo di 350 milioni di dollari al giorno per sostenere il rublo. …

http://www.corriere.it/economia/14_novembre_07/crolla-rubo-riunione-d-emergenza-la-banca-centrale-russa-a897fd90-6667-11e4-a5a4-2fa60354234f.shtml