l mistero dei salari perduti

  C’è una cosa che accomuna Janet Yellen, Mario Draghi e gli altri colleghi delle banche centrali e non è quella che pensate: non è né l’ombra di una bolla finanziaria, né il trend delle valute. È la stessa preoccupazione che fa il giro degli uffici studi di grandi istituzioni come il Fmi, l’Ocse e la Bce e non è la prospettiva del commercio internazionale. Ci pensano sempre più spesso gli economisti di grido, a Harvard o al Mit, ma non è l’ombra della stagnazione secolare. La sorpresa è che quella preoccupazione è anche il cruccio quotidiano di Jeremy Corbyn e Susanna Camusso.

Il misterio del salario scomparso è il thriller dell’estate ed è ancora in attesa di una soluzione. Mai, nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari. Interi modelli econometrici sono costruiti sul presupposto che, quando l’economia riparte, le imprese assumono, i lavoratori diventano scarsi e, in base alla legge della domanda e dell’offerta, i salari salgono. Ma, questa volta, no: l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione. E non va bene affatto.

Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato. Peggio: il 70 per cento dell’economia moderna è fatto di consumi e se la gente non ha i soldi per comprare, il sistema resta, come Wile Coyote, sospeso nel vuoto. O, come ripete più solennemente Draghi, la ripresa non è in grado di sostenersi da sola. Da un anno, dunque, il dibattito economico mondiale è centrato, neanche fosse un congresso della IV Internazionale, su questo scollamento fra ripresa e salari. L’ultimo Outlook del Fmi dedica un intero capitolo alla questione, per sottolineare che ai capitalisti va sempre più grassa: la quota del lavoro sulla ricchezza nazionale è scesa dal 54 al 50 per cento negli ultimi decenni, un mutamento epocale nel rapporto di forza. I sindacati, lamentano quelli che, una volta, venivano definiti “i cani da guardia del neoliberismo” non sono stati in grado di contrastare due tendenze di fondo. Quelle che vengono subito alla mente: tecnologia e globalizzazione. Insieme sono responsabili dei tre quarti del declino del lavoro sul Pil in paesi come l’Italia e la Germania. La prima pesa, probabilmente, più della seconda: quest’anno le aziende della robotica tedesca aumenteranno il fatturato del 7 per cento e un economista, David Autor, calcola che ogni robot che entra in fabbrica cancella sei posti di lavoro (3 dentro e 3 nell’indotto).
L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro. Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività, è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio. Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta. Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi).
In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento. L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25. A Francoforte, sono tornati a giugno sull’argomento con un nuovo studio che illustra come funziona l’esercito industriale di riserva. In buona sostanza, spiegano le imprese, siamo in grado di “aggiustare” i salari, non tanto di chi è già dipendente, ma dei nuovi assunti.
Insomma, raccontano i ben torniti rapporti di istituzioni al di sopra di ogni sospetto di radicalismo, il monte salari non si muove perché le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso. Il futuro non sembra più confortante. Secondo due noti economisti, David Autor e Lawrence Katz, quel futuro, infatti, è delle aziende Superstar. Sono le imprese di successo, capaci di grande produttività, pochi lavoratori molto qualificati, grandi profitti. Man mano, negli Usa e in Europa, fanno fuori le altre, che hanno più lavoratori, ma sono meno produttive. I loro addetti sono ben pagati, ma sono pochi. La massa complessiva dei salari, quindi, diminuisce. Anche se per Draghi e Yellen è un problema.

MAURIZIO RICCI

 

Gli stipendi più bassi dell’Ue? Agli italiani

astipUna interessante fotografia sulla situazione dei salari dell’Unione Europea viene proposta questa volta dall’Eurostat, che nella sua indagine quadriennale nota come SES, Structure of earnings survey, mette in rilievo le forti disparità salariali tra Nord e Sud Europa. Prendendo come parametro di riferimento il salario medio lordo orario, i Paesi con le retribuzioni più alte sono la Danimarca con un’ora di lavoro retribuita 25,50 euro, l’Irlanda con 20,20 euro, la Svezia con 18,50 euro e il Lussemburgo con 18,40. In fondo alla classifica troviamo la Bulgaria con 1,70 euro per un’ora di lavoro, la Romania con 2 euro e la Lituania con 2,10 euro. L’Italia si assesta invece sulla media di 12,50 euro inferiore ai 15,70 della Germania e sotto la media dei Paesi dell’Eurozona pari 14 euro.
Emerge dunque un quadro che vede confermata la tendenza di un calo dei salari italiani rispetto alla media europea, come aveva rivelato la stessa Eurostat nel giugno di quest’anno. La retribuzione oraria dell’Italia è scesa a -0,5%, in controtendenza con il resto dei paesi dell’Ue dove è salita dell’1,7%. Esclusi i paesi baltici e dell’Est Europa, dove il livello dei salari è stato sempre inferiore rispetto alla media dell’Unione, il gap più rilevante è tra Nord e Sud Europa, nel quale Paesi come Portogallo vedono retribuzioni orarie di 5 euro, Cipro con 8,40 euro e la Spagna con 9,80 euro. I paesi «vincitori» dell’Eurozona come Germania, Olanda e Belgio hanno invece retribuzioni orarie 3 volte superiori al Portogallo.
Ma il dato più interessante è quello che riguarda la struttura del mercato del lavoro dei paesi dell’Unione, e in particolare la quota dei lavoratori con bassi salari rispetto al totale complessivo. A fare compagnia ai Paesi dell’Est Europa in questa classifica c’è la Germania con il 22,5% dei lavoratori tedeschi che ricevono un salario non superiore ai 400 euro. Un dato ben al di sopra della media Ue del 17,2%. Il fenomeno è facilmente giustificabile con la struttura del mercato del lavoro tedesco che negli anni 2000 è stato riformato attraverso le riforme Hartz che hanno portato decisamente verso il basso il livello dei salari. È la strategia perseguita dalla Germania dall’inizio dell’Eurozona con la quale ha realizzato enormi surplus commerciali a spese dei suoi vicini. Il costo della deflazione salariale è gravato soprattutto sulle spalle dei giovani.
L’identikit del lavoratore a basso costo è tracciato perfettamente dall’Eurostat: per la maggioranza si tratta di donne sotto i 30 anni con un livello di istruzione inferiore. Si conferma quindi la correlazione negativa tra salari più bassi e il livello di istruzione. Emerge quindi un quadro salariale dell’Ue dalle differenze profondamente marcate tra il Nord e il Sud Europa, nel quale l’euro ha certamente avuto un ruolo decisivo. Non va dimenticato, inoltre, che all’interno dell’Eurozona sono impossibili svalutazioni del cambio che consentirebbero ai paesi del Sud Europa, Italia in primis, di rilanciare il proprio export. Resta a disposizione solamente l’altro strumento della deflazione salariale, ma questa impedisce qualsiasi ipotesi di aumento della domanda interna e dei consumi domestici. I risultati sono una competizione al ribasso sul livello dei salari con la spirale deflattiva che continua ad affliggere l’Eurozona.

Cesare Sacchetti
LIBERO, 14 DICEMBRE 2016

Un numero racconta vent’anni

In un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.

Ma spesso un grafico vale più di mille parole: ……e chiedetevi che cosa ci è successo in questi vent’anni.

Dato che si tratta di produttività oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo. Questi numeri misurano la produttività di chi lavora, quando lavora. Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite. Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività oraria.

Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante. Facciamo peggio di altri che già crescono meno che in passato. Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività, peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario.

Come spiegare il caso italiano? Scartiamo subito la possibilità di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività non è facile, soprattutto nel settore dei servizi. Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei. Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perché vendute «in nero». Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo. Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero».

E allora? Ci sono varie possibilità. La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_21/alesina-giavazzi-7e0bdf2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

Petrolio, salari e Usa. Ecco perché adesso ritorna l’inflazione

 
 iflazz«La notizia della mia morte è fortemente esagerata». Le parole di Mark Twain sono le più adatte a descrivere il ritorno dell’inflazione, che ha rialzato la testa nonostante le cupe predizioni di una deflazione secolare.
Gli ultimi dati dell’Ocse mostrano come a settembre nei Paesi ricchi i prezzi siano cresciuti a un ritmo annuale dell’1,2%, il tasso più alto da inizio anno. Negli Usa, l’inflazione è ormai all’1,6%, mentre nel Regno Unito, si è attestata allo 0,9%. Anche nell’eurozona il dato ha toccato lo 0,5%, il massimo da due anni e mezzo.
Questi numeri sono ovviamente ancora inferiori a quel 2% che la maggioranza degli economisti ritiene essere la giusta àncora di stabilità dei prezzi. Molte banche centrali stanno però già rispondendo: Janet Yellen, presidente della Us Federal Reserve, ha fatto intendere ieri che un rialzo dei tassi a dicembre è molto probabile. Le possibilità di un nuovo stimolo monetario nel Regno Unito dopo quello di agosto si sono di fatto azzerate. La causa è proprio la prospettiva di un’accelerazione dei prezzi legata anche alla svalutazione della sterlina dopo il referendum su Brexit.
Il segnale più visibile del ritorno dell’inflazione è nel mercato delle obbligazioni, dove gli investitori stanno chiedendo tassi più alti per compensare il rischio di un aumento dei prezzi. I bond decennali del governo Usa sono oltre il 2,20%. Anche nell’eurozona i rendimenti sono risaliti: i Btp a 10 anni erano ieri al 2,09%, con uno spread di 181 punti base rispetto al bund tedesco che, comunque, è tornato in territorio positivo dopo essere stato a lungo sottozero.
La recente accelerazione dei prezzi ha prima di tutto a che fare con il costo delle materie prime e, soprattutto, del petrolio. Tra giugno 2014 e gennaio 2016, il prezzo del Brent è sceso del 75%, arrivando a 29 dollari al barile. Da allora, il petrolio è risalito fino ai 47 dollari, contribuendo in maniera meccanica a spingere in su l’inflazione. L’altro motivo ha a che fare con la tiepida ripresa dei salari che si è palesata negli Stati Uniti, in Germania e soprattutto in Gran Bretagna.
Guardando avanti, gli spiriti animali degli investitori sono eccitati dalla prospettiva di un corposo taglio delle tasse da parte del presidente eletto Usa Donald Trump. Una manovra espansiva in una fase di crescita avrebbe l’effetto immediato di far avanzare ancora l’inflazione Usa. Misure protezioniste, come dazi sui prodotti provenienti da Cina e Messico e restrizioni all’immigrazione, potrebbero aggiungere secondo alcuni fondi, circa 0,3 punti percentuali agli indici di crescita dei prezzi. Le importazioni dall’America spingerebbero in alto i prezzi nel resto del mondo, contribuendo a una reflazione globale. Non è un caso che le aspettative di inflazione siano in rapida risalita.
C’è però chi la reflazione ancora non la vede: in Italia, per esempio, i prezzi sono scesi dello 0,2% a ottobre. Anche la Banca centrale europea non è convinta che le tendenze inflazionistiche siano durature. Nei resoconti della riunione del consiglio direttivo di ottobre pubblicati ieri, si legge come i banchieri centrali guidati da Mario Draghi restino convinti che la ripresa europea rimanga debole e dipenda in larga parte dalla politica monetaria espansiva della stessa Bce. L’inflazione “core”, che toglie gli elementi di volatilità come il petrolio, è bloccata allo 0,75% e Draghi ha detto che questo indicatore sarà importante per le decisioni future di Francoforte. Pertanto, nonostante la resurrezione dell’inflazione, molti analisti non si aspettano che la Bce interrompa gli acquisti di bond in scadenza a marzo 2017.
Ferdinando Giugliano
la Repubblica, venerdì 18 novembre 2016

La sindrome di Woody Allen che affligge i mercati

wa«Dio è morto, Marx è morto e anch’io mi sento poco bene». I mercati finanziari sembrano ormai afflitti dalla sindrome di «Woody Allen»: le banche centrali danno l’impressione di avere perso la bussola, l’economia sembra non rispettare più le regole basilari e – in questo contesto – anche i mercati non si sentono più molto bene. È per questo che navigano a vista. Seguendo di tanto in tanto brevi “mode” passeggere (il rallentamento cinese a inizio anno, la caduta del petrolio a febbraio, la crisi delle banche europee in primavera o l’incubo Brexit a giugno), destinate ad essere sostituite da altre “mode” altrettanto fugaci. Ma senza una visione del futuro. Senza un trend vero. Senza sapere dove stiano andando davvero. Basta parlare con qualunque strategist o investitore per capirlo: l’unica cosa che li accomuna è l’incertezza e la scarsa visibilità sul futuro.
Nella settimana in cui la Federal Reserve Usa e la Bank of Japan sono chiamate a decidere sulla loro politica monetaria (oppure a non decidere), la sindrome di Woody Allen appare nella sua piena evidenza. È ovvio infatti che le banche centrali siano in una fase di stallo. La Federal Reserve dovrebbe alzare i tassi d’interesse, perché l’economia Usa cresce e la disoccupazione è quasi completamente debellata. Ma tranne sorprese clamorose, anche alla luce della spaccatura all’interno del suo board, non farà nulla questa settimana. E forse non farà niente neppure nei prossimi mesi: perché i rischi (per l’economia Usa e per quella globale) sono elevati. E perché c’è sempre un motivo per aspettare. La Bank of Japan potrebbe ridurre i tassi o pigiare ulteriormente l’acceleratore della sua politica monetaria ultra-espansiva, ma in un contesto di scetticismo collettivo: ormai il dibattito verte più sugli effetti collaterali delle sue decisioni (per esempio sulle banche e sui fondi pensione) che sui benefici. E anche la Bce è in una fase di ripensamento della politica monetaria, spaccata anch’essa al suo interno. Morale: le banche centrali, che per anni sono state il “faro” dei mercati finanziari, ora sono diventate uno dei loro principali elementi di incertezza.
Anche i fondamentali economici, tradizionale bussola dei mercati, ormai sembrano parlare una lingua difficile da capire. Prendiamo l’economia Usa. La crescita del Pil c’è, la disoccupazione è ai minimi. Eppure tutti sanno che la qualità del lavoro è molto bassa, che la partecipazione al mercato del lavoro è sui minimi da decenni e che gli stipendi – stranamente data la vitalità della congiuntura – crescono poco. Le regole basilari dell’economia sembrano stravolte: perché il calo della disoccupazione non è accompagnato da un aumento vero dei salari? E poi: perché al calo della disoccupazione non corrisponde una crescita vera dell’inflazione? Forse proprio perché la ripresa dell’occupazione è di bassa qualità. O forse perché l’economia globale, non solo quella statunitense, sta cambiando strutturalmente: l’invecchiamento della popolazione, la digitalizzazione e tanti fenomeni globali hanno impatti consistenti ma difficili da decifrare. Qualcuno pensa che proprio questi cambiamenti strutturali stiano portando il mondo verso una «stagnazione secolare». Qualcuno ritiene che l’inflazione non risalirà mai e che le banche centrali perseguano ormai l’obiettivo sbagliato. Ma, in realtà, in pochi riescono davvero a decifrare mutamenti così complessi e così inediti. A partire dalle stesse banche centrali.
In un contesto così incerto, è ovvio che i mercati siano afflitti dalla sindrome di Woody Allen. Ed è altresì ovvio che siano dominati dai day trader (anch’essi ormai in gran parte computerizzati), che si muovono seguendo correlazioni momentanee oppure eventi sporadici. A inizio anno era il rallentamento economico della Cina a preoccupare tutti: così gli algoritmi muovevano tutte le Borse sincronizzandole con le notizie che uscivano da Pechino o da Shanghai. Poi è diventato il petrolio, che continuava a crollare, il focus: ad ogni sussulto del greggio, dunque, le Borse si muovevano in alto o in basso. Poi è arrivato l’isterismo da banche. Poi Brexit. Qualcuno pensa che il prossimo focus riguarderà gli utili delle aziende americane, qualcuno ritiene che saranno ancora le banche centrali a dettare il ritmo sulle Borse. Qualcuno teme che presto scoppierà una delle tante bolle speculative che il quantitative easing ha gonfiato. Ma, in questa era degli algoritmi, nessuno davvero lo sa.

Morya Longo
Il Sole 24 ore 20 settembre 2016

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-19/la-sindrome-woody-allen-che-affligge-mercati-213626.shtml?uuid=ADFP57MB

 

Dal 2 novembre le donne lavorano gratis

gendergapÈ come se da lunedì 2 novembre smettessero di essere pagate, pur continuando a lavorare. È quanto capita alle lavoratrici europee, colpite dal ‘gender gap’, la differenza di salario percepito rispetto ai colleghi uomini. In Europa per lo stesso impiego le donne sono pagate il 16,3% in meno per ora lavorata rispetto ai maschi: in pratica lavorano gratuitamente 59 giorni all’anno. Ed è come se quest’anno smettessero di essere pagate lunedì scorso. È quanto si sottolinea in un rapporto della Commissione europea sulla differenza di salario fra uomini e donne.

Una situazione, si sottolinea nel rapporto, causata da una retribuzione oraria inferiore per le donne, da un numero inferiore di ore di lavoro retribuito e da minore tasso di occupazione, spesso dovuto a interruzioni di carriera per prendersi cura di figli o famigliari. Su questo fronte l’Italia è uno dei Paesi più virtuosi dell’Unione europea: il divario retributivo di genere medio è del 7,3%, dietro Slovenia, Malta e Polonia.

La differenza di salario per ora lavorata produce un risultato ancora più significativo sulle pensioni. Alla fine della vita lavorativa le donne ricevono mediamente un assegno pensionistico del 39% inferiore a quello degli uomini.

Eppure se venisse affidato più potere alle donne, secondo l’Fmi, si combatterebbero le diseguaglianze e si spingerebbe la economica. Nonostante i progressi degli ultimi anni, le donne al lavoro sono ancora decisamente meno rispetto agli uomini. Così come le loro buste paga sono in media 15 punti percentuali più leggere di quelle degli uomini.

A scattare la fotografia delle donne nell’economia è il Fmi, sottolineando che il sesso debole resta ancora indietro rispetto agli uomini sia nei paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo, mentre potrebbe rappresentare un ‘motore’ per la ripresa economica in grado di aiutare a sconfiggere la nuova piaga del secolo, ovvero le diseguaglianze dei redditi, che si accentuate con la crisi finanziaria. Il Fondo invita ad agire ammettendo però che non c’è una “bacchetta magica”. E questo perchè i problemi variano: nelle economie avanzate il divario fra donne e uomini riguarda la partecipazione economica; nelle economie in via di sviluppo, invece, il gap è relativo all’istruzione e alla sanità, che sono i maggiori ostacoli a una più equa distribuzione.

“I gap elevati nella partecipazione al mercato del lavoro fra donne e uomini si traducono in diseguaglianze di profitti fra i due sessi, e creano diseguaglianze nei redditi” afferma il Fondo, proponendo la propria ricetta per ridurre e abolire il divario fra donne e uomini. La ricetta si basa su quattro pilastri: la rimozione delle restrizioni legali basate sul sesso, la revisione delle politiche fiscali per incoraggiare le donne a entrare nel mercato del lavoro, creare spazio nei budget pubblici per le spese prioritarie quali le infrastrutture e l’istruzione, e l’attuazione di benefit per le famiglie.

Il divario fra donne e uomini al lavoro si è ridotto negli ultimi 20 anni, calando in media di otto punti percentuali nei paesi Ocse. Un risultato in parte legato all’aumento della disoccupazione maschile con la crisi finanziaria. Il divario da un punto di vista dei salati si è ridotto di quattro punti percentuali, ma le donne continuano a guadagnare in media il 15% in meno rispetto agli uomini.

http://www.huffingtonpost.it/2015/11/03/donne-lavorano-gratis-gender-gap_n_8459354.html

What’s Wrong With The Economy

imagfgjfgfkfdjfgkSiamo nel cuore di un’economia che cresce da 6 anni. Ha creato 15 milioni di posti di lavoro. Ha ridotto la disoccupazione al 5,5%. E ben presto dovrà alzare i suoi tassi d’interesse a conferma della cessata emergenza. Eppure proprio qui a New York si è tenuto un summit con premi Nobel e guru dal mondo intero, sulla “stagnazione secolare” che incombe. Uno scenario da incubo, «certamente ancora più plausibile per l’Europa» secondo l’economista Paul Krugman, ma che anche in America è all’ordine del giorno. E si collega con quello che la Federal Reserve decide in queste ore (l’annuncio sarà dato domani): a quando fissare l’inizio di una risalita del costo del denaro.

Vista da qualunque altra parte del mondo – dall’eurozona o dalla Russia, dal Brasile e ora perfino dalla Cina – l’economia americana sembra scoppiare di salute: l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale. Vista da vicino, è meno esaltante. “What’s Wrong With The Economy”, che cosa non funziona nell’economia, è la conferenza che ha riunito esperti da tutto il mondo sotto l’egida della New York Review of Books e della New York University. Al centro: la stagnazione secolare, un termine coniato per la prima volta nel 1938 da Alvin Hansen, quando l’economia mondiale era intrappolata nella Grande Depressione. A rilanciare questo termine è stato di recente l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama. E ora tutti lo riprendono: il Fondo monetario internazionale; la Banca d’Inghilterra; l’ufficio studi della Citibank, una delle maggiori banche di Wall Street. Nella versione aggiornata, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. La storia del capitalismo moderno è una combinazione di questi fattori: una popolazione crescente allarga le dimensioni del mercato per prodotti e servizi; un flusso di invenzioni e innovazioni aumenta la produttività del lavoro umano. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumenta la quota di anziani che escono dall’età lavorativa. Nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente – con rare eccezioni – e il più grosso di tutti cioè la Cina ha già imboccato la strada dell’invecchiamento demografico.
Un segnale di stagnazione secolare viene proprio dai tassi d’interesse. Crescita debole più deflazione (prezzi immobili o addirittura in calo come per il petrolio) hanno costretto le banche centrali a sfoderare terapie eccezionali. La prima fu la Federal Reserve che già sei anni fa cominciò a stampar moneta per acquistare bond (4.500 miliardi di dollari), inondare l’economia reale di liquidità, ridurre il costo del credito, rianimare gli investimenti. A qualcosa è servito, visto che il Pil Usa cresce dall’estate del 2009. Ma perfino qui in America, Ground Zero di questo esperimento monetario eccezionale, c’è qualcosa che non va. Al di là della disoccupazione ufficiale, c’è tanta disoccupazione nascosta (11% della forza lavoro se si cumulano i dati). I salari sono quasi fermi. Il potere d’acquisto delle famiglie ristagna. Siamo ben lungi da uno sviluppo paragonabile agli anni ’60 e ’70. Nel summit newyorchese si sono alternati esperti come Lord Skidelsky, Gerald Epstein, Benjamin Friedman, David Colander, i Nobel Edmund Phelps e Krugman. Il Fondo monetario, sposando le tesi di Thomas Piketty, afferma un nesso tra stagnazione e diseguaglianze: la ricchezza mal distribuita, concentrata in una minoranza della popolazione, non alimenta più i consumi. Alcuni settori – in America la sanità – prelevano rendite parassitarie che comprimono il reddito disponibile della middle class. Il tasso zero crea bolle speculative che mascherano questi problemi strutturali?
Jacob Hacker di Yale, il teorico della società “winner-take-all” (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita) elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni ». E soprattutto la nuova parola d’ordine “Pre-distribution”. Pre-distribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex-post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale per tutti all’istruzione di alta qualità (pre-distribuzione).
Il Nobel Edmund Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c’è un altro freno alla ripresa delle buste paga.
Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali? Domani Janet Yellen dovrà dirci se davvero l’America può considerarsi “guarita”, almeno secondo la Fed, e rientrare nel territorio familiare dove il denaro rende qualcosa.
Ma i Nobel riaccendono l’allarme ora il rischio è la stagnazione secolare
FEDERICO RAMPINI  la Repubblica  – 17 mar 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/03/ma-i-nobel-riaccendono-lallarme-ora-il-rischio-e-la-stagnazione-secolare/