Il dado invisibile

 

mnplyOttant’anni di Monopoly: 300 versioni ufficiali tradotte in 47 lingue e localizzate in 114 paesi, oltre un miliardo di giocatori nel mondo, innumerevoli sfide in famiglia – appena più serene di quelle immortalate nella casa al lago di Janice Soprano o nei bagni di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, con Jack Nicholson costretto a pacificare la compagnia di picchiatelli a colpi di doccino.

 

Tutto merito, secondo la vulgata, dell’estro di Charles Darrow, un quarantacinquenne di Filadelfia a cui la Grande depressione aveva sottratto il lavoro, ma non la voglia di mettere a profitto quell’inatteso esubero di tempo libero. Il prototipo nacque nel suo salotto: un pezzo di tela cerata per il tabellone, i ciondoli di un braccialetto come segnaposto, i talloncini compilati a mano con i luoghi della sbrilluccicosa Atlantic City: dal quartiere periferico di Marven Gardens – inavvertitamente ribattezzato in “Marvin Gardens”: è uno dei refusi più longevi della storia americana – a quella Boardwalk su cui tante volte abbiamo ammirato sfilare gl’impeccabili tre pezzi di Steve Buscemi.

 

Darrow tentò di vendere la propria creatura alla Parker Brothers, che declinò enucleando cinquantadue “errori fondamentali”, destinati a ostacolarne irrimediabilmente il successo. E però, quando Darrow avviò la produzione in proprio e cominciò a distribuire il gioco nei grandi magazzini di Filadelfia, la risposta del pubblico propiziò un ripensamento. L’azienda acquistò non solo il brevetto, ma anche l’inventario, che già contava quasi 6.000 esemplari: un’inezia rispetto agli oltre due milioni che sarebbero stati smerciati nei successivi diciotto mesi.

 

Ma l’epopea di Darrow è un’illustrazione assai parziale della storia del Monopoly. All’inizio del secolo, Lizzie Magie era una giovane stenografa con ambizioni letterarie e una fascinazione per le idee di Henry George, che le erano state tramandate dal padre. Pensatore originale e sostanzialmente autodidatta, George fu un autore di straordinaria rilevanza nel dibattito politico-economico di fine Ottocento: “Progress and poverty”, il suo lavoro più celebre, vendette oltre tre milioni di copie. La sua elaborazione conteneva elementi che lo resero gradito tanto ai liberisti – fu un ardente sostenitore del libero scambio – quanto ai socialisti – con la sua fiera opposizione a tutte le rendite.

 

In particolare, sviluppando suggestioni già presenti in Mill e Ricardo, George prese di mira l’istituto della proprietà fondiaria, giungendo a sostenere l’illegittimità di ogni forma di controllo esclusivo su beni che andavano considerati di pertinenza comune di tutti gli uomini. Per eliminare il problema alla radice, propugnò la sostituzione di tutti i tributi con un’imposta da applicarsi sul valore fondiario, che considerava una forma di ricchezza immeritata. Sarebbe facile obiettare che il prezzo della nuda terra incorpora l’attesa dei miglioramenti umani – ma divaghiamo. L’imposta unica avrebbe generato tutto il gettito necessario alle esigenze comuni e avrebbe prodotto una redistribuzione della terra appropriata ma inutilizzata.

 

Alla ricerca di uno strumento didattico per popolarizzare queste teorie, la Magie iniziò a lavorare a un gioco da tavolo; il suo Landlord’s Game fu brevettato nel 1904 e poi, di nuovo, nel 1924. Il tabellone era simile a quello che conosciamo – dove oggi c’è la casella del via, c’era la munifica Madre Terra – ma i giocatori potevano scegliere tra due regolamenti: quello monopolistico e quello georgista, in cui le rendite erano incassate dall’erario e lotti e stazioni finivano progressivamente nazionalizzati.

 

Secondo Mary Pilon, che alla storia del gioco ha dedicato il libro “The Monopolists: Obsession, Fury, and the Scandal Behind the World’s Favorite Board Game”, si trattava di un modo per istruire il 99 per cento sull’ineguaglianza dei redditi. Inutile dire che il 99 per cento – più interessato al profilo ludico che a quello formativo – preferì in massa il “monopoly game”; e proprio questa versione, attraverso una vasta successione di evoluzioni caserecce, giunse fino a Darrow.

 

Il passatempo sbarcò quasi immediatamente anche in Italia, importato dalla neonata Editrice Giochi in un’inattaccabile versione autarchica: il nome s’imbastardì in “Monòpoli” e la toponomastica milaneseggiante era a prova di MinCulPop, con i giocatori invitati a districarsi tra via Vittorio Emanuele, i Giardini Margherita, largo Littorio e via del Fascio – ma anche corso Impero e l’iconico Parco della Vittoria, indicazioni abbastanza ambigue da sopravvivere al repulisti repubblicano, ma evidentemente intonate alle pulsioni espansionistiche del regime. La grande propensione al riadattamento (geografico o tematico) è, senza dubbio, una delle chiavi del successo duraturo del gioco – talora si è spinta sin troppo in là: si pensi alla raccapricciante versione cashless, molto apprezzata negli ambienti dell’Agenzia delle entrate.

 

Il più potente richiamo del Monopoly, però, resta l’adrenalina dell’affare, l’identificazione con il nostro tycoon interiore. Gioco e gioco economico si rincorrono, come aveva intuito confusamente Lizzie Magie, come sanno bene gli ex studenti di economia che, all’Università di Chicago, sul finire degli anni ’70, conciliarono la devozione al Monopoly e quella a Milton Friedman ottenendo che questi ne autografasse un esemplare – il maestro vi appose le parole “down with”, per formare un evocativo “abbasso il monopolio”. In una nottata leggendaria, poi ripercorsa sul New York Times, la ribellione ai lacci e lacciuoli del regolamento: ogni giocatore avrebbe potuto edificare senz’altro limite che quello fisico del tabellone. L’ammutinamento mercatista si scontrò con i vincoli di liquidità: fu allora che i giovani adepti monetaristi rinnegarono se stessi, stampando moneta e avvitandosi in un turbine inflazionistico.

 

E pensare che il gioco avrebbe, senza il bisogno di snaturarne lo svolgimento, molti insegnamenti salutari da distillare: sull’imputazione a ritroso del prezzo, sulla struttura di produzione, sul ruolo fondamentale dell’accumulazione di capitale, sul pericolo d’investimenti non sufficientemente ponderati. Certo, vi resta legata un’idea bellicosa del commercio, irrealistica e fuorviante; ma si tratta di una licenza che ci sentiamo di condonare, purché si tenga a mente che, al di là dal tabellone, il mercato non è un gioco a somma zero. Abbasso il monopolio, lunga vita al Monopoly.

Massimiliano Trovato

Il Foglio 3 gennaio 2016

 

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/01/03/monopoli-il-dado-invisibile___1-v-136594-rubriche_c502.htm

 

 

La mano visibile

hannA proposito di Adam Smith, considerato da molti il padre dell’economia politica e da tutti il capostipite della sua scuola classica, Sergio Ricossa una volta ha scritto: “Adam Smith (1723-1790) nacque a Kirkcaldy in Scozia, figlio di un pubblico funzionario che tra l’altro esercitò la professione di controllore delle dogane. A quattro anni il bambino venne temporaneamente rapito da una banda di zingari, unica avventura in una vita altrimenti calma e senza drammi. Al Glasgow College incontrò Francis Hutcheson, professore di filosofia morale, che lo introdusse all’illuminismo scozzese, che la nostra storiografia generalmente subordina all’illuminismo francese, ma che invece meriterebbe un posto superiore”. E questa suggerita da Ricossa, a oltre due secoli di distanza dalla scomparsa di Adam Smith, non sembra essere l’unica utile opera di revisionismo storico e intellettuale da compiere sul conto dell’autore de “La ricchezza delle nazioni”. Così perlomeno la pensa Douglas A. Irwin, economista e storico dell’economia al Dartmouth College, ateneo dello stato americano del New Hampshire che figura tra gli otto della prestigiosa Ivy League.

Irwin ha di recente pubblicato un saggio di una quarantina di pagine – “Adam Smith’s tolerable administration of justice and the wealth of nations” – da cui emerge che Smith dimostrò di saperla lunga quando coniò la nota metafora del mercato come “mano invisibile”, ma che fu altrettanto preveggente nel tratteggiare il ruolo di una sorta di “mano visibile” in mancanza della quale è impossibile lo sviluppo economico e sociale di uno stato. Questa “mano visibile” – espressione che Smith non ha mai usato, s’intenda – è metafora di un’amministrazione tollerabile e degna della giustizia.

 

Procediamo con ordine. Smith, nella sua opera “La Ricchezza delle Nazioni” (1776), avviò una sistematizzazione del pensiero economico sullo sviluppo dell’economia di mercato. Sua è l’idea che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio, o del fornaio che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro considerazione del proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo (self-love), e ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità”. Segue un’altra fortunatissima formula: il detentore di capitale, “perseguendo il proprio interesse (…) è condotto come da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni”. Così Smith spiega a se stesso e ai lettori il sentimento di meraviglia provato dinnanzi allo “spettacolo del mercato, dove dal caos apparente nasceva un ordine sociale” (Ricossa). Non a caso “La ricchezza delle nazioni” si apre con una lunga e dettagliata descrizione dei capillari rapporti di produzione che stanno dietro a un semplice “abito di lana”: il pastore, il selezionatore di lana, il pettinatore, il tintore, il filatore, il tessitore, il follatore, l’apprettatore e “molti altri devono mettere insieme le loro differenti arti al fine di portare a termine anche solo questa produzione casalinga”. E ancora: mercanti, vetturali, costruttori di navi, marinai, velai, cordai, “devono essere stati impiegati al fine di mettere insieme le differenti sostanze usate dal tintore, spesso provenienti dagli angoli più remoti della terra!”. E così via, fino ai minatori e ai taglialegna. Tutto ciò “non è originariamente l’effetto di una saggezza umana che prevede e persegue quella generale opulenza che determina”.

 

Irwin, con le sue nuove ricerche sul pensatore scozzese, non intende accodarsi a quanti, in questi ultimi decenni, hanno tentato di ribaltare il senso del messaggio di Smith. Non vuole negare le conclusioni ancora oggi profondamente originali e spiazzanti della “Ricchezza delle Nazioni”, quelle per cui noi umani ci troviamo (fortunatamente) immersi negli effetti non intenzionali di tanti atti di egoismo, perché l’individuo “ricercando il proprio interesse promuove frequentemente quello della società, più efficacemente di quanto accadrebbe se nell’agire si proponesse di seguire l’interesse generale”. (…)

 

Irwin dunque apre il suo lavoro, pubblicato in una collana del National Bureau of Economic Research americano, ribadendo che “forse la domanda più importante di tutta la disciplina economica è perché alcuni paesi siano ricchi e altri poveri. Questa era anche la domanda fondamentale posta da Adam Smith nella sua ‘Ricchezza delle nazioni’, giustamente interpretato come il testo fondativo della disciplina”. La risposta di Smith, secondo Irwin, si trova all’inizio del primo libro che compone l’opera: il reddito di un paese dipende dalla produttività della sua forza lavoro che, a sua volta, dipende dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro guidate dagli scambi e consentite dall’estensione del mercato. La “mano invisibile”, insomma. Questa risposta fa scaturire subito una seconda domanda, secondo Irwin: “Come è possibile che alcuni paesi siano in grado di avvantaggiarsi della divisione del lavoro, e altri invece no?”. Qui interviene l’aspetto più originale dell’analisi del professore del Dartmouth College, frutto di una lettura approfondita e sistematica degli scritti di Smith che lo spinge a rivalutare “un aspetto finora negletto” del lavoro del pensatore scozzese: “In fin dei conti, Smith fornisce una risposta anche a questa seconda domanda: la sicurezza dei diritti di proprietà. (…) Nel 1755, oltre un decennio prima della pubblicazione de ‘La ricchezza delle nazioni’, Smith scrisse una singola frase che racchiude larga parte del suo pensiero sullo sviluppo economico: ‘Non è richiesto molto altro, per condurre un paese dallo stato di barbarie più deprimente al livello più alto di opulenza, se non la pace, una tassazione non asfissiante e un’amministrazione tollerabile della giustizia. Tutto il resto discende dal naturale corso delle cose’”. (…….)

di Marco Valerio Lo Prete   Il Foglio 16 Febbraio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/125655/rubriche/rileggere-adam-smith-la-mano-visibile.htm

Abstract

In the Wealth of Nations, Adam Smith argues that a country’s national income depends on its labor productivity, which in turn hinges on the division of labor. But why are some countries able to take advantage of the division of labor and become rich, while others fail to do so and remain poor? Smith’s answer, in an important but neglected theme of his work, is the security of property rights that enable individuals to “secure the fruits of their own labor” and allow the division of labor to occur. Countries that can establish a “tolerable administration of justice” to secure property rights and allow investment and exchange to take place will see economic progress take place. Smith’s emphasis on a country’s “institutions” in determining its relative income has been supported by recent empirical work on economic development.

http://www.nber.org/papers/w20636

 

 

Il baratto torna di moda

barattoUn tempo beni effimeri, oggi linfa economica. Da qui nascono gli Swap party, ovvero feste del baratto dello scambio. Come quelli organizzati non solo a Manhattan dove sono nati, ma anche in Italia. Più che una moda, ormai, una necessità come racconta Ilaria Aquili che già da qualche anno ne organizza nella Capitale uno ogni tre domeniche aprendo, ora, anche a giornate dedicate esclusivamente ai più piccoli grazie al riciclo dei giocattoli. Abiti, scarpe, accessori ma non solo: un modo comodo di riciclare e rifarsi un armadio. E in tempi di crisi a finire nei mercatini dello scambio o in una dei tanti party creati ad hoc non sono solo più gli abiti ma anche telefonini, piccoli elettrodomestici.

Non mancano, ora, neppure i gruppi su Facebook: piccole mecche virtuali della moda utili quanto, in alcuni casi, esclusivi dove una borsa un tempo tanto amata può essere utile per accaparrarsi un pantalone sospirato a lungo.

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/01/09/news/co_vivere_ai_tempi_della_crisi_lo_swap-50048276/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2013%2F01%2F09%2Fnews%2Fco%2Dvivere_ai_tempi_della_crisi%2D48612629%2F