L’Europa ha bisogno di una frontiera unica

schenL’Europa avrà presto o tardi una unica frontiera, quella esterna. Negli ultimi tre mesi dello scorso anno, circa un milione di persone ha varcato illegalmente i confini europei e su quei confini, dal 1988, sono morte circa 28 mila persone. Sono problemi che non possono essere gestiti da un solo Paese, ad esempio dalla Grecia o dall’Italia, anche perché la maggior parte dei migranti non vuole stabilirsi in queste nazioni, ma attraversarle per stabilirsi in altre, più al Nord.

Singoli Stati si oppongono alla cessione di sovranità che questo comporta, ma dovranno necessariamente cedere, perché la storia ha dimostrato che le migrazioni esercitano pressioni alle quali anche l’enorme muro innalzato tra Stati Uniti e Messico non riesce a resistere. Occorre, quindi, cooperare. E per cooperare l’Unione Europea ha istituito due organismi. Il primo è l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione (Frontex), operante dal 2004. Il secondo è l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, del 2010. Questi uffici agiscono in collaborazione con l’Europol. Per capire l’importanza della loro azione, ricorderò che Frontex ha solo in Grecia più di 700 addetti e altri ne sta cercando.

L’idea di nazione è associata a un territorio delimitato da una frontiera, un confine, entro il quale si esercita la sovranità dello Stato. Il confine è un elemento di organizzazione dello spazio, opera come un dispositivo di inclusione e di esclusione.

Ma territorio e confini si indeboliscono. Le comunicazioni superano i territori e non possono essere tenute completamente sotto controllo dagli Stati (basti pensare a Internet). I confini sono sempre più porosi: vengono varcati, si perdono, si rafforzano, avanzano, arretrano, si ridefiniscono. Sono ogni giorno superati da una enorme quantità di merci. Il commercio internazionale, misurato dall’Organizzazione mondiale del commercio in dollari, nel 2014 ammontava a 19 trilioni (merci) e 5 trilioni (servizi). In altri casi, i confini scompaiono: quelli tra la Siria e l’Iraq, nella zona sotto il controllo di fatto del cosiddetto Stato Islamico, non esistono più.

Vi sono poi frontiere che arretrano e frontiere che avanzano. Nel 1996, pur rimanendo fermi i confini cartografici, i confini definiti degli Stati Uniti, ai fini dell’immigrazione, sono stati arretrati di 100 miglia. Gli immigrati irregolari colti entro le 100 miglia dalla frontiera cartografica vengono trattati come se stessero sulla linea di confine.

In altri casi, le frontiere sono spostate in avanti. Ad esempio, la guardia costiera americana, operando fuori delle acque territoriali, ha intercettato nel 1991 imbarcazioni che trasportavano migranti che fuggivano da Haiti verso la Florida e li ha riportati ad Haiti, rimpatriandoli con la forza, senza assicurarsi che non fossero rifugiati.

Infine, si ridisegnano le frontiere dell’Unione Europea. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ha previsto un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne. La Convenzione di Schengen, entrata in vigore nel 1995, e il codice frontiere di Schengen del 2006 hanno disciplinato frontiere esterne e frontiere interne, regolando le verifiche da compiere, disponendo comuni regole su visti e diritto di asilo. Alla Convenzione di Schengen partecipano 22 Paesi membri dell’Unione Europea e quattro Paesi esterni (Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera). È allo studio della Commissione europea la creazione di una Guardia europea delle frontiere e delle coste comunitarie.

Il dibattito in corso sull’applicazione del trattato di Schengen verte sul ruolo che debbono giocare le frontiere interne rispetto a quelle esterne. Gli Stati europei centrali richiedono a quelli periferici di gestire l’immigrazione, quelli periferici che questo avvenga a carico dell’Unione e con la distribuzione degli immigrati tra i diversi Paesi europei. Pretendere, in questa situazione magmatica, di irrigidire i vecchi confini nazionali, invece di cooperare per il rispetto di una unica frontiera, è illusorio.

Sabino Cassese

Corriere della  Sera,  3 marzo 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_aprile_03/europa-ha-bisogno-una-frontiere-unica-12083cee-f902-11e5-b97f-6d5a0a6f6065.shtml

Schengen, l’addio costa 100 miliardi

scesceL’addio a Schengen potrebbe costare all’Europa fino a 100 miliardi l’anno. A calcolare i danni economici di un ripristino delle frontiere legato alla crisi-rifugiati è stato France Strategie, autorevole think-tank governativo francese: un intervento soft e ridotto nel tempo – spiega lo studio – avrebbe effetti relativamente “limitati” e colpirebbe soprattutto il turismo giornaliero e dei week-end (previsti in calo del 5 e del 2,5%), i lavoratori transfrontalieri e il trasporto merci. Se i controlli al confine durassero nel tempo, invece, le conseguenze rischiano di essere pesantissime: gli scambi commerciali all’interno dell’Unione calerebbero del 10-20%, un danno pari all’imposizione di una tassa del 3% su tutti i beni trasportati. Mandando in fumo – al netto dei mancati investimenti esteri – lo 0,8% del Pil continentale. Percentuale pari a 28 miliardi per la Germania, 13 per l’Italia, 10 per la Spagna e 6 per l’Olanda.

I problemi, in qualche caso, sono già ben visibili sul campo. I pendolari sul ponte tra Danimarca e Svezia hanno allungato di circa 45 minuti il loro viaggio da quando Copenaghen ha ripristinato – costo circa 150mila euro al giorno – la verifica dei documenti. L’attesa di auto e Tir alla dogana tra Francia e Belgio, dove fino a poco fa si transitava senza staccare il piede dall’acceleratore, si sono allungate fino a mezz’ora. L’aeroporto di Helsinki dovrà aggiungere 15 addetti ai varchi dell’immigrazione per smaltire le code bibliche che si sono formate dopo la decisione di controllare l’identità anche ai passeggeri in arrivo dalla Ue.

Quanto costano questi tappi di bottiglia? Una coda di 10 minuti al confine per gli 1,7 milioni di transfrontalieri vale un buco da 1,2 miliardi in dodici mesi per l’economia europea. Un’ora di attesa per i camion alla frontiera – dicono gli autotrasportatori olandesi – comporterebbe un pedaggio da 600 milioni per Amsterdam. In Europa circolano 60 milioni di mezzi pesanti l’anno, in Germania ne entrano 54mila al giorno. E bloccarli ad ogni valico significherebbe ingolfare il motore della crescita continentale. Senza contare che il semplice riposizionamento di due agenti (il minimo sindacale) ad ognuno dei 3.100 posti di confine cancellati da Schengen, comporterebbe un onere di almeno 300 milioni.

Tanti soldi. Briciole però rispetto ai danni potenziali causati da uno stop prolungato al Trattato di libera circolazione. A pagare il conto più salato, in questo caso, sarebbero i paesi più piccoli e più dipendenti dagli scambi interni all’Unione. Il 70% dell’economia della Slovacchia, per dire, dipende dai rapporti commerciali con gli altri paesi continentali. Merci che oggi viaggiano da uno Stato all’altro senza difficoltà e che nell’Europa prossima ventura – separata di nuovo dalle frontiere – aumenterebbero di molto tempi e costi di trasporto.

Il ritorno dei confini costerebbe moltissimo anche all’Italia. Nei primi undici mesi del 2015 il nostro paese ha esportato verso l’Unione beni per 208 miliardi, importandone per 197. Nel 2014 sono arrivati da noi 17 milioni di turisti Ue. Numeri destinati inevitabilmente a ridimensionarsi.

Ettore Livini

La Repubblica 4 febbraio 2016

È sulla bocca di tutti, ma molti ignorano le origini, la storia e le regole del trattato di Schengen, diventato il simbolo dell’Europa unita senza frontiere attraverso la concessione della libera circolazione.

1. La nascita in Lussemburgo

Schengen è il nome di una cittadina lussemburghese sulle rive della Mosella, all’incrocio simbolico dei confini tra Francia, Germania e Benelux.
Qui, nel 1985, venne firmato l’accordo omonimo da parte del primo nucleo di Paesi pionieri per l’abolizione dei controlli alla frontiera, che rallentavano mobilità e commercio tra Stati confinanti e interdipendenti: Lussemburgo, Belgio, Olanda, Francia e l’allora Germania Ovest.

2. L’estensione e l’ingresso nel quadro Ue

L’accordo nacque come intergovernativo, fuori dal quadro Ue, in quanto nel 1985 non fu possibile trovare un consenso tra i 10 Stati membri dell’allora Comunità europea. Nel 1990, però, firmò la Convezione di Schengen anche l’Italia e negli anni immediatamente successivi fecero lo stesso Spagna e Portogallo (1991), Grecia (1992), Austria (1995), Danimarca, Finlandia e Svezia (1996). I Paesi europei decidono allora di farlo rientrare nel quadro legale comunitario, integrandolo a pieno diritto nell’ ‘acquis’ con il Trattato di Amsterdam (1997).

3. L’adesione di 26 Stati, 22 membri dell’Unione

Lo spazio Schengen è composto da 26 Paesi europei, di cui 22 membri dell’Ue. Dei 28, ne fanno parte 22, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda (opt-out), Cipro (l’isola è divisa in due dall’invasione della Turchia), Croazia (ingresso previsto 2015-2016), Bulgaria e Romania (via libera della Commissione, ma veto di Germania, Olanda e Finlandia). Vi rientrano poi Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera.

4. Abolizione sistematica dei controlli alle frontiere interne

Dal 1995 (per l’Italia dal 1997) sono stati aboliti i controlli sistematici alle frontiere interne dei Paesi aderenti all’area Schengen (restano possibili controlli a campione), mentre sono obbligatori quelli alle frontiere esterne. Non sono messi in discussione i controlli all’interno di un Paese. C’è poi il sistema d’informazione comune di scambio di informazioni (il Sis, potenziato nel 2013, ora Sis 2), che è responsabilità degli Stati membri utilizzare e implementare.

5. I controlli reintrodotti in sei Paesi

Danimarca, Francia, Germania, Austria, Norvegia e Svezia hanno reintrodotto i controlli alle frontiere.
La decisione del governo francese è stata presa in seguito all’attacco terroristico del 13 novembre, gli altri per far fronte al flusso eccezionali di migranti.

6. Reintroduzione massima di sei mesi

È possibile reintrodurre i controlli alle frontiere interne, ma solo previa informazione a Bruxelles in caso di seria minaccia alla sicurezza interna o per problemi di ordine pubblico o per situazioni eccezionali previste (manifestazioni, eventi sportivi o politici, ecc.). Gli articoli da 23 a 25 del Codice di Schengen prevedono la reintroduzione dei controlli per un massimo di sei mesi. Il prolungamento ulteriore richiede l’adozione da parte del Consiglio – su proposta della Commissione – di una raccomandazione basata sull’articolo 26, che può essere adottata in circostanze eccezionali per far fronte a una situazione in cui esistano deficit seri e ricorrenti nei controlli lungo le frontiere esterne e le misure previste da Schengen non risultino efficaci

Lettera43

http://www.lettera43.it/capire-notizie/trattato-di-schengen-le-cose-da-sapere_43675231594.htm

Schengen Area

http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/borders-and-visas/schengen/index_en.htm

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IL TRAMONTO DELLA CITTADINANZA

citteuropLA CITTADINANZA europea, il progetto politico più coraggioso di cui é stato capace il vecchio continente, subisce i colpi della crisi economica in due sensi: per gli effetti elefantiaci che le strutture euro-burocratiche hanno in tempi in cui ci sarebbe bisogno di coraggiose scelte politiche comunitarie; e per gli effetti regressivi causati dalla rinascita dei nazionalismi. La debolezza della politica comunitaria alimenta indirettamente la propaganda dei confini. A soffrire gli effetti di questa spirale perversa sará la cittadinanza europea, quel nucleo di diritti civili e politici che hanno aperto spazi enormi alla creativitá e alla libertá. Le grida ringhiose di Salvini e alcuni governatori delle regioni del Nord contro rifugiati e profughi avranno effetti perversi sulla cittadinanza europea. La quale si è sviluppata proprio sul diritto di movimento: diritto non solo di uscita, giá contemplato nelle costituzioni democratiche, ma di entrata, ovvero diritto di emigrare.

Il Trattato di Roma stabilì le condizioni di questa libertá fondamentale, perfezionata dai successivi trattati, e fece del continente uno spazio aperto, senza steccati, senza dentro e fuori. Qui sta l’embrione della cittadinanza sovrannazionale, del cosmopolitismo democratico; l’opposto é la cittadinanza identificata all’appartenenza nazionale, che chiude ed esclude.
L’Unione europea è nata su una premessa rivoluzionaria, simile a quella che portò alla genesi della cittadinanza nazionale con la Rivoluzione francese. Se nel 1789 la nazione conquistò lo stato, dal Trattato di Roma in poi prese avvio un processo più compiutamente universalista e più coerente con i principi del 1789, perché propose di disarticolare la cittadinanza dalla nazionalità per farne espressione piena dei diritti della persona.
Si trattó di una rivoluzione silenziosa, che marció attraverso trattati e abiti giuridici e mutó gradualmente il modo di concepire lo spazio di vita. La cittadinanza europea dissocia i due paradigmi che hanno segnato, nel bene e soprattutto nel male, la storia della cittadinanza moderna: ovvero la cittadinanza come assoggettamento alla legge dello stato e la cittadinanza come espressione di identità nazionale. Come ha scritto Ulrick Preuss, la “cittadinanza europea può essere considerata come un passo ulteriore verso un nuovo concetto di politica simultaneamente dentro e fuori la cornice di significato tradizionale che le diede lo stato-nazione”. Cittadini degli stati membri e cittadini di un ordine post- nazionale: questa doppia identitá rafforza le nostre libertá e ci assegna più poteri.
È l’immigrazione quindi la pietra di paragone per valutare la cittadinanza europea. In questi anni di destabilizzazione dell’ordine regionale in molte parti del globo e di impoverimento di un numero crescente di popoli, le frontiere sono tornate a essere il luogo della politica identitaria e le ragioni delle nazioni hanno ripreso forza contro le ragioni delle persone e della libera circolazione. Non ci si deve illudere dicendo che la chiusura delle nostre frontiere riguarda i non europei. Questo é un argomento sofistico: saranno anche i cittadini europei a subirne le conseguenze. E le recenti contestazioni di Schengen hanno un significato sinistro poiché se il bisogno della difesa dei “nostri” territori contro “gli altri” si fa strada, allora tra gli altri ci finiranno prima o poi anche coloro che provengono dagli stati membri, per esempio i più bisognosi di muoversi per cercare lavoro ed emigrare.
Insieme all’euro-burocrazia, dunque, la questione dell’immigrazione sta cambiando la natura del progetto europeo perché mette in moto gli unici soggetti di decisione politica al momento esistenti, ovvero gli stati nazionali. Con la contestazione di Schengen riprende forza la cittadinanza etnica e con essa la politica si riposiziona pericolosamente verso ragioni di esclusione. La cittadinanza torna a prendere i colori delle etnie, a usare i linguaggi della purezza da preservare dalla contaminazione con gli stranieri. Rispolvera il gergo del populismo crudo e di pancia che alimenta le retoriche semplicistiche della destra etno-fascista.
Come contro altre minoranze in passato, i populisti di oggi si appellano alla cittadinanza “nostra” per censurare tutto quel che la macchia. Fanno della cittadinanza un’arma di esclusione. Con la lungimiranza che veniva dal ricordo vivo delle sofferenze della guerra e delle persecuzioni, il Trattato di Roma aveva messo alla base del futuro la libertá di movimento. I destini della nostra libertá, negli stati membri come in Europa, sono ancora oggi aggrappati alla forza di quella libertá. L’immigrazione é dunque una sfida alle ambizioni progressiste e democratiche dell’Europa perché mentre nessuno puó mettere in dubbio la ragionevolezza della necessitá di regolare i flussi migratori nei nostri paesi, non tutti sono convinti che questa regolamentazione debba avvenire nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignitá delle persone. Per sconfiggere sul nascere la propaganda etno- fascista dei populismi di destra, occorre che l’intera comunitá europea si impegni, non alcune regioni o alcuni stati membri; poiché, appunto, la questione della libertá di movimento é un bene di tutti i cittadini europei.
Nadia URBINATI
Da La Repubblica del 15/06/2015.