Comincia la Conferenza di Parigi sul clima. Molto ottimismo

 
parisclimatSaranno le dimensioni imponenti della macchina che è stata messa in piedi per questi Stati Generali sulla salute della Terra: 25 mila delegati di 190 Paesi, 147 capi di Stato e di governo per una maratona negoziale di due settimane.
Sarà che, mentre rinuncia a fare il «gendarme del mondo» nei Paesi in guerra, sull’ambiente Barack Obama ci mette la faccia, negoziando personalmente accordi coi grandi inquinatori mondiali, dalla Cina all’India, e sfidando il suo stesso Congresso.
 Sarà, infine, che, dopo gli attentati che hanno scosso il mondo, da Parigi al Mali, per i leader politici è divenuto ancor più imperativo trovare un accordo sul tema più nobile che hanno davanti: il salvataggio del Pianeta. Fatto sta che la Conferenza di Parigi sul Clima che verrà inaugurata domattina (ma i lavori cominciano oggi) nel centro congressi messo su a Le Bourget, nell’area del vecchio aeroporto cittadino, inizia in un clima di fiducia e ottimismo come non si vedeva da anni nel mondo dell’ecologia.
Un’opportunità (ma grandi ostacoli)
Ottimismo di facciata o è la volta buona? Nessuno lo sa oggi e sarà difficile avere certezze anche ad accordi fatti, alla fine della conferenza, vista la molteplicità e la grande complessità dei problemi: l’Occidente, ad esempio, vorrebbe superare i combustibili fossili ma «Big oil» non ne vuole sapere, mentre l’India intende continuare a usare il carbone senza limiti e la Russia trova addirittura vantaggioso il global warming che potrebbe rendere coltivabili le lande gelate della Siberia. Il Terzo mondo, poi, ci sta solo se i Paesi ricchi finanziano la sua riconversione energetica. E il fondo di 100 miliardi di dollari l’anno per gli emergenti a suo tempo creato in ambito Onu, non solo è poca cosa, ma è stato fin qui finanziato per due terzi soltanto. E quello che verrà raggiunto sarà comunque un accordo a «maglie larghe» con ogni probabilità non giuridicamente vincolante (molti Paesi non accettano limiti alla loro sovranità), come ha ribadito ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, e quindi non avrà la forma di un trattato (che negli Usa non supererebbe il veto di un Congresso ostile ad Obama).
Nonostante tutti questi ostacoli, l’ottimismo è comunque giustificato: è la prima volta che i grandi inquinatori – dalla Cina all’India agli stessi Stati Uniti – vanno a un vertice internazionale pronti ad assumere impegni per ridurre le emissioni che alterano il clima. Sono 175 i Paesi che hanno presentato piani per abbassare la produzione di gas-serra: dopo decenni di dibattiti si è arrivati a una consapevolezza diffusa, quasi universale. Ma, oltre a essere sostanzialmente volontari, questi impegni (almeno per ora) sono largamente insufficienti: l’obiettivo fissato da scienziati e politici è limitare entro i 2 gradi centigradi l’innalzamento della temperatura terrestre rispetto all’era pre-industriale, mentre, anche se venissero centrati tutti gli obiettivi, gli impegni fin qui presi da 175 Paesi non consentirebbero di scendere sotto un incremento delle temperature di 2,7 gradi. Certo, meglio dei +4,3° verso i quali si andrebbe in assenza di interventi, ma non basta per impedire eventi catastrofici come la scomparsa di interi arcipelaghi per lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari.
Da Stoccolma a Cop21 via Kyoto
Cop21, la ventunesima conferenza sul clima da quando, nel ‘95, alcuni Paesi presero impegni vincolanti, viene vista da molti come il punto d’arrivo di una lunga marcia – quella della graduale acquisizione della consapevolezza della gravità dei problemi climatici – iniziata ben prima del Cop1 di Berlino: la prima conferenza dell’Onu sullinquinamento si tenne a Stoccolma nel ‘72, ma allora non erano chiare le dimensioni dei problemi, né le soluzioni istituzionali e tecnologiche possibili. La prima vera iniziativa contro l’effetto-serra (CO2, metano e gli altri gas che fanno salire la temperatura del Pianeta) arriverà solo con Cop3 che a Kyoto porta alla firma dell’omonimo Protocollo: siglato nel ‘97 ma attuato a partire dal 2005. Doveva essere un cambio di rotta per tutto il mondo, ma Kyoto escludeva i Paesi emergenti (a partire dalla nuova potenza cinese) non disposti a frenare il loro sviluppo e convinti che l’onere della lotta al global warming dovesse gravare sui Paesi ricchi, cresciuti grazie allo sfruttamento dei combustibili fossili. Alla fine il Protocollo non fu ratificato nemmeno dagli Usa, contrari a fare sacrifici in assenza di un coinvolgimento di tutti i grandi inquinatori. Un fallimento per i più, ma Kyoto ha consentito una prima presa di coscienza ed è divenuto la traccia per i negoziati successivi, la palestra per sperimentare meccanismi come la fissazione di un prezzo per le emissioni che alterano il clima.
Caldo record a ripetizione
Negli ultimi anni, così, le temperature di terre e mari hanno continuato a crescere (record nel 2014, già battuto nei primi dieci mesi del 2015, come si vede dai grafici a fianco) nonostante gli sforzi di sviluppare fonti non inquinanti alternative ai combustibili fossili (soprattutto sole e vento) fatti dall’Europa ma anche da Stati Uniti e Cina che, benché non vincolati dal Protocollo, si sono buttati sul business del solare. Ma, mentre i Paesi industrializzati, tra massicci investimenti nelle rinnovabili e rallentamenti delle economia dopo la Grande Recessione, hanno contenuto lo sviluppo delle emissioni, nelle nuove potenze emergenti la produzione di CO2 è esplosa anche per il boom industriale alimentato da un ricorso massiccio alla risorsa energetica più a buon mercato: il carbone. Così la Cina, che nel ‘95, l’anno di Cop1, produceva 2,8 tonnellate di CO2 pro capite, all’inizio del decennio attuale è arrivata a quota 6,7. Solo un terzo dell’anidride carbonica prodotta dall’americano medio, certo, ma, moltiplicando questo numero per il miliardo e 300 milioni di abitanti del gigante asiatico, si scopre che la Cina è il primo inquinatore mondiale.
Obama-Xi, il patto di Pechino
La svolta è arrivata un anno fa quando, davanti a questa realtà e all’inquinamento che soffoca Pechino e altre città cinesi, il presidente Xi Jinping si è fatto convincere da Obama a siglare un accordo bilaterale di reciproci impegni a combattere il global warming fissando obiettivi di lungo periodo. Ancora scottato dall’insuccesso della conferenza ambientale di Copenaghen del 2009 e deciso a concludere il suo mandato alla Casa Bianca da regista di un grande accordo mondiale sul clima, il presidente Usa nell’ultimo anno ha cercato di convincere molti altri Paesi, dall’India all’Indonesia, a seguire l’esempio di Pechino. Così, rispetto a sei anni fa, stavolta si arriva a Parigi con una rete di impegni reciproci già definiti. Da qui l’ottimismo dei leader. Sanno che potranno vendere alle loro opinioni pubbliche un accordo «nobile»: la politica che per una volta guarda lontano e prende impegni a vantaggio delle generazioni future. Ma saranno anche intese di sostanza? È quasi impossibile che si arrivi fin d’ora a centrare l’obiettivo dei 2 gradi. La speranza è che a Parigi venga fissato un calendario di verifiche periodiche, sia per controllare il rispetto degli impegni, sia per assumerne di nuovi, fino a raggiungere i sospirati 2 gradi. Ma per fare questo tutti i Paesi dovranno impegnarsi a riaprire il dossier clima ogni 4-5 anni. E magari finiranno per ricorrere anche alle nuove, rischiose tecniche della geoingegneria per raffreddare artificialmente l’atmosfera (ad esempio spruzzando cristalli di sale tra le nubi) se le misure dirette si riveleranno insufficienti
Massimo Gaggi
Corriere della Sera, domenica 29 novembre 2015

L’oro bifronte

alkimC’ è qualcosa che accomuna alchimisti e mercanti tra XII e XIII secolo: la febbre dell’oro. Certo, non allo stesso modo. Da una parte c’è l’oro come metafora della bellezza e dell’equilibrio, creato da un’arte capace di «unire la Terra al Cielo e mettere in contatto il mondo interiore con le forze del mondo superiore», secondo la celebre espressione di Pico della Mirandola. Dall’altra c’è l’oro come elemento del profitto, il moltiplicatore che permette di costruire la ricchezza con la ricchezza: l’elemento fondante di una società che muove ora i suoi primi passi, che si regge su una nuova idea che ammalia. L’idea del mercato e del capitale. Tuttavia, qualche analogia tra i due universi c’è. Innanzitutto di mentalità, di un pensiero, comunque, innovatore. Vedere insieme il maestro e l’apprendista, lavorare indaffarati al riverbero del crogiolo, non rimanda soltanto la mente a pratiche occulte o a derive esoteriche ma alla sperimentazione che, per la prima volta, emerge, sebbene in maniera spesso oscura, come strumento della conoscenza. D’altronde, che cos’è l’alchimia, se non una scienza della materia, una scienza del fare e dell’operare? E il mondo dei mercanti, non è, in prima battuta, un universo che mescola insieme intraprendenza, intuito, informazioni, saperi, conoscenza’ L’altro elemento di analogia è che i nostri due mondi attingono allo stesso bacino, che è quello della grande civiltà musulmana. Non c’è niente da fare e bisogna constatarlo: il mondo occidentale di XI, XII, XIII secolo è in marcia, ma ancora sottosviluppato nei confronti della grande civiltà urbana che va da Baghdad a Granada e forma una grande koiné culturale e un’economia-mondo che si sviluppa dall’Oceano Indiano a quello Atlantico. Tra le discipline che l’Islam aveva ereditato dalla tarda antichità greca c’è l’alchimia. Con tante nuove sfumature e modifiche, con nuovi innesti indiani e persiani. Che dal XII secolo sbarcano in Europa. Il fine: trasmutare e invertire i processi naturali. Permettere all’uomo di mutare il metallo vile in oro. O di ottenere l’elisir di lunga vita. Tutto sulla base di un vocabolario protoscientifico calato dalla tradizione musulmana, con termini per noi comuni come amalgama, alcali, nafta, alcol, elisir e la stessa parola alchimia. Ci riuscirono gli alchimisti a rivoluzionare il mondo? Prendendo alla lettera la ricerca alchemica, scrive Michela Pereira, «si deve concludere con la constatazione del suo fallimento, perché né l’oro artificiale né l’elisir dell’eterna giovinezza sono stati mai prodotti». Ma è stato creato altro: un bagaglio di conoscenze e di tecniche che contribuirono alla futura sperimentazione chimica. Andò molto meglio ai mercanti. Che l’oro non lo seppero trasmutare, ma furono abilissimi a ottenerlo attraverso un’innovazione che ha avuto un discreto successo: il Mercato. All’epoca l’oro si produceva specialmente in Africa. Il cuore della produzione era il Sudan dell’impero del Malì. Da lì mille mani lo manipolavano: cercatori d’oro, cammellieri tuareg, mercanti mandingo, commercianti dei porti del Mediterraneo africano, dove la corrente si interrompeva. Gli operatori italiani, specialmente toscani e liguri, intercettano questo flusso. E vi si immettono, coi loro prodotti: armi, lane, tessili in lino ecc. E hanno successo, creando uno sbocco mediterraneo che arriva fino ai porti di Pisa, di Genova, di Marsiglia ecc. e da qui in tutto l’Occidente. Fino ad arrivare a una città che è l’emblema stessa della rivoluzione commerciale: Firenze. Dove nel 1252, per la prima volta dopo secoli e secoli in Europa, si riprendono a coniare monete d’oro. E nasce il fiorino, il «gold standard» del medioevo. Che ebbe così tanti imitatori che alla fine del Quattrocento se ne contarono 61! Una bella storia, quella della febbre dell’oro medievale, vissuta agli antipodi tra due modi diversi di sognarla: di chi tentò di sperimentare la Creazione, sperando di fare di sé un novello demiurgo, senza purtroppo mai riuscirci; e di chi, più prosaicamente, immaginò che tutto quell’oro africano che passava fra le sue mani, avrebbe un giorno formato il calcestruzzo della repubblica internazionale del denaro, modificando una volta e per tutte gli assetti dell’economia europea.

Feniello Amedeo

http://archiviostorico.corriere.it/2015/settembre/03/oro_bifronte_co_0_20150903_a2e65512-51fe-11e5-bfa6-3f6f4e3f8987.shtml

L”oro bifronte

Corriere della sera 3 settembre 2015

 

Il tacchino, l’errore e Popper

taccFORTE di una esperienza ripetuta per mesi un tacchino può formulare la legge secondo cui ogni volta che arriva il contadino riceverà del mangime. Ma c’è un giorno, subito prima di Natale, in cui la legge è drammaticamente smentita. Per molti filosofi il destino del tacchino è sconsolante anche dal punto di vista scientifico. Se le nostre conoscenze sono la generalizzazione di esperienze, ogni nostro sapere è chimerico: verrà sempre il giorno in cui la legge che credevamo incrollabile si rivelerà illusoria, e che le cose stiano così lo dimostra non solo la morte del tacchino, ma anche la storia delle scienze, che è un susseguirsi di errori, più che di verità.
Si è dovuta attendere la riflessione di Karl Raimund Popper (morto il 17 settembre di vent’anni fa) per una valutazione diversa del ruolo dell’errore nella scienza. Il fatto che ogni legge empirica possa venir smentita dall’esperienza (“falsificata”, nel gergo di Popper) non è il segno che la scienza è vana, ma, al contrario, che si tratta di una impresa promettente. Nessuno si sognerebbe di confutare la tesi secondo cui ogni volta che cade il silenzio in una conversazione è perché passa un angelo, ma dire “ogni volta che arriva il contadino, porta il mangime” significa formare una legge potenzialmente scientifica.
Ora, secondo Popper, quello scienziato potenziale che era il tacchino aveva sbagliato due volte. La prima, quando pensò (come gli empiristi) che la semplice esperienza sia sufficiente a formare una teoria. E non è così: nella Critica della ragion pura Kant loda Bacone proprio per aver compreso che lo scienziato deve interrogare la natura come un giudice, e non come uno scolaro. La scienza non è una raccolta di esperienze messe, per così dire, in bella copia; è piuttosto un processo che parte da un problema, cerca di risolverlo, e per farlo formula delle congetture che si tratterà di mettere alla prova attraverso esperimenti ad hoc .
Ma il secondo errore del tacchino era ancora più fatale, visto che aveva pensato che una serie molto lunga di regolarità nell’esperienza possa verificare una teoria. ………..

http://www.dirittiglobali.it/2014/09/karl-popper-se-falso-sola-verita/

Karl Popper se il falso è la sola verità

Di Maurizio Ferraris su Repubblica del 17 settembre 2014

Il declino della violenza

Battaglia-di-Liegnitz-9-aprile-1241[1]Contro la depressione, il pessimismo e lo sconforto esiste un rimedio particolarmente indicato per chi è convinto di vivere in uno dei periodi più bui della storia, in cui il rispetto per gli altri ha lasciato il passo alla barbarie.

Il rimedio è scientifico, è stato messo a punto dal più illustre linguista del momento: Steven Pinker, una delle star del Mit di Boston. Il rimedio pesa 988 grammi, sta comodamente sul comodino e quando tornate a casa dopo una giornata difficile apritelo a caso: dopo aver letto anche una sola delle 780 pagine tornerete a respirare più sereni e il vostro sonno sarà tranquillo.

Non perché il libro racconti favole edificanti o storielle zen, ma perché vi convincerà di essere nati nell’epoca giusta. Il volume di cui parlo si intitola «Il declino della violenza», porta un sottotitolo esplicativo («Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia») e ci racconta la storia dell’umanità come un percorso di pacificazione e civilizzazione, certo non lineare e definitivo, ma in cui si registra una vera e propria rivoluzione umanitaria.

Oggi seguiamo con morbosità ma anche con compassione e sofferenza le indagini sull’omicidio di una ragazza da parte dello zio o forse della cugina, ci sentiamo parte del tentativo di salvare la vita ad una bambina malata di cuore, ci commuoviamo vedendo un anziano che raccoglie la frutta da terra al mercato e ci indigniamo di fronte ai maltrattamenti degli animali. Non è sempre stato così….

Se all’inizio dell’età moderna la pena di morte veniva comminata per reati quali il pettegolezzo, il furto di cavoli, la raccolta di legna nei giorni festivi o la critica ai giardini del re, ancora nel 1822 in Inghilterra i reati punibili con la morte erano 222, tra cui il bracconaggio, la contraffazione, il furto di una conigliera o l’abbattimento di un albero.

Negli ultimi due secoli non solo è diminuito il numero dei reati puniti con la pena capitale ma questa è stata bandita in quasi tutto l’Occidente e negli Stati Uniti, dove resta in vigore seppur non in tutti gli Stati, il numero di esecuzioni cala ogni anno. E’ accaduto perché è drammaticamente cambiato il valore che diamo alla vita, un mutamento intellettuale e morale che nasce prima ancora dell’Illuminismo con lo sfinimento delle guerre di religione, come quella dei Trent’anni, al cui termine la popolazione tedesca si era ridotta di circa un terzo. 

La nostra storia è accompagnata dalla violenza, quella delle crociate, delle stragi di eretici, delle torture dell’Inquisizione, e dall’idea che fosse più importante salvare un’anima che una vita…..

L’evoluzione della cultura mondiale passa attraverso i sacrifici umani, per motivi religiosi o di superstizione, che accomunano civiltà lontanissime tra loro: dagli aztechi ai dayak del Borneo, dall’Africa all’India (dove le vedove hanno seguito i mariti defunti sulla pira per secoli) all’Europa punteggiata dai roghi delle streghe. Quell’Europa nella quale ancora nel 1700 la tortura giudiziaria veniva usualmente praticata da tutti.

Ma la vera rivoluzione sta nel declino della violenza nella nostra esistenza quotidiana, che non è più dominata dalla paura costante di essere rapiti, violentati o uccisi, tanto che possiamo permetterci il lusso di studiare, programmare, sognare e preoccuparci di invecchiare. Tesi, questa, che certamente farà storcere il naso a molti e scatenerà lo scetticismo degli altri, a cui l’autore – che applica al suo studio in metodo rigorosamente scientifico – risponde fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, e so che la maggior parte di voi non ci crede, nel lungo periodo la violenza è diminuita e oggi viviamo probabilmente nell’era più pacifica della storia della nostra specie. E’ un fatto indubbio, visibile su scale che vanno da millenni ad anni, dalle dichiarazioni di guerra alle sculacciate ai bambini».

E questo cambio si sviluppa su tendenze di lungo periodo: la prima avviene all’alba della civiltà e si identifica con il passaggio dalle società dedite alla caccia a quelle agricole, passaggio che elimina uno stato di natura fatto di faide e scorribande continue. C’è poi la transizione dal Medioevo (in cui la pratica dei nasi e delle orecchie tagliate era la regola) al XX secolo, secoli in cui nascono autorità centralizzate e stabili infrastrutture commerciali, in cui il tasso di omicidi scende da 10 a 50 volte. La terza transizione, che nasce con l’Illuminismo, porta alla nascita dei movimenti contro la schiavitù, la tortura e la pena di morte.

Infine, a partire simbolicamente dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, si è sviluppata una sensibilità nuova che ha portato alle battaglie per i diritti civili e per quelli delle donne, dei bambini e degli omosessuali. In un’epoca in cui ci sconvolgono il bullismo o una sculacciata non abbiamo idea di come venissero cresciuti ed educati i più piccoli: la punizione corporale violenta è stata la norma per secoli. Ancora alla fine del Settecento nei nascenti Stati Uniti venivano picchiati con bastoni o fruste il 100% dei bambini e la giustizia non faceva distinzioni: nello stesso periodo in Inghilterra una bambina di sette anni fu impiccata per aver rubato una sottoveste. Inutile che vi angosci con decine di esempi e documenti, ma vi assicuro che dopo aver chiuso il libro penserete con serenità a quanto oggi siamo capaci di sensibilità e attenzione e guarderete con orgoglio alla nostra capacità di scandalizzarci.

 

Ma perché fatichiamo a credere di vivere in tempi meno violenti, perché non percepiamo questa rivoluzione? Qui la colpa è in parte nostra, dei giornalisti e dell’informazione globale: «Non importa quanto la percentuale di morti violente possa essere bassa, ce ne saranno sempre abbastanza da riempire i telegiornali» e da sconvolgere la nostra percezione.

 

http://www.lastampa.it/2013/03/09/societa/viviamo-nel-migliore-dei-mondi-altro-che-violenza-il-mondo-non-e-mai-stato-cosi-buono-y5871yGsW0hgdsf8AYXieL/pagina.html

Il grafene, materiale delle meraviglie

graphUna matita e un pezzetto di scotch: in fondo basta poco per creare un singolo foglio di grafene, il super nano-materiale che fa sognare la scienza e che potrebbe presto entrare nella nostra quotidianità, cambiandola profondamente. Praticamente bidimensionale, è il materiale più sottile esistente, più resistente però del diamante. Stabile, ottimo conduttore di elettricità e calore, leggero ma densissimo, trasparente, duttile e incredibilmente versatile: un jolly dalle proprietà uniche, destinato a rivoluzionare l’industria in diversi campi..

E’ proprio questa la scommessa. Il grafene è un po’ l’evoluzione del silicio, materiale che ha dominato l’elettronica, ubiqua nella nostra quotidianità. I fogli di grafene, singoli strati di atomi di carbonio, sono perfetti per l’industria. Fra i possibili campi di applicazione, oltre all’elettronica, si punta molto sull’ottica e sull’energia. Qualche esempio? Circuiti elettrici ad altissima frequenza, schermi flessibili da integrare con vestiti o col corpo umano, celle solari più efficienti, batterie di nuova concezione, cellulari indossabili, aerei più leggeri e più efficienti da un punto di vista energetico. Tutto questo è pensabile per un futuro a medio termine. Ma possiamo anche spingerci più avanti: penso alla spintronica, branca sperimentale dell’elettronica, con, ad esempio, transistor basati sullo spin degli elettroni, per computer quantistici…

http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/02/01/news/cambridge_ghraphene_lab_intervista_direttore_ferrari-51590746/?ref=HREC2-15

E’ morta la senatrice a vita Rita Levi Montalcini

montalciniE’ morta la senatrice a vita Rita Levi Montalcini. Il premio Nobel per la medicina si è spenta nella sua abitazione a Roma in via di Villa Massimo. Aveva 103 anni ed era nata a Torino.

Rita Levi Montalcini nel 1986 vinse il Premio Nobel per la medicina grazie alla scoperta e all’identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa E’ stata, inoltre, la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 2001 fu nominata senatrice a vita, dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che la scelse per i suoi meriti sociali e scientifici.
http://www.repubblica.it/scienze/2012/12/30/news/morta_rita_levi_montalcini-49677532/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

L’omaggio della rete

http://www.lastampa.it/2012/12/30/italia/cronache/l-omaggio-alla-signora-della-scienza-FvSOX4dLQk1egJU6DokANL/pagina.html

Università: immatricolazioni in calo

La disoccupazione colpisce soprattutto i giovani, e i giovani ne stanno traendo le prime conseguenze: le immatricolazioni all’università sono calate del 6,3% nel 2010-2011 e del 3% nel 2011-2012. La riduzione interessa soprattutto i corsi di laurea di tipo umanistico-sociale, il cui “peso” passa tra il 2007 e il 2010 dal 33% al 29,9% delle immatricolazioni, mentre quelli di indirizzo tecnico-scientifico registrano un +2,7% (la loro quota passa dal 26% al 28,7%…

http://www.repubblica.it/economia/2012/12/07/news/2012_fuga_dall_universit_si_rivaluta_l_istruzione_tecnica-48237631/?ref=HREC1-11