Cyberbullismo, legge approvata all’unanimità.

Un minore di almeno 14 anni d’ora in poi potrà chiedere, senza l’intervento di un adulto, di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti diffusi in rete al gestore del sito web o ai social network. E se non sarà cancellato entro 48 ore, potrà ricorrere al garante della privacy. E’ questa una delle principali novità introdotte dalla legge sul Cyberbullismo, approvata all’unanimità in via definitiva alla Camera a due anni dal primo via libera. In tribuna a seguire il voto c’era anche Paolo Picchio, papà di Carolina, la ragazza di Novara considerata la prima vittima di cyberbullismo in Italia, suicidatasi a 14 anni nel gennaio 2013. Aveva subito una violenza sessuale da parte del “branco” che poi postò il video sui social. La ragazza divenne oggetto di insulti e scherno sul web. E decise di farla finita. La prima firmataria della legge era la senatrice Pd Elena Ferrara, ex maestra di musica di Carolina. “Questa legge”, ha detto Picchio, “dà vita a quello lei ha lasciato scritto, ai motivi che l’hanno spinta a fare quello che ha fatto. E cioè che le parole fan più male delle botte. Va bene così”.

l provvedimento definisce per la prima volta in Italia il fenomeno, regola la rimozione dei contenuti offensivi dal web, stabilisce l’intervento del garante della privacy e, soprattutto, introduce una misura di ammonimento nel caso di reati commessi da minorenni, ma con età superiore ai 14 anni. La nuova legge definisce come bullismo telematico ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata sul web contro minori. Definito come cyberbullismo è anche diffondere contenuti online per isolare il minore tramite un attacco o un abuso.

Il presidente dell’authority Antonello Soro sul tema ha evidenziato il carattere “preventivo e riparatorio” del testo. La norma introduce anche una misura di ammonimento nel caso di reati commessi da minorenni ma con età superiore ai 14 anni: il questore convoca il ragazzo insieme ai genitori e lo ammonisce per la sua condotta. Nuovi compiti anche per le scuole: in ogni istituto sarà individuato un referente tra i professori per le iniziative contro il cyberbullismo, ed il preside dovrà informare subito le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo informatico. Messaggi di soddisfazione sono arrivati anche da Raffaella Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the children: “Il nostro Paese si è dotato di una legge che prevede delle misure concrete per prevenire e affrontare un fenomeno che coinvolge un numero sempre maggiore di ragazzi in Italia. Ora è importante che questo provvedimento venga subito messo in pratica coinvolgendo tutti gli attori interessati, per contrastare immediatamente un fenomeno che si fa ogni giorno più preoccupante”.

“È una bella giornata per il Parlamento. Abbiamo mantenuto una promessa, dando uno strumento utile a chi deve aiutare i nostri fogli a proteggersi”, ha sostenuto la presidente della Camera Laura Boldrini, mentre il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha assicurato l’impegno del suo dicastero per l’attuazione della legge che, ha sottolineato, fa prevenzione “a partire dalla scuola, luogo principale di formazione, di inclusione e accoglienza. Finalmente abbiamo imboccato la strada giusta”.

Il fatto quotidiano

18 maggio 2017

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/18/cyberbullismo-legge-approvata-allunanimita-vittima-di-almeno-14-anni-puo-chiedere-di-bloccare-contenuti-rete/3593621/

 

La generazione rebus dei giovani “Né né”

neetttMa cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza? Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida? L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione. Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane. Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila. Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza. Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «né né»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata. Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perché non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione. Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.

Cosa fanno

In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare. L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari. È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano. È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» . Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità.

Senso di esclusione

I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro». È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia. Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perché non ascolta i bisogni dei giovani». Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità, sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni. Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero. Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.

Una vera tribù

La seconda tribù dei Neet che seppur con qualche approssimazione si può intravedere è quella degli sportivi che a sua volta ospita molte figure, dal frequentatore di palestre al tifoso ultrà. Lo sportivo vive in un mondo in cui i valori della competizione più dura riempiono la giornata e diventano una piccola filosofia di vita. Del resto il mondo dello sport ha giornali, tv, produce lessico, genera meccanismi di solidarietà che creano attorno al nostro Neet un effetto-comunità ed evitano la ghettizzazione. Sia chiaro però: mentre il volontario interpreta tutto nella chiave del «noi», lo sportivo si trova più a suo agio usando la prima persona singolare. Anche loro non si sentono Neet perché hanno una vita attiva e anche solo essere legati a una pratica continuativa, o meglio far parte di un club, aiuta a non sentirsi fantasmi. A Torino è nato negli anni scorsi a cura di Action Aid un programma-pilota di recupero dei Neet  centrato sull’attività sportiva che insegna ad affrontare «vittorie e sconfitte e attraverso lo sport dà la forza per riprendere gli studi o cercare lavoro». Dentro l’ampia tribù troviamo figure diverse: il mistico del fitness, il patito del calcetto, l’atleta tesserato convinto di poter diventare un campione, il tifoso organizzato. È chiaro che a differenza dei volontari queste esperienze non si rivelano professionalizzanti, non aggiungono molto al curriculum. Per finanziare i suoi corsi, attività e tornei il Neet attinge alla paghetta dei genitori (che si chiama così anche nell’era di Facebook) e finisce per prolungare la condizione adolescenziale. È vero che le palestre (in Italia sono 8.500) fanno a gara nell’offrire abbonamenti a prezzi stracciati, mentre nell’ambito del tifo organizzato i gruppi giovanili spesso operano come piccole ditte, ricevono ingaggi per servizi e piccoli lavori che ridistribuiscono al loro interno per finanziare trasferte, ingressi allo stadio e coreografie.

Colpa dell’iperprotezione

Non va nascosto che in qualche caso questo tipo di attività è monitorato dalle Questure, secondo le quali nel tempo si sono create zone grigie (la più alta quota di tifosi sottoposti a provvedimenti restrittivi — il 55% — è nell’età 18-30). È difficile che lo sportivo trovi un lavoro stabile nel settore che lo appassiona (a meno che non sfondi) e quindi più del volontario questa si presta a essere una condizione di passaggio. Ma il rapporto di dipendenza con la famiglia che lo sportivo perpetua è tra i motivi che fanno dire al demografo Alessandro Rosina, nel suo libro dedicato ai Neet, come «l’iperprotezione tende a mantenere immaturi più a lungo i figli, mentre nei Paesi nord-europei la spinta all’autonomia subito dopo i 20 anni porta a confrontarsi prima con la realtà circostante». Risultato: i giovani italiani sono nella maggior parte dei casi «passivamente dipendenti dai genitori» e «disorientati sul proprio futuro».

Arrangiarsi coi piccoli lavori

La terza tribù di Neet che si può individuare è quella di chi si arrangia con i piccoli lavori. «Non studio ma con le promozioni lavoricchio» dice Anna, torinese. Aggiunge Silvia, una coetanea milanese: «Ho studiato come estetista, ho fatto periodi di stage in centri benessere, ho accudito bambini e ho fatto persino la donna delle pulizie». La ricerca Ghost ci dice che l’80% degli intervistati ha avuto esperienze intermittenti, nella maggior parte dei casi un ingaggio nella ristorazione e nel commercio come cameriere, commessa, fattorino per consegne a domicilio, facchinaggio leggero e volantinaggio, dogsitting. Un 20% ha già fatto l’operaio per brevi periodi. Il 44% sottolinea che l’interruzione del rapporto seppur precario di lavoro è stata subita, loro avrebbero continuato. E infatti ci tengono a smentire che i Neet stiano a vegetare davanti alla tv, i media li presentano come fannulloni e invece «noi ci sbattiamo da mattina a sera, siamo attivi». Nella grande tribù dei lavoretti un comparto importante e per certi versi specializzato è quello femminile L’occupazione prevalente è la babysitter, figura richiestissima, dotata di una propria identità sociale e abituata a fare i conti con il passaparola della reputazione. Nelle grandi città le stesse ragazze fanno anche spesso le hostess, attività più stressante ma pagata tramite i voucher. In definitiva la tribù dei lavoretti entra e esce di continuo dal mercato del lavoro, non riesce a stabilizzare un proprio profilo professionale e stenta a includere nel curriculum la maggior parte delle esperienze. La famiglia rimane sullo sfondo, si comporta come un ammortizzatore sociale nelle fasi di totale inoccupazione, segue con trepidazione il rinvio delle scelte di vita della prole. Nel 55% dei casi i genitori restano decisivi per scegliere il percorso di studio e sono anche il principale veicolo per cercare lavoro grazie alle conoscenze (al 32%, superando Internet al 21% e la consegna del curriculum vitae di persona al 14%). Commenta Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Bisogna distinguere tra lavoro intermittente e un lavoretto che manca di sviluppo professionale, è legato al breve termine e serve solo al guadagno temporaneo. Ai ragazzi per crescere servirebbe una specializzazione orizzontale e una formazione rivolta al digitale e saltando di qua e di là non si ottengono».

I laureati

Una quarta tribù dei Neet è quella dei già laureati, potenzialmente più occupabili ma ingabbiati anche loro. I numeri dicono che su 10 giovani Neet uno è laureato, 5 sono diplomati e 4 hanno al massimo la licenza media. Lo riporta nel suo libro Rosina citando una ricerca Oecd e aggiunge che il rischio di restare nella trappola dell’inattività volontaria è superiore per chi ha basse competenze. I dati dell’ultimo Rapporto Istat dicono che un laureato impiega in media 36 mesi nel trovare lavoro, ma se è in possesso di un titolo umanistico l’attesa è più lunga. Un laureato dunque transita nella condizione di Neet quasi a sua insaputa e finisce per alimentare il mercato delle ripetizioni a studenti più giovani .Su 100 docenti pomeridiani 30 sono per lo più freschi laureati. Il 90% dei ricavi non è dichiarato al Fisco e vale 800 milioni di euro l’anno, secondo stime della Fondazione Einaudi. Un laureato disoccupato è dunque automaticamente un Neet al punto che Ivano Dionigi, ex rettore e ora presidente di Almalaurea, punta l’indice verso il sistema del 3+2, le lauree triennali deboli viste come concausa dell’allargarsi del fenomeno. E i dati gli danno ragione: i laureati disoccupati sono il 20,6% con picchi di oltre il 30% nelle specializzazioni umanistiche.

La trappola del divano

Il minimo comun denominatore delle tribù di cui abbiamo parlato è una sorta di resilienza all’apatia, il tentativo di uscire dalla trappola del divano. Ma nel grande contenitore della disuguaglianza giovanile c’è un girone ancor più svantaggiato. È quello dei Neet endogeni, come li chiamano gli psicologi del lavoro, giovani che non si integrano a prescindere dalle condizioni esterne del mercato del lavoro. Non si sentono adeguati ai ritmi della vita contemporanea, hanno la tendenza ad auto-isolarsi e non emanciparsi dalla famiglia, sono demotivati sul futuro. È lo zoccolo duro dell’apartheid generazionale e le catene che li hanno bloccati rimandano quasi sempre all’eredità negativa del contesto familiare: una storia di immigrazione, un basso livello di scolarizzazione, vivere in territori marginali, genitori disoccupati o anche solo divorziati. Nel mondo che esalta l’innovazione, che registra il trionfo del digitale, che si prepara a governare l’intelligenza artificiale loro rappresentano la più desolata e mal illuminata delle periferie.

Dario Di Vico

Corriere della Sera 10 luglio 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_luglio_10/i-giovani-ne-ne-5d836602-4615-11e6-be0f-475f9043ad28.shtml

La patente che tutela il risparmio

apatLa tutela del risparmio di cui tanto si parla ha bisogno di due cose. Da un lato sono necessari controlli e regole sul comportamento delle banche e dei gestori di fondi, comprese severe punizioni per chi viola quelle norme. Dall’altro serve una maggiore educazione finanziaria del risparmiatore e del cittadino. Gli importanti lavori di ricerca in merito di una economista italiana, Annamaria Lusardi, come ricordava Federico Fubini su questo giornale il 20 dicembre scorso, dimostrano che, non solo in Italia ma anche in molti altri Paesi europei, oltre che negli Stati Uniti, il livello di diseducazione finanziaria è strabiliante.

Molti risparmiatori italiani, anche con livelli di istruzione elevati, non sanno rispondere correttamente a domande semplicissime. Arrivano a sbagliare l’ordine di grandezza di quanto un investimento di 100 euro renderebbe in 20 anni a un tasso del due per cento. Spesso non capiscono l’importanza della diversificazione del rischio; non si rendono conto cioè che investire in una singola azione è molto più pericoloso che investire in un fondo comune. Non comprendono bene lo scambio tra rischio e rendimento. Vale a dire che se qualcuno promette loro rendimenti elevati senza rischi, ebbene sta mentendo. Infine pochi realizzano che investire in un prodotto del quale fanno fatica a comprendere la natura e la reale composizione non è mai una buona idea.

Non solo, molti cittadini (soprattutto gli uomini, meno le donne) pensano di avere una sufficiente conoscenza di economia e finanza, ovvero non si rendono conto di cosa non capiscono. Il sapere di non sapere è invece il primo passo verso l’apprendimento. La diseducazione finanziaria può avere effetti disastrosi per i risparmiatori e, se generalizzata, può avere conseguenze macroeconomiche gravi.

Che fare? Ecco un’idea. Chiunque apra un conto in banca (o ne abbia già uno) dovrebbe disporre anche di una «patente finanziaria». Dovrebbe cioè superare un esame tipo quello di teoria che si sostiene nel caso della patente auto. Un esame con una cinquantina di domande alle quali rispondere con esattezza. La licenza garantirebbe che chi è «idoneo» è a conoscenza di poche ma importanti cose: che un rendimento alto senza rischio non esiste, che il tasso di interesse reale è molto diverso da quello nominale, che mettere tutte le uova in un paniere è pericolosissimo, come pure decidere se indebitarsi a un tasso fisso o variabile quando si compra una casa richiede un’attenta valutazione della situazione economica propria e generale.

Questa sorta di «patente finanziaria» dovrebbe prevedere anche un rinnovo a distanza di una decina d’anni. In ogni caso si dovrebbe insegnare un minimo di economia e finanza di base nelle scuole superiori. Nei licei, che ambiscono a rappresentare il meglio dell’istruzione, accade invece che economia e finanza siano ignorate, quasi fossero materie «indegne» rispetto al latino o alla filosofia.

Ma nell’attesa che i programmi scolastici cambino e con questi l’istruzione delle generazioni future, la «patente finanziaria» è un primo passo, relativamente facile, verso la consapevolezza finanziaria. In fondo, per guidare un’auto e garantire la sicurezza di chi guida e degli altri cittadini, viene richiesta una patente. Ottenerla non significa diventare un pilota di Formula 1, bastano le basi. Lo stesso valga per l’educazione finanziaria: basterebbe sapere poche cose necessarie. Non aspettiamoci che tutti i risparmiatori siano dei Warren Buffett così come tutti gli automobilisti non sono Sebastian Vettel.

Alberto Alesina

La lezione del professor Pennac

bentornati[1]Guardate un bambino che gioca, vive in un presente eterno. Guardate invece un adolescente che si annoia: il suo presente è una condanna all’ergastolo. Il bambino è convinto che durerà così per sempre e l’adolescente pensa che non finirà mai. Considerano il tempo a grandi linee. La durata è per loro una sensazione riconducibile a uno stato interiore.
Molto spesso, proprio in quegli anni capita loro di incontrare un adulto decisivo. Quando appare, lui (o lei) non sembra un adulto come gli altri. Sotto il suo sguardo non ci si accontenta più di planare in eterno o di macerare a vita. Quel nuovo venuto, infatti, apre una finestra sul futuro. Che boccata d’aria! È un futuro immediato, tanto per cominciare, il desiderio di rivederlo al più presto: Quand’è la prossima lezione con la professoressa Taldeitali? Ed è anche il futuro della lenta acquisizione: imparare quello che lui/lei sa, fare quello fa… E infine è il futuro lontano, che dietro una guida del genere potrebbe anche essere appassionante! Per la prima volta ci sentiamo una persona in divenire. Questo forse intendiamo quando, molti anni dopo, ricordiamo la maestra, il professore, l’educatore o il mentore che “ci ha cambiato la vita”.
Riconosciamo che senza di loro non saremmo ciò che siamo. E ci diciamo anche che non li dimenticheremo mai. In realtà, non li abbiamo mai dimenticati. Uno degli aspetti più toccanti dei nostri ricordi è l’immagine intatta che serbiamo di loro. Ne abbiamo nitida in mente la voce, lo sguardo, i gesti, l’abbigliamento, le manie, l’esatto volume che il loro corpo occupava in classe. Che qualità speciali avevano, questi indimenticati, per suscitare una tale gratitudine? Innanzitutto quella di non essere né i nostri genitori (che per noi erano tutto), né gli altri nostri professori (che per noi non erano niente). Erano qualcuno, improvvisamente. Erano speciali. In cosa, speciali? Per esempio nel fatto che, in quanto professori, sembravano incarnare la loro materia . Gli altri si limitavano a insegnarla e, a giudicare dalla loro espressione, a un uditorio che non ne era neanche degno. Loro no. Ci reputavano in grado di condividere il loro entusiasmo. Proprio questo effetto di incarnazione è stato la prima cosa decisiva. Visti oggi, forse nella loro materia quegli insegnanti non erano le cime che immaginavamo allora. Ma ci hanno comunque trasmesso la voglia di sapere. E non solo: grazie al loro entusiasmo e alle loro richieste, quella materia diventò per noi una compagnia, e lo sforzo un compagno.
Un’altra cosa. Sembravano avere tempo. La nostra ignoranza non li spazientiva. Eppure non avevano certo più tempo dei colleghi; un’ora è un’ora, una classe è una classe, cinquantacinque minuti per una trentina di studenti. Ma l’attenzione che suscitavano dilatava la durata. Con loro facevamo un viaggio che bastava a se stesso.
Del tutto secondaria, la questione del loro carattere. Secondo i termini successivi delle varie generazioni, potevano sembrarci simpatici, mitici, fighi o viceversa carogne o quello che vi pare, ma la cosa fondamentale è un’altra. Erano prima di tutto la professoressa Taldeitali, mia insegnante di matematica, il professor Taldeitali, mio insegnante di lettere. Da dove viene questo possessivo? Dalla sensazione di un rapporto privilegiato. Come se condividessimo un segreto. La immaginavano reciproca, questa intimità, e lo era di rado. Spesso per quell’insegnante eravamo solo un allievo fra i tanti, ma lui/lei per noi era unico, perché sapeva darci la sensazione della nostra assoluta singolarità.
I miei indimenticati sono arrivati a un momento già avanzato del mio percorso scolastico: il professor Prioult in prima liceo, il professor Baldenweg e la professoressa Gigliormini in terza, il professor Seignon all’ultimo anno: lettere, matematica, storia, filosofia. Degli altri ho solo un ricordo vago.
Il pedagogo
Il pedagogo nutre la nostra solitudine ontologica con un sapere proteiforme, dischiude in noi la curiosità, risveglia la nostra sete di sapere, stimola il nostro spirito critico, esercita sulla nostra mente un’influenza dialogante, contribuisce insomma a fare di noi individui pensanti, aperti e tolleranti, che messi insieme formano una comunità umana solida e democratica. Il demagogo, invece, approfitta del sentimento di solitudine suscitato dai nostri fallimenti, dalle nostre carenze, dalle nostre frustrazioni, dalle nostre pene, dalle nostre paure e dal nostro risentimento. Sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, il pettegolezzo all’evidenza dei fatti, le convinzioni cieche ai dubbi illuminati, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile a una pedagogia misurata, e soprattutto, soprattutto , addita il colpevole ponendosi come il vendicatore inviato dalla provvidenza. Così facendo costui riesce ad ammaliare, nell’accezione più arcaica del termine: è il pifferaio che ci strappa alla nostra solitudine e noi siamo i bambini perduti che lo seguono in massa verso il fiume dove affogheremo.
Lungi da me, tuttavia, l’idea che ogni studente abbandonato a se stesso si trasformerà in un adulto che brucerà i libri e bistratterà gli intellettuali. Fortunatamente, se così posso dire, il pubblicitario (altro opposto del pedagogo) gli propone un’alternativa meno violenta. Gli offre un ideale consumistico facendogli prendere il proprio desiderio di essere per un bisogno di avere. (A proposito, ricordatemi che devo cambiare il cellulare, non mi sento me stesso con questa anticaglia. Voglio rinascere con l’ultimo modello).
La scuola è un baluardo molto fragile contro la pubblicità e la demagogia. La nostra è una lotta impari.
La lettura
Parliamo un po’ della lettura, ora. Del famoso ruolo della lettura. Non penso affatto che la letteratura sia la panacea assoluta contro la stupidità massificata o il consumismo ipnotico. (In fondo, alcuni intellettuali della mia generazione non sono stati indenni da certi briganteschi intruppamenti… così come ci sono senz’altro ottimi lettori che vogliono cambiare l’auto tutti gli anni). Tuttavia, tuttavia, non riesco a togliermi dalla testa l’idea che la compagnia dei nostri autori preferiti ci renda più frequentabili da noi stessi, più capaci di salvaguardare la nostra libertà di essere, di tenere a bada il nostro desiderio di avere e di consolarci della nostra solitudine. Proprio questa libertà occorre restituire ai nostri studenti più in collera con la letteratura, ricon- ciliandoli con la lettura.
Perché, poi, questi ragazzi ce l’hanno così tanto con la lettura? A sentir noi, se loro «non amano leggere» la responsabilità è tutta del mondo che abbiamo sotto i nostri occhi: disoccupazione, famiglie monoparentali, abdicazione della figura paterna, crollo dei valori, consumismo sfrenato, ciber- tentazioni… È colpa del sistema, è colpa della modernità. Certo, è vero, la colpa è di tutto questo. Ma non è anche colpa nostra? Di noi insegnanti di lettere?
Vi propongo un esercizio. All’inizio dell’anno scolastico, mettetevi all’ingresso di una libreria. Noterete che la maggior parte degli studenti entra come in una farmacia. Si presentano al libraio con la famosa “lista dei libri da leggere”, come un paziente con la ricetta. Vedono il libraio sparire nel retro, con la lista in mano, e ricomparire nascosto dalla pila dei testi “indicati”. Sia detto fra parentesi, il termine “indicazione” non mi pare il più appropriato quando si parla di invito alla lettura. Sa troppo di foglietto illustrativo di una medicina: «Mi prendi tre gocce di Mallarmé (o di Pascoli) mattina e sera in un bicchiere di commenti… Un mese di Madame Bovary (o dei Promessi sposi ) e vedremo poi i risultati delle tue analisi… La ricerca del tempo perduto (o La coscienza di Zeno ) e mi raccomando non interrompere la cura prima della fine».
Orribile. Finiti gli studi, la maggior parte di questi giovani adulti ricorderà tali autori soltanto come nomi che hanno incarnato l’obbligo di leggere imposto dai programmi scolastici. E, il giorno in cui un fast food prenderà il posto della libreria o della biblioteca di quartiere, anziché protestare vi porteranno la prole per trascorrere un momento di libertà in un posto qualsiasi purché non connesso ai libri.
Questa indifferenza verso la lettura è anche il frutto di un insegnamento medico-legale della letteratura. Ma l’unica frettolosa conclusione che ne sappiamo trarre è che loro non si interessano alla letteratura e che, pertanto, «non amano leggere».
In realtà, così come alcuni medici specialisti si interessano più alla malattia che ai malati, troppo spesso noi pedagoghi scendiamo in campo in difesa della letteratura senza preoccuparci di creare dei lettori. Ci atteggiamo a guardiani di un tempio che ci rammarichiamo di vedere ogni giorno più vuoto, compiaciuti però di saperlo così ben custodito.
I passeur
Altri, per fortuna — professori, critici letterari, librai, bibliotecari — preferiscono essere dei passeur . Ed è ben più di un ruolo, è un modo di essere, un comportamento. I passeur sono curiosi di tutto, leggono tutto, non si accaparrano niente e trasmettono il meglio al maggior numero di persone.
Passeur sono i genitori che non pensano solo ad armare i figli di letture utili a farli laureare al più presto, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura in sé, sperano di farne lettori di lungo corso.
Passeur è il professore di lettere la cui lezione ti fa venire voglia di correre subito in libreria. E costui non si limita a insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, ma apre tutte le frontiere letterarie, dà accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura.
Passeur è il libraio che inizia i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, che insegna loro a viaggiare fra generi, soggetti, autori, paesi e secoli… che fa della libreria il loro universo.
Passeur sono gli universitari che non vogliono formare soltanto dei chirurghi della letteratura, ma degli stimolatori della coscienza, degli attivatori della meraviglia.
Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali!
Passeur è l’editore che si rifiuta di investire solo nelle collane di best seller, ma che non per questo si chiude nella torre d’avorio della letteratura sperimentale.
Passeur è il critico letterario che legge tutto, scopre e invita a leggere il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, o che risuscita la grande penna dimenticata anziché gongolare delle proprie raffinate stroncature.
Passeur è il lettore la cui biblioteca contiene solo pessimi romanzi o saggetti di quart’ordine perché i libri migliori li ha prestati e nessuno glieli ha restituiti. D’altronde l’atto di leggere è per definizione un atto di antropofagia, perciò è assurdo aspettarsi che un libro prestato sia restituito.
Passeur supremo, infine, è colui che non ti chiede mai la tua opinione sul libro che hai letto, poiché sa che la letteratura ha ben poco a che fare con la comunicazione. Per quanto desiderosi di trasmettere, siamo anche i guardiani del nostro tempio intimo. L’ho scritto in Come un romanzo : “L’uomo vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane e personali quanto le nostre ragioni di vivere”.
Sì, è questa la paradossale missione del
passeur di libri: offrire a ciascuno di noi il piacere segreto di essere il Guardiano del nostro Tempio.
Ai passeur devo tutto. Devo loro la mia resurrezione scolastica, grazie alla fantasia pedagogica e alla generosità intellettuale di alcuni insegnanti.
Ai passeur devo la felicità dei momenti di lettura, che tanto peso hanno nella felicità di una vita.
Ai passeur devo il successo del mio lavoro di scrittore, che con il passaparola è arrivato fino a voi.
Daniel Pennac
La Repubblica  20 settembre 2015

Più disoccupati e più Neet

L’Italia è l’ultimo paese dell’area Ocse per occupazione giovanile: appena il 52,8% dei giovani tra i 25 e i 29 anni ha un’occupazione, contro una media pari nell’area al 73,7%.

È quanto emerge dal rapporto dell’organizzazione di Parigi `Oecd skills outlook 2015´, dedicato alle problematiche dell’occupazione giovanile. Penultima e terzultima in classifica sono rispettivamente Spagna (58,1%) e Slovacchia (66,9%). Il paese con la maggior percentuale di giovani occupati è invece l’Olanda (81,7%), seguita da Austria (81,4%) e Giappone (81,2%).

In Europa peggio dell’Italia solo la Grecia che però non è inclusa nella classifica Ocse. Ma non solo.

In Italia aumentano anche i giovani inattivi, i cosiddetti «Neet», che non sono nè occupati, nè a scuola o in formazione. Come sottolinea lo studio Ocse, sono oltre 35 milioni nei Paesi industrializzati i giovani usciti dal radar del sistema d’istruzione o del mercato del lavoro. Ma l’Italia è tra i Paesi in cui sono più numerosi: nel 2013 i «Neet» sono arrivati arrivati al 26,09% degli under 30, quarto dato più elevato tra i Paesi Ocse con un incremento di 5 punti percentuali rispetto al 2008. La Penisola è così al quarto posto tra i 34 Paesi Ocse per i giovani inattivi, dopo Turchia, Grecia e Spagna e a fronte di una media Ocse del 15%. ……

 

http://www.corriere.it/economia/15_maggio_27/giovani-lavoro-italia-maglia-nera-secondo-l-ocse-25percento-inattivo-9e885d34-0448-11e5-8b0b-0cc2990e0043.shtml

Economia greco-latina

latino[1]Rilanciata dal discorso di Ratzinger, la lingua latina conosce una nuova primavera e la Francia le rende omaggio: «Domina l’economia mondiale dei prodotti»

Solo nostalgia? No. Il «Figaro» nota che il latino non solo è vivo e vegeto, ma vende anche benissimo. E riporta una dichiarazione di Marcel Botton, presidente della società Nomen International, specializzata nel trovarne uno ai prodotti: «l’economia mondiale dei prodotti è greco-latina» e «le lettere latine dominano il mondo». Esagerato? Macché. Ci sono le automobili Volvo, Audi e Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino, ma anche verbo latino), i fermenti lattici di Actimel, la crema Nivea, gli orologi Festina, i tappi per le orecchie Quies, computer Acer, le salse Rustica, l’omino della Michelin si chiama Bibendum e Navigo l’abbonamento alla metro di Parigi. La mitologia greca va forte nella moda: Hermès, Nike.  

 Non è solo questione del latino che insegna a ragionare, a sistemare i pensieri in ordine logico, soggetto verbo e complemento, come ci ripetevano quando recalcitravamo davanti al rosa rosae. E’ che il latino è economo di parole, è tutto nervi e niente grasso, incita e anzi obbliga alla sintesi. Niente di meglio per gli slogan. Altro che tweet. …

http://www.lastampa.it/2013/02/18/societa/la-riscossa-del-latinorum-f7MvGVmwMLPZn14Rk9trZP/pagina.html

La sindrome di Hikikomori

japan_Cresce in Italia la web-dipendenza negli studenti tra gli 11 e 16 anni. Secondo le ultime rilevazioni, 240mila ragazzini e adolescenti italiani passano mediamente più di tre ore al giorno dinanzi al pc, e ormai sono sempre più diffusi disturbi gravi come la sindrome di Hikikomori, prima presente solo in Giappone…

Anche in Europa e in Italia si registrano casi di sindrome di Hikikomori, una dipendenza che si traduce in un isolamento sociale, caratterizzato dalla costante presenza sul computer dall’uscita di scuola fino a tarda notte. Questi bambini e adolescenti frequentano la scuola con un profitto sufficiente e poi vengono completamente assorbiti dalla realtà parallela, non hanno amici se non la playstation o il computer, e trascorrono 10-12 ore al giorno, se non di più, in una dimensione virtuale. Rifiutano le attività ludiche e trasferiscono tutto in un contenitore virtuale che assorbe la loro vita.

http://www.lastampa.it/2013/01/24/societa/mamme/attualita/dipendenti-dal-web-a-anni-Zunz2pxGIwoIgkgRkHs5FP/pagina.html