Come cambia il processo penale

 1.014 giorni dalla sua presentazione, la riforma del Guardasigilli Andrea Orlando (codice e processo penale, ordinamento penitenziario) è legge dello Stato. Alla Camera, «Articolo 1» e i centristi di Ap hanno votato la fiducia insieme al Pd (poi i «bersaniani» si sono astenuti sul voto finale) mentre il ministro per la Famiglia, Enrico Costa (Ap), ha disertato la fiducia e ha votato no al testo. Il premier Paolo Gentiloni: «Ora più equilibrio e più garanzie nelle procedure, pene severe per i reati più odiosi».

Stretta sulla condizionale. E chi commette reati lievi sarà libero se risarcisce
Gli interventi sul codice penale puntano a rendere più difficile la concessione della sospensione condizionale della pena. Per questo sono state aumentate le pene minime per il furto in abitazione (ora la forbice è da 3 a 6 anni), la rapina semplice (4-10 anni), la rapina aggravata (5-20 anni), l’estorsione aggravata (7-20 anni). Previsto poi anche l’aumento della pena anche per il voto di scambio politico mafioso (416 ter): si passa infatti da 4-10 anni a 6-12 anni. La riforma – illustrata in Aula dalla relatrice Donatella Ferranti (Pd) – prevede anche forme di depenalizzazione per i reati procedibili a querela e per quelli minori contro la persona o il patrimonio salvo che la vittima sia un soggetto debole: il giudice, sentite le parti e la persona offesa, dichiara estinto il reato quando l’imputato ripara interamente il danno mediante restituzione o risarcimento e ne elimina le conseguenze.

Più notizie alle vittime Il pm garantirà il segreto degli ascolti irrilevanti
Più trasparenza nelle indagini, meno gossip nei brogliacci delle intercettazioni. A 6 mesi dalla presentazione di una denuncia o querela, la persona offesa ha il diritto di ottenere informazioni dal pm sullo stato del procedimento. La persona offesa avrà più tempo per opporsi alla richiesta di archiviazione che gli dovrà essere notificata anche se ha subito uno scippo o un furto in casa. Entro 3 mesi, il governo predisporrà norme per evitare la pubblicazione di intercettazioni non rilevanti o riguardanti persone estranee. Il pm sarà il «garante» della segretezza delle intercettazioni inutilizzabili o irrilevanti e anche dopo la «discovery» delle prove gli atti non allegati dovranno essere custoditi in cassaforte, con possibilità di ascolto (ma non di copia) per la difesa, fino all’udienza stralcio. Nessuna limitazione per la lista di reati intercettabili.

Tempi contingentati per chiedere il giudizio o archiviare un’inchiesta
C’è una novità che mette un paletto a tutela degli indagati e che solleva critiche nelle procure della Repubblica. Una volta chiuse le indagini, il pm avrà tassativamente tre mesi di tempo (prorogabili di altri tre nei casi complessi) per chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione. La nuova regola – che non vale per le notizie di reato iscritte prima dell’entrata in vigore della legge, consentendo così alle procure di adeguare l’organizzazione del lavoro – concede 15 mesi ai pm che indagano su mafia e terrorismo. Se il termine dei tre mesi (o dei 15) non viene rispettato, il procuratore generale presso la Corte d’Appello avoca d’ufficio il fascicolo. Tra i giudici questa norma è stata accolta favorevolmente perché i ritardi delle procure, che a volte dimenticano i fascicoli nei cassetti, erodono in maniera sostanziale i tempi della prescrizione dei reati.


Corruzione nel mirino. Si allarga la finestra per arrivare a sentenza
Si allungano, con una modulazione per fase processuale, i tempi di prescrizione dei reati commessi dopo l’entrata in vigore della riforma. La prescrizione resta sospesa per 18 mesi dopo la condanna di primo grado e per altri 18 mesi dopo la condanna in appello. La sospensione, dunque, non vale in caso di assoluzione. La prescrizione, poi, viene sospesa oltre che nelle ipotesi già previste anche quando si procede (per un massimo di 6 mesi) a rogatorie internazionali. Inoltre, per i reati di violenza contro i minori (violenza sessuale, stalking, prostituzione, pornografia, maltrattamenti in famiglia) la prescrizione decorre dal momento in cui la parte offesa compie 18 anni. Infine – come chiesto dall’Ocse che aveva sollecitato l’Italia ad approvare la riforma Orlando – aumenta la prescrizione (pena edittale più la metà, anziché un quarto) per i reati di corruzione.
a cura di Dino Martirano

Mille giorni sprecati per un compromesso al ribasso
Allegria: con 18 mesi in più dopo la sentenza di tribunale e altri 18 dopo quella d’appello, prima di prescriversi un processo per corruzione potrà durare quasi vent’anni. C’è da stappare lo champagne?
Magari sì, per chi intende le «riforme» come medagliette da appuntarsi su vestiti rattoppati alla vigilia (domani) della periodica tirata d’orecchie europea dell’Ocse; o come segnaletica stradale da spendere ai semafori del mercato elettorale (come negli aumenti di pena per furti e rapine). Magari no, invece, per le vittime di reato più interessate a sentenze in tempi accettabili, e per gli imputati immeritevoli di restare appesi a vita a un processo. Il 70% di 1 milione e 550 mila prescrizioni in 10 anni è maturato in indagini, e 4 distretti di Corte d’Appello (22% Napoli, 12% Roma, e 7,5% l’uno Torino e Venezia) producono da soli quasi metà di tutte le prescrizioni d’Italia, mentre 70 tribunali su 135 stanno sotto il 3%. Eppure non si è avuto il coraggio di puntare su una prescrizione del reato non troppo lunga, ma combinata dopo la sentenza di primo grado a uno stop definitivo della clessidra, temperato poi da rimedi compensativi (sconto sulla pena in caso di condanna, indennizzo in caso di assoluzione) per evitare che gli imputati restino in indefinita attesa di un verdetto per colpa non loro ma di patologiche lentezze giudiziarie.
Il ritornello di ogni compromesso al ribasso recita che il testo votato sarebbe il più avanzato equilibrio raggiungibile negli attuali rapporti di forza parlamentari. Ma la verità è che riforme davvero ottime – come l’ordinamento penitenziario frutto del lavoro sul carcere della commissione Giostra, o la semplificazione delle impugnazioni mutuata dalla commissione Canzio – sono state usate come norme «ostaggio» da opporre al fuoco amico nella maggioranza, e come norme «digestivo» per farne invece trangugiare altre discutibili. È il caso della delega sulle intercettazioni: ondivaga quando tra i concetti di «irrilevante» e «non pertinente» perde il «manifestamente» contenuto invece nelle tanto lodate circolari dei capi pm; confusa quando non fa più capire come avverrà il contradittorio con i difensori sullo stralcio delle intercettazioni irrilevanti, ora che il testo non parla più di «udienza»-stralcio; e talmente generica, laddove prevede «prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni», che tutti sarebbero insorti se a scriverla fosse stato Berlusconi.
Ma è il caso anche dell’estensione dei processi a distanza in videoconferenza, che oggettivamente sacrifica parte del margine di manovra del diritto di difesa, specie se si fa la legge prima che siano attrezzati i tribunali dove oggi penzolano moncherini di rari microfoni gracchianti. Ed è il caso persino del problema delle indagini scadute che il pm né mandi a processo né archivi: «malattia» reale, che le toghe sbagliano a vivere come lesa maestà, ma che la legge affronta con la «medicina» (controproducente come tutti i rigidi automatismi) dell’avocazione allo scadere di 3 mesi, destinata a risolversi nel mero spostamento di carte dalle Procure alle Procure Generali: quando, invece, ben si sarebbe potuto pensare a un potere del gip di valutare di volta in volta la fondatezza delle contingenze addotte dal pm per chiedergli un (limitato e variabile) tempo supplementare.
Su questo, come su altri punti, sarebbe bastata una paziente manutenzione. Invece sia al Senato sia ieri alla Camera il governo ha imposto di nuovo la camicia di forza del voto di fiducia sul non-senso di 95 commi stipati (sui più eterogenei temi) in un unico articolo. E pensare che, dal primo annuncio nel Consiglio dei ministri del 30 agosto 2014, sono passati 1.018 giorni: una media di 10 giorni interi per ciascun comma, a volerli discutere nel merito.

Diego Martirano, Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 15 giugno 2017

http://www.corriere.it/politica/cards/come-cambia-processo-penale-via-libera-camera-deputati/approvata-fiducia_principale.shtml

 

La Cassazione: “Rubare è sempre reato, anche quando si ha fame”.

fufufu“Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”, cantava Fabrizio De André. Invece per la corte di cassazione rubare è sempre rubare, anche se spinti dalla fame e dalla povertà visto che “alle esigenze delle persone che versano in tale stato è possibile provvedere per mezzo degli istituti di assistenza sociale o per esempio la Caritas”.

Con questa motivazione gli ermellini hanno respinto il ricorso di una donna straniera, senza permesso di soggiorno e senza dimora, Jonela S., 36 anni, che era stata condannata dalla corte d’appello di Torino a due mesi di carcere e 400 euro di multa per tentato furto. Il 30 settembre 2014 aveva preso sei pezzi di parmigiano all’Auchan di corso Romania, valore 82 euro. La donna, arrivata alla cassa, aveva messo sul nastro una bottiglia di acqua, una birra e un succo di frutta ma gli addetti alla vigilanza l’avevano vista davanti al banco frigo mettere i pezzi di formaggio in una borsa, non prima di aver tolto le placche antitaccheggio. E lei aveva ammesso “di avere rubato il formaggio – si legge nella sentenza – per poterlo rivendere e guadagnare denaro per affrontare le esigenze di vita”.

Per questo l’avvocato aveva provato a sostenere nei tre gradi di giudizio che la situazione di indigenza potesse rientrare nella condizione prevista nel codice penale all’articolo 54, dove si afferma che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità”.

Tuttavia la corte di cassazione ha respinto questa impostazione, come già avevano fatto i giudici del tribunale di Torino e della corte d’appello, per quanto una precedente sentenza sempre della Cassazione di un anno fa avesse invece assolto un chochard genovese per aver rubato due porzioni di formaggio

e una confezione di wurstel del valore complessivo di 4 euro spinto da una fame impellente. Anche in quel caso, scrive la Suprema corte andando in direzione opposta a quella intrapresa dai colleghi, l’uomo “avrebbe potuto soddisfare i propri bisogni alimentari immediati rivolgendosi ad esempio alla Caritas”. E comunque, si precisa, “non sfugge la differenza con questo caso”. Sarà anche per i precedenti della donna, che era stata denunciata 13 volte per furto.

Federica Cravero

La repubblica, 16 febbraio 2017

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/02/16/news/la_cassazione_rubare_e_sempre_reato_anche_quando_si_ha_fame_il_caso_a_torino-158441900/?ref=HREC1-15

Chiuso il caso Ylenia

images[2]Adesso Ylenia è veramente morta. Il primo dicembre scorso, il Tribunale di Brindisi ha pubblicato la sentenza con la quale si dichiara la morte presunta di Ylenia Carrisi, primogenita del cantante Al Bano e di Romina Power.  A presentare la richiesta era stato lo stesso Al Bano, a novembre del 2012. C’era poi stata la pubblicazione all’albo, per dare il tempo a chiunque avesse notizie dell’esistenza in vita della donna di farsi avanti. Infine, trascorsi sei mesi, il giudice si è pronunciato con sentenza.

La scomparsa – Ylenia Carrisi è scomparsa a New Orleans alla fine del 1994, all’età di 24 anni. L’ultimo contatto telefonico con la famiglia ci fu fra il 31 dicembre e il primo gennaio, dopo di che il buio più assoluto. ….

La richiesta di morte presunta presentata da Al Bano è stata redatta dall’avvocato Sandro Caforio. Nell’avviso veniva indicata la data di nascita, il luogo della scomparsa e l’ultima residenza, in contrada Bosco, a Cellino San Marco (Brindisi). Nessuno ha nel frattempo risposto all’invito “a chiunque abbia notizie a farle pervenire entro sei mesi dall’ultima pubblicazione”. Nelle scorse settimane si è celebrata una udienza nel corso della quale tutte le persone coinvolte, e cioè i familiari della scomparsa, avrebbero potuto produrre osservazioni riguardo alla procedura. La sentenza può essere pronunciata dopo l’assenza di notizie per un periodo di dieci anni. L’istituto della morte presunta produce gli stessi effetti della morte della persona fisica, ed è rilevante in termini di successione e per statuire come ripartire le eredità. Cesserebbe di avere effetto nel caso in cui la persona in questione torni a dare qualche cenno della propria esistenza in vita. … 

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/cronaca/14_dicembre_17/ylenia-carrisi-dichiarata-morta-brindisi-tribunale-chiude-caso-27978b48-85e3-11e4-9941-fc94f2340fb8.shtml

La Rota Romana

srLA ROTA ROMANA –All’insaputa dei più, il Tribunale della Rota Romana – più conosciuto come la Sacra Rota – si riunisce e giudica da più di 500 anni nel palazzo della Cancelleria, a due passi dalla piazza della movida capitolina, Campo de’ Fiori. Fatto costruire nel 1513 dal Camerlengo di papa Sisto IV, tra le sue mura si decide tutta la giustizia vaticana: la Penitenzieria Apostolica, Segnatura Apostolica e la Rota Romana.

Le origini risalgono alla Cappella Domini Papae, ai cui membri il Papa affidò sin dal 1100 il compito di istruire cause e pronunciare sentenze. Il tribunale della Sacra Rota viene istituito formalmente nel 1331 con la bolla Ratio iuris, emanata da Giovanni XXII il 16 dicembre 1331. Organo di appello del diritto canonico, oggi giudica in seconda istanza le cause definite dai tribunali ordinari diocesani, in casi eccezionali funge anche da corte di terza istanza (simile alla Cassazione del diritto italiano), per le cause già trattate in appello sia dalla stessa Rota o da altro Tribunale ecclesiastico d’appello.

Soprattutto, però, è il tribunale ordinario del Pontefice e come tale giudica le cause che le sono espressamente riservate dal diritto canonico e quelle che le vengono affidate direttamente dal Papa. I giudici rotali sono di diretta nomina papale e costituiscono un collegio presieduto dal Decano, giudicano in turni di tre uditori e attualmente sono ventuno.
……..

IL “DIVORZIO CATTOLICO” – La maggioranza delle cause decise dalla Sacra Rota riguardano la dichiarazione di nullità del sacramento del matrimonio: comunemente conosciuto come una sorta di divorzio cattolico, permette di risposarsi in Chiesa anche di seconde nozze.

La Chiesa Cattolica non riconosce motivi di annullamento del sacramento matrimoniale, il diritto canonico però stabilisce che, se viene dimostrata ex post la sussistenza di una causa di nullità già esistente prima del matrimonio, la validità del vincolo è viziata e dunque i coniugi sono sciolti dagli obblighi matrimoniali.

Per ottenere la pronuncia, il coniuge che voglia far valere la nullità deve rivolgersi al tribunale ecclesiastico di primo grado (uno dei 18 tribunali regionali competenti per le cause di nullità matrimoniale). Lo scioglimento però diventa esecutivo dopo la pronuncia di due sentenze conformi: se la prima istanza si conclude in modo favorevole alla nullità, è necessario appellarsi in secondo grado per ottenere la seconda sentenza affermativa. Nel caso, però, in cui la prima e la seconda pronuncia siano difformi, è necessario adire al terzo grado di giudizio per dirimere la questione.

La Sacra Rota può essere scelta dall’attore come tribunale di secondo grado, dopo una prima pronuncia del tribunale regionale, nonostante il grado superiore ordinario sarebbe il tribunale regionale . Nel caso in cui serva una terza pronuncia, invece, il ricorso al Tribunale Rotale è obbligatorio.

Quanto alle ragioni della nullità, il diritto canonico riconosce un elenco tassativo di motivi: l’impotenza; l’incapacità di contrarre per cause di natura psichica, per difetto di “discrezione di giudizio” (incapacità di valutare gli effetti del matrimonio, nei suoi risvolti pratici) e per “insufficiente uso di ragione” (per esempio se sono stati assunti farmaci, alcool o droghe al momento dell’atto); ignoranza (applicabile solo in caso di coniugi adolescenti); errore di persona o sulle qualità della persona; dolo (inganno voluto coscientemente, ai danni del coniuge per estorcere il consenso nuziale); simulazionetimore (in caso di violenze o di matrimonio contratto solo per liberarsi da un timore grave) e infine nel caso in cui il celebrante non abbia i requisiti formali.

RICEZIONE NEL DIRITTO ITALIANO – Perchè la dichiarazione di nullità del matrimonio religioso determini anche l’annullamento del matrimonio civile, è necessario che la sentenza ecclesiastica venga accolta dall’ordinamento italiano, attraverso la procedura di delibazione presso la corte d’Appello competente per territorio. Attenzione, però: il riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche non è automatico. ….
I MATRIMONI FAMOSI – Se il re d’Inghilterra Enrico VIII ha dovuto fondare la Chiesa anglicana per poter divorziare da Caterina d’Aragona, gli aristocratici venuti dopo di lui hanno potuto scegliere il rimedio meno drastico e adire alla giustizia ecclesiastica per ottenere la dichiarazione di nullità del loro matrimonio. La lista è lunga: ………

http://www.vocidiroma.it/articolo/lstp/43299/

 

 

L’Argentina e gli “avvoltoi”

srge«AVVOLTOI », li chiama il ministro dell’Economia argentino, Axel Kicillof. Il quale di certo soffre di un deficit di credibilità: l’Argentina convive coi default, da ieri è entrata nella sua seconda bancarotta in 13 anni. Inoltre il suo paese non gode della minima simpatia tra i risparmiatori italiani defraudati dai tango-bond. E tuttavia Kicillof ha dalla sua parte un economista autorevole e progressista, il premio Nobel Joseph Stiglitz della Columbia University di New York. «Questa è una bomba made in Usa, non solo contro l’Argentina ma con effetti sull’intera economia globale». La “bomba” a cui si riferisce Stiglitz in un’intervista al New York Times è una sentenza del giudice federale di Manhattan, Thomas Griesa. Il tribunale Usa ha dato ragione a uno spregiudicato hedge fund e ha messo in gravi difficoltà la terza economia più grande dell’America latina. Non è un caso isolato: dal Perù al Congo, si moltiplicano vicende analoghe, in cui il “diritto del creditore” viene imposto da un tribunale americano e prevale sulla sovranità di intere nazioni.

Il vincitore del braccio di ferro con Buenos Aires per ora è Paul Singer, a capo di uno hedge fund relativamente piccolo. Ha solo trecento dipendenti, sta mettendo in ginocchio una nazione di 41 milioni di abitanti. Singer col suo fondo Elliott Management si candida a ripetere l’exploit di George Soros, che nel 1992 con le sue scommesse speculative costrinse la sterlina britannica ad un’umiliante svalutazione e all’uscita dal Sistema monetario europeo (un trauma che pesa tuttora nel dibattito inglese sull’euro). Simili per l’audacia e il gusto delle scommesse azzardate, Soros e Singer sono agli antipodi nelle loro visioni politiche. Soros è il “miliardario rosso” che non perde occasione per finanziare movimenti di sinistra. Singer al contrario è un ideologo della destra radicale, libertaria e mercatista, vicino al probabile candidato presidenziale repubblicano Rand Paul. A 69 anni, Singer si sente impegnato in una crociata ideologica, per affermare che i diritti dei creditori vanno rispettati sempre e comunque. Pagare fino all’ultimo centesimo i debiti degli Stati sovrani, secondo lui, è una regola sacra per imporre il buongoverno e castigare i politici incompetenti.

Nel caso dell’Argentina qualche ragione lui può anche averla. Di certo Singer non si muove solo per affermare dei principi. Se la spunta, mette le mani sul “jackpot”, il gran premio alla lotteria dei bond. Lui ha rastrellato dei bond argentini il cui valore nominale è di 170 milioni, pagandoli molto meno, acquistandoli da investitori che ormai avevano perso ogni speranza verso Buenos Aires. Singer si è messo alla testa degli “irriducibili”, quegli investitori che hanno rifiutato le transazioni offerte dall’Argentina. Con il suo accanimento a proseguire la battaglia nelle giurisdizioni americane, oggi potrebbe incassare fino a 1,5 miliardi con gli interessi composti, grazie a quelli che sembravano fino a pochi anni fa dei pezzi di carta straccia. La sentenza del giudice federale Griesa, dando ragione allo hedge fund Elliott Management, vieta a Buenos Aires di pagare i suoi creditori più recenti, quelli cioè che hanno sottoscritto bond di nuova generazione, se prima o contestualmente non viene anche rimborsato Singer. 536 milioni che l’Argentina era già pronta a versare sono stati congelati, lasciando a mani vuote anche i detentori dei bond recenti.

L’Argentina di oggi, pur rimanendo un paese afflitto da malgoverno e corruzione, recessione e inflazione, non è certo cosi` malata come quella del 2001 — 2002. Ha una bilancia commerciale in attivo grazie all’export agricolo, ha uno Stato solvente e un sistema bancario funzionante. Allora perché non fa la cosa più semplice, cioè paga Singer e volta pagina? Anche Buenos Aires tiene duro su questioni di principio e non vuole perdere la faccia inginocchiandosi davanti a uno hedge fund nordamericano. Ma non è in ballo solo una questione di prestigio. Il ministro Kicillof ce l’ha con gli “avvoltoi” perché teme che siano solo i predatori più rapidi, dietro i quali è pronto a muoversi un esercito molto più numeroso. Dopo aver pagato a Singer 1,5 miliardi, Buenos Aires potrebbe essere costretta a risarcire tutti quanti gli “irriducibili” con un costo di 13 miliardi. E poi potrebbero rifarsi avanti anche tutti coloro che incassarono perdite sui tango-bond durante la bancarotta del 2002. A quel punto, se la giustizia americana estendesse gli stessi diritti a tutti gli ex creditori, il conto per l’Argentina salirebbe fino a 200 miliardi di dollari. Altro che cifre simboliche, il paese sarebbe costretto a subire un salasso davvero sostanziale.

In quanto ai principi, quello che preoccupa Stiglitz e altri osservatori è il potere erga omnes della giustizia americana. La ragione per cui l’Argentina non può permettersi di ignorare la sentenza del giudice di Manhattan, è che i suoi bond vengono emessi sulla piazza di New York oppure ricorrono a banche americane come “stanza di compensazione” per garantirne la liquidità e gestire il mercato secondario. La giustizia americana diventa così una giustizia globale, e non solo per paesi di serie B come l’Argentina, il Perù o il Congo. Come si è visto di recente nel caso della maxi-multa alla banca francese Bnp Paribas, nessuno può permettersi di ignorare le regole stabilite dagli Stati Uniti, a meno di tagliarsi fuori dal mercato dei capitali più vasto e più efficiente del mondo

Federico Rampini

Paul Singer e gli “avvoltoi” che strangolano l’Argentina

Repubblica 1 agosto 2014

http://interestingpress.blogspot.it/2014/08/paul-singer-e-gli-avvoltoi-che.html

I Tango bond

tangobI bond argentini, denominati anche tango Bond, sono i titoli di Stato della Repubblica argentina equivalenti ai nostri Bot e Btp. I risparmiatori che acquistano titoli del debito pubblico diventano creditori nei confronti dello Stato che li emette e che si obbliga a restituire loro (rimborsare), a scadenze prestabilite, il capitale investito e gli interessi previsti.

Nel caso dei Tango bond, pertanto, l’Argentina avrebbe dovuto rimborsare a scadenza il capitale investito ai risparmiatori che li avevano acquistati.

A Dicembre del 2001 il governo argentino ha dichiarato l’insolvenza. I risparmiatori italiani coinvolti sono stati circa 450.000 per un controvalore complessivo di 14,5 miliardi di dollari, all’epoca corrispondenti a 12,8 miliardi di euro, pari a quasi un punto percentuale del nostro Pil (la ricchezza prodotta in un anno dall’Italia intera)…

http://www.scandalifinanziari.it/index.php/tutti-gli-articoli/2-non-categorizzato/6-i-bond-argentini

Gli Hedge fund

Una definizione appropriata di Hedge Fund potrebbe essere: “Qualsiasi fondo che non sia un convenzionale fondo d’investimento”; in altri termini qualsiasi fondo che utilizzi una strategia o una serie di strategie diverse dal semplice acquisto di obbligazioni, azioni (fondi comuni d’investimento a capitale variabile – mutual funds) e titoli di credito (money market funds) e il cui scopo è il raggiungimento di un rendimento assoluto e non in relazione ad un benchmark.
Gli Hedge Fund vengono di volta in volta indicati come strumenti di investimento alternativi, fondi speculativi, fondi di fondi, sempre in contrapposizione con le forme di gestione dei risparmio di tipo tradizionale, regolate da leggi e regolamenti specifici che ne limitano l’operatività e il rischio.
Il termine anglosassone “hedge” significa letteralmente copertura, protezione e, in effetti, questi fondi nascono proprio con l’intento di gestire il patrimonio eliminando in gran parte il rischio di mercato. La filosofia degli Hedge Fund è quella di ottenere risultati di gestione positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati finanziari in cui operano.

http://www.finanzaonline.com/education/hedge-fund/Che-cosa-sono-come-investire-sugli-Hedge-Fund

 

I figli hanno diritto ad avere il cognome della madre

I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che oggi ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendo  negato loro la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre.

Nella sentenza, che diverrà definitiva tra 3 mesi, i giudici indicano che l’Italia «deve adottare riforme» legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata.

A fare ricorso alla Corte di Strasburgo sono stati i coniugi milanesi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, cui lo Stato italiano ha impedito di registrare all’anagrafe la figlia Maddalena, nata il 26 aprile 1999, con il cognome materno anziché quello paterno.

…..

I giudici della Corte  sostengono che «se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne».  Nella sentenza i giudici sottolineano anche che la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno non è sufficiente a garantire l’eguaglianza tra i coniugi e che quindi le autorità italiane dovranno cambiare la legge o le pratiche interne per mettere fine alla violazione riscontrata.

http://www.lastampa.it/2014/01/07/italia/cronache/strasburgo-i-figli-hanno-diritto-davere-il-cognome-della-madre-dRb3wz8yzWBFCjWlyewojP/pagina.html

Sito che promuove il diritto dei  genitori a scegliere liberamente se trasmettere il
cognome paterno piuttosto che quello materno, o il doppio cognome.

http://www.cognomematerno.it/

Corte europea dei diritti umani

http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=home